Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Crescono le spese militari nonostante i "tagli"

Crescono le spese militari nonostante i "tagli"

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Decollano le spese militari nonostante l’annuncio di tagli

Abbiamo intensificato da tempo gli allarmi per la mimetizzazione delle spese militari mentre si annuncia un altro terreno di intervento in Africa: Nuova impresa umanitaria: la Somalia*. Senza che sia mai stato fatto il bilancio economico e umano delle precedenti intrusioni in questo povero e sventurato paese, da quelle più classicamente coloniali, dal 1889 al 1960 a quelle più recenti e ipocrite tra il 1992 e il 1994 (vedi il quadro che ne avevo tracciato in un saggio importante: Imperialismo italiano in Africa).

Ma anche se non abbiamo mai cessato la denuncia (vedi ad esempio Il debito Di Paola, Mari a rischio e Sulla guerra non si taglia) non si è riusciti a provocare un’ondata di sdegno di fronte a spese sicuramente inutili (nessuno minaccia l’Italia) e certamente dannose, per ora agli altri ma un domani anche agli italiani (una ritorsione è sempre più probabile, specialmente se si mandano in giro militari impreparati e imbevuti di ideologie fasciste e colonialiste, come nel caso dei due marò tanto cari al presidente Napolitano, che gli ha dedicato il pensierino del 25 aprile…). E proprio in Somalia si erano registrati casi di stupro da parte dei nostri “bravi ragazzi”, scoperti perché si filmavano a vicenda… Esattamente come i marines USA in Iraq e Afghanistan… Violenze, assassinii, stupri sono il corollario inevitabile delle guerre coloniali, tanto più se affidate a mercenari.

E accanto alle spese dirette (che non sono solo per aerei, navi e sistemi d’arma, ma per tutto quel che occorre per rifornire di ogni comodità coloro a cui sono affidate queste poco nobili imprese), ci sono quelle indirette: ogni giorno viene fuori il brulichio di faccendieri di dubbia moralità che si contendono cariche e prebende, in Finmeccanica o in Fincantieri, e spendono milioni di fondi neri per vendere strumenti di morte in giro per il mondo. Solo sulle pensioni e i salari si taglia, non sulle retribuzioni altissime di un Belsito (un uomo rozzo e ignorante, che aveva cominciato la sua carriera come autista di un politico), che aveva speso 50.000 euro in mazzette per ottenere la vicepresidenza di Fincantieri. Viene in mente il peggior periodo della Chiesa simoniaca bollata da Dante, quando si mettevano all’asta i migliori vescovati e lo stesso papato, spendendo molto nella certezza di ricavare di più. Che devono pensare i lavoratori di Fincantieri dichiarati in esubero e messi in cassa integrazione, di un dirigente senza meriti ma imbottito di diamanti e lingotti d’oro?

La spesa militare è immorale dunque da tutti i punti di vista. Ma è soprattutto senza limiti, come si può capire dalle precise analisi di Antonio Mazzeo, a proposito di un altro fronte che – sia pur con imbarazzo e dubbi – si prepara in Siria, e sull’ormai inevitabile rafforzamento della presenza NATO in Kosovo. Non tanto per dominare quell’infelice paese, che ha ben poche risorse appetibili, ma per altre ragioni ben spiegate da Mazzeo: “La nuova base kosovara avrà il compito di proiettare le forze terrestri e aeree USA e NATO in un’area compresa tra l’Adriatico e il Caucaso”. Si semina vento e si raccoglie tempesta… cioè si prepara una guerra permanente.

(a.m. 25/4/12)

 

 

Decollata da Brindisi la missione militare ONU in Siria

di Antonio Mazzeo

 

Al via in Siria la missione di supervisione delle Nazioni Unite (UNSMIS) per il “rispetto del cessate il fuoco tra le parti”, autorizzata il 21 aprile scorso dal Consiglio di Sicurezza (risoluzione n. 2042). A Damasco è giunto il primo team ONU composto da trenta “osservatori militari non armati” che verranno poi dislocati in una decina di località del paese. Da qui a 90 giorni, il numero degli “osservatori” crescerà a 300 unità, compresi “consiglieri politici ed esperti nel campo dei diritti umani, dell’informazione e della sicurezza pubblica”.

