Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Come si fa?

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Come si fa?*

Tecniche e prospettive di rivoluzione

Quando mi è stato chiesto di collaborare a un libro collettivo con un pezzo sul guevarismo, non avevo esitato ad accettare, nonostante due precedenti sgradevoli esperienze con Manni, una editoriale, un’altra politica, in Rifondazione. Cose passate, mi sono detto. L’idea è buona, lo schema inviatomi interessante, anche se mi lasciava perplesso l’eccesso di voci non essenziali, e l’insistenza sulle “tecniche”. Ma non dovevo essere io il curatore, e quindi pazienza se il libro risultava dispersivo.

In realtà mi sembrava impossibile ridurre Guevara a “due o tre paginette”, come chiedeva l’editore, a cui bastava “solo una ricognizione a volo d'uccello”. Avevo provato ad allargarmi un po’ senza successo, e alla fine era venuto fuori il testo breve che riporto in appendice. Potrete giudicare da soli, le parti ulteriormente tagliate sono evidenziate in giallo. Mi era stato annunciato “qualche taglio per ragioni di spazio e di uniformità con l'impostazione del volume (fondamentalmente le note, e i passaggi sulla ricezione del Che)”. Mi ero convinto: meglio di niente, in un tempo in cui Guevara è di nuovo dimenticato.

Ma mi sbagliavo. Prima di tutto ho scoperto che i tagli che avevano ridotto a cinque pagine e mezzo il mio testo non erano dovuti a ragioni di spazio, ma avevano quasi tutti un significato politico. Mi irritava anche che la stessa esigenza di concisione non fosse stata imposta ad altri autori, per giunta su temi a mio parere piuttosto lontani dal programma enunciato nel sottotitolo (la rivoluzione), che riempiono quasi la metà delle 250 pagine del libro. Questi testi non provo nemmeno a recensirli, dato che sono in disaccordo non con questa o quella affermazione particolare, ma con la loro impostazione generale: penso ad esempio ai saggi sul suicidio o sugli “effetti paradossali dell’infosfera”, o sui vantaggi del cosiddetto “hack-tivism” rispetto al vecchio e superato”attivismo”, o ancora sulle “forme di scambio alternative al denaro”, utili in tempi bui (come nell’Argentina del 2001-2003) ma poco probabili come “tecniche” per la rivoluzione… Sorvolo poi sulle lunghe poesie con cui il libro inizia e si conclude, anche perché in questo campo sono esigentissimo, e non mi sono mai fatto influenzare dai contenuti rivoluzionari (ad esempio ho sempre trovato decisamente brutti i versi del giovane Guevara e ho sempre lasciato nel cassetto i miei adolescenziali tentativi nerudeggianti…).

Invece vorrei intervenire su un saggio corposo di Valerio Monteventi, Lo sciopero, che mi è parso interessante e utile nonostante l’inizio un po’ velleitario: parte da tre scioperi recenti (del novembre 2011) dalle dimensioni e dall’esito diverso: uno a Oakland, l’altro di 7.000 lavoratori di Yucheng nel Guangdong (non facilmente percepibile in una provincia che ha 82 milioni di abitanti), e un terzo del pubblico impiego a Londra, interessanti certo come sintomi positivi ma che sarebbe pericoloso sopravvalutare senza domandarsi perché non hanno avuto seguito.

Si direbbe anzi che agli autori di questa raccolta il problema dei risultati, almeno in termini di organizzazione e continuità, appaia secondario rispetto al fatto che comunque ci si muova. Eppure gli arretramenti che ci sono stati nella coscienza delle masse, sinistra sedicente “radicale” inclusa, sono stati spesso legati a una serie di scioperi risultati inutili e costosi. Anche altre forme di lotta e parole d’ordine vengono esaltate senza domandarsi perché non hanno avuto uno sbocco positivo (ad esempio il Que se vayan todos nell’Argentina del 2002-2003, che ha portato al ballottaggio tra due peronisti…).

