Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Primavere sepolte?

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Primavere sepolte?

Premessa

La mia noterella su Hobsbawm, apparsa sul sito e ripresa subito da Agoravox.it, non è piaciuta a un ammiratore dello storico inglese, che ha protestato per quella che gli è sembrata “una stroncatura eccessiva per il povero Hobsbawm, al quale dobbiamo concedere l’attenuante dell’età”. Che, comunque, secondo lui, non significherebbe “rimbambimento, ma drastico ridimensionamento dell’empito rivoluzionario”.

Beh, a questa attenuante non pensavo proprio, avendo conosciuto non pochi uomini a cui l’età non aveva attenuato le convinzioni rivoluzionarie. Li ho ammirati, sperando di riuscire a essere come loro fino in fondo, e per il momento, mentre mi avvio ai 74 anni, mi considero non meno rivoluzionario che cinquant’anni fa.

D’altra parte non avevo accennato minimamente al fattore “età”, e non per fair play, ma perché alcuni dei limiti che Hobsbawm rivela in quell’intervista le avevo trovate già nel suo “Il secolo breve”, scritto quando aveva una ventina di anni in meno; ma soprattutto perché cose analoghe le leggo tutti i giorni, firmate da persone di gran lunga più giovani di me. Anche di sinistra: sulle pagine del Manifesto, ad esempio, nell’ultimo anno ci sono stati non pochi articoli di redattori o collaboratori abituali che hanno dato per chiuse le primavere arabe, per sepolta la rivoluzione in Egitto, per trionfante ovunque l’estremismo islamico. Di tutto quel che accadeva in quei paesi si sottolineavano sempre e solo le manovre dell’imperialismo, salvo trovarsi in difficoltà a dare una spiegazione del perché queste manovre finissero per rafforzare ovunque quello che dal crollo dell’URSS era considerato dagli Stati Uniti il pericolo principale, tale da giustificare un certo numero di guerre, oltre a qualche esecuzione mirata in altri paesi. Per la Libia, oggetto principale di queste interpretazioni, accanto all’accrescimento del movimento integralista, e dei fantocci dell’imperialismo, per negare che ci fosse mai stata una rivoluzione si segnalava anche l’esistenza di un “caos incontrollabile” dovuto alle bande armate. Come se questo “caos” (cioè il popolo in armi, con milizie che non intendevano rinunciare ad esse) non avesse accompagnato ogni rivoluzione.

Ho sottolineato più volte che questo atteggiamento si spiega soprattutto con la mancanza di conoscenza reale della storia delle rivoluzioni, a partire da quella russa del 1905 e di quella del 1917 (vittime delle raffigurazioni agiografiche messe in circolazione in epoca staliniana, che nascondevano la dialettica reale), ma è entrato nel senso comune della sinistra più larga con le ricostruzioni della rivoluzione spagnola, in cui la spontaneità e l’autorganizzazione sono state presentate come crimini, e attribuite per giunta a complotti nazifascisti. Naturalmente il tramite del riaffiorare di queste interpretazioni di origine staliniana non sono solo i minuscoli gruppetti di nostalgici dell’URSS, ma i gruppi dirigenti di Cuba e Venezuela e degli altri paesi dell’ALBA, impegnatissimi nella difesa di Gheddafi e Assad per giustificare la tesi di una nuova svolta aggressiva dell’imperialismo statunitense, e attribuire ad esso le più diverse contestazioni, ribattezzandole a volte tentativo di “colpo di Stato”. La tesi di una “nuova svolta aggressiva” degli Stati Uniti mi sembra due volte infondata: prima di tutto perché l’orientamento del Pentagono e del Dipartimento di Stato non è cambiato con l’elezione di Obama, come non era mai cambiato col passaggio da un partito all’altro; la vera ragione di una maggiore cautela è la constatazione dell’incapacità di uscire decentemente dall’Afghanistan e l’insufficiente controllo della stessa situazione irachena. Cioè, come affermava Fukuyama, avremmo voluto intervenire, ma non ce la facciamo…

La denigrazione delle primavere arabe è finalizzata oggi prevalentemente alla difesa pressoché incondizionata del regime di Assad, ma ha portato a un atteggiamento di indifferenza quando non di ostilità nei confronti di tutti i processi di cambiamento nel mondo arabo, a partire dal primogenito, quello tunisino, e al disinteresse nei confronti degli scontri politici e sociali che continuano in quel paese. Il successo elettorale degli islamici moderati di Ennahda è stato considerato la prova che non c’era stata nessuna rivoluzione,

Invece un risultato elettorale, specie dopo decenni in cui non c’erano state vere consultazioni democratiche, può essere determinato da molti fattori contingenti non facilmente valutabili dall’esterno, ma anche dagli stessi protagonisti. Esempio classico il clamoroso successo nelle elezioni del 1946 della DC, che a differenza del PCI aveva avuto un ruolo modestissimo nella resistenza ed era appoggiata da una Chiesa che col fascismo aveva collaborato apertamente per venti anni.