È questa una missione ad altissimo rischio: un suo fallimento potrebbe avere la conseguenza di aprire la strada  ad un intervento militare internazionale per spodestare il regime Assad. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, non ha voluto attendere il voto del Consiglio di Sicurezza per lanciare l’intera operazione. Messosi in contatto con il governo italiano, ha ottenuto che dal 15 al 17 aprile, cinque velivoli C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa venissero impiegati per trasportare a Beirut una decina di autoveicoli blindati, “materiali e altri mezzi” stoccati presso il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) ospitato presso il distaccamento di Brindisi dell’Aeronautica Militare. Tutto il materiale inviato è destinato agli “osservatori” ONU.

Quella brindisina è un’installazione poco nota al grande pubblico, tuttavia sta assumendo sempre più un ruolo chiave a livello internazionale. Oltre a fornire il supporto alle attività di peacekeeping dell’ONU, lo scalo viene utilizzato come base di “pronto intervento umanitario” del World Food Program, per l’invio di aiuti di prima necessità in qualsiasi parte del mondo colpita da un evento calamitoso. La base di Brindisi è inoltre impiegata dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione alle frontiere esterne (Frontex) per le operazioni di pattugliamento aereo dell’Adriatico, del Canale di Sicilia e dei confini tra Grecia e Albania.

In una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, Ban Ki-moon ha reso noto che gli osservatori avranno il compito di “controllare la cessazione delle ostilità e l’applicazione degli altri punti del piano di pace” predisposto dall’inviato speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan. “Valuteremo sul campo gli sviluppi della situazione, prima di decidere se e quando espandere la missione”, ha aggiunto il Segretario generale ONU. L’accordo preliminare con le autorità siriane prevede che gli osservatori potranno spostarsi liberamente ovunque “a piedi o in auto”, fare fotografie e “utilizzare le apparecchiature tecniche necessarie a monitorare il rispetto del cessate il fuoco”. Potranno installare “temporaneamente” posti d’osservazione in città e villaggi, “monitorare” i convogli militari che si avvicinano ai centri abitati, indagare su ogni potenziale violazione degli accordi stipulati ed avere accesso ai centri di detenzione in coordinazione con la Croce rossa internazionale e le autorità siriane.

Gli “osservatori” saranno inizialmente messi a disposizione delle forze armate di Brasile, Belgio, Marocco, Norvegia, Russia e Svizzera. Anche l’Italia potrebbe fare la sua parte. Il 17 aprile, intervenendo in Parlamento, il sottosegretario alla Difesa, Gianluigi Magri, ha dichiarato che il governo è intenzionato “a trasferire un’aliquota delle forze già presenti in Libano nella vicina Siria”. Anche Olanda, Serbia, Cina, Croazia, Giordania, Pakistan, Egitto e Yemen hanno offerto la propria disponibilità ad inviare personale militare nel paese mediorientale.   

Ban Ki-moon ha chiesto all’Unione europea di mettere a disposizione degli osservatori alcuni elicotteri da trasporto, in modo da “assicurare mobilità e capacità di pronta risposta in caso d’incidenti”. Ad oggi, però, Damasco non ha autorizzato l’uso degli scali nazionali per le operazioni di volo ONU. “Il regime di Bashar Al Assad non ha ancora ottemperato ai suoi obblighi di ritirare truppe e armi pesanti dalle città”, ha dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite. “C’è stata un’escalation di violenza, ma entrambe le parti hanno manifestato l’intenzione di rispettare la tregua”. Secondo l’ONU, sarebbero già più di 9.000 le persone assassinate in Siria dall’inizio delle manifestazioni anti-governative del marzo 2011. Secondo il governo, invece, il numero delle vittime sarebbe di molto inferiore.

