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Spagna, il salvataggio di Bankia

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Spagna, il salvataggio di Bankia

di Charles-André Udry

 

Dal giornale ticinese Solidarietà, organo del MPS riprendo questo documentatissimo articolo sulla crisi della banca spagnola Bankia, e sul suo salvataggio. La traduzione è della redazione di Solidarietà-Ticino. In appendice un testo - non tradotto - apparso ieri su Viento Sur - dei compagni spagnoli di Izquierda anticapitalista. (a.m.17/512)

 

 

La “pulizia delle banche” è, da qualche mese, uno dei veri test per il governo del Partito Popolare di Mariano Rajoy e dell’oligarchia spagnola, così come dei loro “partner” europei. Il settore bancario occupa un posto importante in Spagna, in seguito a un forte processo di concentrazione-centralizzazione e una transnazionalizzazione pronunciata dei suoi principali attori. A fine 2011, il bilancio delle banche si situa circa al 330% del PIL (Neue Zürcher Zeitung, 9 maggio 2012). La cosiddetta esposizione dei creditori (per l’essenziale banche) verso il settore della costruzione e dell’immobiliare si eleva a 338 miliardi di euro (405.6 miliardi di franchi), di cui da 176 a 184 miliardi sono “problematici”, secondo quanto dice la Banca di Spagna (Wall Street Journal, 8 maggio 2012; Les Echos, 8 maggio 2012; El Pais, 9 maggio 2012).

In altre parole: si tratta ufficialmente di prestiti “dubbiosi”; nel linguaggio corrente si parla di “persone dubbiose” parlando di costruttori e promotori immobiliari, gli ex-realizzatori di miracoli, ancora cinque anni fa. Sono inclusi allo stesso modo i beni immobiliari acquisiti dalle banche in seguito ai “mancati pagamenti”. Per capirci: dei salariati ai quali sono stati venduti degli appartamenti e che non possono più far fronte ai pagamenti degli interessi ipotecari, senza parlare nemmeno del rimborso del prestito principale. A decine di migliaia, questi “proprietari” sono stati espulsi dal “loro” appartamento… ma devono ancora rimborsare il loro debito, anche se viene un po’ “accomodato”.

È necessario ricollocare questo salvataggio delle banche in un contesto dove la caduta della produzione industriale – uno dei fattori che nutrono la disoccupazione, con i suoi effetti disastrosi sui redditi dei salariati e delle loro famiglie - continua da ottobre 2011 a dei tassi mensili (per rapporto all’anno precedente) oscillanti tra il -3% e il -7.5% (marzo 2012).

 

Il banchiere politico e il politico banchiere

Una dimensione del salvataggio delle banche è legata all’intricato rapporto tra questo settore e il potere dello Stato. Da diversi anni insistiamo sulla mutazione che si è operata nella gerarchia delle istanze governative e statali. Il primo posto è stato preso, dall’inizio degli anni 1980, dal ministero delle finanze e dalle banche centrali. Questo si è accentuato nel quadro dell’Unione europea (UE). Oggi, con la crisi del “debito pubblico” – che non è pubblico, bisogna ripeterlo, ma è quello del sistema bancario e assicurativo- si è imposta una sovrapposizione impressionante tra potenti banchieri e “tecnici governativi”. Fatto che spiega i Mario Monti (Italia), Lucas Papadémos (Grecia) o ancora Luis Guindos Jurado in Spagna. Nell’operazione di salvataggio del sistema bancario spagnolo questo tratto esce nettamente.

Rodrigo Rato, il dirigente di Bankia – la quarta banca del paese, frutto più che maturo del matrimonio di sette casse di risparmio, il cui avvenire è altrettanto dubbioso quanto l’unione è losca -, fornisce un’illustrazione di questa macchina. Nato nel 1949, da Ramon Rato e Aurora Figueredo è figlio di due ricche famiglie delle Asturie. Suo padre è stato ministro dell’economia e uno dei più grandi banchieri della Spagna (El Pais, 8 maggio 2012). Educato dai gesuiti, studierà all’Università Complutense di Madrid e alla Berkley. A trent’anni aderisce all’Alleanza popolare (AP), di cui sarà uno dei dirigenti, poi al Partito Popolare (PP), la formazione unificata creata dal franchista Manuel Fraga.

