Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> La poco gloriosa storia del KKE

La poco gloriosa storia del KKE

E-mail Stampa PDF

La poco gloriosa storia del KKE

 

L’attenzione del dibattito politico italiano è concentrato sulla Grecia, anche se si sono un po’ ridimensionati i toni terroristici sulla “catastrofe imminente”. L’Europa dei banchieri ha ammorbidito il tono: se la Grecia fa fallimento, o rifiuta di pagare parte del debito come hanno fatto, senza inconvenienti, Ecuador e Argentina, a essere nei guai saranno le banche tedesche, francesi, italiane che hanno fornito i crediti. Ai greci d’altra parte non c’è più niente da togliere, ormai. E la minaccia di non fornire altri crediti non spaventa chi, come Syriza, ha già denunciato che i nuovi crediti dell’Europa servirebbero soprattutto a “indennizzare” gli strozzini che hanno creato l’enorme debito grazie alla complicità degli ultimi tre governi greci. Praticamente si fermerebbero nelle banche europee responsabili del disastro, senza neppure entrare in Grecia. Come era avvenuto nel XIX secolo col debito dell’Egitto. Sul sito ho riportato la magistrale ricostruzione di Rosa Luxemburg di quella vicenda: Rosa L. sul debito

Per la sinistra che combatte il “debito odioso” anche in Italia, la svolta politica in Grecia con l’affermazione della sinistra e la possibilità di un suo governo offre grandi possibilità, soprattutto se si capisce che dalla crisi si esce ricostruendo un fronte comune anticapitalista in Europa, non uscendo dall’Europa o dall’euro.

Ma ho letto anche recentemente ingenue esaltazioni della “gloriosa storia” del KKE da parte di aree neostaliniste, che continuano a riprendere le dichiarazioni settarie di questo partito, che ha rifiutato perfino di incontrare il leader di Syriza, Alexis Tsipras. Come ha sottolineato l’articolo di Christos Kefalis, Syriza in gioco, il KKE ha avuto ed ha ancora oggi molti militanti combattivi e tenaci, ma li indottrina con testi di Stalin o apologetici dello stalinismo, che naturalmente ricostruiscono la storia del partito presentandola come una ininterrotta serie di vittorie, e li contrappone settariamente al resto della sinistra, presentata sempre come pronta al tradimento. Un metodo che serve all'autoglorificazione, ma non a incidere sulla profonda crisi economica, sociale e anche politica della Grecia. Ho pensato utile quindi stralciare da un capitolo di un mio libro, inserito sul sito come scritto a se stante col titolo Rivoluzione e guerra civile in Grecia), tutta la seconda parte, che comincia con le conseguenze della tattica applicata durante l’occupazione di Atene, dopo il proditorio attacco delle truppe britanniche del 3 dicembre 1944. Per capire le caratteristiche del KKE, in un momento in cui (giustamente) Syriza continua a riproporre un fronte unico delle sinistre anche a questo anacronistico partito... (a.m. Aggiornamento al 16/5/12)

 

 

 --------------------------------------------------

 

[…] I comunisti greci si trovarono in gravissime difficoltà: avevano creduto di evitare lo scontro accettando per ben tre volte nel corso del 1944 accordi che subordinavano la resistenza al comando britannico e al re (Plaka, 29 febbraio; Libano, 20 maggio; Caserta, 26 settembre). In realtà lo scontro risultò lo stesso inevitabile; fu perdente sul terreno militare, perché nei giorni successivi al massacro del 3 dicembre fu lasciato nelle mani di giovani combattivi e furenti, ma inesperti, mentre 40.000 armati delle sei divisioni partigiane del centro-nord, dotati di un armamento non trascurabile e di una notevole esperienza, non vennero neppure avvicinati ad Atene. Per due ragioni, entrambe criticabili: per una sottovalutazione della posta in gioco, e per non rinunciare all'inveterata abitudine di sterminare i concorrenti. Così il 19 dicembre, mentre ad Atene continuavano le scaramucce ma si rinsaldava il controllo britannico, le forze dell'ELAS attaccavano l'EDES di Napoleon Zervas nell'Epiro, riuscendo a distruggere la principale forza della resistenza non comunista.[1]

