Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Dopo Nassiriya

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Dopo Nassiriya

Due scritti, a caldo, sulla campagna di intossicazione che utilizzava i poveri morti.

 

1) I morti italiani in Iraq (12/11/2003)

 

La canea urlante che vuol cancellare l’impatto di una tragedia prevista, presenta come traditori della patria o sciacalli quelli che ricordano che l’opposizione pacifista alla guerra era non solo basata su un principio etico elementare (che diritto abbiamo noi di andare a portare la nostra “giustizia” e la nostra “democrazia” a tanti chilometri da casa nostra?), non solo sulla evidenza delle menzogne che accompagnavano la preparazione dell’attacco (armi di distruzione di massa che tutti sapevano che non c’erano, perché l’Iraq non è in grado di produrle, e quando le ha avute è perché gliele avevano vendute i paesi occidentali per farlo combattere contro l’Iran), ma anche sulla certezza che l’aggressione avrebbe provocato una risposta pericolosissima, e che una volta distrutto – facilmente – l’esercito mal armato e mal motivato di Saddam, gli occupanti avrebbero dovuto fare i conti con la resistenza popolare, con la disintegrazione del paese su basi etniche e confessionali, e con il proliferare di quel terrorismo che si diceva di voler sradicare. Lo avevamo detto e scritto in tanti, nel mio caso in articoli e in un libro scritti prima dell’aggressione all’Iraq.

 

Oggi si denuncia il “terrorismo internazionale”. Che c’entra il “terrorismo internazionale” di cui si riempiono la bocca quelli che – senza aver mai fatto neppure un giorno di naja – mandano i nostri ragazzi ignari a morire in terre lontane? Niente, assolutamente niente. Non c’è una mente unica che dirige la resistenza agli israeliani nei Territori palestinesi rioccupati, o in Afghanistan, o in Iraq, dove sono addirittura diverse le motivazioni tra chi combatte nel nord curdo o nel sud sciita, o nel centro sunnita, che non sono neppure collegati tra loro. Ancor meno plausibile che si tratti di “stranieri”. Gli stranieri siamo noi, gli statunitensi, i britannici, e le piccole legioni straniere fornite da tre o quattro stati vassalli dell’Europa centro-orientale, in cambio di un po’ di milioni di dollari. Controllare la popolazione indigena è difficile per eserciti mal preparati, senza conoscenza della lingua, mentre molto più semplice sarebbe bloccare ai confini l’entrata di stranieri: ma possono essere poi definiti tali i vicini giordani o siriani o palestinesi, che sono stati divisi dagli iracheni da confini artificiali tracciati dall’imperialismo al termine della prima guerra mondiale, al momento di spartire il bottino, e alla faccia delle promesse fatte agli arabi per ottenerne l’appoggio?

Gli italiani, tranne poche eccezioni, sono disinformatissimi su tutto quello che accade fuori del nostro paese, per questo hanno gioco facile degli spudorati mentitori. Va detto che solo un politico di primo piano, che per molte ragioni “sì che se ne intende”, ha parlato al Senato di un’imprudente entrata in un Iraq artificiale (e ha anche detto cose terribili sulla nostra presenza in Afghanistan, a puntellare un “governo democratico” che ha ripreso alla grande la coltivazione dell’oppio che i talibani avevano sradicato...). Si tratta dell’ex primo ministro e ministro degli Esteri Giulio Andreotti.

Invece le favole del governo, spiegano agli italiani ignoranti che ci attaccano perché siamo buoni e loro cattivi, nascondendo la verità elementare: ci attaccano perché siamo un paese occupante in quanto “parte della coalizione” (ha usato incautamente questa formula nel suo intervento lo stesso Berlusconi...), una coalizione che ha invaso l’Iraq senza nessun mandato internazionale. E ognuno ha il diritto di combattere chi occupa la sua terra: lo riconosce la stessa carta dell’ONU e la dottrina della Chiesa (sia pur applicando questo criterio volta a volta in modo diverse, a secondo delle convenienze...).

Per giunta molte delle azioni che colpiscono le truppe occupanti non sono definibili “terrorismo”: non sono dirette contro innocui civili, ma sono azioni di resistenza a militari armati, che vengono colpiti con le armi a disposizione di chi vuole resistere a un’occupazione ingiusta che sottrae risorse a un paese impoverito da anni e anni di guerre (compresa quella del 1980-1988, “guerra per conto terzi”)e poi dall’embargo. Che differenza c’è d’altra parte, tra usare dell’esplosivo in un camion o invece in una bomba sganciata da un aereo o da un elicottero, o sparata da un cannone?