A parte questo preambolo un po’ troppo ottimistico sul presente, Monteventi fa poi una panoramica efficace di diversi scioperi importanti del passato, da quello del settembre 1904 in risposta a un eccidio di minatori in Sardegna, all’ondata di lotte nella Russia del 1905; dalla “Settimana rossa” del giugno 1914 all’ondata di occupazioni di fabbriche del 1919-1920. Passa poi a ricostruire gli scioperi del marzo 1943, correttamente anche se con qualche anacronismo dovuto all’accettazione della vulgata che retrodata l’inizio della resistenza armata e della formazione di brigate partigiane, e quelli del gennaio-marzo 1944, di cui coglie l’intreccio sia con la lotta armata urbana dei GAP, sia con le vere e proprie formazioni partigiane, che si rinforzarono e trasformarono come composizione sociale in seguito all’arrivo di molti giovani operai costretti a lasciare la fabbrica per sfuggire alla repressione dopo gli scioperi.

Ma qui il saggio presenta un salto sorprendente: si passa bruscamente dal 1944 al 1947-1949 e seguenti. La spiegazione è semplice, essendo basata su fonti di seconda mano di origine PCI, non c’è il minimo accenno a un bilancio dei risultati della resistenza e dei governi di collaborazione di classe. Tra il 1944 e il 1947 non ci sono scioperi da descrivere, perché quando si verificano vengono attribuiti a provocatori fascisti. Lo stesso era accaduto nel sud, dove solo nell’immediata vigilia della cacciata di PCI e PSI dal governo De Gasperi si era cominciato ad ascoltare il malcontento delle masse contadine, e a organizzare le prime occupazioni di terre. Nella prima fase, erano tutti provocatori, anche se con la tessera del PCI in tasca. Ma era tardi, ormai era difficile la sincronizzazione col nord operaio, in cui si era diffusa la demoralizzazione, che sarà accresciuta poi dalle delusioni elettorali del 1946 e del 1948. Monteventi si sofferma poi sugli scioperi bracciantili, compresi quelli che danno il titolo al paragrafo: gli “scioperi alla rovescia”, che realizzano “dal basso” opere pubbliche necessarie come la riparazione di vecchie strade dissestate, costruzione di argini di fiumi e canali, reti fognarie, ecc. Iniziative non rivoluzionarie, ma stroncate come tali da una ferocissima polizia “Celere”. Erano spesso coronate dal successo perché dopo la fase di ottusa repressione (che culminò nel febbraio del 1956 nella detenzione per mesi del sociologo Danilo Dolci, definito “sedicente digiunatore, intruso agitatore e sobillatore di masse”) subentrava una correzione in senso riformista, che riconosceva un certo numero di giornate di lavoro ai partecipanti agli “scioperi a rovescio”.

Ma qui c’è un altro salto: nessun accenno al poderoso sussulto, con lo sciopero generale del 14 luglio 1948, assolutamente spontaneo, di enorme forza e con caratteristiche insurrezionali in diverse regioni, dopo l’attentato a Togliatti, e neppure alle giornate del luglio 1960 contro il tentativo di un centrodestra guidato da Tambroni. Si passa direttamente alla rivolta di Piazza Statuto a Torino nel 1962, ricostruita efficacemente su materiali dei “Quaderni rossi”, e poi all’Autunno caldo, di cui sfugge però completamente la complessa dialettica interna al nuovo sindacato unitario dei consigli, che forzò la mano alle confederazioni. [Su questo si veda non solo Cento … e uno anni di FIAT ma anche il mio Come si arrivò al ‘68, la cui prima parte può essere utile anche per un confronto con la lettura del ’68 fatta in un altro paragrafo da Bifo, che a mio parere sopravvaluta il ruolo di studenti e intellettuali, perché si basa sulla ricostruzione più diffusa e accettata, che ignora la lunga strada percorsa da straordinarie lotte aziendali già due anni prima dell’esplosione della lotta generale.]