 

 

 

3. Il ruolo dell'URSS

 

 

Abbiamo già ricordato come Churchill apprezzasse il contributo dato da Stalin alla sua politica. In effetti, proprio nel momento centrale dello scontro ad Atene era giunto un messaggio di Dimitrov da Mosca che in­formava i comunisti greci che, nel quadro della situazione internazionale, ogni aiuto ai comunisti greci era impossibile e li consigliava ad abbando­nare la loro intransigenza e a ricercare una soluzione "elastica" alla crisi. L'effetto fu un notevole disorientamento dei combattenti comunisti, che facilitò la riconquista della strada tra Atene e il Pireo da parte delle forze britanniche, e spinse Churchill a recarsi ad Atene per cogliere con tempestività i frutti dei primi successi.

Churchill giunse ad Atene il 25 dicembre insieme a Eden, Macmillan e Alexander. Dedicò la prima giornata a un colloquio con l'arcivescovo Damaskinos, che aveva sospettato di simpatie per l'EAM e di cui verificò invece la fermezza anticomunista, e che quindi accettò come reggente al posto di un re fortemente screditato per il suo passato filonazista.

Il giorno successivo ai colloqui venne ammessa una rappresentanza dell'EAM, composta esclusivamente da comunisti, che avevano creduto bene di escludere dalla delegazione i socialisti e le personalità indipendenti. Tra le forze dell'ELAS si era sparsa la voce che la venuta di Churchill rappresentasse un riconoscimento del valore e della forza dei combattenti, e probabilmente tale ipotesi del tutto infondata era condivisa dai rappresentati del PCG, che si presentarono all'incontro con la richiesta irrealistica dell'assegnazione della metà dei seggi ministeriali, tra cui quelli chiave degli Interni e della Giustizia, e dei sottosegretariati alla Difesa e agli Esteri.

La richiesta ovviamente non fu accolta dalla controparte, rappresen­tata, oltre che dai britannici, dall'arcivescovo Damaskinos, da Papan-dreu e altri esponenti borghesi. Ai colloqui era presente anche il capo della delegazione sovietica Grigorij Popov. Dopo il fallimento della conferenza, Damaskinos assunse ufficialmente la reggenza, nominan-do come capo del governo il generale Plastiras, che aveva un passato repubblicano ed era stato presidente onorario dell'EDES ma attaccò i seguaci dell'ELAS con durezza ancora maggiore del suo predecessore Papandreu, definendoli «anarchici e banditi».

Che i sovietici non fossero neutrali in questo conflitto lo desumiamo da un episodio di estrema gravità, che certamente apparve come una pugnalata nella schiena ai combattenti dell'ELAS: l'URSS designò il 30 dicembre il suo ambasciatore ad Atene, riconoscendo in tal modo come pienamente legittimo un governo impegnato in una spietata lotta contro l'ELAS.[2]

 

 

 

4. La fuga da Atene

 

 

Il disorientamento seguito al fallimento della conferenza di Natale provocò il tracollo delle forze - come abbiamo visto giovani e militarmente impreparate - che avevano purtuttavia mantenuto il controllo di Atene per un mese. Prima di ordinare la ritirata da Atene, che ebbe inizio il 6 gennaio 1945, il comando dell'ELAS di Atene - che cominciava a coincidere con il solo KKE, anche se il distacco di socialisti e indipendenti diverrà pubblico solo parecchio tempo dopo - decise l'arresto e la deportazione di 15.000 cittadini disarmati, che furono trascinati come ostaggi nella penosa ritirata verso le zone monta­gnose del nord. Molti di essi perirono per il freddo e la fatica durante le lunghe marce. Secondo le forze governative il loro numero fu addirittura di 30.000, e sulla loro sorte furono diffuse voci che ali­mentarono per anni la propaganda anticomunista.[3]