Naturalmente i nostri governanti come Bush parlano di “missioni umanitarie” per difendere i nostri valori fondamentali, e “portare la democrazia”, ma ciò è stato fatto per giustificare ogni guerra, anche la più barbara, dalla prima guerra mondiale alle imprese nel Libano, in Somalia, nei Balcani, nello sventurato Afghanistan. D’altra parte anche Hitler presentava la sua politica come “difensiva” rispetto alle “minacce della Polonia”, e per dare all’Europa un assetto di pace, e lo stesso faceva l’imperatore giapponese invadendo la Cina e poi tutto il sud est asiatico.

Altre balle sulla guerra

Tra le balle che ci hanno raccontato su questa guerra (che è stata facilissima finché si trattava di confrontarsi con un esercito scassato e i cui generali erano stati comprati preventivamente, e diventa sempre più costosa e imprevedibile quando a combattere è un nemico invisibile protetto dalla popolazione), c’era quella sulla sicurezza dei “nostri ragazzi”; molti ufficiali rilasciavano interviste ai principali quotidiani assicurando che potevamo contare sulla popolarità degli “italiani brava gente” (a cui crediamo solo noi, andatelo a chiedere a chi ci ha conosciuto nei Balcani, in Libia o nel Corno d’Africa...) e sull’ottima qualità dei nostri servizi di “intelligenza”. Ci spiegavano che noi invitiamo a prendere un the i nostri vicini arabi, e così stabiliamo rapporti di amicizia parlando del campionato di calcio italiano e ottenendo preziose informazioni. Ma come facevano a ottenerle i nostri astuti carabinieri se nelle stesse interviste si annunciava che “presto” sarebbero arrivati anche degli interpreti italiani? Si capiva dunque che, come in tutte le guerre coloniali precedenti, la nostra “intelligenza” doveva contare su interpreti locali, che senza controllo traducono quello che vogliono e come vogliono, una volta verificato che “i nostri ragazzi” non capiscono l’arabo! Non parliamo della preparazione storica, culturale, antropologica dei nostri carabinieri e dei nostri ufficiali. Al momento dell’impresa “umanitaria” nel Libano, ho potuto vedere su che testi incredibili venivano preparati i nostri soldati.

La spedizione in Iraq è stata fatta per la frenesia del nostro governo di partecipare all’impresa della ricostruzione per ricavarne qualche utile (mentre altri governi più esperti si sganciavano, anche dopo aver accettato alla fine di votare una inutile e simbolica mozione al Consiglio di Sicurezza (tanto vaga che l’ha votata perfino la Siria, che pure è la prima o la seconda ad essere messa nella lista degli “Stati canaglia” di Bush...)

Nessuno può dire chi sono quelli che hanno colpito la caserma di Nasirya: ormai in Iraq si muovono tutti contro gli occupanti, anche chi aveva dapprima accolto bene i presunti “liberatori” dal momento che odiava. Saddam e la sua famelica e crudele burocrazia.

Ma è proprio quello che avevamo previsto, e lo aveva previsto anche Bush padre nel 1991: per questo si era fermato rinunciando a un’occupazione che avrebbe provocato di sicuro molti guai. Anche un conservatore come Saverio Vertone ha avuto il coraggio di dire che in Iraq non dovevamo andarci proprio, dato che siamo riusciti a mettere insieme integralismo e nazionalismo, che erano stati sempre incompatibili e si erano combattuti tra loro: ora invece combattono noi!

 

Come Bush, i nostri propagandisti più beceri a partire dal premier hanno spacciato per buona l’invenzione di una presenza di Al Qaeda e di un suo inesistente e impossibile legame con Saddam (che era odiato da Bin Laden perché laico, anzi “miscredente”). Al Qaeda, se esiste, e se mai è esistita come ce l’hanno descritta nascondendo i suoi legami con i finanziatori originali, gli Stati Uniti, che l’avevano scagliata contro il governo afghano appoggiato dai sovietici, non è onnipotente: non a caso non è risultata in grado di ripetere in qualche modo l’impresa dell’11 settembre. Ma le guerre scatenate o inasprite dall’imperialismo in tutta l’area hanno fatto proliferare gruppi locali che cercano di ripeterne le reclamizzatissime imprese: il risultato della “lotta al terrorismo internazionale” con le bombe è stato casomai lo scatenamento del terrore anche in Arabia Saudita, in Pakistan, in Indonesia, ecc. Non c’è male come lungimiranza!