Tornando a Monteventi, mi sembra spiegato il rapporto tra l’orientamento dell’Assemblea nazionale delle “avanguardie operaie” del Palasport di Torino (26 e 27 luglio 1969) e la formazione delle piattaforme di metalmeccanici e chimici, che avvenne in quegli stessi giorni. A quell’Assemblea, “storica” per l’area dell’Autonomia perché al suo interno si definì la rottura tra Lotta Continua e Potere Operaio, io ho partecipato prendendomi un bel po’ di fischi quando accennai al fatto che i giochi non erano conclusi, e che i famosi “obiettivi operai” potevano anche essere ripresi – come avvenne - dalla burocrazia sindacale più accorta. Tra le pagine 6 e 9 del mio articolo citato sopra c’è una ricostruzione dettagliata di quella fase. Ma quasi caricaturale è la ricostruzione di come la burocrazia sindacale fronteggiò la comparsa dei primi consigli, e che riecheggia la diffidenza dei gruppi estremisti che allora ripetevano “siamo tutti delegati” e rifiutavano di partecipare alle elezioni eccezionalmente democratiche dei delegati su scheda in bianco.

Il resto del saggio di Monteventi è più deludente: la lotta alla FIAT si ferma stranamente al 1979, col licenziamento dei 61 operai (definiti da Adalberto Minucci “il fondo del barile”); era la premessa dell’attacco generale sferrato l’anno successivo e che portò agli eroici 35 giorni, ma di essi non si parla. E quindi non c’è nessuna spiegazione dell’ampiezza di quella lotta, delle ragioni della sua sconfitta, nessuna demistificazione delle leggende sulla marcia dei “quarantamila”, e delle responsabilità del PCI di Berlinguer. Come per il vuoto sul bilancio dei governi di unità nazionale del 1944-1947, sembra che queste lacune possano essere attribuite a una probabile più o meno consapevole dipendenza da fonti agiografiche del PCI o della CGIL. Il saggio si conclude poi con un pot pourri di lotte di vario genere in Europa, che non aiuta minimamente a capire perché riappaiono in alcune situazioni e in altre no, e quindi come identificare le famose “prospettive di rivoluzione” annunciate nel sottotitolo. Casomai questa parte finale anticipa l’eclettismo del resto del libro, che spazia dal mio sfortunato “guevarismo” alla “resistenza non violenta”, dal Cordobazo al Teatro Valle, dal baratto a Buenos Aires alla falsificazione di biglietti ferroviari fotocopiati in un epoca in cui i controllori sui treni per Londra erano evidentemente ancora assai ingenui… Insomma anche per quanto riguarda le “tecniche”, la promessa non sembra mantenuta.

*COME SI FA. Tecniche e prospettive di rivoluzione

a cura di Franco Berardi Bifo e Valerio Monteventi (Collana “Sollevazioni” – Manni Editori – Lecce).

Saggi di Franco Berardi Bifo, Valerio Monteventi, Lucia Berardi, Arturo di Corinto, Tommaso De Lorenzis, Valerio Evangelisti, Andrea Gloppero, Antonio Moscato.

 

 

PS Sulle due precedenti “sgradevoli esperienze con Manni, una editoriale, un’altra politica, in Rifondazione” a cui ho accennato, non ho voluto insistere in questa sede, per non intasare il sito con antiche polemiche; ma chi volesse saperne di più può scrivermi a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e riceverà un paio di testi che chiariscono quel che era accaduto tra noi nel 1999 e poi nel 2005. Non spiegano naturalmente perché nonostante quelle esperienze mi sono fidato di nuovo: evidentemente sono un ottimista inguaribile, e non mi sembrava giusto rifiutare una collaborazione (ovviamente gratuita), a un libro in cui avrei riversato le mie idee sul Che, non condivise dai molti che lo hanno trasformato in un’icona. Mi dispiaceva che lo spazio assegnatomi fosse scarso, ma non riuscivo nemmeno a immaginare che ci potesse essere poi una censura così scoperta, con l’inverosimile spiegazione dello spazio insufficiente (in un libro di 256 pagine!)

(a.m. 12/5/12)

Appendice

Guevara e il “Guevarismo”

(I tagli redazionali dell’editore Manni sono evidenziati in giallo)

Poco dopo la sua morte Guevara fu praticamente dimenticato per quasi venti anni. A Cuba era celebrato solo come icona del “guerrigliero eroico”, nascondendo ai cubani e al mondo i suoi ultimi scritti, [dalla riflessione sull’esperienza africana ai giudizi severi sul sistema politico di quello che stava per essere definito il “socialismo reale”]. In America Latina al suo presunto “avventurismo” veniva contrapposta la “concretezza” e il “realismo” di Salvador Allende. L’8 settembre, un mese prima della morte, il Che aveva annotato sul suo diario:

“Un giornale di Budapest critica Che Guevara, figura patetica e, a quanto pare, irresponsabile, e saluta la posizione marxista del Partito comunista cileno che assume atteggiamenti pratici di fronte alla pratica. Come mi piacerebbe arrivare al potere, solo per poter smascherare i codardi e i servi di tutte le specie e strofinargli il muso nelle loro porcherie”.