Ma anche un minimo di conoscenza della rivoluzione russa dovrebbe aiutare relativizzare i dati delle prime elezioni dopo anni di regime autoritario. Ad esempio le elezioni delle Dume municipali di Mosca e Pietrogrado nel giugno 1917, avevano rivelavato una contraddizione profonda tra la crescita del radicamento operaio dei bolscevichi e i risultati elettorali:

Mentre i bolscevichi si impadronivano irresistibilmente delle fabbriche e dei reggimenti, le elezioni alle Dume democratiche davano una prevalenza schiacciante e in apparenza crescente ai conciliatori.[…] È vero che la Duma del quartiere di Vyborg, puramente proletario, ebbe una maggioranza bolscevica. Ma si trattava di un’eccezione. In giugno, alle elezioni di Mosca i social rivoluzionari [che nonostante il nome erano la componente più moderata dello schieramento politico NdR] raccolsero più del 60% dei voti. Furono anch’essi stupefatti di questa cifra: non potevano non avvertire che la loro influenza stava rapidamente declinando. (Lev Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Sugar, Milano, 1964, p. 469.)

Troskij spiega magistralmente la contraddizione, sia con considerazioni generali (“le masse non sono omogenee e del resto imparano ad attizzare il fuoco della rivoluzione solo bruciandosi le dita e tirandosi indietro”), sia con un’analisi specifica dei movimenti delle masse che si rivelavano nel voto:

Gli strati avanzati degli operai e dei soldati si affrettavano già a liberarsi dalle illusioni conciliatrici. Nel frattempo, i più larghi strati di popolino delle città cominciavano appena a muoversi. Per queste masse disperse le elezioni democratiche costituivano forse una prima possibilità e comunque una delle rare occasioni per pronunciarsi politicamente. Mentre l’operaio, ieri ancora menscevico o socialrivoluzionario, votava per il partito dei bolscevichi trascinandosi dietro il soldato, il cocchiere, il facchino, il portiere, la venditrice di mercato, il bottegaio e il suo commesso, il maestro, nascevano alla vita politica con un atto eroico come dare il voto ai socialrivoluzionari. (Ibidem)

Quel risultato, commentava Trotskij, era “l’ultimo bagliore di una fiaccola che si spegneva”. Anche gli altri organi della democrazia, “appena costituiti, per il loro ritardo, erano già ridotti all’impotenza. Ciò significava che la marcia della rivoluzione dipendeva dagli operai e dai soldati, e non dalla polvere umana sollevata e fatta turbinare dalle raffiche della rivoluzione” (i brani che ho riportato, provengono dalla ricostruzione di quell’anno che ho fatto ne Il vicolo cieco).

Ma non c’era solo questo dato riportato da Trotskij: tra il 16 giugno e l’8 luglio si riunisce il I Congresso panrusso dei soviet, organismo che rappresenta non tutti i cittadini, ma la classe operaia e i lavoratori. Ebbene, su 822 delegati, solo 105 erano bolscevichi (285 erano socialisti rivoluzionari, 248 menscevichi).

Inoltre anche allora a Mosca, Pietrogrado e nelle province più lontane, c’erano agenti dei più diversi imperialismi, da quello tedesco a quello inglese, da quello statunitense a quello giapponese e non riuscirono ugualmente a impedire la vittoria di chi aveva saputo interpretare le aspirazioni delle masse. Naturalmente, e l’ho sottolineato più volte negli articoli di polemica su questi temi, l’esito finale di una crisi rivoluzionaria non è mai predeterminato (non lo era neppure nel 1917, e ben pochi avrebbero scommesso su una vittoria dei bolscevichi) ma dipende largamente dal fattore soggettivo, l’esistenza di una forza organizzata capace di proporre obiettivi credibili alle masse. Nel 1917 in Russia c’era, in molte altre rivoluzioni anche profonde e radicali, a partire da quella tedesca del 1918, non c’era o era insufficiente per radicamento accumulato, o maturità dei suoi gruppi dirigenti (penso all’ingenuo estremismo dei leader della Repubblica dei consigli nell’Ungheria del 1919). Ho detto “forza organizzata” non a caso: sia perché non basta dirsi partito e per giunta comunista (gli esempi sono moltissimi), sia perché la stessa funzione può essere assunta non da un partito, che c’è e non interpreta bene la realtà, ma da un movimento in origine tutt’altro che comunista, come il 26 luglio a Cuba.