Si definisce “terrorismo internazionale” tutto, compresi i due squilibrati delle ridicole imitazioni delle“Brigate Rosse” (che erano una cosa mostruosa e minoritaria, ma reale, mentre questi dovrebbero prima di tutto essere sottoposti a perizia psichiatrica) e che sono stati arrestati con tanti poveracci che erano stati vagamente a contatto con loro, allo scopo di criminalizzare tutti i movimenti (attraverso l’invenzione di un’area anarco-insurrezionalista che non esiste da 60 anni ma di cui da Genova in poi parla Pisanu!), ma soprattutto tutti coloro che in qualsiasi parte del mondo resistono con i mezzi che hanno a disposizione a un’invasione della loro terra (magari un camion carico di esplosivo, visto che le bombe, gli elicotteri, i carri armati li hanno solo i “nostri”...

Altre domande da fare a chi ha mandato i nostri carabinieri e soldati impreparati in una trappola mortale:

*                        Chi ha deciso che siamo noi a dover “portare pace e democrazia” all’Iraq? A che titolo?  Perché alla fine della Prima guerra mondiale siamo stati complici delle altre potenze coloniali nella spartizione dell’impero ottomano, e nell’invenzione di stati artificiali come il Libano, la Giordania e, appunto, l’Iraq? E perché non dovremmo “portare la democrazia” a Israele o alla Turchia, che fanno rispettivamente a palestinesi e curdi vessazioni ben maggiori di quelle fatte alle minoranze etniche o religiose da Saddam nei suoi periodi peggiori? E perché non anche a India e Pakistan, dotati entrambi di armi atomiche (come Israele) e i cui governi sono pieni di fanatici integralisti, rispettivamente indù e islamici, specializzati nel bruciare i templi dell’altra religione?

*                        Tutte le parti hanno morti in una guerra, ma non è dal numero delle vittime che si può giudicare se una causa è giusta... Eppure in questi giorni si sentono nelle strade, nei mercati, nei caffè tanti imbecilli che ripetono sciocchezze e che invocano l’uso dell’atomica per punire chi non apprezza la nostra presenza nel suo paese, senza domandarsi perché. Per giunta ci accorgiamo dei morti solo quando sono nostri o degli alleati. La maggior parte degli italiani si è indignata per i diciotto morti “nostri” ma dei 50.000 iracheni uccisi (secondo stime statunitensi) non si parla né ci si pensa. E quando i “nostri” paracadutisti sono andati in Somalia (portando indietro foto ricordo di stupri e torture), si è fatto un gran clamore quando ne sono morti tre, mentre tra le righe si poteva leggere che in quello scontro erano stati uccisi 67 somali, in gran parte civili! In questi giorni è stato ricordato il quarantaduesimo anniversario di quell’11 novembre del 1961 in cui tredici paracadutisti italiani in missione ONU nel Congo, ugualmente impreparati, finirono a Kindu in un posto sbagliato e furono linciati. E dei due milioni di morti congolesi e del saccheggio dell’economia di quel paese un tempo ricchissimo, iniziato con quell’ipocrita “missione umanitaria”, chi si ricorda?

*                        Si fa una grande retorica sui bambini iracheni morti nell’esplosione. Passavano per caso? Come fare a saperlo ora, che tutta la stampa si dedica all’intossicazione dell’opinione pubblica? Perché non ci si preoccupa dei bambini uccisi, non sempre per caso, dai cannoni e dalle bombe della coalizione, e di quelli uccisi dall’embargo a centinaia di migliaia? Danni collaterali?

 

Il governo Berlusconi ha fatto una cosa immorale ma anche dannosissima per il nostro paese associandosi a questa impresa banditesca dell’imperialismo in Medio Oriente, che si ricollega ad altre precedenti imprese dello stesso genere, come quella contro la Serbia fatta dal governo D’Alema, e lascerà uno strascico lunghissimo di vendette e di terrorismo per anni.