Da settembre 2003 ad aprile 2004, presiede il governo di José Maria Aznar, di cui è stato ministro dell’Economia da aprile 2000 ad aprile 2004. Lo era già stato dal 1996 al 2000, sempre sotto Aznar; avendo nel contempo la funzione di secondo vice-presidente del governo da maggio 1996 al 2003. Con queste funzioni, è stato il reggente della “bolla immobiliare” le cui esplosioni, di rimbalzo, hanno colpito anche Bankia.

In un primo tempo, ha condotto la sua carriera internazionale come “rappresentante” della Spagna presso la Banca mondiale (BM), della Banca interamericana dello sviluppo (BID), della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERD) o come rappresentante del ministero dell’Economia in seno all’UE. Prosegue la sua ascesa al FMI. In effetti, succederà come direttore generale al tedesco Horst Köhler della CDU, dopo un breve periodo di interim assunto dalla statunitense Anne Kruger (marzo-giugno 2004). R. Rato è stato incoronato il 7 giugno 2004 e dimissiona il 31 ottobre 2007. Si riciclerà rapidamente nella Banca Lazard a Londra, con due continenti come campo di battaglia, di cui conosce bene il terreno grazie alle sue attribuzioni precedenti: l’Europa e l’America latina.

Nel dicembre 2009, entra alla Caja de Madrid, della quale prende le redini nel gennaio 2010. Pochi mesi più tardi annuncia la fusione di questa entità, che planava su un cuscino di debiti ipotecari ipotetici e sospetti con delle altre casse esposte: Bancaja, Caja de Canarias, Caixa Laietana, e le Cajas d’Avile, de La Roja e de Segovia. Con la sfrontatezza propria alla sua casta – coperto dell’immunità che Dio accorda, senza limite di credito, ai veri suoi - scommette sulle sue reti e sul suo lustro per: sminare la bomba a orologeria costitutita dalla gestione clientelare di queste casse; stabilizzare la pila vacillante di prestiti ipotecari; far calare il silenzio sulle più misere entrate dei depositi dei risparmiatori. Così viene messo in campo il meccano Bankia (con una partecipazione dominante della Caja Madrid, 56.06% e di Bancaja, 37.7% e del Banco Financiero y de Ahorro (BFA). Inizio maggio 2012, Rodrigo Rato osava ancora affermare che nessun salvataggio da parte dello Stato era necessario; una sorte di proclama provocatorio nell’atmosfera di Kriegspiel che regna tra gli squali della banca e gli intrighi del governo Rajoy.

I “mercati” – gli investitori - non erano all’oscuro del fatto che l’esposizione degli attivi immobiliari non era stata neutralizzata dalle iniziative di Rato e dei suoi gregari. La chiusura del 20% delle agenzie era solo un “leggero” trucco, in termini contabili. Invece, in termini di posti di lavoro sarà licenziato il 16% del personale. Poi, un’operazione, giustamente chiamata di segregazione, è messa in campo ad aprile 2011. Traduciamo: uno smistamento e un’allocazione degli attivi più tossici sono effettuati presso la “casa madre”: la BFA. È stata costruita, sulla base di un sistema di mutualizzazione e di auto-protezione, nel dicembre 2010. Inizia a essere attiva nel gennaio 2011. Vi troviamo le cajas. BFA è l’azionista di maggioranza di Bankia. Quest’ultima non solo dispone di una rete in Spagna, ma è attiva a livello internazionale: Lisbona, Dublino, Milano, Londra, Monaco, Vienna, Pechino e Shanghai. Una carta da visita che non è sufficiente a rassicurare “i mercati”, al contrario. L’azione di Bankia, dal 2 agosto 2011 all’8 maggio 2012, è passata da 3.9 euro a 2.375, vale a dire una caduta del 39%. L’esposizione di attivi pattumiera di Bankia ammonta a 31.8 miliardi.

