Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Infami

E-mail Stampa PDF

Infami

Due giorni fa avevo scritto che credevo «che il punto di abiezione raggiunto dai vertici della CGIL in occasione di questa controriforma Fornero (CISL e UIL non hanno dovuto “raggiungere” niente, sono nati già padronali e finanziati dagli Stati Uniti per i loro bassi compiti) pongano dei problemi nuovi». Ovviamente mi riferivo alla scelta della Camusso di subordinare la proclamazione dello sciopero generale promesso alla propria base al consenso di CISL e UIL. Ma temevo di essere stato troppo brutale nella formulazione del giudizio su questi due sindacati, soprattutto perché accennava a un fatto ormai raramente ricordato, anche se ben noto alla mia generazione, come i finanziamenti USA a chi spaccò la CGIL col pretesto dello sciopero generale spontaneo che era dilagato in Italia come risposta all’attentato a Palmiro Togliatti. Uno sciopero che in realtà era stato proclamato dai vertici della CGIL mentre era già in atto, soprattutto con l’obiettivo di poter fermare un conflitto che tendeva a estendersi nel tempo e nello spazio. “Per fermare uno sciopero, bisogna proclamarlo” aveva teorizzato nel giugno 1936 il leader stalinista francese Maurice Thorez. Riporto qui uno stralcio da un mio lungo articolo su La rinascita del sindacalismo nel secondo dopoguerra.

Il 14 luglio 1948

L’episodio, che fu presentato e viene presentato ancora oggi come un tentativo insurrezionale, e che appunto offrì il pretesto per la scissione sindacale, fu la risposta spontanea e immediata di massa all’attentato a Togliatti. Lo sciopero dilagò senza nessuna direzione centrale, ed ebbe solo in alcune località caratteristiche di estrema radicalità (dall’occupazione della centrale telefonica dell’Amiata che collegava il nord al sud dell’Italia, alla occupazione di commissariati e stazioni di carabinieri in diverse cittadine dell’Italia meridionale. Un testimone oculare, Livio Maitan, che si trovava sul palco della grande manifestazione romana in quanto dirigente di una piccola organizzazione che aveva partecipato al fronte delle sinistre nelle elezioni del 18 aprile, riferisce nelle sue memorie, che l’intenzione dei dirigenti del PCI, e in particolare di Luigi Longo, poi tradotta in pratica, era di evitare a ogni costo che i manifestanti si avviassero verso il centro e fossero tentati da obiettivi appetitosi come il Viminale e Palazzo Chigi; meglio farli incamminare verso il più periferico Policlinico, dove Togliatti era ricoverato. “«Poi saranno stanchi», era uno dei commenti che potei ascoltare”. (La testimonianza è in Livio Maitan, La strada percorsa. Dalla Resistenza ai nuovi movimenti: lettura critica e scelte alternative, Massari, Bolsena, 2002, pp. 99-100).

 

Quindi la scissione sindacale che prendeva a pretesto uno sciopero che Di Vittorio e Santi avevano subito e non promosso, era già predisposta da tempo, in attesa di un’occasione buona. Ma non occorre andare a ricostruire vicende così lontane, quando la prima reazione di CISL e UIL alla sentenza che ha condannato la FIAT a riassumere 145 operai a Pomigliano D’Arco rivela da che parte stanno questi “sindacalisti”.

I rappresentanti della FIM CISL Giuseppe Farina e della UIL Giovanni Sgambati si sono affrettati a schierarsi con Roberto di Maulo, segretario del sindacato esplicitamente padronale, la FISMIC (ex SIDA), annunciando ricorso contro la sentenza. Proprio così, non aspetteranno neppure che la FIAT faccia ricorso come ha preannunciato, ma si affrettano a farlo loro stessi. Di Maulo insinua che se entrano i 145 all’azienda “non resta che licenziarne altri 145”. Tanto per suggerire a Marchionne come fare per mettere ulteriormente gli uni contro gli altri i lavoratori meno coscienti.

Intanto dalla Stampa (guarda caso il giornale più informato sulle vicende FIAT…) si apprende che già il numero di 145 è frutto di una sottrazione: il giudice ha calcolato la FIOM, già pesantemente falcidiata dall’attacco padronale, aveva ancora l’8,75% di tessere pari a 165 lavoratori, al momento dell’inizio dell’operazione di Marchionne, ma poiché la FIAT aveva dimostrato che ne aveva assunto 20 (poi, guarda caso, passati in blocco “spontaneamente” alla FIM CISL!), questi 20 venivano sottratti al numero da riassumere, mentre erano una conferma ulteriore delle pressioni a cui sono sottoposti i lavoratori nelle fabbriche FIAT..

