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Una fusione che vale “l’oro del Perù”

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Xtrata-Glencore, una fusione che vale tutto “l’oro del Perù”

di Charles-André Udry

All’inizio di marzo del 2012,  i due giganti Xstrata e Glencore, la cui sede si trova nel cantone svizzero Zugo, procedono ad una fusione del valore di 69 miliardi di euro. Xstrata è una grandissima impresa mineraria, Glencore una società specializzata nel commercio di materie prime. La fusione è avvenuta  tramite lo scambio di azioni che rappresentavano, allora, 90 miliardi di dollari, cioè,al corso attuale, 68,6 miliardi di euro.

Si tratta dell’“avvicinamento” più importante  nel settore delle materie prime dopo la fine della seconda guerra mondiale. La posizione oligopolistica di questi due partner permette loro di essere gli attori che controllano una catena che va dalla produzione mineraria e agricola fino alla commercializzazione, passando dalla parziale fissazione dei prezzi di riferimento nei segmenti vitali dell’economia mondiale. La scelta di Zugo non è dovuta al caso: imposte ridotte al minimo e una libertà di azione, di fronte a sanzioni ed embarghi, che fa parte di una  visione della “libertà di commercio” tutta elvetica.

Pesanti paracadute dorati

Il padre di Glencore, Marc Rich – rifugiato fiscale dagli Stati Uniti in Svizzera, dopo aver ottenuto il passaporto spagnolo, poi quello israeliano e quello belga -, è stato amnistiato da Clinton nel 2001. Aveva finanziato generosamente la sua campagna elettorale. Si era creato una specializzazione (arricchente) nell’aggirare gli embarghi petroliferi a favore del regime di apartheid dell’Africa del Sud, o delle sanzioni contro l’Iran. Marc Rich fu presto presente in Cina,: a tal punto che un posto per la sua vettura, con il suo nome, era riservato davanti all’albergo principale di Pechino. I suoi successori – come pure gli amici e i nemici – sono fatti della stessa pasta.

I banchieri che hanno consigliato la fusione hanno ottenuto il loro premio: quasi 180 milioni di dollari per JPMorgan, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Nomura (consulenti di Xstrata) e Citigroup, Morgan Stanley, Credit Suisse e BNP Paribas (consulenti di Glencore). Da un lato, la scelta delle banche fa parte della strategia delle due imprese che si fondono. Dall’altro, le banche ne approfittano per scalare i vertici della classifica delle banche in grado di proporre e effettuare simili fusioni e acquisizioni. Glencore, che coltiva il segreto, era già entrata in borsa con l’aiuto di Morgan  Stanley e Citigroup.

Morgan Stanley era stata, nel 2003, sotto la direzione di Michel Antakly, la consulente di Alcan (la canadese dell’alluminio) nell’acqusizione di Péchiney, già diretta dal padrone dei padroni francesi  (a suo tempo CNPF): Jean Gandois. Gandois, tra l’altro, aveva assunto la “giovane” Martine Aubry per dirigere una delle sue officine modello nel settore dell’alluminio di Péchiney.

In questo genere di avvicinamento – una società che fa più di 228 miliardi di cifra d’affari – i 73 dirigenti di Xstrata riceveranno 260 milioni di dollari. Per che cosa? Sia perché conservino il loro posto, sia come paracadute dorato, se devono cedere il comando  ai nuovi “capi” di Glencore.

Il direttore di Xstrata, Mick Davis, riceverà per restare al comando sino al 2015 un “premio di fedeltà” di 14,9 milioni all’anno. Non bisogna essere tirchi! Il presidente di Xstrata non ha perso l’occasione per sottolineare l’importanza della fase di transizione in una simile fusione, giustificando  il prezzo pagato  per garantirne il successo.

I pesci pilota degli Emirati del Golfo (petrolieri e piazza finanziaria) non sono stati a guardare. Così, il Fondo sovrano del Qatar (Qatar Investment Authority) partecipa, con il 9%, al capitale della nuova società “zughese”. Diciamo, più esattamente, l’impresa che ha la sede in questo paradiso dei paradisi fiscali svizzeri: Zugo. Le sedi rispettive di Glencore e di Xstrata non distano più di 3 o 4 chilometri, per chi conosce il posto.

Humala si fujimorizza, Xstrata ne approfitta…

Ma lo sfruttamento delle miniere impone, secondo la logica stessa del capitalismo, uno sfruttamento feroce della forza lavoro, con norme tanto più “liberali” quanto più il paese è povero. E, nel prolungamento di questo sfruttamento, c’è la rapina e la distruzione dell’ecosistema. È quel che succede in Perù.