Di Guevara si diceva allora che aveva portato alla morte tanti giovani, ma con lui erano andati a combattere (e morire) in Bolivia poche decine di militanti ben consapevoli del rischio che correvano, nel terribile isolamento in cui erano stati lasciati da chi avrebbe dovuto assicurare la rete di sostegno urbano, il partito comunista boliviano. Pochi anni dopo, nel 1973, il golpe del generale Augusto Pinochet (nominato capo delle forze armate proprio da Allende, come Kornilov era stato scelto da Kerenski) doveva dimostrare che il “realismo” di Allende era costato molto di più, e aveva portato alla morte migliaia di cileni.

Pochi sapevano che più di dieci anni prima di quella tragedia, nel 1962, Guevara aveva detto che probabilmente in alcuni paesi come il Cile i partiti di sinistra potevano anche vincere elezioni democratiche, ma si sarebbero trovati di fronte alla reazione inevitabile delle classi dominanti e dei loro strumenti di dominio, l’esercito e la chiesa. Che avrebbero fatto? Rinunciare al programma che aveva fatto vincere le elezioni, deludendo una parte dei propri sostenitori, o prepararsi ad affrontare i golpisti armando il popolo? Il partito socialista di Allende e soprattutto quello “comunista” di Corvalán preferirono assicurare fino all’ultimo che non c’era nessun pericolo, e che l’esercito cileno era il più democratico dell’America Latina. [A eterna loro vergogna, e onore alla lungimiranza di Guevara, non “guevarista”, ma semplicemente marxista!]

[Ma il fascino delle belle canzoni degli Inti Illimani e il peso degli apparati riformisti in tutto il mondo impedirono di ricavare la lezione necessaria da quella tragedia. Anzi, al contrario, il PCI ne trasse la conclusione sciagurata di cercare a ogni costo l’intesa con la DC, il “compromesso storico”. La stessa che aveva portato Allende alla presidenza, e che gli aveva fornito l’alibi per rifiutare le pressioni della base impaziente del suo stesso partito. Così lo slogan “El pueblo unido jamás será vencido” finirà insieme al “No pasarán” in un repertorio retorico commovente che impediva ogni possibile riflessione].

Per “riscoprire” Guevara bisognò aspettare il 1987, quando Fidel Castro, che era stato responsabile del lungo ridimensionamento del pensiero di Guevara (e della mancata pubblicazione dei suoi scritti più importanti, fino al 2006!), celebrò il ventesimo anniversario della sua morte con un famoso discorso il cui tema ricorrente era “Se Guevara vedesse Cuba oggi, si scandalizzerebbe”. Cos’era successo? Fidel Castro aveva intuito prima di tutti gli altri dirigenti comunisti (proprio grazie al Guevara rimasto inedito, anche se non lo diceva), che l’URSS della perestrojka andava verso il crollo. E cominciò nel 1986 il suo sganciamento dall’Unione Sovietica con la rectificación de errores, poi rimasta a mezza strada per la resistenza della burocrazia.

La riscoperta di Guevara portò a uno straordinario, perfino eccessivo, entusiasmo per la sua figura, diventata ormai mito: si pubblicarono migliaia di libri, di cui pochi seri e troppi [indecentemente] copiati l’uno dall’altro per ritagliarsi una fetta di mercato; ovviamente non contribuirono alla comprensione del suo apporto reale al movimento rivoluzionario mondiale.

