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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> La Cuba di Padura Fuentes

La Cuba di Padura Fuentes

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Cuba raccontata da Padura Fuentes

 

Sul Manifesto di sabato 21 è apparso un articolo dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuentes che presenta alcuni dati per segnalare gli effetti sociali delle modeste riforme introdotte a Cuba negli ultimi tempi, con la formazione di uno strato privilegiato che può spendere tranquillamente l’equivalente di un mese di stipendio in una cena, mentre rimangono sacche di povertà soprattutto –ma non solo - nelle province periferiche e soprattutto sulle montagne. Non è una novità, e avevo descritto alcune di queste sperequazioni già negli anni Novanta, sia nei miei racconti cubani, in particolare in quelli sui “gatti all’Avana e in Provincia” e su “altri animali” (leggi Qui), sia in alcune relazioni scritte (invano…) per la segreteria nazionale del PRC (Qui). Tuttavia mi sembra che non si accorga di nulla di tutto ciò chi vede Cuba solo dalla gabbia dorata di Varadero o attraverso i viaggi organizzati da Italia Cuba. Ne incontro spesso, che dopo una di queste “vacanze ai Caraibi” tornano con una visione apologetica che impedisce loro di accorgersi dei problemi reali dell’isola, e quindi di rendere più efficace e mirata la solidarietà.

Soprattutto ho la sensazione che non si rendano conto che l’accrescersi delle disuguaglianze nella società cubana non aiuta la lotta contro le disuguaglianze nel resto dell’America Latina, che crescono sistematicamente anche dove ci sono governi ritenuti “progressisti”. Ad esempio in Brasile il numero di coloro che hanno a disposizione almeno un milione di dollari da investire è aumentato di 10.000 unità nel 2011, passando da 155.000 a 165.000, con un incremento del 6,2%, l’aumento più alto in percentuale tra le maggiori economie del pianeta. Interessante per un confronto sapere che l’Italia di questi milionari ne ha avuti nel 2011 168.000, 2.000 in meno dell’anno precedente e 3'000 in meno del Brasile. È vero che il Brasile ha una popolazione molto superiore alla nostra, ma i suoi super ricchi sono in crescita, da noi anche se se la cavano discretamente grazie all’aiuto di Monti, sono più o meno statici. I dati sono riportati in una relazione dell’agenzia Capgemini e rbcWealth Management, citata sul giornale O Estado de São Paulo.

Molto interessante che il maggior numero di milionari nei paesi emergenti stanno in Cina (562.000 contro 535.000 del 2010), appena dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. E pensare che c’è ancora chi la considera un paese socialista…

Il Brasile sta all’undicesimo posto nella classifica, superando tra l’altro Russia, Corea del Sud e India. Uno dei suoi super-ricchi, Elke Batista, che era al settimo posto mondiale nella classifica di Forbes, è sceso al 46° posto, perché ha perso in speculazioni sbagliate la metà della sua fortuna. Non certo per l’azione del governo! Altri dati sono riportati da Mario Augusto Jakobskind, che scrive sulla rivista uruguayana “Brecha” da Rio, http://www.brecha.com.uy/

Per questo riporto volentieri questa corrispondenza di uno scrittore cubano che segnala, da Cuba, una tendenza inquietante. Anche se ce ne vorrà di tempo e di strada perché i milionari in formazione nell’isola attraverso attività ai margini della legalità vengano allo scoperto, non c’è dubbio che hanno un modello a cui ispirarsi…

(a.m. 23/7/12)

 

 

 

Cuba / LE RIFORME VANNO AVANTI SIA PUR PIANO MA ALCUNI EFFETTI SOCIALI GIÀ SI FANNO SENTIRE

I tredici ristoranti glamour dell'Avana e il campesino ottantenne che porta l'acqua

Leonardo Padura L'AVANA

 

Nei «paladares» grazie alla «flessibilizzazione» delle leggi sulla proprietà privata, cibi e atmosfera per 20 euro, lo stipendio medio cubano

 

