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La pagina di Antonio Moscato

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Solzhenitsyn

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Togliatti e i dilemmi della politicaSolzhenitsyn

Un grande scrittore, accecato da un'ideologia retrograda

 

 

Poco più di un anno fa moriva Solzhenitsyn. Praticamente dimenticato nel suo stesso paese, dove per molte ragioni era sgradito al potere, è sempre stato impopolarissimo in gran parte della sinistra italiana, che si è basata sulle sue idee conservatrici per rifiutare anche la preziosa documentazione da lui raccolta, che invece resta indispensabile per conoscere l'orrore dell'universo concentrazionario staliniano. Ripresentiamo il breve necrologio apparso su “Liberazione”, dopo aver visto con stupore che una enorme produzione scientifica e una vastissima memorialistica dei sopravvissuti, disponibile ormai da decenni, non scalfisce neppure un poco le certezze dei nostalgici dello stalinismo: ultimo esempio, l’incredibile difesa del patto russo tedesco del 1939 fatta da Burgio, che riproduciamo a parte, con la nostra risposta.

D’altra parte avevamo già verificato che Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro sulla “leggenda nera di Stalin” (men che mediocre, ma elogiatissimo da un gran numero di fans) aveva creduto di poter affrontare il problema limitandosi a polemizzare (facilmente) con il “Libro nero del comunismo”, o con il rapporto segreto di Chrusciov, che rivelava tutta l’impronta staliniana, ignorando invece completamente le analisi marxiste dello stalinismo, e soprattutto la immensa letteratura sovietica sui Gulag (non solo Solzhenicyn, ma anche Salamov, Grossman, Rybakov, la Ginzburg e la Mandelstam e centinaia di altri che lo stalinismo l'hanno anche provato sulla loro pelle o su quella dei loro cari). 09/09/09

 

 

Solzhenitsyn è stato molto amato e molto odiato: esaltato in Occidente, anche da quelli che erano stati complici di Stalin, e rifiutato da molti compagni che pure non avevano nulla a che fare con lo stalinismo, e che erano respinti giustamente dall'ideologia a cui era approdato. Purtroppo spesso rifiutavano o mettevano in dubbio anche la preziosa documentazione che aveva raccolto.

Il suo destino era stato segnato dal successo insperato di un racconto che descriveva la sua stessa esperienza nei Gulag, Una giornata di Ivan Denisovic, che comparve nel 1961 sulla rivista "Novyj Mir".

Solzhenitsyn era stato il primo a rompere il velo di silenzio che negli anni della incerta e oscillante "destalinizzazione" circondava i campi di lavoro dell'Unione Sovietica. Quel romanzo breve fu un evento politico ma insieme letterario di straordinario rilievo, soprattutto perché il suo successo aveva spinto il PCUS a bloccare altre pubblicazioni dello stesso genere. Così  Solzhenitsyn divenne un punto di riferimento essenziale per migliaia e migliaia di scampati ai campi, che gli scrissero e gli inviarono una preziosa documentazione, da cui doveva uscire il monumentale Arcipelago Gulag, l'opera in tre volumi comparsa nel 1974 e che gli costò l'espulsione dal paese.

Un opera sconvolgente, di notevole importanza documentaria, anche se respingente per l'ideologia violentemente anticomunista a cui lo scrittore stava approdando, a mano a mano che perdeva la speranza in una riflessione collettiva e in una inequivocabile condanna di quegli orrori. Un'opera soprattutto piena di anacronismi e di incomprensioni, che lo portavano a mettere sullo stesso piano una dolorosa ma inevitabile fucilazione di un nemico nel corso di una guerra civile dall'esito ancora incerto, e l'uccisione di milioni di innocenti per le loro idee da parte di uno Stato solidissimo, che sarebbe crollato solo per le proprie contraddizioni.

 

Solzhenitsyn era nato nel 1918 a Kislovodsk. Una giornata di Ivan Denisovic e a maggior ragione Arcipelago Gulag raccontavano in modo esplicito, con i dettagli crudi della vita quotidiana, la realtà di campi di concentramento stalinisti dove lo stesso scrittore era stato recluso per circa 10 anni a partire dal 1945, appena smobilitato, per aver fatto un allusione poco rispettosa a Stalin in una sua lettera a un commilitone.