 

Deloitte accende la miccia

La miccia è stata accesa dalla società di audit Deloitte, una delle quattro grandi transnazionali di audit accanto a PricewaterhouseCoopers (PwC), Ernst&Young e KPGM. Deloitte dichiara la falla nel suo rapporto di audit (El Pais, 9 maggio 2012). In effetti nel bilancio 2011 di BFA è contabilizzata una partecipazione in Bankia per un valore di 12 miliardi di euro. Secondo il valore di mercato (il prezzo dell’azione alla Borsa), questa partecipazione è stimata a 2 miliardi. Una leggera differenza. Anche se, secondo le norme contabili in vigore e con il fatto che BFA non pensava di cedere in seguito queste azioni Bankia sul mercato, era possibile attribuire a questa partecipazione une valore di 8.5 miliardi. Ma una deduzione minima di 3.5 miliardi nel bilancio concerneva la necessità. Ebbene, se mettiamo una accanto all’altra i guadagni di BFA, vale a dire 41 milioni di euro, e la perdita da registrare, cioè 3500 milioni, una difficoltà aritmetica salta agli occhi.

Una soluzione è stata suggerita da Deloitte: mettere a zero il patrimonio di BFA, la casa madre di Bankia, e per non svestire totalmente BFA, trasformare la partecipazione preferenziale dello Stato spagnolo in capitale di BFA. Ma, questo corrisponderebbe alla nazionalizzazione al 100% di BFA. Una volta ancora si offre l’immagine della presa in ostaggio che operano le banche: un salvataggio obbligato, ma senza contropartita. Fatto che giustifica, dal nostro punto di vista, molto concretamente, l’esigenza politica e strategica – nella presente crisi durevole del capitalismo - di una nazionalizzazione-deprivatizzazione del settore bancario, per farne un polo pubblico unico di finanziamento, che non sia messo in concorrenza con gli altri grandi squali privati, quelli che fanno di un pescecane un sol boccone.

Un'altra soluzione si profila: attribuire a Bankia dei fondi pubblici, senza alcun “intervento dello Stato” (La Vanguardia, 9 maggio 2012). In altre parole, canalizzare verso Bankia dei redditi dell’insieme dei salariati contribuenti che subiscono un attacco senza precedenti contro il salario sociale: salario diretto, indiretto, allocazioni diverse, educazione, salute, asili nido,… Ci torneremo in seguito dato che la decisione concreta in materia sarà presa venerdì 11 maggio. A meno che la crisi acceleri “sui mercati”, come sintomo di una crisi del sistema bancario, la nazionalizzazione viene scelta, prima, come intervento di urgenza.

 

Da Rato a Goirigolzarri

Rodrigo Rato sarà rimpiazzato da un uomo onesto, José Ignacio Goirigolzarri, nato a Bilbao nel 1954. Ha lasciato la grande banca BBVA –di cui fu uno dei promotori per la sua espansione negli Stati Uniti e in America latina- dopo 30 anni di fedele servizio. La sua uscita, aiutata dal gran padrone di BBVA, è avvenuta 32 mesi fa. Ha ricevuto una pensione mantello di 61 milioni di euro, di che attendere un nuovo mandato dopo aver firmato una clausola di confidenzialità e di non concorrenza. La Banca di Spagna e il governo “hanno fatto pressione affinché accettasse” (El Pais, 8 maggio 2012).

Rato non sembrava molto disposto a lasciare il posto di pilotaggio di Bankia. Tra gente ben educata e dunque diffidente come è d’uso nel settore, José Ignacio Goirigolzarri ha richiesto tutti i poteri. Li ha ottenuti.

Questo genere di scontri è un riflesso di quelli che hanno corso all’interno del PP e dell’oligarchia regnante, inserita in una crisi di una forza che non era necessariamente prevista in tutti i suoi contorni. Questo terremoto bancario provoca delle scosse non solo nei cerchi dirigenti del “mondo della finanza”, ma anche in quelli coestensivi del cosiddetto campo politico e del blocco sociale ai comandi. Dei doppi comandi nello “spazio europeo” dove le torri di controllo esitano sui corridoi da far prendere ai grandi aerei i cui carrelli sono poco affidabili, malgrado le procedure autoritarie che si affinano: quelle dei Meccanismi europei di stabilità (MES) e del Trattato sulla stabilità, il coordinamento e il governo in seno all’UE (TSCG).