Crescono intanto le pressioni a livello internazionale per un intervento più “duro” e deciso contro il regime siriano. Al vertice di Parigi dei cosiddetti “Amici della Siria” (Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita e Qatar), la Segretaria di Stato, Hillary Clinton, ha preannunciato che il proprio paese chiederà all’ONU di decretare “l’embargo sui viaggi e sulle armi e sanzioni finanziarie”. Il Qatar punta invece ad una missione multinazionale di “interposizione” e peace inforcement. Più cauta la NATO, che per bocca del suo segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, fa sapere che, allo stato attuale, l’alleanza non ha l’intenzione d’intervenire in Siria. Anche i capi del Pentagono, secondo l’agenzia Associated Press, si sarebbero dichiarati fortemente perplessi su un intervento militare USA. Durante una recente audizione al Congresso, il segretario alla Difesa Leon Panetta e il Capo di stato militare, gen. Martin Dempsey, hanno fatto sapere che le forze armate “sono pronte ad agire”, ma hanno aggiunto tuttavia che “ci sarebbero forti limiti” per un coinvolgimento diretto dei militari USA in un’altra guerra in Medio Oriente “dopo i lunghi conflitti in Iraq ed Afghanistan”. Panetta e Dempsey hanno comunque preannunciato il potenziamento delle attività d’intelligence e la fornitura di non meglio precisati “aiuti umanitari” alla popolazione siriana, per un valore di 25 milioni di dollari.

Mentre la maggioranza del Congresso si dichiara contraria ad un’opzione militare contro la Siria, il senatore repubblicano John McCain (ex candidato alle elezioni presidenziali del 2008) ha chiesto in Commissione difesa di inviare i caccia USA a bombardare le postazioni militari siriane, replicando l’intervento dello scorso anno in Libia. “Per cambiare gli equilibri militari all’interno del paese è necessario che gli Stati Uniti, in stretta collaborazione con i nostri alleati turchi ed arabi, forniscano all’opposizione siriana l’aiuto di cui essa ha bisogno per difendersi”, ha dichiarato McCain. “Ciò può includere l’addestramento e la fornitura di armi ed intelligence all’opposizione siriana, l’uso del potere aereo per colpire i centri di comando e di controllo del regime di Assad e l’aiuto necessario perché l’opposizione crei proprie zone di sicurezza all’interno della Siria”.

Intanto da Amman giunge a sorpresa la notizia che dal 7 al 28 maggio la Giordania ospiterà un’imponente esercitazione militare a cui parteciperanno oltre 8.000 militari di Stati Uniti ed altri 16 paesi Nato ed extra-Nato. L’esercitazione “area, navale e terrestre” si chiamerà Eager Lion 12 e sarà focalizzata sulle modalità di “gestione delle crisi” e sulle “tecniche di lotta al terrorismo”, secondo quanto dichiarato da un portavoce dal Pentagono.

 

In Kosovo c’è sempre più NATO

di Antonio Mazzeo

 

Dopo tredici anni di amministrazione militare del Kosovo e la spesa di ingenti risorse finanziarie, la NATO riconosce di non essere più in grado, con le forze attuali, di evitare la degenerazione del conflitto tra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Così, alla vigilia delle prossime elezioni politiche in Serbia, il comando generale dell’Alleanza atlantica annuncia che dal primo maggio verrà rafforzato il dispositivo di uomini e mezzi che presidiano strade e villaggi del Kosovo (KFOR – Kosovo FORce). Secondo Bruxelles, saranno quasi 700 gli uomini dei corpi di pronto intervento di Germania e Austria che raggiungeranno la mini-repubblica balcanica dichiaratasi indipendente dalla Serbia nel 2008.

“Nel valutare la situazione odierna, la NATO e l’Unione Europea si sono rese conto che le forze KFOR sul campo potrebbero non essere sufficienti per rispondere in modo appropriato a eventuali incidenti e scontri in Kosovo, legati alle elezioni in Serbia”, ha ammesso il portavoce del Comando centrale militare tedesco, Hauke Bunks.

Il dispositivo KFOR prevede dal 1° marzo 2011 due Multinational Battle Groups, di cui uno a conduzione italiana. Attualmente, la missione vede schierati 31 paesi con 5.500 uomini. La Germania è il paese impegnato con il maggior numero di militari, 1.300, più altri 550 che giungeranno nei Balcani tra meno di una settimana. Seguono poi l’Italia con meno di 1.000 uomini e gli Stati Uniti con 800. Alla forza d’intervento NATO si aggiungono poi i 3.200 uomini della missione EULEX dell’Unione europea (European Union Rule of Law Mission in Kosovo), con il compito di “monitorare e guidare le nascenti istituzioni del Kosovo nei campi della Polizia, della Giustizia e della Dogana”. La missione europea ha preso il via il 4 febbraio 2008 (tredici giorni prima, cioè, della dichiarazione unilaterale d’indipendenza) ed opera, sostanzialmente, sotto il comando e la direzione della NATO. Inizialmente a capo di EULEX venne chiamato il generale francese Yves de Kermabon, dal 2004 al 2005 Comandante dell’operazione KFOR. L’odierno responsabile EULEX è il connazionale gen. Xavier Bout de Marnhac, capo KFOR nel biennio 2007-2008.