Mentre l'Europa si disintegra in mezzo a una crisi che fa piazza pulita dei piccoli affari, colpisce i grandi e impoverisce i cittadini europei, Cuba, un paese che durante gli ultimi vent'anni si è specializzato a convivere con la crisi, sembra che cominci a riprendersi e, così facendo, anche a recuperare parte del perduto glamour che un tempo la caratterizzava.
Questo non vuole dire che negli ultimi tempi nell'isola dei Caraibi le cose si siano troppo evolute rispetto a quella che è stata la sua realtà nel mezzo secolo di socialismo vissuto. Perché né le «attualizzazioni del modello economico», come sono state chiamate, né i cambiamenti «nella testa» reclamati dal presidente Raúl Castro, sono stati così profondi o contundenti da potersi parlare di una situazione politica o economica sostanzialmente diversa.
Sul terreno politico, la mancanza di una vera vocazione evolutiva si può vedere in fin troppe occasioni, che vanno dalle dichiarazioni pubbliche che mai più nella storia del paese cambierà il sistema politico stabilito, fino al perseverare delle tradizionali attitudini di segretezza rispetto all'informazione, criticate dallo stesso presidente cubano.
Per esempio, molto poco si parla (o si scrive) sui casi di colera da poco scoppiati nella parte orientale del paese e, per quelli che hanno memoria, appare evidente che noi cubani siamo stati molto più informati sull'epidemia di colera a Haiti, dopo il terremoto del 2009, che su quanto sta accadendo a casa nostra con lo scoppio di quell'infermità.
Neppure si parla (o si scrive) di che fine abbia fatto il famoso cavo di fibra ottica teso dal Venezuela verso Cuba, che doveva consentire agli internauti cubani la possibilità di connettersi ad alta velocità, una opzione tecnologica che ha finito per convertirsi in un mistero di cui nessuno, dalle posizioni ufficiali, se degna di informare.
E ancor meno si dice (o si scrive) da parte delle autorità, almeno fino a oggi, sulla promessa riforma delle leggi migratorie che dovrebbero alleggerire le assurde regolamentazioni attuali, piene di proibizioni e necessità di permessi per uscire o entrare nel territorio nazionale imposte ai viaggiatori cubani che vivono fuori o dentro l'isola.
Risulta evidente però che in campo economico, al livello più elementare, già si sono andate producendo contraddizioni e alterazioni che cominciano anche a essere visibili nei loro effetti sociali.
Un caso rivelatore è l'esistenza di una lista molto chiacchierata dei tredici ristoranti privati più raccomandati dell'Avana, che, a quanto sembra, è stata elaborata da una giornalista britannica specializzata e legata con la nota GuidePal.
In quei ristoranti privati, alcuni aperti nella decade del '90 e altri sotto la spinta delle recenti misure di flessibilizzazione dell'esistenza della piccola impresa privata, risulta possibile degustare cucina internazionale di eccellente livello e, a quanto si dice, di ricca varietà (curry e sushi inclusi), in ambienti esotici, modernisti, tipici cubani o molto famigliari, a prezzi più che attraenti per un portafoglio nordamericano, britannico o anche, nonostante la crisi, del continente europeo.
Con piatti i cui prezzi si aggirano sui 10 cuc, i pesos convertibili cubani (più o meno 8 euro), un commensale può godersi in quei posti una piacevole serata avanera, con birra gelata e qualche bicchiere di buon vino, curato dai migliori chef della città e servito da giovani cameriere, tutto per la modica somma di una ventina di euro. Ossia qualcosa come il salario medio cubano di un mese...
Tuttavia, come a dimostrare che le cose non sono poi così cambiate, vicinissimo a qualcuno di questi ristoranti privati alla moda, ce n'è uno ancora retto dall'impresa statale dove, per cercare di reggere la concorrenza, i prezzi risultano molto più accessibili. Diciamo, un 70 pesos cubani (ossia 3 cuc, quindi un settimo del salario medio mensile) per un piatto poco sofisticato di cucina cinese, una cifra che non pesa troppo sul portafoglio del consumatore cubano in un ristorante statale dove, nel miglior stile socialista, non si spende troppo, non ci sono né dolci né caffè alla fine del pranzo, perché «la macchina è rotta».
La distanza esistente fra i clamorosi ristoranti privati di cui scrive la giornalista britannica e quelli ancora gestiti dallo Stato, afflitti dalla sua tradizionale inefficienza, segna lo spazio fra due realtà che si confrontano al livello più basso dell'economia cubana ma che, prima o poi, si riprodurrà ad altri livelli.
Però, allo stesso tempo, l'abisso apertosi fra le due offerte gastronomiche e i salari reali o ufficiali cubani risulta vertiginoso e fortemente rappresentativo delle capacità economiche di una maggioranza della popolazione cubana, i cui salari bastano a stento alla sopravvivenza, come ha riconosciuto anche il governo.
Perciò, mentre il perduto glamour ritorna in certi posti dell'Avana dove, nonostante la crisi, un piccolo settore della società celebra la sua vendemmia e attende il cambio delle leggi migratorie per andare a farsi una vacanza a Cancún, in un isolato angolo del paese un campesino di più di 80 anni, senza nessuna pensione, deve lavorare tutto il santo giorno portando l'acqua verso un villaggio che ne è privo.
Quel campesino ottuagenario, per di più, la notte deve dormire accanto al cavallo che lo aiuta nel lavoro, perché se gli rubano l'animale perde la sua unica fonte di sussistenza. Per quel campesino, intervistato in un documentario trasmesso dalla televisione cubana, sembra che l'esistenza di una lista di ristoranti avaneri, raccomandanti da una giornalista britannica, è qualcosa di così remoto e inaccessibile come l'idea di un viaggio sulla luna, nel caso non ci fossero restrizioni per farlo.
*Giornalista e scrittore cubano
** ©Ips-ilmanifesto  *** Traduzione Maurizio Matteuzzi



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