Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Una polemica decennale con i giustificazionisti

Una polemica decennale con i giustificazionisti

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Una polemica decennale con i giustificazionismi

 

 

Negli ultimi dieci anni ho dovuto riprendere spesso la polemica con i Canfora, Burgio, Losurdo, e con Liberazione assai ben disposta verso di loro. Sempre più amareggiato, vedendo che il bilancio del “crollo” del cosiddetto “socialismo reale” si concludeva per molti con quell’accettazione fatalistica dell’esistente che Gramsci aveva rimproverato a Togliatti nel 1926, ma anche col rifiuto di una enorme produzione teorica, di documentazione storica, di memorialistica di sopravvissuti al GULag… Presento in ordine cronologico alcuni degli scritti di polemica con loro. (a.m. settembre 2009)

 

1) Canfora e il comunismo (da Lenin a Ceausescu). (1998)

 

Quando questo Dossier di Risposta al Libro nero era già in composizione [il Dossier è apparso in “Bandiera rossa”, n. 77, Mar '98] è uscito un intervento di Luciano Canfora nel dibattito della sinistra avviato su “il manifesto”, che merita qualche commento. I nove decimi dell’articolo sono del tutto condivisibili: si tratta di una denuncia dei crimini della borghesia, e una spiegazione delle ragioni che hanno portato i bolscevichi durante la guerra civile a esercitare una repressione durissima nei confronti degli avversari, per non finire come i comunardi (30.000 fucilati a freddo da Thiers). Si denunciano anche i “pentiti” della sinistra, l’appoggio a Pol Pot da parte degli Stati Uniti, i massacri commessi in Afghanistan dopo la partenza delle truppe sovietiche. Tuttavia già a questo punto c’è un campanello d’allarme: Canfora parla dei governi filosovietici afghani come “comunisti”, cosa che non dicevano neppure loro. Per giunta non dovrebbe bastarci l’autoproclamazione per definire un partito o un governo “comunista”.

Canfora riprende poi a denunciare altri massacri compiuti in nome dell’ordine, da quello di Spartaco a quello degli spartachisti tedeschi, e la vile calunnia che ha colpito, dopo l’assassinio, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Di nuovo tutto è condivisibile. Questa è la chiave della popolarità di Canfora nella sinistra. Nelle ultime righe c’è però un affermazione che rivela la sua incomprensione del fenomeno dell’involuzione burocratica: “il problema storico che abbiamo davanti non è quello dei rozzi autori del “libro nero”, ma un altro: come mai, nonostante abbiano inteso far tesoro delle sconfitte del passato, i comunisti, giunti al potere in Europa in questo secolo, non siano riusciti, nonostante la violenza, il massacro di classe, ad impedire la restaurazione di forme più o meno differenziate di capitalismo”.

Canfora, che ho conosciuto a Bari come professore di storia antica molto autoritario (bocciava gli studenti approdati a filosofia o lettere dagli istituti tecnici, se non sapevano leggere i testi in greco e latino), e che si indignerebbe se qualcuno confondesse l’età omerica con quella di Pericle, cade in un anacronismo ugualmente grave: i comunisti che “sono giunti al potere” con la rivoluzione d’Ottobre non hanno nulla a che vedere con coloro che si dicevano comunisti negli ultimi decenni, e nella maggior parte dei paesi erano stati “collocati al potere” dai carri armati sovietici, o erano saliti nella nomenklatura prendendo il posto delle vittime della repressione staliniana. I comunisti della rivoluzione erano stati sterminati da quelli che hanno portato il “socialismo reale” a un crollo vergognoso.

Verso i quali Canfora è ancora una volta molto indulgente: egli osserva che, quando il “fallimento cominciava ad essere evidente, il comunismo non ha trascinato il mondo in un conflitto distruttivo, (modello nazi-fascista) ma ha abdicato al proprio potere evitando ulteriori tragedie”. Quante assurdità in poche righe! Ceausescu e compagnia “avrebbero abdicato al loro potere” per evitare “ulteriori tragedie”? Altro che generosità: gli si stava sgretolando il terreno sotto i piedi, perché non riuscivano neppure a capire quel che accadeva nella società, come accadde ai golpisti del 19 agosto 1991 in URSS, il cui rapido fallimento e il carattere farsesco del loro tentativo (condotto, da parte di parecchi di loro, in stato di ubriachezza) è servito a molti “nostalgici” per negare l’esistenza del golpe, che invece perfino nei particolari ricalcava le orme di quello di Kornilov nel 1917, ugualmente velleitario e sgonfiatosi per assenza totale di un legame col paese reale.

L’unica critica che Canfora riesce a fare a questo “comunismo”, che appiattisce in un tutto indistinto, mettendo sullo stesso piano ogni periodo, quelli del generoso slancio rivoluzionario e quelli della gestione burocratica di un potere ingiusto, repressivo e disponibile a ogni cinica intesa per spartirsi il mondo con il nemico di classe, è sorprendente. “Il problema non è: perché il comunismo ha gestito il potere praticando, al suo affermarsi, la violenza, ma: perché, nonostante ciò, non sia riuscito a realizzare un diverso ordine economico”.

Canfora confonde la violenza indispensabile, anche se dolorosa e pericolosa, esercitata per difendere il potere sovietico dalla controrivoluzione durante la guerra civile, con quella feroce e ingiustificabile che è servita, proprio dopo la stabilizzazione del regime, per sterminare una parte notevole dei vecchi comunisti, sopprimendo ogni dialettica nel partito e nell’internazionale (mentre ci si accordava invece con Laval, con Hitler, con Churchill o con Badoglio!). Confonde errori dovuti all’inesperienza con i crimini di una casta che si preoccupava solo, invano, di conservare i propri immensi privilegi, e che non poteva certo realizzare un nuovo e “diverso ordine economico”, ma imitava sempre più coscientemente gli aspetti peggiori del capitalismo.

Questa confusione era già presente nella “nuova sinistra” quando liquidava in blocco il “terzinternazionalismo”, mettendo sotto la stessa categoria i vivaci ed aperti dibattiti dei primi anni a cui partecipavano sullo stesso piano Lenin, Trotskij, Zinov’ev, Gramsci, Bordiga, Kun, Pannekoek e Levi, e il cinico trasformismo degli ultimi anni, in cui ogni svolta era giustificata con la menzogna, e in cui i migliori dirigenti venivano espulsi se lontani, uccisi se presenti a Mosca. Condannare tutto insieme, come faceva Lucio Magri o salvare tutto, come fa Canfora, sono due atteggiamenti speculari, che rendono più facili e “paganti” operazioni come quella de “Il libro nero”, che appunto attribuisce al progetto del 1917 gli orrori del 1936-1938 o lo sfacelo degli ultimi anni di “stagnazione”. (febbraio 1998)

 

2) Il “giustificazionismo” di sinistra (5/1999)

 

La problematica dell’autodeterminazione viene di fatto ignorata da chi ha scelto semplicemente di schierarsi per Milosevic, come Domenico Losurdo in un ampio saggio apparso sul numero 630 de Il calendario del popolo (aprile 1999). Un saggio che naturalmente è del tutto condivisibile per la parte in cui si denuncia l’ipocrisia della NATO. Tuttavia in molti punti si minimizzano le vessazioni serbe che hanno costretto all’esodo molti kosovari, limitandosi ad ammettere che “la fuga di una popolazione di dubbia lealtà non risulta certo sgradita a Belgrado, che deve averla a sua volta incoraggiata e, in certe zone, imposta al fine di evitare la guerra su due fronti”. D’altra parte, ed è un argomento spesso ripreso da Losurdo come da Luciano Canfora, anche Roosevelt “subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece deportare in campi di concentramento i cittadini americani di origine giapponese”. Eppure, commenta Losurdo, “gli USA non erano bombardati giorno e notte, non erano esposti a reali rischi di sbarco, e non vedevano in gioco l’integrità nazionale, anzi la stessa sopravvivenza come Stato e come nazione. È questo invece il caso della Jugoslavia e del popolo serbo”.

Curiosamente Losurdo dimentica che l’espulsione dei kosovari è cominciata molti anni prima dell’intervento NATO, e non può essere accantonata solo basandosi su una dichiarazione di un presunto combattente dell’UCK alla televisione serba, che sosteneva di aver avuto attrezzature per “organizzare una quinta colonna”. La definizione “quinta colonna” è inquietante, perché punta a scatenare dei riflessi condizionati nel lettore: “Dileguata è la memoria di un glorioso capitolo di storia: nei terribili anni ’30 e ’40 i comunisti invocavano il pugno di ferro contro la quinta colonna dell’imperialismo hitleriano.” Come è possibile che oggi non lo si faccia, si domanda. Possiamo a nostra volta domandarci come si può continuare nel 1999 a credere che i comunisti rivoluzionari del POUM, i libertari, i trotskisti assassinati a Barcellona e in tante altre città della Spagna fossero veramente agenti di Hitler? Eppure Losurdo, e soprattutto Canfora, continuano a tirare fuori la leggenda della “quinta colonna” trotsko-fascista.