[A parte qualche raro caso di denigrazione preconcetta e ideologica, quasi tutti erano sostanzialmente apologetici e quindi poco utili. Ma ci sono almeno quattro grandi biografie esaurienti e rigorose, che sono sostanzialmente concordanti nella ricostruzione della sua vicenda, nonostante il diverso orientamento degli autori, tra cui spicca perfino un ex guerrigliero pentito, Jorge Castaňeda, che poco dopo sarebbe diventato il ministro degli Esteri del Messico nel governo del presidente di destra Vicente Fox. Ad esse rimando.[1]]

[Dopo quel fatidico 1987], alcuni lo riscoprirono come teorico della guerriglia, senza che ciò servisse molto in Italia, dato che Guevara aveva sistematizzato l’esperienza cubana (che era casomai da definire più correttamente “castrista”) pensando ai paesi con una maggioranza di contadini senza terra del suo continente, e non all’Europa, il cui proletariato gli appariva schiacciato definitivamente dal peso degli apparati riformisti, ormai controrivoluzionari, e comunque disponibili a contrattare le briciole offerte dai rispettivi imperialismi. [Mi sono sempre domandato come il Che avrebbe reagito all’esplosione del “maggio francese”, dell’Autunno caldo italiano, e magari ai consigli operai della primavera di Praga…]

Ma l’essenziale era la lezione politica che accompagnava e orientava i suoi scritti teorici sulla guerriglia: Guevara ha spiegato bene che l’esperienza cubana era iniziata prima che fossero raccolte tutte le condizioni per il suo successo. [Le battaglie sicuramente perse, sono quelle che non si è osato tentare…]

Al tempo stesso aveva sottolineato, riferendosi all’America Latina, che era pericolosa l’imitazione degli aspetti esteriori dell’esperienza cubana, o addirittura la teorizzazione che si potesse fare a meno di un partito che sostenesse con la lotta urbana la guerra di guerriglia, inevitabilmente contadina. A Cuba tra il 1956 e il 1959 non si chiamava “partito”, ma esisteva un robusto surrogato: la rete del movimento 26 luglio, a cui si sarebbe unita nella fase finale una parte significativa del ben strutturato Partido socialista popular.

Forse l’aiuto più valido di Guevara ai futuri guerriglieri era rappresentato non dal suo dettagliatissimo manuale La guerra de guerrillas (ristampato anche recentemente da Mondadori col titolo di Guerrilla), ma dalla descrizione fedele e senza reticenze dell’esperienza della Sierra Maestra, Pasajes de la guerra revolucionaria, scritta a caldo (a puntate) subito dopo la vittoria, ma lontanissima dai toni apologetici di altre cronache di guerre rivoluzionarie. Il Che non nasconde nulla, descrive anche i momenti di panico per insegnare a superarli, e racconta di come lui stesso nelle prime battaglie abbia avuto incertezze e abbia dovuto mettersi in salvo con una ritirata precipitosa. Ricostruisce in una pagina bellissima persino l’episodio del cucciolo che si è unito ai guerriglieri ma rischia di farli scoprire con i suoi guaiti, e deve essere soppresso: il Che ne ha sofferto, ma non ha nascosto l’episodio, necessario per spiegare la durezza di una lotta per la sopravvivenza. Come non ha esitato a ricostruire alcune esecuzioni di uomini che al margine della guerriglia avevano compiuto rapine o stupri, descrivendo il suo rammarico per non aver avuto altra scelta, in un momento in cui la guerriglia era ancora troppo debole per poter gestire dei prigionieri, e per poterne tentare la riabilitazione.

Molto sobria poi la ricostruzione della straordinaria battaglia di Santa Clara, l’unica in tutta la storia delle guerre rivoluzionarie ad essere vinta sul campo da poche centinaia di guerriglieri male armati, contro diverse migliaia di soldati trincerati in caserme e appoggiati da un treno blindato di ventidue vagoni. Una vittoria possibile grazie a un fattore politico e umano: l’appoggio totale della popolazione, che arrivò ad abbattere le pareti divisorie tra le case, per consentire ai guerriglieri di sbucare all’improvviso in un punto più vicino alle caserme. Guevara invece tace del suo ruolo personale, che pure fu come altre volte essenziale, per la genialità strategica e soprattutto la forza dell’esempio. Della battaglia, in cui fu anche ferito, ricorda con commozione soprattutto la perdita di alcuni giovanissimi ed indisciplinati combattenti che avevano formato un “Plotone suicida”.