Ma, indipendentemente dalle esagerazioni della propaganda antico­munista, l'episodio in sé era vero e contribuì a ridurre la popolarità che i comunisti si erano guadagnati durante la resistenza con la loro dedizione e combattività. La motivazione che tentò di giustificare la cattura degli ostaggi (la salvaguardia di 13.000 militanti e simpatiz­zanti dell'EAM-ELAS che gli inglesi avevano deportato a loro volta come ostaggi in campi di concentramento del Nord Africa) non ebbe presa sull'opinione pubblica mondiale, che aveva guardato con simpatia alla resistenza per molto tempo e si era ancora indignata per la repressione del 3 dicembre, ma che cominciò a mutare rapidamente atteggiamento. Lo stesso Quartier Generale dell'ELAS deciderà rapidamente di liberare la maggior parte degli ostaggi, tranne poche centinaia definiti criminali di guerra. Tuttavia 4.000 persone erano perite durante la marcia, tra cui molti vecchi o donne (gran parte degli ostaggi erano stati presi a caso nelle case della media e alta borghesia, indipendentemente da qualsiasi responsabilità personale).

D'altra parte, prima ancora della fuga e della deportazione degli ostaggi i dirigenti comunisti di Atene non avevano rinunciato al vecchio vizio stalinista di approfittare del momentaneo controllo della città per liquidare un po' di avversari. Tra essi, molte centinaia di sindacalisti indipendenti, di "archeomarxisti", e naturalmente di trotskisti.[4]

 

 

 

5. Un compromesso all'italiana

 

 

Dopo la sconfitta e il mutamento dell'atteggiamento dell'opinione pubblica greca e mondiale nei loro confronti, i comunisti greci tenta­rono ancora una volta la strada del compromesso. Nel febbraio 1945 firmarono quegli accordi di Varkiza, che prevedevano il disarmo delle formazioni partigiane, esattamente come quelli firmati a nome del CLNAI da Pajetta, Parri, Sogno e Pizzoni nel dicembre 1944 a Roma.[5]

Gli accordi di Varkiza sono anche più pesanti, perché entrano nel dettaglio della consegna delle armi e non danno niente in cambio. Ecco come li descrive il Kedros:

L'accordo di Varkiza prevede che l'ELAS consegnerà 41.500 fucili, 2.015 mi­tragliatrici, 163 mortai e 32 pezzi di artiglieria di ogni calibro. Preclude inoltre la partecipazione dell'EAM al governo e rinvia il plebiscito [sulla monarchia NdR] e le elezioni legislative a "calende" veramente greche. D'altra parte esso offre ai militanti dell'EAM e ai combattenti dell'ELAS un'amnistia disonorevole e poco efficace: il riferimento espresso ai "delitti comuni", che ne restano esclusi, permetterà infatti che tutti i partecipanti agli eventi di dicembre e tutti gli ex resistenti siano in futuro perseguiti per "delitti comuni" commessi [...] sotto l'occupazione.[6]

Le conseguenze saranno le stesse che in Italia: chiunque ha preso una capra o un vitello per sfamare un reparto partigiano può essere pro­cessato come ladro o rapinatore, tanto più che i giudici sono al 95% gli stessi che sono stati formati, scelti e promossi durante la dittatura di Metaxas, come in Italia sono al 95% fascisti e comunque reazio­nari. Le differenze sono due: in Italia è un ministro della Giustizia comunista, Togliatti, ad assumersi la responsabilità di ricostituire una feroce magistratura di classe che applicherà appunto l'amnistia assol­vendo fascisti e collaborazionisti e incarcerando partigiani mentre in Grecia i comunisti sono esclusi da subito dal governo (gli effetti non sono tuttavia tanto diversi); in Grecia la miserabile borghesia com­pradora locale (a parte quel settore meno miserabile, ma che realizza in gran parte i suoi affari all'estero, costituito dagli armatori) non ha la forza economica e quindi la pazienza per sopportare una fase "democratica" e di collaborazione di classe con i comunisti a cui non vuole e non può concedere briciole. È una borghesia analoga a quella jugoslava, ugualmente aggrappata alla monarchia retrograda ed as­servita allo straniero: gli esiti diversi non dipendono tanto dall'orien­tamento delle classi dominanti ma dalla strategia e dalla tattica dei comunisti dei due paesi.

