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Bertorello e Corradi: ristrutturare

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Ristrutturare

di Marco Bertorello e Danilo Corradi*

La crisi anziché regredire avanza, non solo perché in Europa i debiti sovrani e lo stato delle banche rischiano di far implodere addirittura l'Unione, ma perché la debolezza del vecchio continente è prodotto e allo stesso tempo acceleratore degli affanni su scala globale. I paesi emergenti rallentano, in particolare Cina e India, e gli Stati Uniti dal biennio 2007-08 per la terza volta, dopo aver annusato la ripresa, ridimensionano nuovamente le aspettative senza riuscire a invertire il ciclo stabilmente. In Italia il dibattito nelle ultime settimane sembra ruotare attorno al senso della moneta unica, alle sue possibilità di sopravvivenza, alla richiesta ossessiva degli eurobond come unica soluzione alla crisi. In realtà gli eurobond e una politica monetaria espansiva potrebbero nel breve calmare la corsa degli spread, ma non metterebbero in discussione né l'austerity né le cause di fondo della crisi.

Il pagamento del debito resta il principale ostacolo per delle scelte incentrate su criteri di giustizia e uguaglianza. Intendiamoci, l'Euro ha approfondito le asimmetrie e l'Unione Europea conduce politiche socialmente insopportabili, come il caso greco sta lì a dimostrare, ma l'urgenza su scala sovranazionale resta il debito. É da lì che si dipanano e si legittimano le politiche di rigore proposte dalla cosiddetta troika. Tali politiche, se da un lato non rappresentano uno sbocco efficace per la crisi, dall'altro hanno il compito di approfondire gli squilibri tra capitale e lavoro, aggravando ulteriormente le diseguaglianze di classe. Che esse non rappresentino una credibile soluzione sistemica risulta evidente dall'involuzione di paesi come il Portogallo e la Spagna, per non dire della Grecia. Per restare al caso italiano è sufficiente vedere come le pesanti manovre socio-economiche del governo Monti abbiano riportato il famigerato spread pressoché alle dimensioni dell'autunno scorso in una sorta di desolante giro dell'oca. D'altronde che il debito sia insostenibile sta diventando patrimonio diffuso non solo nel pensiero economico critico, ma persino in quello mainstream. Molti, ormai, propugnano una ristrutturazione del debito sovrano, da Roubini a Zingales. Quest'ultimo recentemente, sulle colonne del Sole 24 Ore, sottolineava come con una crescita pari allo zero e con gli attuali tassi di interesse per non fare ulteriormente esplodere il debito sarebbe necessario un avanzo primario pari al 4.8%, se poi intendessimo ridurlo, tale percentuale dovrebbe essere ancora maggiore. Impossibile senza che questo provochi un avvitamento recessivo.

In Grecia, dopo anni di tira e molla, si è deciso di concordare tra creditori e debitori di titoli pubblici una moratoria pari al 70% del valore nominale radicalizzando contemporaneamente austerità e privatizzazioni. La sensazione, fatta la tara a ideologia e propaganda, è che alcuni paesi siano già considerati insolventi. La questione non è più se si intende ristrutturare i debiti, ma come ristrutturarli.

Il rischio invece è che a sinistra questo dibattito arrivi oltre il tempo utile. Ci sono vari modi di non rispettare le scadenze di pagamento dei titoli sovrani: schematicamente uno è quello incentrato nella maggiore tutela possibile del sistema finanziario e bancario, l'altro è quello che mette al centro la tutela delle classi subalterne e del piccolo risparmio. Entrambi non sono socialmente indolori, ma non può sfuggire che se il confronto è su questo piano bisogna attrezzarsi per comprendere la partita in corso. Partendo da una radiografia storica e attuale del debito, dall'identikit sociale di chi ne detiene la parte più consistente, da chi dovrebbe dunque pagare in misura maggiore una ristrutturazione, da come mettere sotto controllo pubblico il sistema bancario e finanziario.

Una Europa unita e la tenuta della moneta unica non sono astrattamente in alternativa alla ristrutturazione del debito coordinata a partire dai paesi periferici. La costruzione di un'altra Europa può dunque passare anche per una rottura con l'attuale Unione se questo divenisse necessario a una ristrutturazione intesa come primo passo per mettere al centro dell'Europa la società anziché il profitto.

* autori di Capitalismo tossico, ed. Alegre, 2011. Articolo pubblicato su «Solidarietà»-Ticino



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