Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Afghanistan 2009

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Afghanistan: mistificazioni e amnesie

 

Queste note, in un momento in cui finalmente si riparla dell’Afghanistan (ma è proprio necessaria la morte di alcuni soldati italiani per parlarne?) accanto ad alcune  riflessioni attuali, contengono una piccola “guida” agli altri scritti sulla questione, per orientarsi nel sito, la cui organizzazione è ancora “ulteriormente perfezionabile”, per usare l’eufemismo  che nei paesi del “socialismo irreale” definiva quel che perfetto non era proprio.

 

Si riparla dell’Afghanistan, dicevo, ma con quanti giochi bizzarri e turpi! Parto da quanto rimane del centrosinistra (praticamente solo il centro), che si indigna se una destra cinica e amorale (ma attenta agli umori della gente comune) fa finta di chiedere il ritiro delle truppe.

Non rimproverano però il carattere furbesco della dichiarazione di Bossi, che ha avuto non a caso una durata effimera: subito dopo la proposta, in nome della ragion di Stato, ma soprattutto del gioco delle parti, del fido Maroni, si è ridimensionata all’auspicio che un po’ di militari tornino a casa per Natale, cioè esattamente quando era previsto che rientrassero quelli mandati per presiedere allo svolgimento delle elezioni.

Tutte le componenti del PD non si domandano neppure perché Berlusconi, col solito fiuto, ha tentato un nuovo funambolismo verbale, parlando di “transition strategy” non tanto per mediare tra Bossi e Maroni o Larussa (non ce ne sarebbe bisogno) quanto per dare a un elettorato non troppo convinto la sensazione che qualcosa si troverà per uscire, beninteso sempre  insieme alla “comunità internazionale”.

Dalla Finocchiaro a Bersani rimproverano alla maggioranza solo che “è disunita”… ridicolo, dovrebbero essere contenti di questa divisione, se avessero qualcosa da dire…

Abbaiano contro Berlusconi, ma col loro vuoto di idee e proposte, ne sono il principale sostegno.

Con l’infame Brunetta, avanguardia dell’attacco ai lavoratori del pubblico, se la prendono per la cattiva educazione più che per i contenuti… E così via.

Tutto con l’alta benedizione di Napolitano, di cui tutti si affannano a elogiare l’alto senso dello Stato, ma che è  stato ed è ancora il leader più intelligente e tenace del progetto di cancellare ogni residuo delle concezioni originarie del PCI. E che ovviamente non solo elogia la “nostra” presenza in Afghanistan, ma avalla la mistificazione che la fa dipendere da decisioni della  “comunità internazionale.

Ma cos’è questa “comunità internazionale” e che legittimità ha? È la NATO? Ma se è diventata pura finzione, da quando i comandi delle due forze (Enduring Freedom e International Security Assistance Force)  sono stati unificati sotto il comando del generale statunitense Stanley A. McChrystal… È l’ONU? Su quanto ci si possa contare rinvio ai diversi articoli e testi inseriti nel sito…

 

E soprattutto, perché ci siamo andati? Al seguito degli USA e della Gran Bretagna, va bene, lo ammettono quasi tutti, ma quei paesi perché ci sono andati?

Non per interesse alle sue ricchezze, che non ci sono mai state: è uno dei paesi più poveri al mondo insieme alla Somalia, altro paese che ha “beneficiato” di un’insensata e distruttiva “impresa umanitaria”. Gli eserciti dei paesi imperialisti non sono andati in Afghanistan per l’oppio, come ripetono alcuni ingenui: è vero che gli Stati Uniti sono i primi consumatori, ma non ci sarebbe certo stato bisogno di una guerra, per ottenerlo…

Quella dell’oppio come movente è una spiegazione debole, come quella che attribuiva al solo obiettivo della conquista del petrolio la causa prevalente della guerra all’Iraq, dimenticando che era l’embargo a impedire che Saddam lo vendesse, e non lui a rifiutare. Sulle molte cause di quella guerra rinvio a un testo, inserito di recente nel sito col titolo Iraq. Le vere ragioni di una guerra insensata.