La minore drammaticità dell'esito italiano rispetto a quello greco è invece legata alla diversa forza che ha la borghesia imperialista italiana, che può concedere qualcosa per ripagare il PCI per il suo contributo alla restaurazione, sia pur preparandosi alle vendette che a partire dal 1947 getteranno fuori delle fabbriche gli operai che hanno salvato gli impianti dalle distruzioni naziste, e per tutti gli anni Cinquanta perseguiteranno partigiani e semplici militanti proletari e contadini con la galera o con il piombo (della Celere scelbiana o della mafia).

In Grecia, appunto, le vendette cominciano subito dopo Varkiza e sono spietate: i giudici ex collaborazionisti fanno arrestare dai poliziotti (reclutati a loro volta tra i membri dei Battaglioni di Sicurezza creati dai nazisti) gli ex combattenti, incriminandoli perfino per latrocinio per avere riscosso le imposte per conto del PEEA[7] o per omicidio per l'uccisione di un bulgaro o di un tedesco delle forze di occupazione!

È questo che spinge una parte dei partigiani a diffidare, a nascondere le armi, a "ritornare in montagna". Le armi le nascondono in parecchi, ma i depositi vengono in gran parte scoperti. Chi tenta di prepararsi a una nuova resistenza viene sconfessato pubblicamente e abbandonato alla spietata vendetta del regime.

Anche qui troviamo una differenza sostanziale rispetto all'Italia. In Italia fino al 1946 gli arresti e le condanne di partigiani sono abba­stanza circoscritti e legati in genere a episodi cruenti successivi alla liberazione. Anche in Italia ci furono subito alcuni tentativi di ripren­dere le armi, soprattutto nell'estate 1946, ma furono circoscritti e per il momento disinnescati dalla mediazione dei più prestigiosi coman­danti partigiani. L'unica sentenza clamorosa fu la condanna a morte (già nel l945) di tre partigiani di Schio per l'esecuzione senza processo di 51 fascisti che stavano per essere liberati dal locale carcere. «L'Unità», va ricordato, aveva subito incolpato i «troschisti», e in un commento dell'edizione romana aveva chiesto «pene severissime», scontrandosi con una vivace protesta partigiana che si rifletterà sulle pagine delle edizioni settentrionali dello stesso giornale.[8]

In Grecia il caso più terribile e tragico è quello di Aris Velouchiotis, il più popolare e originale dei grandi comandanti partigiani, e probabilmente il più capace di essi. Aris era stato tra l'altro il comandante delle formazioni del Peloponneso, e deputato nel Consiglio nazionale del PEEA. Subito dopo Varkiza aveva rifiutato di consegnare le armi e si era rifugiato nelle montagne dell'Epiro e poi della Tessaglia con un centinaio di fedelissimi.

Nel maggio giunge ad Atene su un aereo britannico il vecchio segre­tario del KKE Zachariadis, che era stato deportato dai tedeschi a Dachau. Velouchiotis spera che porti un cambiamento di linea e una sconfessione degli accordi di Varkiza, e scende fiducioso ad Atene. Il 14 giugno viene invece definitivamente condannato come avventurista e scissionista. Aris, sconvolto, ritorna in montagna; ma ora è quasi solo e braccato spietatamente dalle forze repressive e dalle bande di terroristi fascisti che le affiancano. Il 16 giugno viene accerchiato e cade in combattimento (o si uccide, secondo altri). La sua testa viene esposta a lungo sulla piazza di Trikkala insieme a molte altre. I suoi avvertimenti vengono ignorati, la sua linea bollata di infamia (sarà "riabilitato" solo nel 1974!).[9] Intanto, in poco più di un anno, tra gli accordi di Varkiza e le elezioni del marzo 1946, 1.289 persone sono state assassinate, 6.671 ferite gravemente, 31.632 torturate e 84.931 arrestate.

Le elezioni del 1946 rivelano la portata della catastrofe. Il KKE deci­de assurdamente di boicottarle, ma l'astensionismo non raggiunge neppure il 40%, di cui presumibilmente una parte considerevole è fisiologico e non dovuto alla campagna dei comunisti. Questo è quello che pensa comunque il nuovo governo, decisamente spostato a destra dopo il voto, che inasprisce quindi la repressione.