Nel caso di un inasprimento del conflitto tra le comunità albanesi e serbe, l’Alleanza Atlantica potrebbe chiedere all’Italia un maggiore impegno in Kosovo per i prossimi 5-6 mesi. Le forze armate italiane sono di base a Pec-Peja, nella parte occidentale della repubblica. Personale dell’Aeronautica militare della cosiddetta Task Force “Air” opera invece nell’aeroporto AMIKo di Djakovica in supporto e assistenza ai velivoli dei partner NATO. Nello scalo di Djakovica è presente anche il Gruppo elicotteri dell’Aviazione dell’Esercito denominato Task Force “Ercole”.

Gli altri centri operativi delle forze KFOR sorgono a Lipljan, Novo Selo, Prizren e Urosevac. Sotto il comando e la direzione dell’US Army Corps of Engineers, sono stati completati di recente i lavori di costruzione della più grande e moderna installazione militare NATO in tutta l’area balcanica: si tratta di “Camp Bondsteel”, nella regione meridionale del Kosovo, quasi alla frontiera con la Macedonia. La struttura si estende in un’area di 955 acri (poco meno 4.900.000 metri quadri) ed è in grado di ospitare sino a 5.000 uomini tra militari, civili e contractors. Nuova sede del comando generale di KFOR, “Camp Bondsteel” è una vera e propria cittadella autosufficiente: ospita numerosi magazzini e depositi di armi e munizioni, caserme e aree residenziali per i familiari dei militari, scuole, centri sportivi e commerciali e un grande ed attrezzato ospedale militare.

La nuova base kosovara avrà il compito di proiettare le forze terrestri e aeree USA e NATO in un’area compresa tra l’Adriatico e il Caucaso. Come evidenziato da alcuni analisti, la sua localizzazione consente di porre sotto controllo due corridoi terrestri ed energetici di importanza strategica per l’Occidente: quello progettato dalle imprese tedesche (e lautamente finanziato dall’Agenzia europea per la ricostruzione) che congiunge, via Belgrado, il porto rumeno di Costanza ad Amburgo, e quello “statunitense” (con fondi USAID) sulla rotta Bulgaria-Macedonia-Albania.

Le azioni di guerra alleate in Kosovo si svilupparono nel corso della primavera 1999. Secondo il Comando supremo dell’Alleanza, in 78 giorni furono lanciate più di 38.000 sortite aeree; 900 i velivoli NATO impegnati, 600 dei quali di pertinenza delle forze armate USA. Buona parte degli strikes partirono da basi aeree italiane (Aviano, Gioia del Colle e Sigonella in primis) e da unità navali dislocate nell’Adriatico. A dirigere le operazioni, il Combined Allied Operations Center installato ad hoc all’interno dell’aeroporto “Dal Molin” di Vicenza, oggi al centro dei lavori di trasformazione nella base-comando della 173^ brigata aviotrasportata dell’esercito USA e delle forze terrestri di USAFRICOM destinate al continente africano.

Alla guerra parteciparono per la prima volta i cacciabombardieri stealth B-2, fatti decollare dalla base aerea di Whiteman (Missouri) e riforniti in volo da aerei cisterna USA e NATO provenienti da basi italiane. Battesimo di fuoco anche per i giganteschi aerei cargo C-17 Globemasters , che trasportarono in Albania e Macedonia gli oltre 5.000 militari e gli elicotteri d’assalto poi utilizzati per l’invasione e l’occupazione del Kosovo. Ad oggi è ancora ignoto il numero dei civili che furono uccisi durante le operazioni aeree alleate in Serbia e Kosovo. Secondo l’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch le vittime dei caccia NATO sarebbero state tra 489 e 528. Anonimi “effetti collaterali” di un conflitto-pantano insensato, la cui risoluzione manu militari appare sempre più lontana.

Antonio Mazzeo



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