La metodologia usata per difendere Milosevic e negare ogni diritto del popolo kosovaro è sorprendente: bastano le affermazioni di qualche giornalista italiano che riduce l’UCK a “un’organizzazione di tipo mafioso” che avrebbe “imposto il versamento di una tassa a ogni albanese della diaspora” o che si finanzierebbe col “il traffico della droga dall’Afghanistan”.

D’altra parte appaiono ridicole affermazioni di questo genere: “sin quasi alla fine i serbi hanno dato prova di moderazione e si sono preoccupati di salvare l’unità”, tanto più che “pur rappresentando il 36% della popolazione jugoslava, erano costretti a dividere equamente il potere con le altre cinque repubbliche e le due province”. Al di là dell’affermazione, che lascia trasparire che sarebbe stato comprensibile un rifiuto serbo di dividere il potere con il restante 64% degli jugoslavi, Losurdo sembra dimenticare che l’esplosione della Jugoslavia è cominciata proprio con l’attacco serbo al Kosovo in nome di una battaglia combattuta 600 anni prima. E fu quell’attacco ingiustificato a provocare il rifiuto di fornire soldati per una guerra così insensata da parte degli sloveni e poi dei croati, e quindi l’esplosione. Un minimo di cronologia non guasterebbe….

Ma la chiave – al di là della scelta della causa di Milosevic come se si trattasse della squadra del cuore, da difendere in tutto e per tutto e di cui non si può ammettere nessuna colpa – è anche il rifiuto di principio dell’autodeterminazione. Secondo Losurdo ci sarebbero “gruppi comunisti, soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin, agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei Balcani e in ogni parte del mondo”. Il falso è grottesco: prima di tutto nessuno “rivendica in astratto” l’autodeterminazione, e tanto meno per la Macedonia, che già è indipendente, ma nessun comunista l’ha mai richiesta, in astratto o in concreto: semplicemente la posizione classica di Lenin e di Trotskij è che nessun popolo, tanto più se grande e forte, ha il diritto di negare ad altri la possibilità di scegliere l’indipendenza. Losurdo confonde Lenin con Stalin: infatti sostiene che “quando lanciava questa parola d’ordine il grande rivoluzionario pensava soprattutto ai popoli coloniali”. In realtà Lenin la difese, contro Rosa Luxemburg, anche per la Polonia, l’Ucraina, la Georgia, gli Stati Baltici, prima della rivoluzione di febbraio, durante il periodo preparatorio dell’Ottobre e anche dopo la vittoria bolscevica. E affermava che non si può riconoscere il diritto all’autodeterminazione solo a chi ci sta simpatico, a chi la pensa come noi. A chi sostiene oggi che per Lenin si trattava di una parola d’ordine “tattica” (cioè furbesca e contingente, nell’accezione passata dallo stalinismo fino ai gruppi della Nuova Sinistra), Lenin dava anticipatamente una risposta sferzante, bollando come ipocriti e opportunisti i socialrivoluzionari e i menscevichi russi che si preoccupavano della lontana Irlanda, ma ignoravano il diritto all’indipendenza della Finlandia o dell’Ucraina.

Per Losurdo, poi, “la situazione è ben diversa che ai tempi di Lenin”; un argomento principe per potersi dire “leninista” e al tempo stesso giustificare una politica diametralmente opposta. E tra gli argomenti che usa per giustificare il rifiuto del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, porta esempi sorprendenti: Hitler ha saputo usare la questione nazionale, dice ad esempio. Ed è vero, ma solo perché la nazione tedesca era stata effettivamente vessata, spezzettata, sottoposta a molteplici dominazioni ad opera degli iniqui trattati di Versailles: è stata la violazione a determinare la reazione e l’utilizzazione strumentale, non il principio in sé¸ analogamente sono stati i sempre più frequenti arbitrii nell’URSS staliniana e poststaliniana a creare i risentimenti che hanno contribuito alla sua esplosione.

Come oggi, appunto, in Jugoslavia. Abbiamo denunciato sistematicamente il cinismo dell’imperialismo, che dopo avere avallato per anni tante altre violazioni dei diritti delle minoranze nei Balcani e altrove, ha preso a pretesto ora la difesa dei kosovari dall’oppressione serba. Ma ha potuto prenderla a pretesto perché questa esisteva. (maggio 1999)

 

3)  Ancora sull’autodeterminazione delle nazioni

Una risposta ad Alberto Burgio (e ad altri…) (7/1999)

 

Un’interessante polemica sull’autodeterminazione si è sviluppata sulle pagine di Guerre e pace, a volte mimetizzata sotto una difesa dei serbi demonizzati dai mass media, come nel caso dell’articolo di Licia Mazzola, a volte esplicita: è il caso dell’intervento di Alberto Burgio, in garbata polemica con il sottoscritto.

Burgio non usa mai gli argomenti piuttosto grossolani del suo maestro Domenico Losurdo (su cui non ritorniamo, avendo più volte polemizzato con essi) e soprattutto di Claudio Moffa, che ha il coraggio di accostare le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo a quelle di Bossi.[1] Ma, sia pure in forma ben diversamente dignitosa, arriva alle stesse conclusioni, sia confondendo la questione dei diritti degli albanesi con quella dell’involuzione dell’UCK (“non nascondo – scrive – di essere personalmente incline a quanti ne riconducono lo sviluppo se non addirittura la costituzione alle attività degli Usa, CIA in testa”), sia banalizzando e fraintendendo la concezione dell’autodeterminazione di Lenin.

Burgio cita infatti una frase di Lenin che raccomanda “particolare prudenza e particolare attenzione” nel “trattare i sentimenti nazionali persistenti nei paesi e nei popoli da più tempo oppressi”, e ciò proprio in considerazione del fatto che “quanto più un paese è arretrato, tanto più forti sono in esse la piccola produzione agricola, lo spirito patriarcale e le anguste consuetudini locali”, premesse tutte, a loro volta, di radicati pregiudizi piccolo borghesi e in specie dei pregiudizi dell’egoismo e della limitatezza nazionale”.

Benissimo. Siamo d’accordo. Lenin non pensava in quel momento agli albanesi, che non nomina neppure nell’elenco dei casi esaminati nel Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale, il testo da cui Burgio ha tratto la citazione, ma la descrizione si attaglia benissimo, prima ancora che a quelli del Kosovo, a quelli dell’Albania vera e propria. Eppure non si sarebbe mai sognato di negare il loro diritto all’indipendenza, anche se essi, in base ai “pregiudizi dell’egoismo e della limitatezza nazionale”, appunto, hanno fatto errori di ogni genere, ad esempio chiedendo la protezione dell’impero ottomano contro le aspirazioni annessioniste dei Serbi nel 1878, e poi quella dell’Italia (o, alternativamente, della Francia o dell’Austria) durante le guerre balcaniche e la Prima guerra mondiale. In questa chiave d’altra parte, può essere interpretata l’alleanza con la Jugoslavia contro gli occupanti nazifascisti, poi con l’URSS contro la Jugoslavia, e successivamente con la Cina contro l’URSS che si riavvicinava alla Jugoslavia. Ovviamente l’Albania ha subito condizionamenti da queste alleanze.

Lenin pensava soprattutto ai popoli baltici, alla Polonia, alla Finlandia: nelle polemiche in difesa dell’autodecisione contro Rosa Luxemburg, che la negava temendo che ne approfittassero i latifondisti polacchi o baltici, Lenin sosteneva di non ignorare affatto questo pericolo, che tuttavia si sarebbe aggravato proprio negando il diritto all’autodecisione. I rivoluzionari di una nazionalità oppressa possono e devono contrastare le tendenze nazionaliste borghesi, e ancor più quelle “patriarcali” o feudali, o religiose reazionarie, ma chi sta nel paese oppressore non può farlo senza confondersi con gli sciovinisti, e tanto meno può usare l’argomento che in caso di indipendenza i reazionari sarebbero in maggioranza. In tal caso, rispondeva Lenin, bisognerebbe smettere anche di rivendicare il suffragio universale, perché le masse inesperte potrebbero non sapere fare buon uso del diritto di voto!