Il Di Maulo, da bravo provocatore (che però evidentemente non sa nemmeno la differenza tra un sindacato e una religione) chiede che a questo punto si conteggino anche i lavoratori di religione ebraica rimasti fuori, e si assumano… Ma poi viene al sodo: “se la FIAT riassume i 145, io pretendo che assuma i miei 450 iscritti, se non lo farà sarò io a intentare causa”.

Qual è il retroscena? I sindacati che hanno firmato l’accordo sono imbarazzati perché la FIAT ha “richiamato” solo 1893 dei 4367 addetti a Pomigliano. Insomma sanno che c’è malcontento nelle proprie file: questi sindacati corporativi e clientelari si reggono come uffici di collocamento privilegiati (garantendo in cambio operai servili e rassegnati), e se non funzionano più… danno la colpa al giudice e naturalmente alla FIOM. Lamentano una “discriminazione alla rovescia” rispetto ai propri affiliati, e lasciano capire che una sentenza simile potrebbe incoraggiare Marchionne ad andarsene dall’Italia.

In realtà Marchionne a chiudere Pomigliano ci pensa da sempre, dato che continua a non vendere auto a sufficienza in Italia e in Europa (non certo per il sabotaggio degli iscritti alla FIOM, come insinuano alcuni pennivendoli). Rinvio per questo all’articolo di Salvatore Cannavò, su Il Fatto Quotidiano e su http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/news/schiaffo-pesante-marchionne, aggiungendo però cha la FIAT non è così terrorizzata da questa sentenza, dato che in appello e in ogni caso nella docilissima Cassazione è quasi sicura di avere la rivincita (e questo vale non solo per la FIAT, ma per tutte le cause di lavoro).

A proposito di pennivendoli: il giornale dei Caltagirone e di Casini, “il Messaggero”, è ovviamente sbilanciatissimo contro la sentenza, appellandosi in primo luogo all’ex ministro del Welfare Maurizio Sacconi: “Certe sentenze mettono a rischio gli investimenti di FIAT in Italia e scoraggiano l’attrazione di nuovi investimenti nel nostro paese”.

Ma il peggio viene da Michele Tiraboschi, che a volte si presenta come erede di Marco Biagi, e si preoccupa che questa sentenza possa “indebolire il sindacato” (sic!). “In futuro sarà difficile ricucire i rapporti tra FIAT e FIOM, ma anche tra FIOM, da un lato, FIM e UILM dall’altro lato, che ora vedono la loro mediazione (sic!?) annullata da una decisione unilaterale”.

Nessuno si era accorto di questa mediazione, e che la prima decisione unilaterale sarebbe quella del giudice che ha deciso il reintegro, e non quella di Marchionne che aveva espulso un intero sindacato dalla fabbrica, in barba a leggi, costituzione, ecc.

Tiraboschi, che a volte dialoga con la Camusso e Ichino, e si presenta come uno studioso al di sopra delle parti, dà in questa intervista (“il Messaggero”, 22/6/12) un suggerimento al padrone in sintonia con quello della FISMIC: “Alla lunga perdono tutti, perché questa vittoria FIOM potrebbe segnare una sconfitta per tutti lavoratori, se davvero la FIAT, come più volte annunciato, andrà a collocare le fabbriche dove è più facile fare impresa”.

Naturalmente alla semplice domanda: “Ma si possono ordinare assunzioni sulla base del colore delle tessere?” non risponde, se non con una lamentela significativa: “Quando entra lo Stato nelle logiche intersindacali è la fine delle relazioni tra impresa e sindacato”. E poi butta lì la carta vincente: “Oggi ha vinto la FIOM, ma c’è sempre un ricorso e un giudice che potrà decidere diversamente”…

Alla domanda, già carognesca, “Ma se la FIAT dovesse assumere i lavoratori della FIOM dovrebbe licenziare gli altri? Come se ne esce?”, la risposta di Tiraboschi è se possibile ancora peggiore: “Se ne esce che Marchionne lascia il Paese aprendo stabilimenti là dove è l’imprenditore che decide chi assumere”.

Tiraboschi lamenta poi che l’esultanza per la sentenza gli pare “poco rispettosa degli iscritti UIL e CISL che votano PD”. e io aggiungerei: per i tanti ex dirigenti di questi sindacati diventati dirigenti del PD, da Marini e Carniti a Benvenuto…

La conclusione dell’intervista dà completamente torto al giudice: “La FIOM, seppure minoritaria e sconfitta dal referendum, aveva annunciato che avrebbe contrastato con ogni mezzo l’accordo FIAT-UILM-FIM con ogni mezzo. Come si fa allora ad assumere con tranquillità uno che non vuole rispettare il contratto collettivo che legittimamente si applica in azienda? Può essere discriminazione, ma può anche essere legittima difesa per garantire il funzionamento della fabbrica”. Senza vergogna!

(a.m. 22/6/12)



Tags: FIAT  FIOM  Marchionne  Tiraboschi  FIM  UILM  CGIL  Camusso  PD