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Udry, il saccheggio della Grecia

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Grecia – Il debito, la resistenza sociale

e la crisi politica

Introduzione di Charles-André Udry a un articolo di Sotiris Martalis

 

 

Anche se scritti qualche giorno fa, l’articolo di  Sotiris Martalis e l’introduzione di Charles-André Udry usciti sul sito svizzero A l'encontre presentano un quadro interessante della frenetica attività dei capitalisti europei impegnati nel saccheggio del patrimonio greco e dei tentativi di resistenza di una piccola parte della sinistra. Utili come promemoria per valutare il voto del 6 maggio… (a.m. 5/5/12)

 

 

Mercoledì 4 aprile 2012, poco prima delle 9 del mattino, in Piazza Syntagma (Piazza della Costituzione) – di fronte al Parlamento greco – un farmacista in pensione, Dimitris Kristulas, si è suicidato. In tasca, un messaggio: «Il governo […] ha letteralmente azzerato le mie possibilità di sopravvivenza, basate su una pensione decente per cui ho versato personalmente (senza contributo dello Stato) per tutta la vita. Essendo ormai arrivato a un’età che non mi consente di reagire in modo dinamico (senza per questo escludere che se un greco avesse imbracciato un kalachnikov non sarei stato il secondo), non riesco a trovare altra soluzione che una fine dignitosa, prima di cominciare a frugare nella spazzatura per mangiare. Penso che un giorno i giovani senza futuro impugneranno le armi e che impiccheranno i traditori in piazza Syntagma, come hanno fatto gli italiani con Mussolini nel 1945 (in Piazzale Loreto a Milano [dopo la fucilazione a Dongo])».

Quel mercoledì sera, centinaia di persone si sono radunate intorno all’albero dove quell’uomo si era ucciso. Al di là del simbolo, si trattava di un gesto politico. Secondo il politologo Giorgios Delastik: «Quest’uomo non è un pazzo. Ha deciso di uccidersi di fronte a tutti, in questa piazza dove qualche mese fa manifestava insieme agli “Indignati”. I pensionati si ritrovano con una pensione miserevole e sono strangolati dall’austerità, ma non hanno la forza di urlare la loro rabbia» (Le Figaro, 6-4-2012). La lettera di Dimitris Kristulas paragona l’attuale governo al «governo Zolakoglu», il Primo ministro collaborazionista durante l’occupazione [generale al comando dell’armata greca della Macedonia occidentale, nel 1941, violando gli ordini superiori, era entrato in contatto con i tedeschi per trattare la resa - ndt]. Un cartello spillato all’albero denuncia «Lo ha assassinato la Giunta dei prestatori» (Le Monde, 6-4-2012), stabilendo il nesso tra, da un lato, i creditori e l’esercito di funzionari come «specialisti finanziari» che impongono la legge di coloro che rappresentano (al di là del sistema di difesa personale che qualcuno possa costruirsi) e, dall’altro lato, la Giunta militare al potere tra il 1967 e il 1984. Un idraulico quarantottenne, Haris Anastasiadis, venuto a deporre fiori, punta il dito verso il Parlamento: «Sono quelli che stanno là dentro che lo hanno ucciso.  E ci stanno per uccidere tutti» (International Herald Tribune, 6-4-2012). Sicuramente, nel paese ci sono parecchie altre grida di rabbia diverse. Rabbia, determinazione a darsi da fare e, a volte, disperazione possono impadronirsi dello stesso individuo.