Un serio problema riguarda la guerriglia in Bolivia: come è stato possibile che il Che non abbia applicato i criteri che aveva minuziosamente teorizzato? [Il problema se lo è posto in un libro anche il generale Gary Prado, che catturò il Che nella Quebrada del Yuro. Ma le spiegazioni ci sono, e sono tutte politiche.] In Bolivia non mancavano le condizioni oggettive per un successo, come si vide già nel 1970 quando si manifestò una grave crisi del gruppo dirigente che portò al governo progressista di Juan José Torres, sostenuto dalla Comune di La Paz. In una nota del 14 luglio Guevara aveva commentato le notizie sulle prime manifestazioni della crisi politica raccolte con la piccola radio di cui disponeva: Il governo si sta disintegrando rapidamente. Peccato non avere 100 uomini in più in questo momento.

Isolato com’era non poteva saperlo, ma intuiva che di uomini ce ne erano migliaia, nelle miniere e nella università, che volevano unirsi alla lotta, senza poterlo fare perché il partito comunista boliviano, che aveva avuto da Cuba il compito di organizzare i contatti e i rifornimenti, aveva interrotto tutti i collegamenti lasciando solo Guevara in quella zona semidesertica che egli aveva accettato per il primo addestramento, ma in cui, una volta che era stato costretto a combattere perché localizzato, era impossibile qualsiasi reclutamento.

A monte c’era stato un errore politico del Che, che aveva accettato la scelta di Castro, che aveva cominciato l’avvicinamento all’URSS e aveva attaccato maoisti e trotskisti, particolarmente forti in Bolivia; una scelta che aveva reso inevitabile appoggiarsi sul solo PCB [filosovietico] per la rete di sostegno.

Anche per questo, penso che da Guevara possiamo ricavare altri insegnamenti più utili di quelli legati alla sola teorizzazione e pratica della lotta guerrigliera. Ad esempio è importante la sua severa riflessione sui limiti dei movimenti di liberazione africani, fatta al termine della sua partecipazione alla spedizione cubana in Congo (che non aveva organizzato lui, ma il governo cubano, e a cui si era unito per necessità solo tre giorni prima della partenza per l’Africa). E soprattutto è preziosa la sua critica al Manual de economía política de la Academia de las Ciencias de la URSS, in cui smontava il cosiddetto “marxismo-leninismo” sovietico, osservando che aveva ben poco a che fare con il marxismo [(e con Lenin, di cui fu sistematico anche se non acritico lettore)].

Guevara non fu un grande teorico, [un innovatore del marxismo paragonabile a Lenin, Trotskij o Rosa Luxemburg,] ma un paziente ricopritore del marxismo. Non è poco, e non fu facile in un’epoca in cui il marxismo era stato stravolto, canonizzato e prostituito prima dalle socialdemocrazie, poi dai partiti comunisti stalinizzati. E fu straordinario essersi posto il problema dell’involuzione di quel sistema dapprima all’interno di esso, poi tirando le conclusioni e lasciando il potere per ricominciare daccapo, alla luce dell’esperienza fatta a Cuba. Facendoci riscoprire un principio che era in origine di tutti i marxisti: la verità è rivoluzionaria. Guevara lo ha applicato in modo semplice: diceva sempre quello che pensava, faceva quel che diceva…

Antonio Moscato



[1] Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza, Il Saggiatore, Milano 1997 e 2004, nuova edizione riveduta e ampliata

Jon Lee Anderson, Che. Una vita rivoluzionaria, Baldini e Castoldi 1997 (nuova traduzione, Fandango, Roma 2009)

Jorge Castaňeda, Compaňero. Vita e morte di Che Guevara, Mondadori, Milano 1997

Pierre Kalfon, Il Che, una leggenda del secolo, Feltrinelli, Milano 1997

Segnalo anche alcuni miei libri, tra cui uno, Che Guevara, Storia e leggenda, apparso prima da Teti, poi da Demetra-Giunti, ma ormai introvabile, e Il Che inedito. Il Guevara sconosciuto anche a Cuba, Ediz. Alegre, Roma, 2006. Credo utile anche la mia Introduzione a Guevara: gli altri diari di Bolivia, Roberto Massari edit., Roma, 1998 (l’Introduzione è quasi un libro a sé, di cento pagine).

 



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