La metodologia di Lenin sulla questione nazionale è analoga a quella della polemica con Rosa sulla questione agraria. La Luxemburg criticava la distribuzione delle terre ai contadini nella Russia del 1917, temendo che si formassero degli strati piccolo borghesi potenzialmente ostili alla classe operaia: era vero, ma astratto. La rivoluzione d’Ottobre non avrebbe vinto senza l’alleanza con la rivoluzione contadina, che aveva una sua dinamica autonoma e non era diretta dai bolscevichi. E l’alleanza si realizzò col decreto sulla terra, che dava valore legale all’occupazione spontanea delle terre, pur sapendo quali pericoli si potevano presentare in futuro. Conoscere i pericoli non voleva dire in alcun modo negare ai contadini il diritto ad impossessarsi della terra a cui aspiravano, Poneva invece il problema, che assillò Lenin in tutti i suoi ultimi anni, di trovare le basi per un’alleanza tra classi diverse e potenzialmente conflittuali.

Burgio ritiene invece che Lenin distinguesse in base alla “qualità dello spirito nazionale”, che secondo lui non veniva assunto da Lenin come un “valore intangibile”. Per Burgio bisogna distinguere tra “nazionalismo etnico-culturale” e nazionalismo politico, quest’ultimo legittimo, il primo pericoloso e da combattere, indipendentemente dal fatto che “faccia esplicito riferimento al sangue, alla razza, alla natura o alle radici”. Ma com’era il nazionalismo polacco, o finlandese, o lituano, o georgiano, a cui Lenin, prima e dopo l’Ottobre riconobbe il diritto alla secessione?

Burgio ritiene invece che “lo scrupolo di rispettare l’autodeterminazione rischia di legittimare il trionfo del nazionalismo integrale (etnico-culturale), […] ignorando ingenuamente la natura artificiale del nazionalismo stesso, di strumento di ingegneria politica, di mobilitazione delle masse e di governo della conflittualità sociale”. E insinua che “proprio la ‘identità albanese’ costituisce un esempio paradigmatico di tale artificialità”.

Ma quale nazionalismo non è frutto di qualche opera di ingegneria politica? Appena cento anni fa, esistevano forse una nazione kurda, o una basca, o una palestinese? Una vastissima pubblicistica israeliana si è affannata a dimostrare, con numerose pezze d’appoggio, che quest’ultima un secolo fa non c’era. Vero, è stata l’occupazione sionista a crearla. Per questo dobbiamo negarla? E duecento anni fa, c’era forse una nazione italiana? Tutti i processi di formazione di una coscienza nazionale sono databili, e sono il frutto di processi complessi in cui ha un ruolo quella che Burgio chiama “ingegneria politica”. È vero che, per coerenza, egli ammette che non gioirebbe “per la costruzione di un nuovo Stato kurdo, né per la nascita di un nuovo Stato palestinese”…

La polemica contro coloro che attribuirebbero all’autodeterminazione “il valore assoluto di un diritto inalienabile” è falsata anche in Burgio (anche se un po’ meno che in Losurdo, che sostiene che ci sono “gruppi comunisti, soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin, agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei Balcani e in ogni angolo del mondo”). In realtà nessuno di noi vuole “imporre la secessione del Kosovo”, semplicemente non capiamo tanto impegno nel negarglielo.

Burgio dice che Lenin non caldeggiava le secessioni. Vero. Ma riconosceva il diritto a farle, in polemica con Rosa, con Radek, ecc. Dall’interno di un paese oppresso ci si può e ci si deve battere per una soluzione federativa (esposta chiaramente da Trotskij nel 1913, nel cuore delle guerre balcaniche, in un bel passo riportato nel n. 90 del giugno 1999 di Bandiera rossa), ma dall’esterno non si ha diritto a rifiutarlo, in nome di una soluzione molto ipotetica perché oggi non difesa da nessuno all’interno di quei paesi, che pure sarebbe giustissimo unire in una grande federazione balcanica, che permetterebbe di risolvere nel modo migliore il problema delle minoranze albanesi, serbe, ecc., sparse in tre o quattro Stati diversi.

In polemica con Losurdo scrivevo che se dobbiamo assicurare un sostegno assoluto al popolo serbo aggredito col pretesto delle colpe di Milosevic, dobbiamo al tempo stesso ribadire che il popolo del Kosovo ha diritto a scegliere tra indipendenza e autonomia, indipendentemente dagli atteggiamenti irresponsabili dei fanatici dirigenti dell’UCK. Solo gli abitanti del Kosovo (ovviamente a maggioranza: quando mai si può ottenere in elezioni oneste l’unanimità?) devono decidere, e noi non possiamo basare il nostro atteggiamento sulle nostre simpatie. Riconoscere questo diritto solo ai popoli che hanno una direzione che ci piace, equivarrebbe a negarlo quasi a tutti: ai palestinesi (per i lunghi legami di Arafat con i regimi arabi più reazionari e le attuali violazioni dei diritti democratici degli oppositori), ma anche ai kurdi (per i massacri reciproci per conto dei loro interessati protettori stranieri, e per l’eliminazione dei rivali del PKK nella stessa Turchia…).

Possiamo solo chiedere garanzie per le minoranze all’interno del futuro Stato, come condizione per il riconoscimento internazionale dell’indipendenza. Il fatto che oggi, a quanto pare, la maggioranza dei kosovari – siano o no dell’UCK - non si accontentino più del ritorno all’autonomia sancita dalla Costituzione del 1974, non dipende dalla “sobillazione dell’imperialismo” (che tra l’altro fino al 1998 cercava di far accettare loro una pseudoautonomia sotto Milosevic, ancora considerato utile garante dell’assetto della regione), quanto da molti fattori concreti: quell’autonomia ha un significato ben diverso nella grande federazione jugoslava plurietnica in cui i serbi erano solo il 36%, e nella “piccola Jugoslavia” attuale dominata assolutamente da serbi ferocemente nazionalisti. Tra l’altro mi domando perché coloro che sono tanto preoccupati per il “carattere artificiale” del nazionalismo albanese, non si preoccupano per l’analogo carattere di quello serbo, artificialmente creato contro le presunte vessazioni di Tito “croato”, col culto del vecchio ministro degli Interni Rankovic, “il Berja jugoslavo”, il cui allontanamento viene attribuito alla sua origine serba e non ai metodi stalinisti protratti fino a metà degli anni Sessanta.

Si dimentica inoltre che alla richiesta moderatissima di quello che fino a due anni fa era leader incontestato dei kosovari, Ibrahim Rugova, si è risposto per anni con una negazione assoluta, basata su argomenti sciovinisti irrazionali e assolutamente infondati come l’appartenenza del Kosovo a un presunto Stato etnicamente serbo fino alla battaglia di Kosovo Polje del 1389. In ogni caso si capisce che, dopo aver subito per oltre dieci anni vessazioni, violenze, privazione dei più elementari diritti da parte dei serbi, i kosovari oggi non credano alla possibilità di una futura convivenza pacifica all’interno dello stesso Stato.

Dietro la negazione del diritto dei kosovari all’indipendenza c’è l’accettazione di quel dogma dell’intangibilità delle frontiere, fatto accettare da Stalin (che le frontiere le aveva modificate quanto voleva in accordo con Hitler prima e con l’imperialismo franco-britannico poi) a un movimento comunista che fin dal primo congresso del Comintern si era battuto contro le frontiere inique di Versailles. Questo è oggi un argomento davvero bizzarro in quest’area: perché proprio i kosovari, e solo loro, dovrebbero rinunciare alle loro aspirazioni? Perché il loro territorio farebbe parte storicamente “da sempre” dello Stato serbo? L’annessione avvenne, con la violenza, non da tempo immemorabile, ma nel quadro delle terribili guerre balcaniche del 1912-1913, teleguidate dall’imperialismo nel quadro della preparazione della Prima Guerra Mondiale. Perché non potrebbe essere rimessa in discussione oggi?

In realtà, questo atteggiamento, assume di fatto il punto di vista dello sciovinismo grande-serbo (non jugoslavo…). I molti negatori del diritto all’autodeterminazione del Kosovo, finiscono poi inevitabilmente per assumere una posizione “negazionista” anche nei confronti degli innegabili crimini commessi contro quel popolo dal 1989 ad oggi (a partire dal “colpo di Stato” con cui Milosevic ha cancellato un’autonomia che era pienamente accettata dagli interessati).

