Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La tenacia dei greci

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La tenacia dei greci sbugiarda i “tecnici”

La Grecia, come l’Italia, aveva avuto la disgrazia di un ceto politico così squalificato che è stato necessario affidare il governo a presunti “tecnici” dell’economia e della finanza internazionale, da noi Mario Monti, lì Lucas Papademos.

Questo metodo di affidare le vittime dello sfacelo economico e del folle indebitamento ai loro carnefici, cioè a chi di quel disastro è stato tra i primi responsabili, in Grecia è già fallito. Da noi, nonostante il peso di un presidente che molti italiani - per loro scarsa esperienza politica e per l’accettazione passiva di una pressoché unanime pressione mediatica - consideravano una “alta autorità morale”, l’operazione sta ugualmente fallendo. E se ne sono viste le prime avvisaglie nelle elezioni del 6/7 maggio, almeno in parte dell’Italia.

Finora c’era stata un’unanimità di tutti i principali esponenti del ceto politico italiano nel “condannare” i greci, accusandoli della stessa colpa che addebitavano incessantemente ai propri sudditi: sarebbero “vissuti al di sopra delle loro possibilità”. Non era vero, per noi e per loro, anche se lo era invece per questi predicatori moralisti che tagliavano le pensioni da 1.000 euro lorde, avendone in molti casi una da 12.000 nette, oltre alle molteplici indennità e vitalizi. Tutti preconizzavano le più terribili sciagure alla Grecia se non si fosse piegata definitivamente ai diktat dei capi dell’alta finanza che da Bruxelles parlano a nome dell’Europa.

Ricordiamo che al delinearsi di un sussulto di dignità e di moralità in Giorgio Papandreu, che aveva proposto un referendum sulle misure di austerità, tutti in coro avevano gridato che era una follia. Chiedere alle pecore portate al macello se sono contente evidentemente non si può, quindi sopprimiamo la democrazia… Così Papandreu, che pure non era così encomiabile come appare stamattina in un articolo per altri versi interessante di Barbara Spinelli, è stato messo da parte nel suo stesso partito, e poi sostituito alla testa di un governo di coalizione da Papademos, l’equivalente greco di Monti, con grande soddisfazione dell’Europa e degli squallidi politicanti italiani dei tre schieramenti, e scarso gradimento dei suoi cittadini.

Ovviamente il voto del 6 maggio, con l’emergere in Grecia di Syriza, una forza di sinistra radicale ma non settaria ed estremista, ha preoccupato non poco chi sente vacillare il proprio potere, anche perché vede aumentare il discredito dei presunti “tecnici” a cui aveva affidato il nostro paese. E dopo un martellamento di qualche giorno sull’inevitabile “caos in Grecia”, e sulla catastrofe imminente in quel paese, c’è stata una parziale svolta. La convocazione obbligata di nuove elezioni da cui, grazie al premio di maggioranza previsto per il partito che ottiene più voti, potrebbe uscire decisamente rafforzata Syriza, non più liquidabile con il miserabile argomento delle dimensioni (come se il malgoverno dell’Italia e della Grecia fosse attribuibile ai piccoli partiti, e non alle grandi forze che si sono alternate al governo, insultandosi, ma collaborando a garantire una sostanziale continuità) ha portato le stesse autorità di Bruxelles ad ammorbidire i toni, e a rimangiarsi le minacce di “espulsione” della Grecia dall’Europa.

E anche molti commentatori italiani hanno smesso il ruolo di profeti di sciagure: Barbara Spinelli ha dato il tono a questo cambio di registro affermando che “può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l'articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c'è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell'austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all'orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras.” E ha aggiunto poi: “Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d'un suo fallimento. Sarà un fallimento d'Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione. L'Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d'indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell'economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.” L’articolo della Spinelli è questo.

L’atteggiamento di Barbara Spinelli non è isolato: anche Mario Deaglio, che  è in genere un commentatore intelligente, ha ricordato su “La Stampa” che “quando si concedono finanziamenti «sbagliati» a Paesi che non sono in grado di restituirli, l’errore viene commesso da due parti, non solo dal debitore ma anche da chi concede il prestito”. Le virgolette sulla parola «sbagliati» lascia pensare che in realtà si pensi che non sia stato davvero un errore…