La «Costa Concordia» bancaria spagnola ha bisogno di un capitano solido. Ma i fondali della finanza dei mercati sono più che imprevedibili. Una crisi di liquidità nel sistema bancario può scoppiare, senza preavviso, e mettere in ginocchio l’oligarchia bancaria che prenderebbe la società in ostaggio, con una violenza fredda e determinata.

 

È ora di denunciare la presa d’ostaggi da parte delle banche

Il “salvataggio” di Bankia – sotto una forma o un'altra - mette in luce la gravità della crisi bancaria sistemica all’opera in Spagna e altrove. Sorvoliamo sul modo in cui i bilanci di Bankia e di altre istituzioni sono stati e sono alterati. A giusto titolo, Les Echos (9 maggio 2012) insiste su un dato, oltre la crisi greca e la sua estensione possibile al Portogallo e all’Irlanda: gli “investitori si interrogano già sulla situazione degli altri istituti e sui mezzi della Spagna per aiutarne altri (Bankia e BFA).

Come potrà il governo trovare i soldi necessari in piena crisi?”. François Duhen, stratega presso CM-CIC, constata succintamente: “La Spagna non ha visto l’uscita del tunnel”. Per quanto concerne gli analisti di Barclays, in un articolo intitolato “Perché la crisi dell’euro diventa sempre più complessa”, affermano: “Il sistema bancario iberico avrà bisogno a corto termine di 100 miliardi di liquidità e, nell’ipotesi che sia lo Stato a dover mettere a disposizione tutto il denaro, il debito pubblico arriverà al 100% del PIL e lo sforzo di austerità di bilancio sarà stato fatto invano.” (Il sole 24 ore, 9 maggio 2012).

Tra le righe dei differenti articoli della stampa economica emerge un’altra interrogazione eufemistica: quale sarà il “grado di accettabilità sociale e politica” che manifesterà la popolazione di fronte a questa socializzazione di perdite di un debito bancario, in particolare di fronte ad un istituto pubblico che di per sé «giustificherebbe» la messa alla gogna da parte dei salariati? È qui che la “crisi greca” acquisisce una eco europea attraverso il rifiuto massiccio della regressione sociale e esistenziale.

Ebbene, le banche spagnole, questi ultimi mesi, sono riuscite nel “tour de force” di raccogliere i fondi (azioni e obbligazioni convertibili) presso i “piccoli risparmiatori”, certo una minoranza della popolazione, e dai fondi pensioni e dai venditori di assicurazioni vita.

Secondo la Banca di Spagna, i fondi raccolti nel quarto trimestre 2011 sono superiori di 8 miliardi di euro a quelli acquisiti nello stesso trimestre del 2010. Questa raccolta – grazie a un blitz-marketing - ha permesso, in parte, di camuffare più a lungo le perdite sotto-contabilizzate nei bilanci delle banche.

La crisi di Bankia –con il lotto di “scandali” che emergeranno- può portare un colpo ai grandi del sistema bancario spagnolo. Da dove il nervosismo registrato e gli scontri secchi sui parquet cerati e le morbide moquettes. A maggior ragione che l’immagine del controllo del sistema bancario è stata largamente diffusa da tre anni, malgrado il disastro gigantesco del crollo immobiliare, vale a dire la crisi di sovra-produzione degli alloggi.

Come mai nessuna delle grandi banche spagnole ha annunciato una perdita nei suoi risultati annuali dall’inizio della crisi finanziaria del 2008 (più esattamente datato del 2007), la cui quarta fase è in corso?