Il partito che ha sconfessato Aris, d'altra parte, comincia a capire tardivamente gli errori compiuti, ma anziché correggerli li aggrava. Intraprende la prima azione armata assaltando un commissariato alle porte di Atene esattamente la notte prima delle elezioni, ma senza rivendicarla (lo farà solo un anno dopo, riducendo ulteriormente la sua credibilità).

Il KKE comincia ad autorizzare dieci nuclei armati sulle montagne a partire dall'aprile 1946, pur continuando a sconfessarli pubblicamente e a proclamarsi fautore della lotta legale. Grande è il disorientamento dei militanti periferici e di buona parte di quel milione e mezzo di ex aderenti all'EAM che hanno perso i contatti per la repressione, ma anche perché dopo Varkiza l'EAM come organismo unitario ha praticamente cessato di esistere. La repressione è spietata. Da luglio sono cominciate le fucilazioni di ex partigiani. In settembre c'è una nuova scadenza elettorale, il plebiscito sulla monarchia. Ancora più assurda della decisione di boicottare le politiche del marzo è quella di riconoscere la legalità di questo referendum che si svolge in un clima di terrore. La monarchia, che nessuno voleva nell'estate del 1944 ed era stata talmente impopolare che il re aveva rinviato sempre il rientro in patria, ottiene un incredibile 68% di voti contro il 32% per la repub­blica. La guerra civile strisciante, che nessuno rivendica ma terrorizza la popolazione, ha fatto il miracolo, completato sicuramente dai brogli.

A questo punto soltanto il KKE comincia a pensare sul serio alla lotta armata, pur continuando a lungo a fare dichiarazioni legalitarie, lasciando per giunta la maggior parte dei militanti - compresi molti dei migliori ufficiali dell'ELAS - nella legalità, col risultato di facilitare i rastrellamenti governativi, che riempiono di deportati le isole più desolate come al tempo di Metaxas.

La lotta armata - che poteva appoggiarsi su una larga base di massa nell'estate e nell'autunno del 1944, quando i tedeschi erano in fuga e gli inglesi non avevano la possibilità di intervenire (Churchill riporta decine di sue lettere di quel periodo per implorare l'invio di reparti inglesi che invece non erano disponibili, date le difficoltà del fronte italiano), e che non è stata neppure organizzata utilizzando tutto il movimento partigiano in risposta all'attacco premeditato del dicembre 1944 - viene invece programmata a freddo quando il consenso popolare è ridotto al minimo, e i combattenti più lucidi e generosi come Aris Velouchiotis sono morti o sono relegati nei reclusori delle isole dell'Egeo.

Di errori se ne faranno altri e più gravi, e tutti non legati alla scelta di una "strategia rivoluzionaria" come ipotizzano i tardivi difensori di Togliatti, ma alla squallore culturale e politico degli uomini che Stalin ha messo alla testa del KKE come della maggior parte degli altri partiti comunisti.

Inoltre il migliore dei comandanti partigiani, Markos Vaphiadis, è sospettato forse a torto di legami con Tito, che nel corso della guerra civile è diventato nella propaganda stalinista un "trotzko-nazista". Certo Markos ha assimilato l'esperienza jugoslava e vorrebbe basare la forza del nuovo esercito popolare in primo luogo sulla mobilità guerrigliera, mentre Zachariadis è ossessionato dall'esigenza di pro­clamare un governo provvisorio su un po' di territorio comprendente almeno una cittadina relativamente importante, e sperpera gran parte delle forze in attacchi insensati a piazzeforti ben difese da un esercito regolare che è stato potentemente riarmato e inquadrato da consiglieri USA, subentrati ai britannici dopo la vittoria laburista. L'esercito democratico di Zachariadis comunque deve cedere dopo poche ore o pochi giorni ogni località conquistata, pagando l'effimera conquista con perdite che superano nettamente il reclutamento, anche perché non riceve rinforzi e armamento pesante.

Il conflitto tra i due dirigenti non appare pubblicamente, ma Markos verrà allontanato per "motivi di salute" nell'agosto 1948 e inviato in Albania (lungo la strada sfuggì fortunosamente a una misteriosa im­boscata notturna da parte di una pattuglia del suo stesso esercito), per poi essere condannato pochi mesi dopo come «avventurista, frazioni­sta e trozkista» per avere tentato di formulare alcune sensatissime critiche alla linea scriteriata di Zachariadis.