Ma ammettiamo che lo sia. In ogni caso, aggiunge Deaglio, “non si vede perché quest’errore debba ricadere solo sul Paese debitore, ossia sulla parte normalmente più debole in questo tipo di transazioni, e non invece suddivisa tra quanti hanno sbagliato, ossia tra debitori e creditori in base a qualche criterio che non sia puramente finanziario”. Deaglio prosegue ricordando che “imporre alla Grecia (e forse domani ad altri Paesi) di pagare i debiti nei tempi stabiliti può significare una condanna di questo Paese – e domani forse di altri in Europa e altrove – a lunghi periodi non solo di incertezza ma perfino di povertà. Occorrerebbe considerare che un debitore esoso può attirare su di sé un risentimento molto maggiore di quello che si attira un nemico vincitore in guerra e che un simile risentimento è pericoloso per gli stessi creditori non solo sul piano civile ma anche su quello finanziario. Non bisogna dimenticare, infatti, che, quando il deficit pubblico si azzera, il manico del coltello passa dal creditore al debitore. Non dovendo richiedere risorse aggiuntive, il debitore si rinforza mentre il creditore si indebolisce: il debitore potrebbe infatti decidere di ritardare la restituzione del debito o ridurre gli interessi sotto il livello pattuito. Una severità eccessiva nei confronti del debitore che non ce la fa rischia di porre le basi di risentimenti dai quali potrebbero sorgere nuovi, e più forti, motivi di instabilità. Nella storia i casi di questo genere sono piuttosto frequenti (i tedeschi dovrebbero rammentare che il risentimento contro le riparazioni di guerra successive alla Prima guerra mondiale spianò la strada a Hitler) ma – si sa - nelle scuole alle quali si formano gli attuali uomini della finanza la storia non ha certo il posto d’onore.” Per leggere il resto, qui

Ecco spiegato l’arcano: la più lucida borghesia italiana ed europea comincia a capire che è impossibile imporre una medicina così distruttiva a quello sventurato paese: oltre un certo punto non si può andare; tanto più se un eventuale governo delle sinistre costruito intorno al successo di Syriza fosse capace di denunciare il debito seguendo l’esempio della civilissima e concreta denuncia di esso fatta a livello anche teorico dall’Ecuador, e nella pratica dalla stessa Argentina. E non c’è modo di evitarlo se a un certo punto “il manico del coltello passa dal creditore al debitore”… D’altra parte cosa si potrebbe spremere ancora dai greci?

Insomma, c’è meno propaganda e più realismo. Anche Paul Krugman (che nel 2008 ha ottenuto il premio Nobel per l’economia, ma giustamente non esibisce il titolo, forse per non trovarsi in cattiva compagnia) ha espresso più volte un’opinione sulla crisi che smonta la presunzione dei governi dei banchieri.

L’ha esposta ad esempio sula Repubblica” del 15 maggio 2012, ricordando che “uno dei personaggi dell'intramontabile film Ombre rosse (1939) è un banchiere, Gatewood, che ai suoi sottoposti propina una lezione sui mali di Big Government, l'interventismo statale, in particolare della regolamentazione bancaria. A un certo punto Gatewood esclama: «Come se noi banchieri non sapessimo come amministrare le nostre banche!». In seguito, più avanti nel film, scopriamo che Gatewood taglia la corda dalla città, portando via una bisaccia piena zeppa di bigliettoni che ha sottratto indebitamente.” Una storia esemplare, che ricorda quella di Jamie Dimon – presidente e amministratore delegato di JP Morgan Chase (anche se Krugman aggiunge sornione che forse non ha in mente nulla del genere). Ma certo Dimon assomiglia a quel Gatewood per i suoi “discorsini su come lui e i suoi colleghi sanno perfettamente quello che stanno facendo e non hanno certo bisogno che il governo stia loro col fiato sul collo. Di conseguenza, nello sconvolgente annuncio da parte della JP Morgan di essere riuscita a bruciare chissà come due miliardi di dollari circa, in un tentativo infruttuoso di intrallazzi finanziari, ci sono un bel po' di giustizia divina e una fondamentale lezione comportamentale da apprendere.”

La JP Morgan, sostiene peraltro di aver perso miliardi e di essere rimasta ugualmente in attivo, tanto da poter pagare oltre 20 milioni di buonuscita a Ina Drew, responsabile della divisione investimenti (che si è dimessa dopo due anni di lavoro…) Vicende scandalose, degne del banchiere di “Ombre rosse”. È facile domandarsi però: in queste follie della grande finanza che c’entra la Grecia, la vittima a cui assurdamente è stata finora attribuita la responsabilità di essere la causa di tutti i mali?