Ma ci sono le manovre dell’imperialismo, si obietta. Vero. C’erano tuttavia anche nel 1917-1920, ci sono state sempre in tutte le vicende di questo secolo. Il fatto che si dimentica è che l’imperialismo trova spazi di manovra soprattutto quando vengono conculcati i diritti di una minoranza. L’esempio portato spesso, in particolare da Losurdo, è quello di Hitler che usa la questione dei Sudeti… Ma lo ha potuto fare proprio perché i loro diritti erano negati, e non a causa del principio di autodeterminazione! E così, analogamente, i nazisti hanno trovato il maggior numero di collaborazionisti proprio nei paesi baltici, e nelle regioni polacche annesse con la violenza all’URSS, mentre hanno trovato una forte resistenza tra le popolazioni che avevano scelto liberamente di far parte dell’Unione sovietica. Il peso della questione nazionale nell’esplosione dell’URSS dovrebbe insegnare invece quanto sia pericoloso calpestare i diritti delle minoranze dimenticando il principio di autodeterminazione, che invece aveva consentito di riaggregare gran parte dell’ex impero russo tra il 1917 e il 1921. (20/7/99)

 

4) Molto rumore per nulla (Togliatti antistalinista?)

 

 

Riproduco qui un articolo del luglio 2003, apparentemente fuori tema, ma che riprende le polemiche sull’uso della storia su Liberazione. Incidentalmente, registra l’inizio di uno spostamento di Silvio Pons (che avevo difeso da attacchi scorretti) verso posizioni sempre più discutibili.

 

 

Un temporale estivo ha investito le redazioni di tutti i giornali: una lettera a Stalin del 1940 di Evgenia e Julia Schucht (rispettivamente cognata e vedova di Gramsci), pubblicata il 17 luglio con grande rilievo su “Corriere della sera” con un commento di Silvio Pons, direttore dell’Istituto Gramsci, ha provocato una raffica di articoli, interviste, commenti su quasi tutti i quotidiani italiani.

La lettera in sé non diceva molto di più di quello che si poteva sapere già, ma è stata presentata da Pons, uno storico finora corretto (ad esempio ha ricostruito efficacemente la logica che portò Stalin agli accordi con Hitler in un bel libro su “Stalin e la guerra inevitabile” apparso da Einaudi nel 1995) in modo discutibile, consentendo l’ennesimo scoop su “Gramsci tradito da Togliatti”. In realtà la lettera conferma semplicemente il profondo rancore verso Togliatti delle sorelle Schucht.

Ma si è subito parlato di altro. Liquidiamo in due parole Massimo Caprara (che fu segretario di Togliatti, e poi tra i fondatori del “Manifesto”, prima di approdare a Forza Italia) che sul “Giornale” si lamenta per l’insufficienza della rivelazione: “Sul caso Gramsci serve l’ultimo strappo”. Gli fa degnamente da spalla, sullo stessa pagina, Giancarlo Lehner con un pezzo velenoso intitolato “La chiave del mistero è l’arresto”: Lehner si domanda come mai il partito, che aveva fatto espatriare tanti dirigenti, non fece nulla per proteggere Gramsci, fingendo di dimenticare che Gramsci fu facilmente intercettato dalla polizia mentre si recava a una riunione del CC in Valpolcevera, semplicemente perché era ben identificabile per la sua particolarissima conformazione fisica.

Bruno Gravagnuolo su “l’Unità” dice parecchie cose corrette, pur facendo molta psicologia sulla gelosia di Evgenia, che “vuol prendere in mano l’eredità del cognato, dell’uomo amato, che invece a suo tempo aveva preferito la giovane Julia”. Tuttavia Gravagnuolo osserva giustamente che non a caso la lettera non è firmata da Tatiana, che aveva assistito a lungo Gramsci, ma dalla sola Julia, sulla cui capacità di intendere in quel periodo erano legittimi molti dubbi. In realtà era già nota da più di dieci anni un'altra lettera astiosa di Evgenia, che nel 1943 aveva accusato Togliatti di aver smarrito quaranta casse con parte dell’archivio del PCI, la biblioteca di Gramsci e perfino la sua medaglietta da deputato. Su questo caso, che rivela la profondità e tenacia del rancore di Evgenia nei confronti di Togliatti, aveva scritto anche Giulietto Chiesa su “La Stampa” del 18 3 1992. Caso mai, tenendo conto del carattere avventuroso della partenza di Togliatti dalla Spagna sull’ultimo aereo prima della chiusura di ogni spazio per la fuga di fronte al dilagare delle truppe franchiste, e delle successive traversie nella Francia occupata dai nazisti, è già un miracolo quello che egli riuscì a mettere al sicuro in tempo.

Quasi tutti i commentatori, compreso Giuseppe Vacca intervistato dal “Corriere” del giorno successivo, osservano che la principale accusa a Togliatti, quella di ritardare e impedire la pubblicazione dei Quaderni dal carcere, è risultata del tutto infondata; anzi il ritardo nella pubblicazione è stato sicuramente legato non solo al non facile compito della decifrazione e trascrizione, ma anche alla necessità di preservare quel grande patrimonio per tempi migliori sottraendolo alla censura sovietica.

Sui tagli e le manomissioni dei Quaderni si è parlato molto, quando uscì l’edizione critica curata da Gerratana: in realtà non furono molti, soprattutto perché non erano necessari, dato il carattere del materiale. Ma ha ragione Guido Liguori su “il manifesto” quando osserva che se il lavoro fosse stato fatto a Mosca in quegli anni avrebbe subito ben altre interferenze. Liguori è piuttosto severo con Pons, che si è prestato all’ennesimo uso politico e mediatico della storia annunciando la “scoperta dell’acqua calda”, mentre “è stato quasi un decennio fa lo stesso presidente della Fondazione Gramsci, Giuseppe Vacca, a spiegarci come Ercoli temesse (e lo scrivesse esplicitamente a Dimitrov) che il contenuto dei “Quaderni” gramsciani, se non pubblicati accortamente, si sarebbe palesato per quello che era: una linea politica e culturale alternativa a quella di Stalin”.

Anche Aurelio Lepre, in un breve commento apparso anch’esso sul “Corriere”, riprende la valutazione di Vacca e di Liguori: senza quella prudenza avremmo letto Gramsci molto più tardi, magari dopo il 1956. Egli ritiene certo che la lettera sia della sola Evgenia, che “aveva una fortissima personalità di cui Julia si rivelò sempre succube, inoltre era decisamente stalinista”. Lepre è autore di una biografia di Gramsci centrata proprio sul periodo del carcere e intitolata “Il prigioniero”, apparsa anni fa da Laterza.

Anche un altro rigoroso studioso di Togliatti, Aldo Agosti, non si mostra sorpreso, dato che l’atteggiamento pieno di livore delle sorelle Schucht sul partito italiano e su Togliatti in particolare era ben noto, ma senza che ci fossero riscontri obiettivi alle loro accuse.

Il peggior commento (a parte le speculazioni degli anticomunisti cronici) è purtroppo quello apparso su “Liberazione” a firma di Tonino Bucci. Dato per scontato che si tratta di una perfida manovra del “Corriere” berlusconizzato sotto la guida di Folli, Bucci arriva a sostenere che “nel testo si attribuisce a Gramsci una diffidenza verso i compagni di partito italiani”.

È incredibile: da anni sono stati scritti interi libri, e decine di saggi sull’argomento, e anche se si può legittimamente ritenere esagerata la diffidenza di Gramsci innescata dalla famosa lettera di Grieco, non c’è dubbio che essa sia esistita e si sia rafforzata negli anni. Non è un’insinuazione del “Corriere”...

La rottura di Gramsci con Togliatti, alla vigilia del CC in cui si doveva discutere la famosa lettera intercettata e bloccata da Togliatti era stata durissima, e investiva la concezione generale di Togliatti, sia per il burocratismo, sia e soprattutto per l’accettazione dell’esistente come inevitabile.

L’articolo dice poi che “non è vero che la posizione di Gramsci fosse di netta contrapposizione a Stalin”, sorvolando sul fatto che l’arresto, avvenuto subito dopo la famosa lettera, aveva costretto Gramsci a non scrivere più nulla sulle grandi questioni politiche, in primo luogo per carenza di informazioni, e poi per le circostanze della reclusione, che hanno imposto che ogni accenno fosse cifratissimo (e sull’esegesi di questi pochi accenni si è fondato l’uso distorto dei “Quaderni” da parte di un’intera scuola capeggiata da Vacca, che li ha utilizzati per trasformare Gramsci in precursore della collaborazione di classe).