Un Perù dove il presidente Ollanta Humal, entrato in funzione il 28 luglio 2011 (eletto il 5 giugno  2011 al posto del “socialdemocratico” Alan Garcia) ha ricevuto il sostegno del Premio Nobel di letteratura: il liberale di destra (già stalinista) Vargas Llosa, ex-candidato sfortunato alla presidenza del Perù nel 1990.

La “grande trasformazione” vantata da Humala si fa contro la gente: l’elezione si era fatta “con la gente”. Dovrà quindi, vista la perdita di sostegno in parlamento, fare alleanza con i fujimoristi, cioè il clan di Alberto Fujimori.

Questi diresse il Perù con pugno di ferro dal luglio 1990 fino al novembre 2000. Accusato di corruzione, fugge nel 2000 in Giappone. È stato arrestato nel 2005 in Cile, in occasione di un viaggio “sfortunato”. Venne condannato nel 2007, poi ancora nel 2009, non soltanto per corruzione e per diversi delitti, ma anche per gravi offese ai diritti della persona umana (rapimento e sequestro di persone, assassinii) nel quadro della “lotta contro il terrorismo”. Nel 2009 è stato pure condannato per aver dato 15 milioni di dollari all’ex-capo della “sicurezza” – cioè della guerra contro-insurrezionale di una rara brutalità – Vladimiro Montesinos. La figlia di Fujimori, Keiko, è arrivata al secondo posto nelle elezioni presidenziali del 2011!

Ollanta Humala ha bisogno di una maggioranza al Congresso peruviano per i prossimi anni. Stringerà quindi le alleanze necessarie. Ma deve fronteggiare una mobilitazione popolare su diversi fronti. Uno di questi fronti risiede nell’opposizione a Xstrata che inquina un’intera regione, l’acqua di questa regione e che tratta brutalmente i minatori. Minatori che vengono repressi dall’esercito e dalla polizia dell’ “indio populista” Humala!

Con una certa continuità rispetto al fujimorismo, parecchi canali televisivi peruviani e una parte della stampa hanno immediatamente caratterizzato le battaglie dei contadini indios per la salvaguardia del loro “ecosistema” e per la protezione dell’acqua come parte integrante di un “terrorismo senderista”.

Questa formula fa allusione a Sendero Luminoso – col suo vero nome: Partito comunista del Perù – Sentiero Luminoso. Un’organizzazione diretta, negli anni 80 e inizio anni 90, da Abimael Guzman Reynoso, “teoricamente e politicamente onnisciente”. Venne arrestato nel settembre 1992. Condannato e imprigionato in condizioni disumane. Il periodo di scontro militare, soprattutto durante il periodo 1989-1992, ha lasciato profonde ferite in Perù.

Le accuse lanciate contro i contadini indios dai media, con il consenso di Humala – che si era impegnato, durante la campagna elettorale, a sostenere le loro rivendicazioni – , sono un segnale dell’avvio della repressione.

A Cajamarca, le miniere d’oro, che utilizzano molta acqua, sono situate sulle alte montagne che sovrastano la città. La miniera d’oro di Yanacocha, a cielo aperto, è la più grande dell’America del Sud. È controllata dal gruppo americano Newmont.

“L’impresa si trova in altitudine, 3000-3500 metri, dove vi sono le sorgenti, e quello che vi si svolge ha una ripercussione immediata sull’acqua più in basso”, sottolinea un ingegnere tedesco , Reinard Seifert (AFP, 25 novembre 2011). La popolazione di Cajamarca si oppone fermamente al nuovo progetto di estrazione di oro e di rame denominato Conga.

Il consorzio Yanacocha deve lanciare questo progetto nel 2014: il che implica un investimento di 4,8 miliardi di dollari. Sacrificherà quattro laghi-serbatoio, per ricostruirne quattro artificiali: “Una disgrazia dei contadini che vi vivono, questa zona di altitudine da cui proviene l’acqua è anche quella dove si trova l’oro, disseminato nella roccia in fini particelle”, spiega l’ingegnere. Sia nel suolo che nel processo di estrazione, “l’acqua e l’oro sono legati e inseparabili”. La polluzione di mercurio, propria dello sfruttamento dell’oro, è anche motivo di scontro tra i contadini indios e le imprese minerarie.

Xstrata fa la stessa cosa: le miniere del gigante imprenditoriale inquinano due fiumi, a Espiniar. I minatori e i contadini si aspettano dei “risarcimenti” proporzionali ai “premi di fedeltà” percepiti dai dirigenti di Xstrata, che sanno mescolare l’oro e l’aria pura di Zugo…

 



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