Una cosa è sicura: la guerra di classe, condotta all’insegna dell’“aiuto alla Grecia” – in realtà aiuto alle banche, ai fondi di investimento finanziario, alle società di assicurazioni e un test per la crociata delle classi dominanti in Europa, i cui tratti diventano sempre più chiari in Portogallo, in Spagna, in Italia e altrove – provoca, come tutte le guerre, feriti gravi,, traumatizzati, invalidi permanenti, morti.  Il ministro greco della Sanità riferisce di un 40% di suicidi in più nei primi cinque mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2011, si sono data la morte 450 persone : una cifra inconsueta. Secondo la polizia, i suicidi o tentati suicidi accertati dal 2009 alla fine del 2011 ammontano a 1.730, mentre il tasso di suicidio in Grecia era uno dei più bassi d’Europa. Anche un epidemiologo di infima qualità sospetterebbe un nesso tra la brusca e multiforme distruzione sociale in atto e questi gesti di «distruzione» individuali. I/le pensionati/e con un reddito medio di 550 euro mensili e con spese sanitarie di 150 euro – quanto deve spendere un/a pensionato/a che soffra di una malattia cronica una volta sparita l’esenzione per l’acquisto di farmaci – non godono di una «disponibilità di reddito» molto elastica. Un esempio: per un litro di latte, che costa 1,5 euro in Grecia (pari a 1,80 franchi svizzeri, mentre in Svizzera ne costa, 1,15) (El País, 6-4-2012). L’Iva sui beni di base è al 18% ed è destinata ad aumentare. Un insegnante delle secondarie che aveva uno stipendio di 1.200 euro nel 2010, se lo è visto ridurre a 850 nel 2011 e nel maggio 2012 arriverà all’“altezza” di 600 euro. Ora solo affitto e le spese più elementari gliene richiedono almeno 400 (The Guardian, 5-4-2012).

La purga imposta alla popolazione greca in nome del pagamento del debito pubblico – che, del resto non è pubblico ma il prodotto: della detassazione dei redditi elevati, dell’evasione fiscale,[1] delle spese in armamenti e polizia, di quelle legate a grandi opere fonti di monumentale corruzione (Olimpiadi 2004), manipolazioni legali degli investimenti greci ed europei sul «mercato del debito» greco, ecc. – non suscita l’entusiasmo di certi personaggi delle finanze. Perlomeno di quelli meno inclini a voler fare dell’«esempio greco» il modello economico da seguire puntigliosamente, eccezion fatta della sua incontestabile dimensione di test politico-sociale rispetto al «grado di accettabilità sociale da parte di una popolazione». Ad esempio, il britannico Chris Probyn, economista capo e direttore del fondo americano State Street Global Advisors – 1.400 miliardi di attivi istituzionali su scala mondiale, con il Pil (prezzo di mercato) greco di 230 miliardi di euro nel 2010 – manifesta un po’ di scetticismo. È vero che aveva svolto in passato una funzione analoga all’USB (Unione delle Banche Svizzere) di New York. Alla domanda postagli dalla giornalista del mensile francese di Enjeux les Echos (aprile 2012): «La Grecia rimarrà nell’eurozona?», risponde: «Per il 2012 dovrebbe  farcela ma, considerata la portata del suo debito, una crescita molto debole e la mancanza di competitività, niente garantisce che possa rimanerci a più lungo termine. Le riforme strutturali – privatizzazioni e restringimento del campo del servizio pubblico – sono idee buone, ma i loro effetti tardano a farsi sentire e cominciano agli inizi ad aggravare le cose prima di migliorarle. È un po’ come se si dicesse a un malato già in agonia che se ne aggraverà ulteriormente la condizione prima che guarisca. Morire guariti è forse ragionevole?». Alla replica, la giornalista reagisce così: «Eppure si tratta della ristrutturazione del debito pubblico [tassi di sconto del valore nominale delle obbligazioni] più importante della storia. Come mai non basta?». E Chris Probyn obietta: «La Grecia, in qualche modo, si vede offrire  un’ultima occasione per rimanere nella zona euro: ma le condizioni poste e l’austerità imposta sono tali da poterne compromettere le probabilità di riuscita. Occorrerebbe infatti che qualcuno firmasse un assegno alla Grecia che le permettesse di ridurre il debito quanto prima possibile a un livello sostenibile, e cioè il 90% del Pil – invece del 120% all’orizzonte del 2020 secondo il piano attuale – per riuscire a massimizzare le sue possibilità di restare nell’eurozona, visto che è quel che tutti sembrano volere […]. Dunque, qualcuno, da qualche parte, deve firmare quell’assegno […]. Perché funzioni, bisognerebbe che i tedeschi, gli italiani, i Belgi, i francesi, ecc. smettessero di pensare prima a se stessi e poi all’Europa, ma pensassero se stessi da europei provenienti gli uni dalla regione Germania, gli altri dalla regione Francia, ecc.». In altri termini, questo operatore finanziario pone il problema di un elevato bilancio comune dell’Unione Europea, di una certa corresponsabilità rispetto ai debiti, di rilevanti trasferimenti di bilancio, di una Banca centrale europea (BCE) che svolga il ruolo di prestatore in ultima istanza, che cioè monetizzi il debito, che faccia quindi come la FED, la banca centrale degli Stati Uniti. Un percorso che implica una combinazione di controriforme sociali e legali con profondi sconvolgimenti istituzionali che alcuni, a «sinistra», propongono: coloro che accettano che il debito pubblico sia pubblico, che non lo si debba denunciare e che pagarlo richieda terapie di austerità – che certo occorre ammortizzare – per salvare il «sistema finanziario» e rafforzare la competitività dei paesi dell’UE in questa grande e lunga battaglia che costituisce le specificità del riallineamento dei rapporti di forza tra i «centri di accumulazione» su scala mondiale.