Quanto agli agenti imperialisti, più o meno coscienti, ci sono sempre stati, e solo in alcuni casi sono riusciti nei loro intenti (magari anche perché si ostacolavano a vicenda, dato che non c’ un solo imperialismo, ma ce ne sono diversi, spesso in concorrenza tra loro). Intanto, mi sembra che non abbiano preso le redini dei processi in corso nel mondo arabo. Indipendentemente dalla fase in cui ciascun paese si trova, e da sconfitte locali pesanti come nel caso del Bahrein, non mi sembra che gli imperialisti abbiano molto da rallegrarsi del mutamento complessivo dell’area. E meno che meno Israele, che segue con ansia soprattutto quel che accade in Egitto, e che tra l’altro ha portato a frequenti interruzioni dell’erogazione di gas che hanno coinvolto un altro paese con governo filooccidentale come la Giordania.

Ma cosa è successo nelle elezioni in Egitto e in Libia?

È ancora presto per una valutazione complessiva (in particolare per la Libia, in cui mancano ancora i risultati definitivi), ma si possono già tirare alcune prime conclusioni.

In Libia sono risultati infondati gli allarmi di chi prevedeva il dilagare dell’integralismo, che nell’articolo di Geraldina Colotti sul Manifesto dell’8 luglio raggiungeva livelli di allucinazione totale fin dal titolo (Al voto tra sharia, affari e guerra per bande). Ma la Colotti di articoli del genere ne ha fatti non pochi, e altri provenienti dalla sua stessa area ne ha ospitati sulle pagine italiane aggiunte a Le monde diplomatique. In genere gli episodi di conflitti, di sabotaggi, di torture, sono stati enfatizzati al punto di presentare “un paese sempre più frammentato, in preda alla guerra per bande e alle rivalità claniche”. L’origine “latinoamericana” di questa interpretazione è evidente: una sottesa nostalgia di Gheddafi, la cui morte avrebbe moltiplicato i contendenti, mentre le “grandi compagnie petrolifere hanno avuto campo libero”. Chissà chi estraeva il petrolio sotto Gheddafi…

E naturalmente il CNT sarebbe “stato messo in sella dai paesi dell’alleanza atlantica”. La Colotti scambia evidentemente il tentativo dei principali paesi imperialisti di recuperare il terreno perduto nella fase in cui Gheddafi era il loro partner privilegiato, per un ruolo di promotori e organizzatori della rivolta. Le consiglio senz’altro il libro di Farid Adly, per anni collaboratore continuativo del Manifesto (La rivoluzione libica. Dall’insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, il Saggiatore, Milano, 2012).

Anche per l’Egitto gli allarmi erano esagerati: al primo turno i salafiti, pur uniti tra loro, non sono neppure arrivati al ballottaggio, come d’altra parte la maggior parte dei candidati laici e di sinistra. Lo scontro al secondo turno tra il candidato islamico Mohammed Morsi e l’uomo dei militari, Ahmed Shafiq, vinto dal primo smentendo tutti coloro che lo davano per perdente, per giunta non rappresentava esattamente la complessa geografia politica del paese, dato che in termini di voti ciascuno dei due contendenti ha raccolto circa un quarto dell’elettorato, più o meno quanto ne avevano raccolto i candidati di sinistra e laici pur divisi tra loro. Ne ho già parlato subito dopo il voto in Egitto: un risultato contraddittorio.