Non è vero che sarebbe un errore imperdonabile o viltà ritirarsi, come ci ripetono quei politici che le guerre le vedono solo in TV e che si sono sempre imboscati, a partire da Bush e da tutto il suo staff di petrolieri. Non è vero che reiterare un errore è meglio che correggerlo.

Dobbiamo andarcene subito dall’Iraq e dall’Afghanistan (dove si muore come prima ogni giorno). È la premessa per ristabilire un rapporto decente con quei popoli che da oltre un secolo hanno sofferto per le interferenze o le occupazioni imperialiste. E dobbiamo dare un taglio netto alle immense spese militari che sottraggono risorse ai fondi pensioni, alla scuola pubblica, alla sanità. Non è un aspetto secondario!

Antonio Moscato (12 11 2003)

 

 

2) Una campagna di intossicazione senza precedenti

… ma con risultati mediocri                                              (17/11/2003)

 

 

Da quando è arrivata la prima notizia dei morti italiani a Nasiriya, la stampa ”indipendente” (per non parlare delle sette TV di regime) è stata arruolata e ha cominciato a martellare contro gli sciagurati e vili che ora vorrebbero abbandonare la missione umanitaria di cui gli iracheni hanno tanto bisogno. Berlusconi ovviamente, prendendosi al Senato la diretta televisiva insieme a Martino e oscurando i brevissimi interventi degli altri, ha tuonato: ”tacciano le polemiche”. Ciampi gli ha dato, più spudoratamente che in altre occasioni, un appoggio decisivo per impastoiare buona parte del centrosinistra che continua a guardare a lui come un arbitro. E molti interventi del centrosinistra hanno effettivamente evitato di rompere l'unanimità del silenzio sulle cause della tragedia.

Indubbiamente una parte della popolazione, quella che fino a pochi mesi fa non sapeva neppure che l'Iraq esistesse, né dove stesse, e che credeva magari come il 70% degli statunitensi che fosse il rifugio di Bin Laden, quella che aveva creduto alla menzogna che i nostri soldati fossero andati in una missione di scorta ai medici, può essere stata disorientata al punto di non domandarsi come e perché dei ragazzi del tutto impreparati e privi di conoscenze specifiche sul paese, la sua civiltà, la sua complessa stratificazione etnica e religiosa, ecc., per non parlare della lingua, sono stati mandati a morire.

Come si creano gli eroi

Può aver abboccato alla grottesca esaltazione come “eroi” di quelle che sono state invece quasi tutte vittime inconsapevoli. È un abitudine di tutti i giornalisti ”arruolati” costruire leggende di questo tipo. Pensiamo al caso di Jessica, l'eroina statunitense che ha finito per dover scrivere un libro per spiegare che: 1) non ha mai sparato un colpo; 2) è stata ferita in un incidente stradale; 3) non è stata torturata o stuprata, ma è stata curata amorosamente dai medici iracheni; 4) non c'era nessun bisogno della messa in scena sulla sua liberazione con una spettacolare operazione militare ripresa da teleoperatori “arruolati”, perché da tre giorni non c'era nessun soldato iracheno nell'ospedale o nelle vicinanze, ed erano stati proprio i medici a invitare le truppe statunitensi a riprendersela, visto che erano senza medicinali e attrezzature, e che quando avevano provato a portarla direttamente al comando statunitense la loro ambulanza era stata colpita (sparare sulla Croce rossa è uno sport diffuso negli eserciti senza avversari, figuriamoci poi se l'ambulanza porta una Mezzaluna rossa…).

Eppure anche nelle storie più esaltanti, magari affidate a un'intervista a qualche parente compiacente disposto a nascondere la verità – cioè che la maggior parte di quei ragazzi si erano arruolati non per amore del servizio militare o poliziesco, ma semplicemente perché era l'unico modo di avere uno stipendio decente – traspare a volte la realtà della loro tremenda impreparazione.