Paul Krugman, sempre su “la Repubblica” del 13 maggio 2012, non si era limitato ad attaccare pesantemente gli economisti che non vogliono prendere coscienza della natura della crisi, ma aveva fatto un accenno agghiacciante a una possibile via di uscita da questa.
“Su The American Economic Review ho letto un saggio autorevole in cui si spiegava esaurientemente come l'elevato tasso di disoccupazione del Paese avesse profonde radici strutturali e non fosse suscettibile di essere risolto in tempi brevi. La diagnosi dell'autore era che l'economia americana, semplicemente, non sarebbe abbastanza flessibile per affrontare il rapido cambiamento tecnologico. Il saggio era particolarmente critico nei confronti di programmi come il sussidio di disoccupazione che, si sosteneva, in realtà danneggia il lavoratore perché riduce l'incentivo a trovare una soluzione”. Una polemica tra economisti? No. Infatti precisa subito dopo:
“C'è una cosa che non vi ho detto: il saggio è del giugno 1939. Soltanto qualche mese dopo sarebbe scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e gli Usa - sebbene non ancora entrati in guerra - avrebbero iniziato a organizzare un vasto programma di riarmo, accompagnato da forti incentivi fiscali su una scala commisurata alla gravità della recessione. E, nei due anni successivi alla pubblicazione di quell'articolo sull'impossibilità di creare rapidamente posti di lavoro, il tasso di occupazione del settore non agricolo americano sarebbe cresciuto del 20%: l'equivalente di 26 milioni di posti di lavoro di oggi”.
Beh, devo ammettere che ci avevo pensato spesso anch’io, ben sapendo che l’uscita dalla crisi grazie al New Deal è sostanzialmente una favola. Se ne è usciti, come conferma Krugman, con la guerra. Sarà un caso che i governi "tecnici" in Italia e in Grecia hanno messo un militare alla testa del ministero della Difesa? E c’è da avere i brividi a pensare ai preparativi di aggressione all’Iran, o di “invasione umanitaria” della Siria, o altri ancora in cui per giunta l’Italia è sempre più direttamente coinvolta. E come non collegare ai venti di guerra anche l’inasprimento delle misure repressive in Italia e in gran parte dei paesi europei, tra cui l’uso dell’esercito per ordine pubblico, con la gentile e spontanea collaborazione dei proclami roboanti e delle “azioni esemplari” di un pugno di “anarchici”?

Di questo bisognerà riparlare: come lo stolido terrorismo degli anni Settanta, che sperperò presto quella simpatia conquistata in certi ambienti operai grazie ad alcune azioni “pedagogiche”, questo ha già ottenuto alla sua prima azione importante di far scioperare gli operai di Finmeccanica “contro il terrorismo”. Un bel risultato…

Naturalmente Krugman non caldeggia affatto la guerra come soluzione, ne ha solo evocato lo spettro all’orizzonte citando quel testo del 1939. Per ora polemizza con altri economisti, come gli “strutturalisti”, che “affermano (…) che dovremmo concentrarci non sulle soluzioni rapide ma su quelle di lungo termine - sebbene non sia chiaro in cosa dovrebbe consistere una politica di lungo termine, al di là del fatto che essa comporta l'imposizione di sacrifici a carico dei lavoratori e dei meno abbienti. Più di ottanta anni fa, John Maynard Keynes conosceva già questo tipo di persone. «Ma questo lungo termine», scriveva, «è una guida fuorviante per i problemi che abbiamo davanti. Sul lungo termine saremo tutti morti. Gli economisti si danno un compito troppo facile e troppo inutile se nei tempi di bufera ci sanno solo dire che quando la tempesta sarà passata il mare tornerà ad essere calmo».”

“Vorrei aggiungere – conclude Krugman - che inventare ragioni per non fare nulla circa l'attuale disoccupazione non è solamente crudele e dispendioso, è anche una cattiva politica di lungo termine. Ci sono infatti prove sempre maggiori che gli effetti corrosivi di una disoccupazione elevata getteranno un'ombra sull'economia per molti anni a venire. Ogni volta che qualche politico o qualche esperto presuntuoso comincia a spiegare quanto il deficit sia un peso per le prossime generazioni, bisogna ricordare che il problema più grande che i giovani americani devono oggi affrontare non è il fardello di un debito futuro, ma la mancanza di posti di lavoro che impedisce a tanti laureati di iniziare la propria vita lavorativa”.

Non voglio sopravvalutare nessuna di queste prese di distanza dalle interpretazioni finora prevalenti sulla crisi, ma mi sembra che offrano uno spunto per rilanciare un’azione contro il pagamento del debito, che deve essere centrale nell’azione della sinistra, mentre ha finito per essere spesso quasi dimenticata o rimasta poco più che un logo per una nuova aggregazione politica. La lotta contro il debito, articolata quanto si vuole, proponendo una moratoria per arrivare a una scomposizione del debito e rafforzare moralmente e politicamente il rifiuto di pagare quello evidentemente “odioso” (ad esempio quello legato a spese militari, superprofitti dei supermanager di Stato, investimenti avventati in derivati, ecc.), sarà essenziale per il governo che Syriza potrà tentare di costruire dopo le elezioni del 17 giugno. Nessuno può sapere se riuscirà ad arrivare a un primo successo, tanti sono gli ostacoli esterni (il settarismo del KKE, l’opportunismo di Sinistra democratica, la feroce ostilità di quanto rimane del gruppo dirigente del PASOK), ed interni (Syriza è una coalizione abbastanza recente ed eterogenea, e la sinistra greca ha grandi tradizioni di litigiosità), ma in ogni caso da quella tribuna parlamentare la tematica della denuncia del debito illegittimo uscirà rafforzata. Bisogna che diventi un punto di riferimento per la sinistra in Italia e in Europa, che potrà così ricostruire intorno alla solidarietà con la resistenza greca quei legami internazionali (non burocratici o solo interparlamentari come quelli di un passato recente) che sono indispensabili per fronteggiare un attacco che non può essere affrontato in ordine sparso in ciascun paese.

(a.m. 16/5/12)



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