Prima di tutto si deve guardare ai risultati tenendo conto non solo di chi ha vinto, ma di quanti voti in assoluto ha raccolto, e quindi di quanto pesa realmente nel paese. I meccanismi elettorali sono truccati in partenza quasi ovunque, non solo in Egitto. Basta pensare come, già prima del porcellum le maggioranze parlamentari di Berlusconi non corrispondevano affatto a una maggioranza assoluta nel paese. Per non parlare dell’Inghilterra, “culla della democrazia borghese”, dove il meccanismo elettorale tutt’altro che democratico ha portato più di una volta a far vincere non il partito che aveva avuto più voti, ma chi aveva conquistato più collegi (e la modifica dei collegi alla vigilia del voto da parte della maggioranza uscente è in quel paese consuetudine consolidata). Nella sinistra italiana, compreso il PRC, c’è ormai da decenni l’abitudine di badare solo al numero degli eletti o alla percentuale raggiunta (quasi sempre l’unico dato che compare sulle prime pagine dei grandi quotidiani di disinformazione), senza preoccuparsi del fatto che a volte un lieve aumento percentuale nascondeva - in caso di aumento dell’astensionismo - una riduzione in termini assoluti dei voti. Cioè ci si consolava con le percentuali, senza domandarsi come mai una parte di chi aveva votato precedentemente per quel partito, aveva smesso di votarlo.

Su Morsi avevo già segnalato che una parte della sinistra egiziana, il Movimento del 6 aprile, lo aveva scelto come male minore. I suoi primi gesti, oltre all’avvicinamento all’Iran e al preannuncio di una maggiore rigidità verso Israele, sono stati effettivamente una sfida aperta ai militari. Ad esempio la convocazione, sia pur simbolica (la seduta è durata solo 12 minuti), del parlamento appena eletto e subito sciolto da una Corte Costituzionale nominata dai militari è stato un gesto coraggioso. Purtroppo parte della sinistra si è preoccupata del conflitto istituzionale e ha difeso incredibilmente la Corte. Per giunta come forma di protesta contro il rispetto della volontà popolare, i contestatori laici si radunano a Nassr City, presso il monumento in memoria di Anwar al-Sadat. Essendo stato ucciso da membri della Fratellanza musulmana è diventato un simbolo di laicità. Eppure l’attentato era una logica protesta contro gli accordi con Israele, che gli hanno dato via libera per l’aggressione al Libano…

Sul Manifesto dell’11 luglio è apparsa poi una corrispondenza abbastanza equilibrata di Giuseppe Acconcia, basata fondamentalmente su un’intervista a Hossam el-Hamalawi, un blogger e militante del Partito socialista dei lavoratori, che non nasconde la sua ostilità al parlamento assicurando che “non è mai stato il nostro parlamento”. È una frase che una sinistra radicale potrebbe dire in molte situazioni, senza che in genere per questo si chieda l’intervento dell’esercito… Ci sono naturalmente alcune eccezioni: più grave, il plauso di tutta la sinistra europea e italiana, compresa la raffinata Rossana Rossanda, all’annullamento delle elezioni in Algeria da parte dei militari, perché al primo turno erano in testa gli islamici; più ridicolo l’appello di Alberto Asor Rosa all’intervento di Napolitano e dei carabinieri per bloccare Berlusconi…

Tuttavia Hossam el-Hamalawi, che rivendica giustamente il ruolo della classe operaia nella rivoluzione, non solo fino alla caduta di Mubarak, ma anche successivamente contro la giunta militare, da un lato denuncia i vertici moderati e borghesi della Fratellanza Islamica, ostili agli scioperi, dall’altro sottolinea la spinta rivoluzionaria della base elettorale del movimento islamista: “I giovani islamisti invece sono con noi in tutte le lotte e negli scontri con i militari. La Fratellanza non ha mai attraversato una fase altrettanto critica”. Infatti anche la classe media che li ha votati “pretende giustizia sociale”. Insomma, come già sottolineavano Larbi Sadiki e Mohammed Hashem che avevo citato nel mio articolo precedente, il movimento islamico non è impermeabile alle tensioni della società, a differenza dei generali, che sono legati a Israele e agli Stati Uniti da interessi molto concreti, e che sono anche alla testa di un settore capitalistico non trascurabile.

Per questo, come osservava Mohammed Hashem, che pure non aveva votato nessuno dei due, non c’era paragone tra la pericolosità dei due candidati: Morsi potrà tentare ingerenze nella vita privata dei cittadini, diceva, ma tutti “le affronteranno in un contesto di legalità: faranno opposizione all’interno della dialettica politica”. Invece in caso di vittoria di Shafiq “lo scontro sarebbe stato più violento. (…) Tutto sarebbe stato ancora più difficile”.

(a.m. 13/7/12)





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