Viene fuori ad esempio che il luogotenente dei carabinieri Enzo Fregosi, morto a Nasiriya, aveva tentato di capire qualcosa sul paese in cui stava per andare chiedendo al capo della comunità ebraica di Livorno alcune parole arabe per socializzare con gli iracheni. Come mai proprio lì? Perché apparteneva a quella comunità, o perché non aveva piena consapevolezza della differenza tra ebrei europei e arabi? Non lo sappiamo, ma quello che è certo è che nessuno dei superiori gli aveva fornito un manualetto di conversazione e una grammatica araba, una breve storia dell'Iraq, una spiegazione sommaria delle caratteristiche etniche e delle tradizioni culturali della popolazione irachena. E Fregosi non era un ragazzo appena arruolato, era da trent'anni nei carabinieri, era un esperto, ma di altre cose… Qualche altro sarà andato in parrocchia, a fare le stesse domande. Altro che eroi, per i nostri governanti quei carabinieri e quei soldati erano solo carne da macello, o comparse per una sceneggiata sul “nuovo grande ruolo” dell'Italia nel mondo.

Ora si annuncia che morti e feriti saranno sostituiti ricorrendo ai “professionisti” del Tuscania, paracadutisti già sperimentati in Somalia e in altre occasioni e in realtà già presenti in altre zone dell'Iraq. Un'ammissione, quindi, che i primi inviati non erano veri “professionisti”: che esperienza poteva avere come “esperto di intelligence” il maresciallo Filippo Merlino, comandante della stazione dei carabinieri nella tranquilla Viadana in provincia di Mantova?

Il grosso del distaccamento chiamato “Antica Babilonia” (fa piacere che almeno qualcuno degli organizzatori sapeva che da quelle parti un tempo era esistita una città con quel nome…) “era composto di sottufficiali provenienti dai ranghi della «Territoriale»: carabinieri che fanno servizio nelle stazioni sparse in tutta Italia e che si offrivano volontari per tre–sei mesi. Tutti venivano «qualificati» per circa un mese nei comandi di Gorizia e Bolzano, dove imparavano a usare armi «da guerra» come i fucili mitragliatori Sc–70 e le tattiche dei pattugliamenti”. Questo scrive il “Corriere della Sera” il 14 novembre per tranquillizzare i lettori sul futuro del contingente, che ora sarà sicuro. Ancora una volta, si ammette che la preparazione ricevuta era chiaramente insufficiente.

Ma come potevano riceverne una migliore se la stessa massima autorità dell'Arma, il generale Bellini, ha dichiarato candidamente che “i terroristi venivano senz'altro da fuori: così ci hanno raccontato i testimoni che li hanno visti in faccia”. (CdS, 14/11/03) Ma chi sarebbero questi testimoni in grado di riconoscere, alle prime luci dell'alba, se uno che sta lanciandosi con un carico di esplosivo sulla caserma è di Nasiriya o di un'altra città? Comunque il generale Bellini è sicuro: “Io penso ai feddayn di Saddam Hussein collegati ad Al Qaeda”.

Così risulta che la nostra “intelligence” è così efficace, che lo stesso generale Bellini ha finito per credere alla favole raccontate dai propagandisti di Bush, Blair e Berlusconi sui legami tra Saddam e Bin Laden! (P.S. Naturalmente qualche giorno dopo vengono fuori le rivendicazioni di Bin Laden, non costa nulla attribuirsi tutto, sempre che sia stato lui a scrivere…). Le stesse cose Bellini le ha ripetute a “l'Unità” del 15, citando come fonte il ministro Martino, e sostenendo assurdamente che le misure di sicurezza erano adeguate. Eppure è costretto a smentire la notizia riportata da tutti i giornali sugli avvertimenti di vari capi locali, uno dei quali assicura di avere inviato addirittura due fax descrivendo perfino il camion che sarebbe stato usato. Il comando smentisce. Viene da domandarsi in che lingua erano stati inviati i fax: in arabo o in inglese? Forse per i nostri esperti di intelligence reclutati nelle stazioni dei carabinieri di provincia era troppo complicato decifrarli in entrambi i casi… Va detto che domenica 16 il corrispondente de l'Unità Gabriel Bertinetto ha potuto verificare che le dichiarazioni autoassolutorie degli ufficiali erano false, perché ha trovato i verbali della riunione in cui erano stati avvertiti. Che è successo? Non hanno capito? Gli interpreti li hanno informati male? In ogni caso, ci voleva davvero molto a capire il cambiamento di clima?