Le privatizzazioni costituiscono il pezzo forte delle misure orchestrate dalla Trojka. Allo scopo è stato istituito il Fondo greco di sviluppo degli attivi, posto sotto la direzione di un ex banchiere, Costas Mitropulos, L’obiettivo fissato dall’UE: raccogliere una cinquantina di miliardi di dollari vendendo a investitori privati proprietà, concessioni o partecipazioni nelle imprese. Costas Mitropulos rivela al quotidiano svizzero Le Temps, il 7-4-2012, parte del suo curriculum vitae: «Da parte mia, dirigevo la banca di investimenti Eurobank EFG Equities, proprietà del gruppo Latsis, con sede a Ginevra». Il proprietario del gruppo, Spiro J. Latsis è il figlio del grandissimo armatore greco John Latsis, che aveva scelto Ginevra come sua prima residenza. Sono noti i legami di Spiro Latsis con José Manuel Barroso, anche se, sulla scala sociale, Barroso si colloca a un gradino inferiore, dopo una breve carriera di maoista in Portogallo. L’essenziale sta altrove. Costas Mitropulos lavora a stretto contatto con la Trojka, il che sta ad indicare lo stretto nesso tra “ristrutturazione del debito», politica di austerità e privatizzazioni. Il processo di privatizzazioni è solo alla sua prima fase. Costas Mitropulos rivela al giornalista del Temps: «È già pronta una nuova fase di cessioni. Siamo pronti a collocare sul mercato sei beni: l’ex aeroporto di Hellenikon, ad Atene; una licenza per la lotteria nazionale; un centro commerciale di prima classe; importanti campi da golf e casinò nelle isole di Rodi e Corfù; la compagnia nazionale del gas e il 35% della principale raffineria di petrolio del paese. Stiamo anche preparando la messa in vendita del 29% della Società greca dei Giochi, del 49% di quella nazionale delle Ferrovie, del 59% della Posta greca… Il resto dell’elenco, credetemi, è impressionante e dovrebbe suscitare grande interesse. In tutti i campi chiave, la partecipazione statale sarà livellata al 34%. Venderemo concessioni autostradali, la società delle acque di Salonicco (la seconda città del paese), alcuni aeroporti, una dozzina di porti commerciali capaci di accogliere traghetti; 850 porti regionali; una quindicina di marine; Larco Nickel, la principale miniera di nichel in Europa, con un porto adiacente; operatori di crociere marittime, compagnie di trattamento rifiuti. Mi aspetto una forte richiesta per questi attivi». Egli mette inoltre in risalto l’interesse delle concessioni, di fronte alle riserve suscitate fra gli investitori dalla situazione politico-sociale. Ad esempio, sottolinea: «Il vantaggio delle concessioni [per quanto riguarda le infrastrutture] sta nel fatto che limitano l’investimento per gli acquirenti. Dovranno pagare solo il diritto di gestire le infrastrutture, nel quadro di contratti a lungo termine che garantiranno la redditività». Sperando che «la pagina delle difficoltà politiche greche sia voltata», Mitropulos si compiace della vendita della «partecipazione [statale] nella Società greca dei Giochi [che] costituirà una principali operazioni al mondo nel settore». E soggiunge: «Due altri esempi: l’aeroporto di Hellenikon. Al centro di Atene, in riva al mare Egeo, costituisce il maggior complesso fondiario in vendita in una capitale europea. Quanto alla lotteria nazionale, che è una sezione del Ministero delle Finanze dal 1865, ci hanno già contattato due compagnie, una italiana e l’altra americana». Per rassicurare gli acquirenti, Mitropulos vanta i meriti dell’UBS e di Credit Suisse. La prima si occupa della cessione della compagnia del gas greca, la seconda si incarica della compagnia elettrica. Il banchiere d’affari rassicura i suoi futuri clienti sottolineando: «siamo un fondo indipendente incaricato delle privatizzazioni, ormai proprietario del 3% del territorio greco. Abbiamo un mandato triennale. Siamo protetti dalle interferenze politiche». Non si può che sperare che la mobilitazione sociale contro le molteplici violazioni della democrazia inflitti alla maggioranza della popolazione greca dall’alleanza tra la Trojka, il capitale finanziario internazionale e settori influenti della borghesia greca possa battere in breccia questi piani. E fornire così la dimostrazione che la democrazia non può esistere ed estendersi quando è sottoposta alla ferula della proprietà privata strategica e degli strumenti di potere che ne garantiscano il mantenimento e l’espansione.