Il salvataggio di Bankia segna una nuova tappa socio-politica in Spagna. La denuncia del debito e l’obiettivo di una nazionalizzazione-deprivatizzazione delle banche diviene l’anello debole necessario di una lotta contro le politiche di austerità. Vale a dire contro la disoccupazione e il degrado storico del salario sociale, inteso come il prezzo della riproduzione elargita, sulla durata di una vita, della forza lavoro collettiva dei salariati, a partire da standard stabiliti negli anni 1970-80. Al quale si aggiunge, a partire dai coordinamenti settoriali di resistenza di lotta, una prospettiva europea, socialista e democratica. Quest’ultima può porre, dal punto di vista della solidarietà di classe, la questione di una riconquista sovrana di diritti espropriati che traducono la necessaria soddisfazione dei bisogni sociali e di un’autentica sicurezza, che è innanzitutto sociale.

Appendice. La posizione dei compagni spagnoli di Izquierda Anticapitalista

. Bankia.

 

La nacionalización del PP es una estafa a un país hundido por el paro y los recortes

 

 

Izquierda Anticapitalista

 


 

La nacionalización de Bankia por el PP es una verdadera estafa. Equivale a un saneamiento con dinero público (fruto de los recortes que hemos sufrido y origen de los todavía más dramáticos que vendrán) de una entidad privada controlada por una camarilla que es la máxima expresión de la simbiosis entre poder político e intereses privados que caracteriza al régimen oligárquico que padecemos los trabajadores y las trabajadoras de este país. ¿Qué vamos a ver con el caso de Bankia? Sin duda lo que se hizo en Suecia en 1990: nacionalización para tapar agujeros y privatización en cuanto cuadren los balances, confirmando la regla de oro capitalista de socializar pérdidas y privatizar beneficios. La autopsia de Bankia detallará la factura, pero las primeras cifras son escalofriantes: entre el FROB, los créditos casi regalados del BCE y las ayudas directas del Gobierno suman más de 80.000 millones de euros, unos 1.700 euros por [email protected]. El agujero equivale a ocho veces el recorte previsto en educación y sanidad.

 

Los y las anticapitalistas defendemos en primer lugar que ante quiebras de entidades financieras, la máxima prioridad sea garantizar los ahorros y depósitos conseguidos con una vida de esfuerzo y duro trabajo depositados en ellas por la clase trabajadora. Los gestores que ha impuesto el gobierno no son ninguna garantía de que los pequeños ahorradores dispongan de ellos. El escándalo de las “preferentes”, que se estima que afecta a un millón de [email protected], lo demuestra. Es más, una nacionalización tampoco es garantía de que no se les imponga un “corralito” mientras se destinan todos o casi todos los fondos públicos a saldar las deudas de Bankia con otros bancos. Es más, cuando la Troika pide una “reestructuración” de la entidad nacionalizada, de lo que está hablando es de un ERE descomunal (para que nos hagamos una idea de las dimensiones del asunto, sólo en el primer semestre de 2011 Bankia cerró 476 sucursales y destruyó casi 3000 puestos de trabajo…). Es un secreto a voces que la oligarquía financiera española se está planteando destruir unos 60.000 puestos de trabajo y liquidar buena parte de la obra social de las cajas de ahorro privatizadas para intentar sanearse.

 

Tampoco está de más recordar que Bankia no es la única entidad que está en quiebra técnica, también lo están Catalunya Caixa (que va a ser subastada sin que el gobierno se rasgue las vestiduras por ello), Unnim, Novagalicia, Banco de Valencia… Y las que vendrán. Bankia es sólo la punta del iceberg de un sistema financiero hipotecado hasta las cejas por su participación en la especulación inmobiliaria. El capital que ha invertido en promociones con escasísimas posibilidades de ser devuelto podría superar los 130.000 millones de euros. Así las cosas, buena parte de la banca sólo ha conseguido mantenerse a flote chupándole la sangre a la ciudadanía gracias a las subvenciones del FROB mientras mandaba a la policía a desahuciar a miles y miles de familias humildes que lo habían perdido todo.

 

¿Por qué nacionalizan Bankia, quizás una de las entidades más odiosas y que más desahucios ha promovido, agotando previsiblemente los últimos recursos disponibles del FROB?