Gramsci non poteva certo pronunciarsi più su altre tragiche scelte (ad esempio la collettivizzazione forzata) ma la lettera del 1926, anche se “si limitava” a denunciare l’esclusione dei dirigenti dell’opposizione dalle massime responsabilità del partito (ossia i concreti provvedimenti presi in quell’anno: per lo sterminio dovevano passare altri dieci anni!), era stata considerata a Mosca una colpa imperdonabile. La campagna per liberare Gramsci, messa in sordina per anni, fu rilanciata solo quando egli stava sicuramente per morire e non era più in grado di smentire le falsità che Togliatti gli mise in bocca e ripetè per decenni (tra cui la frase mai pronunciata “Trotskij è la puttana del fascismo”).

Quello che viene dimenticato è che nei paesi del socialismo reale e nella maggior parte dei partiti comunisti del mondo su Gramsci rimase un ostracismo sostanziale: lo testimoniarono gli stessi figli, a cui era arrivata la notizia che il padre “aveva tradito”, ma soprattutto la non pubblicazione in URSS e in tutti i paesi “socialisti” dei suoi scritti, a parte una rituale antologia di “Lettere dal carcere” che serviva a celebrarlo come martire ma non consentiva di conoscerne il pensiero. Anche a Cuba, Gramsci è rimasto ignorato finché non è finita l’influenza sovietica. Ignorato prima della rivoluzione dal PSP filosovietico, “scoperto” poi dai giovani guevaristi (anche se, non a caso, lo stesso Guevara non lo aveva potuto conoscere), Gramsci stava per essere pubblicato in un’antologia significativa agli inizi degli anni Settanta, ma bisognò aspettare venti anni per riprenderla, dopo il crollo dell’URSS.

Altro che “vulgata” dell’anticomunismo “di sinistra”, come ripete ossessivamente Bucci in proprio o citando Antonio Santucci. Grottescamente, viene considerata una “smentita” alla tesi di un Gramsci critico dell’URSS perfino il fatto che “ancora nel 1940 Evgenia si rivolge direttamente alla figura di Stalin”. Cosa prova? Solo che Evgenia, che ha rielaborato da stalinista i sospetti del cognato mettendoci di suo anche l’insinuazione che nel gruppo dirigente del PCd’I ci fosse un traditore, possibilmente trotskista, ha logicamente pensato di fare appello a Stalin. Potremmo portare l’esempio di Pietro Secchia, che si rivolse ingenuamente a Stalin per chiedere aiuto contro la strategia che Togliatti aveva concordato a Mosca prima di tornare in Italia, o quello di tutte le vittime dello stalinismo che si illudevano di poter ottenere giustizia dal “capo supremo” contro gli esecutori subalterni…

Evgenia non capiva evidentemente che quello che aveva angosciato Gramsci (isolato e umiliato in carcere, non sostenuto a sufficienza nei tentativi di scambio con l’URSS), non dipendeva da scelte soggettive di Togliatti, ma dal suo adattamento allo stalinismo, che poteva in certi momenti disapprovare, ma a cui evitò sempre di contrapporsi.

Casomai sarebbe interessante riflettere sul fatto che i sospetti di Gramsci, espressi in una lettera del 1933, investivano la stessa moglie Julia, vista come parte di un grande complotto. Cosa che rende più verosimile che la lettera del 1940 sia stata pensata e scritta dalla sola Evgenia (che infatti andò da sola a discutere il caso con Dimitrov, Togliatti e la Blagoeva).

Della ricostruzione di Pons, che fornisce molti altri particolari interessanti tratti dagli archivi del Comintern, e che varrebbe la pena di documentare più ampiamente, Bucci e Santucci non raccolgono minimamente il dato interessante che quelle accuse  (insieme ad altre mossegli dai dirigenti del PC spagnolo) vennero per qualche tempo prese in considerazione a Mosca, e che “Ercoli” fu allontanato per iniziativa di Dimitrov e della Ibarruri dalle riunioni “strettamente segrete” del Comintern, e fu anche trattenuto in stato di fermo per un giorno (il 16 ottobre 1941) secondo la testimonianza della sua segretaria russa Nina Bocenina.

Su questo invece insiste Vacca, per sostenere che Togliatti era già allora potenzialmente in contrapposizione allo stalinismo. In realtà a Mosca in quegli anni (in cui gli antistalinisti erano stati da un pezzo sterminati), tutti i dirigenti comunisti, sovietici o di altri paesi, erano sotto la spada di Damocle della repressione.

Basti pensare non solo all’entità dello sterminio, ma al fatto che esso toccò anche familiari stretti dei principali collaboratori di Stalin, come la moglie di Molotov, il fratello di Kaganovic, ecc., e che lo stesso cognato di Togliatti, Paolo Robotti, stalinista convinto e zelante delatore che per anni aveva mandato a morte tanti comunisti e antifascisti italiani, fu arrestato e torturato per ottenere una “confessione” da usare un giorno contro Togliatti, se fosse stato necessario.

Togliatti riuscì a evitare quella spada di Damocle: tra l’altro alle accuse della Schucht su una sua responsabilità nel fallimento dei negoziati per la liberazione di Gramsci e lo scambio con alcuni prelati cattolici detenuti in URSS reagì con consumata abilità, sollevando sospetti al riguardo di alcuni dei funzionari sovietici che avevano seguito la vicenda (e che nel frattempo erano stati epurati da Stalin…). Ma non fu mai antistalinista.

Questo temporale estivo finirà presto, ma ce ne saranno sempre di analoghi: quello che incoraggia a questo uso mediatico non tanto della storia quanto di un singolo documento avulso dal contesto, è che tra i militanti comunisti c’è una diffusissima ignoranza delle tragiche vicende degli ultimi decenni dello stalinismo, accompagnata e rafforzata da una vera e propria rimozione da parte di una vera schiera di “giustificazionisti” ad oltranza, di cui è capofila da molti anni l’infaticabile Luciano Canfora.

Così i nostri nemici possono continuare a rimproverarci periodicamente i crimini del passato, magari aggiungendone qualcuno, certi che dalle nostre file ci sarà chi semplicemente li nega, ma anche chi li rivendica, con lo stesso atteggiamento che abbiamo visto su Cuba, e che ha portato tanti compagni a finire per giustificare perfino la pena di morte, e il carcere a vita (28 anni a persone di sessanta anni…) per reati di opinione. Il meccanismo per giustificare è rispondere a chi critica da posizioni marxiste questo o quell’atto discutibile del gruppo dirigente cubano: “ma lo sapete che Cuba è sotto attacco da Bush?”, oppure “ma se sono in tanti a cercare di fuggire, è evidente che c’è un complotto della CIA”.

Ci è venuto in mente questa logica, leggendo nell’articolo di Bucci il ricorso a una presunta “questione filologica” che tale non è affatto. In realtà si tratta semplicemente di un’insinuazione sul “ruolo di Evgenia - data per agente sovietica – alla luce del quale andrebbe interpretato l’elemento di frizione con il partito comunista italiano.”

Che vuol dire? Che non era un’agente sovietica ma di qualcun altro? Infatti si aggiunge subito dopo in tono di mistero: “Né è marginale la datazione temporale della lettera, in concomitanza dei preparativi tedeschi per l’invasione dell’URSS che di lì a pochi mesi sarebbe avvenuta”. Che vuol dire? Che si trattava di un complotto nazista per seminare zizzania nel movimento comunista? Non lo si dice ma lo si lascia pensare, utilizzando tecniche e stereotipi ben sperimentati.

Anche questa mentalità rientra in quell’eredità dello stalinismo che il nostro partito si proponeva di eliminare, ma che continua indisturbata (anche perché solo pochissimi si richiamano apertamente a Stalin e ne affiggono le icone nelle nostre sedi, ma in tanti continuano a spiegare il mondo con i complotti, risparmiandosi la fatica di cercare tra le proprie file la responsabilità di tante sconfitte). E non a caso il nostro partito non è stato capace di aprire quel serio e approfondito dibattito sullo stalinismo, con pubblicazione di testi e documenti e poi un momento di riflessione in un convegno nazionale, che pure era stato promesso dallo stesso Cossutta fin dal momento della fondazione (evidentemente allora pesava ancora lo shock del “grande crollo”, che poi è stato anch’esso rimosso ed esorcizzato, magari attribuendolo alla CIA o al papa…).

(18/7/2003)

 

 

 

5) Un’offensiva giustificazionista su “Liberazione”?

 

Abbiamo segnalato appena due giorni fa le polemiche innescate dalla pubblicazione della lettera a Stalin di Evgenia Schucht, e pensavamo di non dover aggiungere più nulla. Nello stesso giorno in cui inviavamo il nostro commento, un’altra intera pagina del “Corriere della sera” dava ampio spazio a tre interventi, tutti in difesa di Togliatti. Emanuele Macaluso insisteva che dalla famigerata lettera si poteva dedurre solo che se c’era una congiura era proprio contro Togliatti, a cui egli attribuiva giustamente il “merito” (dal suo punto di vista), di aver avviato il partito comunista sulla strada che ha portato ai DS.