Lo sciopero dei marinai (quelli che garantiscono i trasporti come i traghetti tra le tante isole e città come Atene o Salonicco) del 10 e 11 aprile 2012, come la lotta dei dipendenti dei trasporti o dell’elettricità speriamo possano respingere l’arroganza dei Mitropulos che si abbatte sulla Grecia, dopo la Cina o la Svizzera, passando per l’India o la Turchia.

L’articolo di Sotiris Mitralis [ora in traduzione e prossimamente sul sito] illustra il quadro delle battaglie sociali e politiche in corso in Grecia e le prove che deve affrontare la sinistra radicale.

(Segue. Traduzione di Titti Pierini)



[1] I greci facoltosi hanno fatto uscire da tempo dal paese somme molto rilevanti, valutate in circa 100 miliardi di euro. Non ricordiamo qui gli armatori con sedi ufficiali a Cipro, a Malta o in un altro paradiso fiscale. Tuttavia, i greci facoltosi, dopo aver soggiornato nel paradiso fiscale svizzero, diffidano. Secondo Athens News del 26-4-2012, i detentori di capitali nascosti in Svizzera li starebbero ritirando, in cerca di un altro porto tranquillo. Lo conferma il ministro greco delle Finanze, Filippos Sachinidis, sulla base del crollo dell’ammontare versato da Berna a titolo di imposta anticipata: 12 milioni di franchi nel 2009 e 7 milioni nel 2010 (Le Monde Diplomatique, 8 aprile 2012): Le interrogazioni dell’UE relative al «segreto bancario svizzero non incoraggiano i professionisti dell’evasione fiscale a mantenere la loro «residenza secondaria» in Svizzera. Ancora uno sforzo, signora Widmer Schlumpf! [Eveline Widmer-Schlumpf è il ministro elvetico delle Finanze. NdT).



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