Nella sconfitta finale dei comunisti greci pesò certo la controversia tra Stalin e il partito jugoslavo, giacché Tito, che aveva sostenuto abbastanza generosamente la lotta (senza riflettere troppo sul fatto che arrivava troppo tardi per avere la benché minima speranza di vittoria) fece chiudere le frontiere nel luglio 1949. Tra le ragioni pesò la speranza di conciliarsi l'Occidente, non meno che il timore che le formazioni comuniste greche, dopo la liquidazione di Vaphiadis rigorosamente cominformiste, potessero partecipare a uno dei numerosi tentativi di sovversione e di assassinio dei dirigenti jugoslavi organizzati da Mosca.

Ma ad onore dei comunisti jugoslavi va ricordato che ancora, nel maggio 1949, quasi un anno dopo la scomunica del Cremlino e in un clima di pesante isolamento, il delegato jugoslavo all'ONU aveva dichiarato che il suo paese avrebbe sostenuto la guerriglia greca anche se l'URSS aveva deciso di abbandonarla.

L'Unione Sovietica in realtà non aveva mai sostenuto realmente i comunisti greci, ma aveva solamente lasciato ad essi le redini al­lentate perché dessero un po' di fastidio alla Gran Bretagna e so­prattutto consentissero di usare propagandisticamente la repres­sione nei loro confronti per "giustificare" il regime di terrore in­staurato nelle "democrazie popolari". "Ciascuno fa quel che crede nella sua area", era la logica sottesa ai modesti accenni sovietici al caso greco in sedi internazionali, a partire dall'ONU.

Gli aiuti militari sovietici in cui Zachariadis sperava non arrivarono mai. Sappiamo d'altra parte da varie testimonianze che Stalin si era espresso con fastidio e brutale cinismo nei confronti dei comunisti greci, ad esempio negli incontri con le delegazioni jugoslave poco prima della rottura (a cui non fu estraneo il progetto di federazione balcanica va­gheggiato da Tito e Dimitrov, e in cui avrebbe dovuto trovare posto la Grecia liberata e comunque una Macedonia riunificata).

Ecco ad esempio una testimonianza di Milovan Gilas, confermata con parole analoghe dallo stesso Kardelj, su un colloquio del gennaio 1948:

Poi Stalin parlò della rivoluzione greca: "La rivoluzione greca deve cessare". "Voi credete", chiese rivolgendosi a Kardelj, "nel successo della rivoluzione greca?".

"Se l'intervento straniero non crescerà di proporzioni", rispose Kardelj, "e se non si commetteranno gravi errori militari e politici".

Stalin non tenne nessun conto dell'opinione di Kardelj: "Se, se! No, non hanno nessuna prospettiva di successo. Credete forse che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti - gli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo - vi permetteranno di spezzare la loro linea di comunicazione nel Mediterraneo? Figuriamoci. E non abbiamo una flotta. La rivoluzione greca deve essere troncata, e al più presto possibile".[10]

Paradossalmente, nel 1948, Stalin aveva qualche ragione nel sottolineare la possibilità di un ancor più massiccio intervento USA. Va detto che per la stessa ragione aveva considerato folle la strategia di Mao Tsedun in Cina, sbagliandosi clamorosamente.

Il vero problema è tuttavia che un intervento quasi certo nel 1948 in un paese piccolo e isolato, non era altrettanto certo nel 1944, un anno in cui le forze alleate erano duramente impegnate nella guerra con una Germania non ancora sconfitta, e nel 1945, quando le truppe americane furono percorse da un forte movimento democratico che puntava al ritorno immediato a casa. Non lo era soprattutto tenendo conto che a muoversi in una dinamica oggettivamente rivoluzionaria erano contemporaneamente molti paesi, anche molto importanti (tra l'altro, la caduta del fascismo aveva rinvigorito l'opposizione a Franco, che si preparava a insorgere convinta che le "democrazie" non avrebbero consentito la perpetuazione del regime messo in piedi con l'aiuto di Hitler e Mussolini).