La congiura, tuttavia, non partiva da Stalin ma da un rancore personale, di cui Aurelio Lepre sulla stessa pagina ha ricostruito dettagliatamente l’origine in un articolo su “Evgenia, Julia, Tania. Tre sorelle unite dalla fede comunista”, prevalentemente dedicato alla componente psicologica di Evgenia, che aveva tentato con un attaccamento morboso di sottrarre il piccolo Delio a Gramsci e alla stessa Julia. Ma Lepre, riprendendo quanto aveva scritto in proposito Aldo Natoli, avanza anche l’ipotesi che “Evgenia, fervente stalinista, ritenesse Gramsci filotrotskista e cercasse perciò di impedire a Julia di scrivergli”.

A proposito dell’interruzione della corrispondenza tra Julia e il marito in carcere (che ne soffrì moltissimo) Lepre ricorda che Tania fece conoscere a Gramsci un passo di una lettera in cui il padre delle tre sorelle le scriveva: “Non ho detto che Giulia non scrive perché è ammalata, ho detto che non lo fa che raramente, perché le riesce assai penoso di farlo nelle condizioni in cui si è costretti di compierlo”. Le condizioni, lascia intendere Lepre, erano appunto le pressioni della fanatica sorella, con un forte ascendente sulla debole Julia, anche se il clima politico generale della Mosca degli anni Trenta può spiegare la tensione che fece saltare il sistema nervoso della donna.

Ma anche qui, nulla di nuovo può essere aggiunto, anche se molti hanno ignorato le ricerche che a queste conclusioni erano giunte già da decenni.

Il terzo intervento sul “Corriere” è di Luciano Canfora, nel complesso misurato ed equilibrato come gli accade raramente (quando scrive sulla storia contemporanea spesso dimentica il suo rigore filologico di storico dell’antichità). In questo caso fa un’osservazione correttissima sulla datazione della lettera, che non può essere quella indicata da Pons (che corrisponde verosimilmente all’arrivo sul tavolo di Dimitrov, nel quadro di un’altra “inchiesta” su Togliatti) perché si cita come vivente la vedova di Lenin, morta già nel 1939, e soprattutto si dice di aver informato Ezov, che era stato arrestato e destituito nell’aprile 1939, e fucilato nel febbraio 1940. “Nessuna persona da senno nel dicembre 1940, volendosi ingraziare Stalin, gli direbbe: ho scritto a Ezov!”, osserva giustamente Canfora.

Che poi, nel tentativo di spiegare meglio cosa minacciava Togliatti, fa uno scivolone, sostenendo che “Togliatti è l’uomo che si è speso pienamente nella politica dei fronti, e che nel biennio del patto russo-tedesco viene messo da parte”. Peccato che gli attacchi della Ibarruri gli vengono fatti nel luglio 1941, quando Hitler aveva già stracciato da un mese il patto invadendo l’URSS, e quando il 16 ottobre 1941 è avvenuto il breve arresto di Togliatti, si era ormai da quattro mesi in guerra e il patto era del tutto dimenticato. D’altra parte Togliatti non aveva espresso nessuna riserva sul “patto” anche perché era stato arrestato a Parigi sotto falso nome, e aspettava pazientemente un intervento dell’URSS per liberarlo. Così nelle sue Opere c’è un grosso buco corrispondente a quell’isolamento forzato. Ma questa imprecisione è più che perdonabile, ovviamente rispetto a ben altre prodezze fatte da Canfora in passato. Pensiamo al suo scoop, sempre sul “Corriere” di cui è collaboratore fisso, che annunciava che la CIA aveva falsificato il “rapporto segreto” di Chrusciov durante la traduzione, con grande gioia dei “nostalgici” che a quel rapporto non hanno mai voluto credere, sostenendo appunto che era un’invenzione del nemico. Lo faceva a scorno della verità, perché la parte centrale del “rapporto” era stata poi riprodotta integralmente nelle conclusioni di Chrusciov al XXII congresso e quindi pubblicata in lingua russa e inserita nel “Canone” degli Atti congressuali. Ma chi – a parte il sottoscritto e pochi altri - ha letto quegli Atti, anche se tradotti in italiano e pubblicati in un grosso volume dagli Editori Riuniti?

Di questi tre nuovi interventi “Liberazione” ha subito ripreso uno stralcio del solo Canfora (con la precisazione corretta e l’illazione meno fondata), ignorando gli altri due, che essendo anch’essi in difesa di Togliatti avrebbero smentito la “vulgata” (per parafrasare Bucci) sui complotti del “Corriere” a cui si dedica ormai con sistematicità sulle pagine del nostro giornale Beppe Lopez.

Ha pubblicato invece con grande rilevo un lungo articolo di Alberto Burgio dal titolo inequivocabile “Contro Togliatti solo sospetti”. Verissimo sul caso specifico, ma l’impressione si dà è che ogni critica politica a Togliatti sia infondata. Un po’ come dopo l’assoluzione di Andreotti per l’inconsistenza dell’accusa sul bacio, i mass media lo hanno presentato come se con la mafia non avesse mai avuto a che fare…

Burgio non è uno storico, e gli si potrebbero perdonare per questo le sviste, i fraintendimenti, la mancata conoscenza della ricca bibliografia sull’argomento. 

Un po’ meno le citazioni scorrette, che dovrebbero essere evitate anche da un filosofo e politologo. Pensiamo a quella che ha trasformato le insinuazioni di Evgenia sui possibili traditori (rituali in quegli anni e congeniali a una convinta stalinista), in qualcosa di diverso. Infatti Burgio scrive testualmente “Evgenia ricorda i gravi sospetti che Gramsci nutriva nei confronti di possibili traditori (i fascisti e i loro lacché, i trotskisti di tutte le specie”. Nemmeno la fanatica stalinista Evgenia attribuisce direttamente a Gramsci questa frase sui trotskisti “lacché dei fascisti”, ma lo fa invece disinvoltamente Burgio, tardivo discepolo di quel Togliatti che attribuì a Gramsci la frase mai detta su “Trotskij puttana del fascismo”.

Un lettore di Liberazione, nello stesso giorno 20 in cui è apparso l’articolo di Burgio, lamentava giustamente che l’articolo di Bucci obbligava a “scegliere tra un Gramsci liberale e uno amico di Stalin e acriticamente e incondizionatamente filosovietico”. Purtroppo non è il solo Bucci a farlo.

E c’è fa chiedersi perché sulla storia del movimento comunista su “Liberazione” possano scrivere solo “nostalgici” non specialisti come Burgio o Grassi, mentre io, che pure sono uno storico del movimento operaio con varie decine di libri pubblicati, su “Liberazione” posso scrivere sull’ISTAT, sulla socialdemocrazia austriaca, su Rosa Luxemburg, o magari sulla storia dell’Afganistan prima dell’intervento sovietico, o su altri argomenti non scottanti, non su quelli di cui mi occupo sistematicamente e scrivo da più di trenta anni, ma che rimangono un tabù nel partito. Ho accennato alla socialdemocrazia austriaca, ma appena mandai il seguito di quell’articolo (al momento di Haider avevo concordato una serie su quel paese) in cui si parlava anche del partito comunista, fu bloccato da uno dei tanti censori, a quanto seppi esterno alla redazione. E così su Cuba, su cui ho potuto pubblicare un articolo banalissimo (a volte sono costretto anch’io a scriverne) sul caso del famoso “bambino Eliàn, ma non passò mai un articolo sul dibattito sullo stalinismo avviato a Cuba nel 1962, proposto per concretizzare l’indicazione del nostro congresso, e scritto nell’anniversario del primo “caso Escalante” che portò Guevara e per qualche anno lo stesso Castro a fare un salto nella comprensione del fenomeno staliniano.

Invece periodicamente appaiono scritti agiografici: Grassi in particolare scrive spesso trattando la materia come la “storia sacra” che si insegnava nelle scuole di partito, raggiungendo livelli incredibili di reticenza: ad esempio in un articolo apologetico su Thaelmann, ignorava semplicemente la sua destituzione da segretario della KPD per gravi ragioni morali, e la sua reintegrazione da parte di Stalin, che costituì un pericoloso precedente nel Comintern, e innescò la liquidazione di Bucharin (con conseguente passaggio di Togliatti dal legame privilegiato con Bucharin a quello diretto con Stalin, sacrificando il povero Tasca, a cui era stato detto inizialmente di opporsi alla reintegrazione, e che fu poi lasciato solo di fronte a Stalin). Ma non è il solo caso, un giorno si potrebbe tentare un bilancio complessivo di come viene affrontata la storia del movimento comunista nel giornale che dovrebbe contribuire alla rifondazione anche sul piano teorico.