 

1) No solamente porque es la cuarta entidad financiera del Estado, sino porque es la que más vínculos orgánicos tiene con el PP. Su presidente depuesto y antiguo capo del máximo lobby financiero mundial (el FMI), Rodrigo Rato, fue, hasta no hace mucho, el mentor y líder espiritual del actual ministro de Economía De Guindos (que tiene en su currículum el “honor” de ser responsable en España y Portugal de la quiebra de Lehman Brothers, uno de los detonantes de la crisis mundial), y la entidad es el resultado de la fusión, entre otras, de dos entidades políticamente controladas por el sector más reaccionario y corrupto del PP: la Caja Madrid de “Espe” y la Bancaja del tan honorable Francisco Camps (y antes de Zaplana). Ahora el gobierno tiene la desfachatez de acusar al jefe del Banco de España, sin duda un personaje siniestro, de ser el único responsable del desaguisado, confirmando el principio de que la mejor defensa es un buen ataque.

 

2) Porque es una entidad que está endeudadísima con la banca internacional (con una elevadísima dependencia de su financiación mayorista a largo plazo, que podría rebasar los 66.000 millones de euros).

 

3) Porque bancos clave para la estabilidad mundial han apuntalado a Bankia desde que empezó a cotizar en Bolsa: UBS (principal banco suizo), Deutsche Bank (que mueve los hilos de su marioneta Merkel), Merril Linch y… ¡Sorpresa! J.P. Morgan Chase, que acaba de reconocer un pufo financiero fabuloso días después de la intervención de Bankia. ¿Alguna relación causa-efecto? Muy probablemente…

 

Banca, Deuda, Recortes ¿y vuelta a empezar? ¡Hasta aquí hemos llegado!

 

Es importante contextualizar la quiebra de Bankia para entender lo que está pasando.

 

1) Todas las crisis capitalistas, y la iniciada en 2008 no es una excepción, destruyen capital, ya que la abstracción del mercado de dinero permite crear capital ficticio con la especulación y la autonomización relativa de las finanzas. Todo el dispositivo de dominación neoliberal impuesto hace treinta años consiste en recuperar los beneficios de los capitalistas a costa de reducir los salarios directos e indirectos de [email protected] [email protected] sin apenas aumentar la riqueza y la producción reales y privatizando empresas y recursos públicos viables. Esta reducción de la capacidad adquisitiva ha forzado el endeudamiento masivo de los trabajadores, promovido por la totalidad de las entidades financieras para estimular el consumo gracias a un crédito barato: un crédito generado por una política monetaria ultraexpansiva que ha inflado exponencialmente ese capital disponible originado en la “contención salarial”, las exoneraciones fiscales y la reducción de las cotizaciones y las prestaciones sociales. Los beneficios capitalistas no reinvertidos en actividad productiva han provocado sucesivas oleadas especulativas, tan lucrativas como arriesgadas. Esta huída hacia delante destructiva y autodestructiva del capitalismo se ha concretado en la especulación sobre divisas y fondos de pensiones (crisis rusa, asiática y mexicana a finales de los 90)… sobre nuevas tecnologías hasta la crisis de 2001-2002 (Es decir, Enron, “la nueva economía”, el argentinazo) y especulación inmobiliaria hasta el inicio de la crisis actual.

 

2) Lo más grave es que los rescates de la banca practicados por todos los gobiernos occidentales (de derechas como de “izquierdas”) desde entonces no han frenado la hipertrofia financiera. Al contrario, la han estimulado: ahora la banca se lucra especulando con la energía (petroleras y eléctricas que manipulan los precios de carburantes y electricidad), la alimentación (subiendo fraudulentamente el precio del grano… como nos recuerdan las revoluciones árabes y las hambrunas en el Sur) y el no va más: especialmente el monopolio privado sobre la deuda soberana contraída por los Estados… ¿para qué?… ¡pues para salvar a la misma banca que ahora le exige “reformas estructurales”!

 

3) Las ayudas públicas a la banca han vuelto más agresiva la especulación y han impuesto una correlación de fuerzas mucho más desfavorable. La apuesta por reflotar la dictadura de las finanzas ha hecho imposible una política alternativa basada en la protección social y el crédito directo a particulares y empresas para estimular la economía real y el empleo. Ha sido imposible porque los gobiernos, al renunciar a pinchar la burbuja, a redimensionar el sector financiero y a hacer que supuren los activos tóxicos, han conseguido que sea la banca quien dicte a los Estados lo que tienen que hacer mientras la infección avanza. ¿Y qué hacen los Estados? hundir a los pueblos en la miseria para inyectar a la banca todo el capital que han perdido especulando y lastrando y apropiándose de la ganancia industrial. Ni más, ni menos.

