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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Un ateo a Cuba

Un ateo a Cuba

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La venuta a Cuba del Papa: tra conviti e silenzi

Armando Chaguaceda

«Il Paaaapa, venuto a trovare l’altro Paaaapa»

Venditore di giornali,

Parque de la Fraternidad, L’Avana, gennaio, 1998

(Havana Times)

Vi sono casi in cui uno soppesa, con maggiore attenzione, le conseguenze delle proprie parole: specie se queste possono mettere in pericolo amicizie profonde, qualcuno che si stima e si rispetta per le sue qualità e i suoi comportamenti personali.

Non sempre, quindi, l’autocensura è frutto di una pressione esterna (ma interiorizzata) basata sulla paura o il calcolo di interessi, ma è anche una scelta angosciosa che cerca di salvaguardare affetti in un mondo sempre meno prodigo in fatto di amici.

Ci sono però occasioni nelle quali il silenzio somiglia troppo all’ipocrisia o alla complicità.

L’ “occupazione” di chiese e i preparativi per la visita papale a Cuba hanno fatto notizia nei giorni scorsi e mi hanno creato difficoltà di comunicazione con amici cattolici.

Nel caso delle occupazioni, non si tratta di rifugiati a causa del Terrorismo di Stato – come accadeva di solito in Centroamerica durante le guerre civili degli anni Ottanta – ma di una tattica disperata per richiamare l’attenzione del leader massimo della Chiesa cattolica e dell’Opinione pubblica mondiale sulla situazione dell’opposizione nell’isola.

Personalmente, ritengo che ricorrere a questo sia stato un errore, non solo  perché è discutibile occupare – senza trovarsi in una situazione limite che minacci la vita delle persone implicate e ne giustifichi l’azione – un luogo riservato alla spiritualità e alla fede religiosa, ma per il bilancio che alla fine questi fatti hanno comportato per la chiesa e per gli oppositori.

La Chiesa rimane in debito nei confronti del governo – le cui forze hanno sgomberato le chiese – mentre l’opposizione è apparsa, di fronte a una popolazione disinformata, come un “provocatore irrispettoso”. Ovviamente, questa questione si aggiunge ad altri problemi più gravi. Nelle ultime settimane la Chiesa ha fornito un’immagine di parzialità così favorevole nei confronti del governo che, se si mantenesse inalterata (magari sbagliassi!), ne danneggerebbe la legittimità di protagonista autonomo e rilevante nella politica dell’isola.

Il fatto che l’istituzione dica ad alcuni cittadini che non esiste possibilità di un incontro nell’agenda del Papa e poi il Vaticano prospetti che quest’ultimo incontrerebbe Fidel pur non essendo previsto, è sbagliato: non si può dire che non c’è spazio nell’agenda per gli uni e dichiararla aperta per altri. Né si può forgiare un accordo in cui si garantisce il diritto e l’integrità personale delle Damas de Blanco  - di cui si può rispettare la lotta senza identificarsi ideologicamente con loro – alle messe e alle sfilate del pontefice… e poi violarlo ogni volta che lo Stato lo voglia senza che l’istituzione garante, la Chiesa, dica qualcosa di concreto e di influente.

Per quanto riguarda il ruolo della Chiesa come soggetto di mediazione e umanitario a Cuba mantengo la mia posizione: bisognerebbe sempre sostenere quanto possa ridurre la sofferenza altrui e aprire canali di comunicazione in mezzo a situazioni di conflitto.

L’apporto ecclesiale – soprattutto quello dei laici cattolici – è stato importante nell’animare la migliore rivista di analisi congiunturale (http://espaciolaical.org/) prodotta nell’isola, una pubblicazione aperta a punti di vista (anche della sinistra) emarginati dai mezzi di comunicazione ufficiali.

Mi limito a insistere su una cosa, che ho ricordato altre volte, in pubblico e in privato: la Chiesa potrebbe piuttosto guardare all’intera società (e non solo allo Stato) come interlocutore rispettabile, ben al di là delle convocazioni di evangelizzazione e la sua lodevole predica di riconciliazione.

Da parte delle autorità, mi sembra troppo “impostato” il discorso di “amore e rispetto” per il Sommo Pontefice, in uno Stato non confessionale in cui l’élite dirigente – che soffre di fobia per l’autonomo e il diverso – sembra lasciar cadere e per mero calcolo il discorso della laicità, con convocazioni rivolte alla popolazione e ai militanti di partito.

Desta attenzione la presenza forzata, per numero e stile, di temi religiosi (si vedano Granma e Juventud Rebelde) in una stampa normalmente refrattaria a questi argomenti. Come la desta l’impiego di risorse per la visita papale, in un paese in cui la parole austerità ed efficienza si fanno sempre più presenti nei discorsi ufficiali e nel borsellino dei cittadini impoveriti.

Eccessiva sembra anche la rinnovata insistenza nel promuovere un’ideologia nazionalista pura – estranea agli apporti bicentenari del socialismo e del liberalismo cubani – in cui la Virgen de la Caritad del Cobre [patrona di Cuba] e padre Varela occuperanno, se continua così, un posto di primo piano nel nostro ricco, variegato e plurale panteon di martiri e padri. È qualcosa che andrebbe ben oltre l’intima celebrazione della Patrona da parte di ampi strati della popolazione e del giusto rispetto per la grande opera del presbitero creolo.

È opportuno ricordare che a Cuba il cattolicesimo non è “LA” cultura o religione nazionale (e, insieme ad esso, meno ancora sono predominanti i suoi valori circa la famiglia, la sessualità o il matrimonio), dato che c’è parecchio protestantesimo, un po’ di islamismo e di ebraismo, e poi restiamo anche alcuni atei incalliti a rischio di estinzione.

Soprattutto, però, c’è molta religiosità di origine africana e tradizione comunitaria, quella che viene sistematicamente ignorata e discriminata dalle strutture religiose più gerarchizzate e strutturate e i cui praticanti sono in genere – in buona misura – i perdenti attuali o potenziali delle riforme economiche in corso.

Quel che accade sembra sempre più una brutta telenovela di realpolitik, in cui si scambiano reciprocamente sorrisi, sgarbi e corteggiamenti. Mentre i temi reali si vanno cucinando – e sistemando – tra le élites: politici e militari dell’isola, eclesiastici isolani e del Vaticano, politici e imprenditori dell’esilio. La gente comune - come me, la mia famiglia e i miei amici – abbiamo ben poco in cui sperare.

 

Traduzione di Titti Pierini; di Armando Chaguaceda, filosofo e politologo, si vedano anche: Chaguaceda: Cuba tra malesseri e sogni, Chaguaceda sul socialismo, In attesa del papa a Cuba e altri articoli.



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