Tornando a Burgio, che a quanto pare ignora tutta la ricca produzione storiografica sugli anni Trenta, e se la prende con Pons fraintendendolo (Pons ad esempio accenna al fatto che la lettera può aver aggravato i guai di Togliatti, attaccato dalla Ibarruri che attribuiva al suo ruolo dirigente la responsabilità della sconfitta della repubblica, ma non parla di “tradimento” come scrive Burgio) conclude così il suo lungo articolo: “Il discorso è politico, come si diceva un tempo. Allora i casi sono due. O siamo alla resa dei conti. Per cui liquidate le grandi icone del comunismo mondiale (consegnato Stalin alla storia del crimine, ormai chi parla più di Lenin? E anche il nome di Mao suscita imbarazzo), è giunto il turno dei comunisti italiani, a cominciare ovviamente dal ‘Migliore’. Oppure siamo a un giro di boa, alla paradossale vendetta della storia. Sì, perché in tutto questo discutere di complotti, congiure e tradimenti, una cosa non deve passare inosservata. Stalin, proprio lui, ci fa davvero un figurone”.

Quante banalità hanno trovato spazio in quest’articolo! Burgio risponderà che voleva solo fare ironia, ma in realtà ridendo e scherzando ha titillato le corde profonde dei vecchi e meno vecchi militanti, che di quelle icone, Stalin in testa, sono nostalgici, e non capiscono proprio perché Bertinotti, a Livorno e poi al congresso, se la sia presa tanto con lo stalinismo…

20 luglio 2003

 

 

6) I nostalgici dello stalinismo giustificano i crimini di Putin

(settembre 2004)

 

La vicenda cecena ha spinto parecchi nostalgici dello stalinismo a indignarsi per chi cerca di identificare le responsabilità della Russia di Putin (e naturalmente quelle più lontane dei suoi tanti predecessori che hanno cercato di piegare con le armi la tenace resistenza di quel popolo). Lo stalinismo ha educato talmente allo “sciovinismo russo di grande potenza”, che i suoi eredi hanno ormai i “riflessi condizionati” e difendono nello stesso modo la Russia di Putin (senza domandarsi il perché dell’amicizia con Berlusconi e della collaborazione con Sharon). Alcuni di loro hanno messo in rete un attacco stupido e volgare al mio articolo sulla Cecenia apparso su “Liberazione” il 3 settembre, in cui mi accusano di complicità con Brzezinski, Pannella e Himmler nei progetti di “squartare la Russia”. Col loro metodo dovrei dire che quelli che mi attaccano sono agenti di Forza Italia o dello Stato di Israele…

Difficile rispondere a persone che mi attribuiscono di volere la Grande Albania, solo perché ho denunciato le violenze del loro amico Milosevic che nel 1989, in nome di una mitica battaglia di 600 anni prima, ha incarcerato i dirigenti (allora comunisti) del Kosovo, e fatto bombardare i minatori che occupavano le miniere, innescando così l’esplosione della Jugoslavia.

Non solo non simpatizzavo e non simpatizzo per la Grande Albania, ma al contrario ho sempre denunciato la repressione di Milosevic proprio perché alimentavano le correnti più esasperate: reprimendo i comunisti kosovari si è lasciato spazio a Rugova, che non mi era certo simpatico, ma era comunque disposto a un compromesso con Belgrado; rifiutando ogni soluzione pacifica e negoziata, si è screditato Rugova e lasciato spazio all’UCK, che ovviamente era molto peggio.

Peccato che questi “marxisti-leninisti” che non hanno mai letto Lenin, non riescano a capire che il mio atteggiamento ricalca quello di Lenin sull’autodecisione: a Rosa Luxemburg che diceva che ammettendola per la Polonia si lasciava questo paese nelle mani dei “pan” polacchi, Lenin rispondeva che al contrario che se i comunisti russi l’avessero rifiutata avrebbero proprio in questo modo gettato operai e contadini nelle braccia dei signori reazionari, per timore che dietro il comunista ci fosse il nazionalista russo.

Questo diceva Lenin nel 1917 e 1918, poi nel 1920 ci fu l’errore della controffensiva che inseguì gli aggressori polacchi fino a Varsavia, col risultato di dare proprio questa impressione. Fu questo errore sovietico a indebolire per sempre il partito comunista polacco.

L’asse del mio articolo non era comunque l’apologia di Dudaev, ma la constatazione che Putin, rifiutando ogni compromesso (quello fatto tacitamente con Dudaev dopo il 1991, quello contrattato poi dal generale Lebed nel 1996) ha rafforzato l’estremismo e lo ha sospinto verso forme esasperate di terrorismo.

La cosa penosa è la metodologia da sbirri che traspare dall’attacco al mio articolo: si prende una frase di Himmler, per attribuire alle sue macchinazioni ogni aspirazione a liberarsi da un giogo ingiusto. Si accetta la versione di Putin (messa in dubbio dalla maggior parte della stampa indipendente mondiale e in passato anche russa, quando esisteva ancora) che demonizzava ceceni e caucasici in genere come criminali mafiosi attribuendo loro gli attentati che tutti i dirigenti ceceni avevano smentito categoricamente e a cui non avevano il minimo interesse (che logica c’era a colpire dei condomini qualsiasi a Mosca?). Invece grazie a quegli attentati che suscitarono un ondata di isterismo contro tutti i caucasici, il fino ad allora sconosciuto Putin, scovato da Eltsyn nei bassifondi dei servizi, pochi mesi dopo veniva eletto trionfalmente presidente come salvatore della Russia (anche grazie alla sciagurata politica dei suoi “oppositori” nazionalisti o “comunisti”, che gli rimproverano di essere troppo morbido nel Caucaso…).

Analogamente a quanto diceva Milosevic sul “genocidio dei serbi” nel Kosovo, questi personaggi ripetono la balla della “pulizia etnica nei confronti dei russofoni” in Cecenia: una parte di essi sono fuggiti, certo, ma in seguito ai ferocissimi bombardamenti che hanno reso al suolo Grozny, inasprendo gli animi e ovviamente non risolvendo nulla, come risulta dall’incapacità delle truppe russe di controllare il territorio.

Ancora un esempio del metodo dei nostalgici dello stalinismo e della grandezza russa: accettano la menzogna di Putin, che per ingraziarsi Bush ripete che i Ceceni sarebbero collegati a Bin Laden (ma retrodatano questo presunto legame agli anni in cui Bin Laden era davvero al soldo degli Stati Uniti, quando non c’era nessun bisogno per i ceceni di chiedergli aiuto). Qualche contatto marginale ci può essere stato solo dopo le stragi del 1999 e 2000, che hanno costretto all’esilio tanti ceceni, alcuni dei quali sono effettivamente andati in Afghanistan. Ma un legame organico non c’è mai stato, se non nella propaganda di Putin. E lasciamo da parte i dubbi sulla reale esistenza – oggi - di Bin Laden e della sua “potentissima organizzazione mondiale”, di cui parleremo in altro momento, magari recensendo il libro di Marina Montesano, Mistero americano (Bari, Dedalo, 2004) e la nuova edizione, notevolmente accresciuta, di quello di Nafeez Mosaddeq Ahmed sull’11 sttembre, uscito da Fazi col nuovo titolo Guerra alla verità.

Non ho simpatia per uno solo degli attuali dirigenti ceceni, che stanno per giunta ora accentuando la loro ideologia islamica, come non ho simpatia per i leader di Hamas, ma se emergono posizioni sempre più radicali è perché è stato tolto ogni spazio ai moderati, con l’illusione di vincere militarmente. Non ho simpatia per i “tagliatori di teste” in Iraq (che oggi sono ancora marginalissimi, ma lo diventeranno sempre meno), ma non accetto di demonizzare un movimento di resistenza solo perché alcune su frange fanno atti insensati e controproducenti, e hanno un’ideologia che non condivido.

Il diritto all’autodecisione fino al distacco era un principio sacrosanto per i comunisti al tempo di Lenin, e prescindeva da chi era alla testa del movimento che lo rivendicava. I residuati staliniani invece lo negano a tutti, perché non condividono le posizioni di chi lotta, e non si accorgono che più passa il tempo e più verranno fuori posizioni peggiori, per reazione.