 

4) Salvar a Bankia como pretende el PP probablemente inauguraría un nuevo ciclo de rescates bancarios aquí y en los países de nuestro entorno, algo que recrudecería los recortes sociales y las políticas de austeridad, provocando un aumento galopante del paro y, muy probablemente, una gran depresión, distinta pero sin duda tanto o más grave que la de los años treinta. Es más, como ya afirma parte de la prensa económica internacional, seguramente la nacionalización de Bankia puede comportar la intervención de España por la Troika, con consecuencias parecidas a las que conoce tan bien el martirizado pueblo griego. Y, si eso no fuera asumible para el BCE, quizás significaría, simple y llanamente, el estallido del Euro.

 

5) La hegemonía ideológica del neoliberalismo y la debilidad de la izquierda crítica ha llevado al grueso de las clases populares a creer que si se hunde la banca nos hundimos [email protected], cuando en realidad lo que está sucediendo es que, como un socorrista amateur en la playa, nos estamos ahogando para intentar salvar a una banca insalvable. Es un verdadero síndrome de Estocolmo que impide a esta “democracia” secuestrada imaginar una política económica alternativa. Hay que romper este embrujo colectivo y recordar que la riqueza la generan la naturaleza y el valor del trabajo humano, no la ganancia. El dinero es fuente de poder cuando un Estado, con la aquiescencia del pueblo sobre el que gobierna, se lo otorga. Si no, al día siguiente es papel mojado (y nunca mejor dicho). La mejor garantía para nuestro futuro es pues salvaguardar con uñas y dientes nuestro tejido productivo real, nuestros servicios públicos, nuestro transporte colectivo, nuestras pensiones públicas… 

 

Algunas consideraciones sobre lo que está en juego

 

1) Agotar los recursos del FROB imposibilita al gobierno actual y a los futuros abrir una línea directa de crédito a empresas y particulares para inyectar liquidez a la economía real sin recurrir al lodazal de la banca. Algo que imposibilita a medio y largo plazo la creación de un único servicio público que tenga el monopolio del crédito y que esté controlado por usuarios y trabajadores y orientado por una planificación económica realmente democrática y participativa, única posibilidad para reestimular la economía redistribuyendo la riqueza y la renta, defendiendo el empleo y reduciendo la jornada laboral. También es la única posibilidad de forzar un cambio de modelo productivo que priorice inversiones en energías alternativas, en transporte público y, más en general, en una reconversión ecológica de la industria presidida por criterios de sostenibilidad, equidad y proximidad.

 

2) La nacionalización parcial o total de Bankia no tiene nada que ver con la creación de una “banca pública” operativa y útil, ni es una expropiación pública de un negocio privado en manos de una minoría para ponerlo al servicio de la mayoría, por las siguientes razones:

a) porque es una medida coyuntural que no rompe con la política financiera seguida hasta ahora ni introduce un control sobre el movimiento de capitales.

b) porque seguramente será un pozo sin fondo (ni siquiera De Guindos tiene una idea clara de lo que se van a encontrar) y una fuente enorme de endeudamiento para el Estado (los avales también son dinero contante y sonante si los acreedores los ejecutan…).

c) porque seguirá compitiendo como un banco privado con el resto de grupos financieros y en peores condiciones.

d) porque es imposible que el dinero que se inyecte en la entidad llegue a los usuarios en forma de crédito (que es, por otro lado, la función de un banco) por la simple razón de que se destinará exclusivamente a tapar agujeros.

e) porque la única medida eficaz para conseguir una banca pública que merezca el nombre es expropiar el conjunto del sistema financiero español, algo que está en las antípodas de lo que se propone Rajoy.