Generali incompetenti e sottufficiali coraggiosi

Che ci sia stata una grave impreparazione è solo un'inaccettabile insinuazione dovuta a prevenzione nei confronti della “Benemerita”? No. Il maresciallo Ernesto Pallotta, editorialista del “Giornale dei carabinieri”, ha scritto a chiare lettere che non si trattava di una “Missione di pace” ma della partecipazione alla guerra di Bush, a cui i carabinieri non erano preparati e a cui sono andati credendo di dover fare altro: “L'Iraq non deve essere il nostro Vietnam. Il governo sia chiaro, dica ai carabinieri che lì c'è una guerra, e poi vedremo se tanti saranno disposti ad andarci”. Per questo Pallotta è stato messo sotto inchiesta dai comandi dell'Arma, ma non si è fatto intimidire.

Mentre i generali continuano a dire che la situazione è ottima ed eccellente, i militari di truppa li smentiscono. Il caporale Claudio Di Paola, ad esempio, ha dichiarato all'inviato de “l'Unità”: “Da una settimana notavamo come il rapporto con la popolazione stesse peggiorando. Quando andavi in giro per pattugliamento, a volte ti accoglievano con il sorriso, ma appena eri passato ti tiravano i sassi. Anche noi siamo una forza della coalizione, e non so fino a che punto qualcuno potrebbe fare distinzione tra i militari italiani e gli americani”.

Perché “da una settimana”? Perché negli ultimi tempi, di fronte all'evidente fallimento della loro politica, i comandi statunitensi avevano mutato tattica. Il “Corriere della sera” lo spiegava a chiare lettere in un articolo da Baghdad di Lorenzo Cremonesi (fonte insospettabile perché da anni corrispondente in Israele e apertamente sionista) esattamente nel numero del 12 novembre, il giorno stesso in cui è avvenuto l'attentato. “Il comando americano alza il tiro”. Nell'articolo si riferiva della precipitosa partenza di Bremer dall'Iraq per conferire con Bush, e degli annunci sia del comandante delle truppe di occupazione Ricardo Sanchez, sia del capo di stato maggiore Dick Myers sulla prossima ripresa dei bombardamenti: ma Cremonesi informava che da diversi giorni gli F16 avevano bombardato a tappeto un quartiere residenziale presso il Tigri, dove successivamente “le pattuglie hanno distrutto a colpi di lanciagranate alcune abitazioni abbandonate ed effettuato una lunga serie di perquisizioni”. Si tratta di “una dimostrazione di forza” che punta a esercitare “forti pressioni psicologiche su quei settori della popolazione civile che sostengono il terrorismo”. Ma come, i terroristi non sarebbero tutti “stranieri” e odiati dalla popolazione, come ci assicura il generale Bellini, e come lo stesso “Corriere della sera” ha ripetuto in base alle veline del governo nei giorni successivi agli attentati?

Nello stesso numero del quotidiano milanese una corrispondenza da Washington di Marco Nese descriveva il nervosismo negli ambienti militari di Washington in palese difficoltà anche in Afghanistan, e che mentre reagivano con “grande irritazione” agli atteggiamenti di francesi e tedeschi, elogiavano l'Italia e le chiedevano “altri sacrifici”. Altro che missioni di pace!

I precedenti di Congo e Somalia

Molti giornali, per riempire le 15 o 20 pagine da dedicare all'argomento, hanno ripercorso alcune vicende di altre imprese all'estero conclusesi tragicamente, a partire da quella del

 Congo del 1961. Ma con molte reticenze: al di là della discussione se i 13 paracadutisti e aviatori italiani uccisi (di cui avevamo parlato subito dopo l'attentato di Nasiriya) fossero andati a Kindu in missione per portare armi al contingente malese, o per comprare avorio di contrabbando senza rendersi conto del pericolo, come si disse allora, è certo che pagarono perché facevano parte del contingente dell'ONU che era stato chiamato dallo stesso Lumumba di fronte all'aggressione belga e alla secessione katanghese, ma che non lo protesse e lo lasciò nella mani dei suoi assassini. Se l'ONU, come ha fatto in tutta la sua storia, dà una spruzzatina di legalità all'aggressione e assume il compito di gestire un paese in rivolta, chi fa parte dei suoi contingenti può essere non infondatamente considerato complice degli invasori. Ma in questo caso in Iraq ci stiamo indipendentemente da ogni benedizione dell'ONU, stiamo lì in quanto parte della “coalizione”, come ha detto spudoratamente Berlusconi e poi di nuovo Bush ringraziando Ciampi. E il risentimento rimarrebbe perfino se, come è pochissimo probabile, gli Stati Uniti decidessero di ritirarsi dall'Iraq affidando il compito di domarlo ai paesi vassalli.