Era stato poi "riabilitato". La battaglia di Solzhenitsyn contro il potere sovietico si era espressa anche in due grandi romanzi Divisione Cancro del 1967 (apparso anche da Einaudi come Reparto C) e Il primo cerchio, del 1969, rimasti inediti nel suo paese, e pubblicati presto in Italia e altri paesi. Romanzi grandiosi, che non si limitavano alla denuncia del terrore staliniano e rivelavano un grande talento letterario.

Questi due romanzi, come le sue opere successive, saranno pubblicate soltanto in Occidente dove lo scrittore viene esaltato e diventa il simbolo della dissidenza contro il regime sovietico. Una popolarità che gli vale nel 1970 il premio Nobel per la letteratura.

Dopo il grande ciclo polifonico intitolato La ruota rossa, a metà degli anni '70 arriva appunto Arcipelago Gulag, la sua opera colossale che ha causato la sua espulsione dall'Urss. Raccoglieva infatti dati, racconti e documenti mai così dettagliati fino a quel momento sulle deportazioni e i lager dell'epoca staliniana: Solzhenitsyn lo aveva potuto portare a termine in 11 anni di lavoro solo grazie all'aiuto di tanti compagni di prigionia.

 

Dopo la cacciata dall'Unione Sovietica si stabilì a Zurigo dove pubblicò La quercia e il vitello (1975) e Lenin a Zurigo (1976). Andò poi a vivere negli Stati Uniti, dove rimase fino al 1994, ma riportando una profonda delusione anche per quello che vedeva in quel paese, che si concretizzava in un vagheggiamento di un mondo precapitalistico. Tornato in patria però Solzhenitsyn non ebbe più un ruolo significativo, e d'altra parte lui stesso non rinunciava a esprimere polemicamente le sue idee, sicché l'ostilità nei suoi confronti rimase in larghi strati della popolazione. Tanto più fu alimentata dalla reazione del potere ai suoi ultimi scritti, in cui il premio Nobel criticava severamente il potere dei nuovi oligarchi e la decadenza della Russia contemporanea. Inoltre aveva appoggiato la Chiesa ortodossa esprimendo sentimenti fortemente patriottici e condannando nel 1999 i bombardamenti della Nato in Serbia nella guerra dei Kosovo, paragonandoli a quelli di Hitler.

Soltanto dopo il 2000 Solzhenitsyn si era in parte riconciliato con il suo paese incontrando per la prima volta il presidente Vladimir Putin. Gran parte della sinistra nel mondo invece "non si è riconciliata" con Solzhenitsyn, respingendolo per le sue idee conservatrici, e liquidando quindi in blocco la sua opera, che rimane invece fondamentale per conoscere l'orrore dell'universo concentrazionario staliniano, e che è importante anche nella storia della letteratura sovietica grazie ai primi due grandi romanzi.

 

Non è il primo caso in cui un grande scrittore va giudicato per la sua opera e non per le sue idee: da Balzac e Dostojevskij a Vargas Llosa, non mancano gli esempi di autori approdati per ragioni diverse a ideologie conservatrici o reazionarie. Sarebbe assurdo metterli in una specie di "indice dei libri" da respingere, non meno di quanto è stato sbagliato esaltare scrittori mediocri per "meriti politici".

Casomai va capito l'itinerario che ha portato Solzhenitsyn dalla speranza alla disperazione. Lui stesso l'ha espresso nel 1974, nell'introduzione a un libro collettivo dal titolo significativo, Voci da sotto le macerie (pubblicato in Italia da Mondadori solo nel 1981), con queste parole inquietanti:

"Da decenni, non un problema, non un evento importante della nostra vita ha dato luogo a un dibattito libero e aperto che ci consentisse di approdare a una corretta valutazione dell'accaduto e delle possibili vie d'uscita. Tutto veniva ucciso sul nascere, tutto restava allo stato di frantumi caotici non assimilati; nulla si curava del passato, né, di conseguenza, del futuro. Intanto, sempre nuovi eventi si accumulavano, franavano pesantemente, fiaccando in noi ogni forza – e voglia – di discernimento."

In quegli anni il regno della grande menzogna preparava l'inevitabile crollo non solo di uno Stato che sembrava potentissimo, ma dell'intero movimento comunista. Come stupirsi che Solzhenitsyn e tanti altri come lui, che avevano iniziato con sinceri propositi di autoriforma del sistema, siano stato travolti dalle macerie di quel crollo, che in parte avevano previsto, e non siano riusciti a darne una interpretazione convincente?

Antonio Moscato

(Liberazione, 5 agosto 2008)



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