E oggi sappiamo, e lo sanno gli stessi aggressori, che quella guerra, facile nelle prime mosse grazie alla complicità di molti generali di Saddam, è costata ben più cara del previsto, e con uno strascico di insicurezza – anche lungo gli oleodotti - che ha reso poco vantaggioso lo sfruttamento delle risorse petrolifere di quel paese.

I derivati dal papavero o l’oppio raffinato non era certo un problema procurarseli, casomai erano stati i talibani, in accordo con l’ONU, a ridurne drasticamente la produzione poco prima di essere abbattuti… Lo diciamo per rifiutare questa pseudospiegazione, usata anche come pretesto ipocrita per l’intervento (se si vuole bloccare il narcotraffico, bisogna colpirlo nei grandi mercati statunitensi ed europei, non bombardare i paesi produttori, come Afghanistan e Colombia).

Ma se la guerra non è stata fatta per ottenere a miglior mercato oppio o hashish, perché allora?

Prima di tutto l’aumento delle spese militari, che sono non un accessorio o un inconveniente della guerra, ma uno dei suoi obiettivi. Quando dico “spese militari”, non penso solo alle armi o i mezzi di trasporto: dietro a un corpo di spedizione, ci sono torme di famelici fornitori. Tutti gli eserciti hanno bisogno di divise, alloggiamenti (non solo tende), di cibo, fino alla …carta igienica, fornita sempre a prezzi esorbitanti protetti dal cosiddetto “segreto militare”. Un buon tonificante (il cosiddetto “keynesismo militare”) utile in tempi di crisi. Per questo occorre trovare un nemico.

Chi è questo nemico? Bin Laden? Macchè, e non basta dire che l’hanno creato e foraggiato i servizi segreti pakistani e la stessa CIA. Bisogna dire che non esiste come non esiste Al Qaida, se non come riferimento simbolico per molteplici gruppi combattenti. Altrimenti, dopo l’11 settembre, si sarebbe fatta viva presto, e con ben più che con qualche ambiguo e dubbio messaggio registrato o confezionato al computer.

Il generale Fabio Mini aveva detto profeticamente che la guerra all’Afghanistan avrebbe facilitato la disseminazione e la proliferazione del terrorismo. I bombardamenti indiscriminati concimano il terreno su cui cresce. Ma non è un unico “terrorismo”, con una sola centrale:  è il ricorso a questa forma di lotta da parte di molti, per compensare una debolezza relativa rispetto a eserciti invasori potentissimi e numerosi.

I taliban? C’erano e ci sono (per come sono nati, e come avessero tentato di stabilire un rapporto con gli USA rinvio al mio scritto più organico dell’ottobre 2001 inserito ora nel sito col titolo La lunga tragedia dell’Afghanistan), ma sono solo una parte degli insorti, e comunque sono cresciuti di nuovo moltissimo negli ultimi anni per la corruzione dei governanti mafiosi (a partire dalla “famiglia” Karzai) portati dalle truppe di occupazione,

La ragione prevalente della guerra era quella di estendere il controllo, e presidiare un area insicura. Per abbattere un regime che governava un Afghanistan distrutto da decenni di guerre civili pilotate e armate dall’esterno non occorreva molto, ma con quel pretesto gli Stati Uniti ottennero subito basi militari in quasi tutti i paesi confinanti (indipendenti dopo l’esplosione dell’URSS), e anche in quelli non confinanti come il Kazachstan o il Tagikistan), ovviamente inutili o perlomeno superflue al fine dichiarato, ma finalizzate a un futuro conflitto con la Cina o una Russia risorta.

Alcuni ingenui al tempo stesso “nostalgici” e sognatori, pensano che questa mia affermazione sulla possibilità di un conflitto tra questi paesi giustifichi la loro tesi ridicola che affida nuovamente il compito di fronteggiare gli Stati Uniti a Russia e Cina (qualcuno ci mette anche l’India). Gli Stati Uniti non sono preoccupati per il fatto che la Cina utilizzi ancora (strumentalmente) il nome del “comunismo” e gli strumenti repressivi ereditati dal passato, ma per la sua capacità di concorrenza e il suo dinamismo economico.