Anche sulla Somalia, ricordata negli stessi articoli “storici” d'occasione, Paolo Conti sul “Corriere della sera” ha la memoria molto corta. Lasciamo pure perdere stupri e torture (documentati tuttavia dagli stessi parà in foto e video ricordo finiti poi sul settimanale “Panorama” diretto allora da Giuliano Ferrara, che li acquistò per fare uno scoop e anche per cinismo), ma è incredibile che oggi si presenti una versione del tutto falsa degli scontri al crocevia “Pasta” di Mogadiscio del 2 luglio 1993, affidata a uno dei sopravvissuti, il capitano Gianfranco Paglia, che rimase ferito in quell'occasione. Egli sostiene spudoratamente: “noi italiani dimostrammo grande freddezza. Rinunciammo a rispondere al fuoco. Ed evitammo una carneficina, impossibile sparare su una folla così eterogenea. Magari pagammo quella decisione con più vittime, ma con la certezza di avere la coscienza tranquilla di fronte a tutti”. Completamente falso: basta consultare i giornali del giorno successivo, e risulta che le vittime somale furono 67 contro 3 (tre) italiani. Su vari giornali alcuni dei feriti italiani dichiaravano esaltati “abbiamo sparato su ogni cosa nera che si muoveva”. Ora invece sono diventati tutti San Francesco!

Ma tutta questa retorica patriottarda non ha fatto veramente breccia. Certo la maggior parte degli italiani si sono commossi vedendo le lacrime dei familiari delle vittime, ma non sono molti quelli che hanno abboccato all'appello di Ostellino che sul Corriere chiedeva di mettere il tricolore alle finestre, magari a fianco della bandiera della pace.

Una squallida mentitrice, amica dell'imperialismo: Emma Bonino

Ancor meno successo ha avuto l'appello della Bonino, che in vista delle europee non perde occasione per mettersi in vista, e che ha proposto ridicolmente ai pacifisti di scendere in piazza con cartelli “Saddam vattene, viva la democrazia”. Ha anche raccomandato a Bush di non accelerare il passaggio del potere agli iracheni, perché potrebbe essere “l'alibi per il ritiro dei militari in tempi brevi”. Casomai si dovrebbe “chiedere l'esilio forzato di Saddam e la sua resa”. Che strano che  Bush non ci avesse pensato prima di lei e Pannella…

Ma a chiarire l'orientamento spudoratamente filoimperialista dei radicali, la Bonino dichiara poi di temere “una replica dell'accordo di Parigi del 1973 per il Vietnam”. La sua spiegazione è intessuta di falsità: grazie a quell'accordo invece della pace ci sarebbe stata “la conquista di Saigon” e di conseguenza “la guerra civile in Vietnam”. Ma cosa c'era stato invece tra il 1954 e il 1975 in quello sfortunato paese? Non era una guerra civile, con in più una presenza di mezzo milione di militari statunitensi che hanno ucciso milioni di persone e distrutto l'ambiente?

La Bonino non è solo in malafede: è sicura dell'ignoranza degli italiani, sicché aggiunge tra le conseguenze di quell'accordo che “subito dopo Pol Pot trasformò la Cambogia per vent'anni nel regno del terrore”. Un cumulo di menzogne spudorate: il pressoché sconosciuto Pol Pot è emerso dallo sfacelo della Cambogia massacrata dai bombardamenti USA (che avevano ucciso un terzo della popolazione) solo nel 1975, e già nel 1978 era stato rovesciato dai vietnamiti accorsi in difesa della loro minoranza e in genere della popolazione del vicino paese con cui avevano avuto per tanto tempo una storia comune. Ma Pol Pot è stato salvato da una bizzarra coalizione tra Cina (che attaccò il Vietnam, senza riuscire a piegarlo, ma infliggendogli nuovi lutti e distruzioni) e gli Stati Uniti. Pol Pot era responsabile di crimini immensi, ma dato che era protetto dalla Cina diventata amica degli USA, mentre i vietnamiti erano legati all'esecrata URSS, Stati Uniti e paesi imperialisti (compresa l'Italia) hanno continuato per oltre dieci anni a riconoscerne all'ONU il governo in esilio rifiutando di cedere il seggio al vero governo cambogiano. Gli “Khmer rossi” hanno ricevuto aiuti militari e finanziamenti ancora per molti anni. Un crimine contro l'umanità che ricade su tutti i paesi imperialisti, e soprattutto su quello che sta tanto a cuore alla Bonino e a Pannella: gli Stati Uniti.