Oltre a tutto (a riprova ulteriore dell’approdo staliniano alle posizioni della borghesia più reazionaria) nell’atteggiamento verso la Cecenia, il Kosovo, ecc. c’è il culto dell’intangibilità delle frontiere, che non ha nulla che vedere con l’atteggiamento del Comintern nei suoi primi anni gloriosi: le frontiere frutto di violenza e annessioni militari non erano sacre e inviolabili per i marxisti rivoluzionari, lo sono diventate da Stalin in poi…

Antonio Moscato

 

Allego, perché ha una qualche utilità, una lettera inviata al Manifesto per il dibattito aperto da Barenghi (non pubblicata). Si parlava di Iraq, ma il problema è lo stesso: l’appoggio a una causa non è messo in discussione dagli atti compiuti da una parte dei suoi sostenitori. Riccardo Barenghi, ex direttore de “il manifesto”, ha poi ribadito in un’intervista a Paolo Franchi sul “Corriere della sera” dell’11/9 che non può appoggiare la resistenza in Iraq perché non sarebbe “una resistenza come la penso io con le mie categorie di uomo di sinistra, una resistenza in primo luogo politica, non egemonizzata dal fanatismo religioso e dal terrorismo contro gli inermi”.

 

Lettera a Barenghi

Il dibattito stimolato dalla provocazione di Riccardo Barenghi è indubbiamente utile, perché riflette quanto è divenuto “senso comune” diffuso in una parte non trascurabile della sinistra, specialmente in quest’ultimo anno che ha visto anche il PRC impegnatissimo a esaltare l’ideologia della non-violenza.

Così c’è uno spazio enorme per i vari Panebianco, che pontificano ignorando che ogni giorno in Iraq ci sono  centinaia di atti di resistenza militare e civile (comprese le dichiarazioni della squadra di calcio ad Atene) a cui partecipano decine e decine di migliaia di persone, su cui si sorvola tranquillamente, mentre viene amplificato dalla grande stampa e dalle TV ogni singolo atto insensato compiuto da dieci o venti persone di un gruppo sconosciuto. Di episodi barbari e ripeto insensati (perché privi di ogni logica politica) ce ne sono a distanza di una o due settimane, in misura incomparabilmente minore degli attacchi ai militari o ai collaborazionisti, ma non conta nulla che vengono condannati anche dal presunto “estremista” Muqtada Al Sadr: si parla solo di loro e si fonda così l’idea che l’alternativa è solo tra il consolidarsi dell’occupazione militare o la vittoria dei tagliatori di teste. Posta così la questione, sembra naturale scegliere la violenza “pulita” dei carri armati e degli elicotteri.

Si tratta di una falsa alternativa. È come se in Italia negli anni di piombo, si fosse visto lo scontro sociale in atto come se i protagonisti fossero da una parte i corpi repressivi, dall’altra quelli che miravano a un presunto cuore dello Stato, come se questi non fossero stati solo poche centinaia o poche migliaia di individui, che pretendevano di parlare a nome di un movimento operaio rispetto al quale erano estremamente marginali, e che aveva ancora una notevole forza e alcune possibilità di resistere e di contrattaccare. Mi pare di ricordare che allora “il manifesto” non accettasse (come altri fecero) quella falsa e riduttiva alternativa.

Michael Warshawski ha detto che in Palestina le principali forze della resistenza sono gli alunni, i maestri e i genitori, che si sforzano di continuare a vivere aggirando la spietata repressione mirata all’espulsione, oppure i medici, infermieri e autisti di ambulanze, ecc. , ma di loro non si parla: l’alternativa sembra tra l’occupazione finalizzata all’espulsione e le azioni di chi crede utile sacrificare la propria vita in un autobus per rompere un silenzio assordante... Più accettiamo questa logica e questa contrapposizione, più aumenterà il peso (oggi ancora minoritario) di chi fa scelte disperate e controproducenti.

D’altra parte non mancano neppure dubbi che in Iraq alcuni dei gruppuscoli di banditi specializzatisi in rapimenti possano essere manipolati da oscuri “mediatori”. E come potrebbe essere diversamente in un paese in cui gli interi vertici delle forze armate di Saddam erano stati preventivamente acquistati dalla CIA?  Questo spiega meglio certe richieste e soprattutto i tempi brevissimi richiesti per far cambiare una legge o per il ritiro di migliaia di soldati: non erano richieste da esaudire, ma messaggi suggeriti per poterli utilizzare altrove (la cosa si verificò anche durante il caso dei quattro mercenari, su cui non a caso sono rimasti ancora parecchi punti oscuri).

Comunque, bisognerebbe ricordare che questa barbarie non c’era prima dell’intervento militare, e cresce di giorno in giorno. Vorrei ricordare che in Cambogia, senza il colpo di Stato, senza i bombardamenti feroci, non ci sarebbe stato spazio per Pol Pot. Le sue idee le aveva maturate forse negli ambienti stalinisti di Parigi, ma non rappresentava nulla e nessuno, prima del colpo di Stato di Long Nol e del milione e mezzo di cambogiani assassinati dai bombardamenti con napalm e defolianti con cui tra il 1968 e il 1975 gli USA, ormai sconfitti, si sono preparati al ritiro lasciando letteralmente terra bruciata...  (1 settembre 2004, non pubblicata)

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7) L’altra faccia del giustificazionismo (7/2007)

 

 

 

Chiamato in causa da Luigi Cortesi, che con Enzo Santarelli fu tra i primi ad affrontare il nodo dello stalinismo nella storiografia italiana, Silvio Pons si è permesso di liquidarlo accusandolo di "disonestà intellettuale" per aver criticato alcune lacune del Dizionario del comunismo. Mi sembra incredibile. Qualche anno fa avevo difeso Pons da attacchi che mi sembravano ingiustificati, mentre a volte mi infastidiva che Cortesi, mosso dalla buona intenzione di contrastare l'uso strumentale che nel PCI si faceva di Gramsci, finisse involontariamente per avallare la tesi che lo presentava come anticipatore della svolta di Salerno. Evidentemente non ho nessun pregiudizio sui due contendenti.

Ma la violenza dell'attacco di Pons a Cortesi si spiega: le lacune del Dizionario ci sono, e sono rese ancora più evidenti dalla presenza di voci su personaggi mediocri (da Bierut a Żivkov, da Husak a Suslov o Voroscilov) o socialdemocratici, o borghesi come Kennan, che con il comunismo non hanno molto a che fare. La chiave di queste scelte di Silvio Pons è che il "comunismo alternativo è puramente immaginario", anzi "non è mai esistito". Chi è stato sconfitto ha torto, per lui, e non vale la pena di prenderlo in considerazione. Senza volerlo Pons ricalca Breznev: l'unico socialismo è quello esistente, il resto è fantasia...

 

Per giunta Pons aggiunge del tutto gratuitamente: "Se Trotzkij avesse vinto il regime sovietico sarebbe stato probabilmente oppressivo quanto lo fu sotto Stalin". Ovviamente un giudizio basato solo su una opinione, e che serve a risparmiarsi di fare i conti con la ricca riflessione degli ultimi anni di Trotskij (e con quella di tanti altri marxisti "controcorrente").

 

La frase conclusiva rivela la logica di Pons: Cortesi avrebbe torto perché la sua sarebbe "una posizione in assoluta controtendenza rispetto alla storiografia internazionale". Non si entra nel merito, ma si usa come autorità una presunta maggioranza, che tra l'altro non c'è neppure, se non nei convegni in cui si trovano diessini italiani e anticomunisti USA. Non in Francia, dove ad esempio un bel gruppo di storici ha curato il ben più ricco e articolato Il secolo dei comunismi" (che fin dal titolo contraddice l'appiattimento della storia sui vincitori del momento). 22/07/2007

Antonio Moscato

 

 

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[1] Il saggio di Moffa, Dalla “razza” alla “differenza”. Così la sinistra riscopre le virtù della guerra coloniale è stato pubblicato in una raccolta dal titolo Dal Medio Oriente ai Balcani, (La città del sole, Napoli, 1999) insieme a una stesura più ampia dello scritto di Losurdo già apparso sul Calendario del popolo, a un testo di Andrea Catone equilibrato e condivisibile, e a un men che mediocre articolo di Pier Franco Taboni, che intreccia facili polemiche con alcuni apologeti dell’imperialismo con una ricostruzione della storia balcanica imbevuta di pregiudizi cattolici contro l’Islam e l’impero ottomano, “una potenza tartarica e musulmana” che avrebbe provocato “un progressivo imbastardimento civile e culturale”, un “inquinamento etnico territoriale” e altri termini consimili, rivelatori di una nostalgia per la “civiltà cristiana” della battaglia di Lepanto.

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