E analogamente della Russia non temono (a breve e anche media scadenza) una rinascita del comunismo, praticamente impossibile almeno finché questo nome è associato ai residuati del passato tipo Zhuganov, ma una ripresa dell’orgoglio nazionale e una ricostruzione di un esercito ammodernato ed efficiente, come non era nel lungo periodo del declino. Una ripresa non impossibile, e di cui anzi si vedono sempre più i segnali (non a caso accompagnati dal rilancio dell’esaltazione della grandezza russa del periodo staliniano, ma anche zarista, negli stessi libri di testo per le scuole). Insomma, alla possibilità di un nuovo conflitto interimperialista.

 

 

 

Che ci stiamo a fare?

L’argomento “portare la democrazia” in Afghanistan era accettato e ripreso da destra e da sinistra all’inizio, ma oggi è improponibile, dopo che i principali candidati (rispettivamente capo del governo e ministro degli esteri) si sono accusati a vicenda di brogli. Le elezioni sono state una farsa e una truffa. Possiamo domandare a tutti i difensori di questa impresa, Napolitano in testa, cosa potevano fare per il corretto svolgimento delle elezioni un po’ di militari italiani, impreparati come sempre sono stati in queste imprese, senza nessuna conoscenza del paese, delle sue lingue, della sua storia?

Invece si rilancia l’autoesaltazione dei nostri militari “preparatissimi”, e naturalmente amati: non siamo, per definizione, “italiani brava gente”?. Quanta ipocrisia: tra l’altro sparano e come, alla cieca, come in Somalia (rinvio ai miei articoli su L’imperialismo italiano in Africa e a quelli sulla Libia, presenti sul sito).

 

Finora ho usato parole dure sul centrosinistra, e ne potevo usare di più dure affrontando i suoi legami organici con i centri propulsori dell’imperialismo italiano, ENI e Finmeccanica. Altra questione è la mezza autocritica della sinistra cosiddetta “radicale”, non solo perché tardiva e senza gesti concreti (come poteva essere la candidatura di Turigliatto alle europee o la cancellazione formale della sua espulsione), ma soprattutto non estesa anche alle altre imprese neocoloniali, strettamente collegate e ispirate dalla stessa ragione: inserire l’imperialismo italiano nel grande gioco (un po’ come fu nel 1853-1856 la partecipazione dei bersaglieri piemontesi alla sciagurata guerra di Crimea…).

 

Se non si potevano avere dubbi sulla natura di questa e di altre guerre e sulle ragioni del profondo interesse per esse (cioè per le spese militari…) degli ex comunisti del PDS, ci sembra grave l’ambiguità di gran parte del PdCI e la reticenza del PRC.  Esitando a rifiutare in blocco la logica delle imprese militari “umanitarie”, comprese quelle nei Balcani, nel Libano e in altre parti dell’Africa, e limitandosi ad opporsi a quelle più impopolari, e solo nel momento in cui cresce la opposizione “tra la gente” perché ci sono anche i “nostri morti”, si ammette che, indipendentemente da quel che si afferma, si sogna ancora di essere reimbarcati domani in un governo di centrosinistra  (in realtà molto, molto ipotetico, continuando a sprofondare così…).

 

È difficile assumere un ruolo di opposizione vera, dopo aver avallato, magari con i silenzi (oltre che con le sciocchezze della campagna sulla “non violenza” e sul “superamento del concetto di imperialismo”) le principali menzogne con cui sono state giustificate tutte le partecipazioni a imprese militari di questa fase, dal 1982 a Beirut a oggi. La “sinistra di governo” è finita così in basso, che un D’Alema può apparire anche alla “sinistra radicale” se non un pacifista, almeno un realista, perché ogni tanto dice qualche banalità , ad esempio che se si vuole la pace bisogna trattare almeno con una parte del nemico, i taliban o Hizbollah. E precisa: ma si deve trattare con chi vuole deporre le armi. Perché dovrebbero farlo? Chi è lui per porre queste condizioni a chi lotta a casa sua contro eserciti invasori? Almeno il PRC troverà il coraggio di dire: mai più al governo con costoro?

 

(20 settembre 2009).