 

Si bien el concepto de nacionalización puede resultar atractivo a priori para la izquierda, quizás la precipitación de algunas organizaciones en avalar esta opción, aunque sea críticamente, no haya tenido suficientemente en cuenta estas consideraciones y haya estado muy condicionada por el hecho de que el PSOE e IU, así como CCOO y UGT, estaban representados en el Consejo de Administración de BANKIA y guardaron silencio ante su mala gestión a cambio de prebendas. Sin ir más lejos, el vicepresidente de Caja Madrid y vocal de Bankia y del BFA en representación de IU, José Antonio Moral Santín, avaló la política tan poco “transformadora” de la entidad a cambio de un honorario de 526.000 euros en 2011. ¡Y es que no sólo el PP intenta taparse las vergüenzas en este escándalo!

 

3) No hay ruptura con el neoliberalismo y la dictadura de las finanzas que no pase por acontecimientos traumáticos originados por acción u omisión de los gobiernos o de los pueblos: las quiebras de muchos bancos van a ser inevitables a corto y medio plazo y, cuanto más las difiramos, más traumáticas van a ser, ya que van a seguir evaporando un dinero público que necesitamos desesperadamente para rescatar la sanidad, la educación y los servicios públicos en general. Vista la situación política en Europa (Irlanda, Grecia, Portugal, Italia, Estado español…), el debate que se plantea en realidad es si la quiebra de la banca se debe socializar conduciendo a la bancarrota de los Estados y a su consiguiente rescate o si deben recaer exclusivamente sobre la burguesía financiera, limitándose el Estado a compensar a los pequeños ahorradores y depositantes y a procesar a los responsables.

 

4) La única forma de acabar a corto plazo con la dictadura financiera es tomar la vía islandesa. Dejar que quiebren las entidades insolventes, garantizar los depósitos, llevar a sus responsables ante los tribunales y hacer que las pérdidas corran a cargo de los acreedores y el accionariado. Aunque a simple vista parezca lo contrario, después de negarse a socializar las pérdidas privadas, la deuda pública islandesa paga menos prima de riesgo que la española o la italiana. ¿por qué no podemos hacer lo mismo aquí?

 

Medidas concretas inmediatas

 

1) Hay que llevar a los ejecutivos, a los políticos y a los miembros de los organismos reguladores (Banco de España y Comisión Nacional del Mercado de Valores) así como a las empresas auditoras (Deloitte, en este caso) responsables ante el banquillo de los acusados.

 

2) Ante quiebras como la de Bankia y las que vendrán, hay que garantizar que el Estado reembolse a los ahorradores los depósitos. También hay que impedir que se haga cargo de sus pasivos (es decir, oponerse a que el Estado pague las deudas).

 

3) Hay que organizar una auditoría pública e independiente del estado de cuentas de la banca española así como del déficit público de las Administraciones.

 

4) Hay que interrumpir de inmediato el reembolso de los intereses de la deuda pública, tan odiosa como impagable, y paralizar todos los recortes sociales aprobados por el gobierno.

 

5) Hay que destinar los recursos del FROB a abrir una línea de crédito público a empresas y particulares.

 

6) En lugar de hacer un “banco malo” como se propone De Guindos, hay que requisar inmediatamente la cartera de inmuebles que están en posesión de la banca española para crear un parque público de vivienda social.

 

Todas estas medidas de urgencia anticapitalista son papel mojado si un sector importante de la rebelión social masiva que estamos viviendo no las hace suyas. Por ello, los y las revolucionarias vamos a estar en primera línea de la indignación popular que está tomando las calles y plazas de todo el Estado este mes de mayo. Estas medidas deben insertarse en una perspectiva de expropiación de todo el sistema bancario privado en beneficio de la creación de un sistema público de crédito al servicio de las necesidades sociales.

 

¡JUICIO A LOS RESPONSABLES DE BANKIA!

GARANTÍAS PARA LOS PEQUEÑOS AHORRADORES

NI UN EURO MÁS A LA BANCA

“RESCATEMOS” LOS SERVICIOS PÚBLICOS

EXPROPIACIÓN DE LA BANCA AL SERVICIO DE [email protected]

 

16/05/2012

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