Dilaga il terrorismo: come fare a non dire che l'avevamo detto?

Intanto appena pochi giorni dopo l'attacco alla caserma di Nasiriya, due bombe hanno provocato decine di morti in due sinagoghe di Istanbul. Il governo turco e la maggior parte dei mass media hanno parlato di stranieri, assoldati da al Qaeda. Come da copione: anche Putin etichetta i ceceni come esponenti di al Qaeda. È semplice, prima di tutto si esclude che si debba cercare nelle pieghe della propria società, e poi si porta acqua al mulino della cospirazione universale di un nemico unico e potentissimo. Condividiamo invece l'analisi di Tariq Ali in un'intervista al “manifesto” del 16 novembre sulle probabili origini turche di questo orribile atto, per ragioni connesse agli equilibri interni con gli stessi islamici moderati arrivati al potere. Va segnalato anche l'atteggiamento di Israele: in altri casi avrebbe preso a pretesto gli attentati per bombardamenti e ritorsioni varie, ma la Turchia è una preziosa alleata e una buona cliente per l'acquisto e la manutenzione di armi e si fa finta di niente…

In realtà se si sommano questi attacchi a quelli sempre più frequenti alle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan (alcuni dei quali peraltro hanno caratteristiche non terroristiche, ma sempre più evidentemente militari o almeno di guerriglia), emerge che lo scopo dichiarato della “guerra infinita” avviata dopo l'11 settembre non solo non è stato raggiunto, ma ha ottenuto esattamente l'effetto opposto. Non c'è una sola mano che manovra il cosiddetto “terrorismo internazionale”, ma la strada delle azioni terroristiche viene imboccata sempre più spesso in un gran numero di paesi da soggetti diversi. Per mettere un'autobomba, inoltre, non occorre avere migliaia di militanti, ne bastano cinque o sei decisi a morire o comunque a rischiare la vita. L'amplificazione del mito di al Qaeda e di Bin Laden da parte dei mass media può fornire un riferimento, un modello, anche senza nessun legame materiale, come ha notato lucidamente l'ex ambasciatore Sergio Romano in varie occasioni e soprattutto in un'intervista a “Liberazione” del 16 novembre.

Naturalmente Berlusconi dice che dobbiamo tacere, ma è impossibile farlo. La consapevolezza di un possibile strascico di ritorsioni disperate si è aggiunta fin dall'inizio alle altre motivazioni di chi si opponeva alla guerra o si schierava contro la feroce oppressione sionista. L'aggressione all'Iraq, l'inasprimento della repressione nei Territori rioccupati, non potevano non generare anche risposte disperate e irrazionali, e non solo nel mondo arabo islamico.

 

P.S Una nota positiva in questo orrore: hanno reagito invece lucidamente agli attentati di Istanbul tanto il presidente delle Comunità ebraiche italiane, Amos Luzzatto, quanto Hamza Piccardo, segretario dell'Unione delle comunità islamiche in Italia. Entrambi hanno dichiarato di non credere a una “centrale unica del terrore”, e hanno cercato di identificare i diversi moventi di ogni azione. Anche il presidente dell'Unione, Mohammed Nour Dachan, ha subito telefonato a Luzzatto per esprimere la solidarietà e lo sdegno per azioni che colpiscono luoghi di culto che tutti i credenti rispettano (“non fa differenza che si tratti di moschea, sinagoga o chiesa” ha aggiunto Piccardo, segnalando qualche esperienza positiva di giovani musulmani e giovani ebrei in Italia). Un piccolo segno di speranza, in giorni dominati dal fanatismo e dallo sciovinismo che vuole impedire di riflettere sul vicolo cieco in cui i nostri governanti hanno portato il mondo. Un segno che si somma al dato importantissimo (occultato in Italia dalle TV di regime) del mezzo milione di partecipanti alla più grande marcia della pace che si sia mai vista a Parigi. La barbarie della violenza non genera solo risposte speculari, ma anche consapevolezza e crescita dei movimenti.

(a.m. 17/11/2003)