E che la minaccia di un intervento straniero non sia automaticamente determinante lo conferma il successo dei comunisti in Jugoslavia, un paese per cui gli accordi di Mosca tra Stalin e Churchill nell'ottobre 1944 consideravano ugualmente impossibile una prospettiva sociali­sta; lo confermerà anche successivamente Cuba e, nonostante il tragi­co isolamento denunciato da Ernesto "Che" Guevara, il Vietnam.

 



[1] EDES: Ethnikos Demokratikos Ellenikos Sundesmos, Unione Nazionale Greca Democratica, la principale formazione di resistenza non comunista, originariamente repubblicana e democratica anche se al termine della guerra si schiererà con il re.

[2] Un precedente significativo di questo comportamento si era avuto in Italia col riconoscimento del governo Badoglio da parte dell'URSS il 14 marzo 1944, pochi giorni prima dell'arrivo di Togliatti e della "svolta di Salerno", mentre la maggior parte degli antifascisti e lo stesso Partito comunista osteggiavano giustamente il tentativo trasformista del maresciallo Badoglio, che avrebbe dovuto casomai essere processato per i crimini di guerra compiuti in Libia e in Etiopia e per la lunga complicità col fascismo.

[3] Tra l'altro furono diffuse fotografie di cadaveri mutilati orrendamente, che in realtà erano del tutto estranei alla guerra civile. Cfr. G.Vaccarino, op.cit., p. 222.

[4] Secondo Chiclet, i trotskisti uccisi furono 400; tra i più noti per una lunga milizia ricorda Nikos Aravantinos, Kostas Charitonidis, Dimostenis Vourzoukis, e i due avvocati D. Bellias e N. Venetsanos. Christofle Chiclet, Les communistes grecs dans la guerre, l'Harmattan, Paris, 1987, p. 119.

[5] L'analogia è sostanziale. Il punto cruciale dell'accordo di Roma è la clausola quarta, che stabili­sce che all'atto della creazione del governo militare alleato, il CLNAI «farà cessione a tale Governo di ogni autorità e di tutti i poteri di governo e di amministrazione precedentemente as­sunti» e che «tutti i partigiani passeranno nel territorio liberato alle dipendenze dirette del co­mandante alleato, ed esaudiranno qualsiasi ordine dato da lui, o dal Governo militare alleato in suo nome, compresi gli ordini di scoglimento e di consegna delle armi». La specificazione era sintomatica. In cambio di questa ed altre pesanti concessioni, la resistenza non ottiene neppure il riconoscimento formale delle funzioni di governo assunte in Alta Italia, ma solo un contributo finanziario di 160 milioni di lire... Cfr. al proposito Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. V: La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino, p. 444. Il testo originale dell'accordo, in lingua inglese, è riprodotto in Verso il governo del popolo. Atti e documenti del CLNAI 1943-1946, A cura di Gaetano Grassi, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 213-215.

[6] A. Kedros, op. cit., p. 539.

[7] PEEA: Politiki Epitropi Ethnikis Apeleutherosis, Comitato Politico di Liberazione Nazionale.

[8] Antonio Moscato, Sinistra e potere. L'esperienza italiana 1944-1981, Sapere 2000, Roma, 1983, pp. 26-27.

[9] La vicenda di Velouchiotis è affascinante, ma rimarrà per sempre oscura per molti aspetti. Egli si era infatti premurato di seppellire in un campo il suo archivio personale, che fu tuttavia trovato dopo la sua morte e bruciato per i nove decimi dal generale Katsotas. La parte residua, come tutti gli altri archivi della guerra civile, sono stati però definitivamente distrutti al momento della caduta del governo di Andreas Papandreu: l'accordo contro natura che portò per un breve periodo a un governo di unità nazionale tra la destra di Karamanlis e il KKE ebbe infatti tra le sue clausole la distruzione di quegli archivi, ipocritamente presentata come «pacificazione nazionale».

[10] Milovan Gilas, Conversazioni con Stalin, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 186-187. Cfr. anche la ricostruzione di quel periodo nel capitolo su Lo "spirito di Jalta", in Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca (1939-1981), Lacaita, Manduria-Bari, 1988, pp. 21-34.



You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> La poco gloriosa storia del KKE