Movimento Operaio

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Successi e contraddizioni della rivoluzione bolivariana

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Successi e contraddizioni della rivoluzione bolivariana

Dopo l’esplosione che ha provocato una quarantina di morti nella grande raffineria di Amuay, nel grande centro petrolifero di Paraguana, il Venezuela ha annunciato tre giorni di lutto nazionale. L’esplosione viene attribuita a un tragico incidente, probabilmente dovuto a una perdita di gas in un settore dell’impianto, non a un sabotaggio. Di questo paese, purtroppo, i nostri mass media si accorgono solo in casi come questi, anche se evitano in genere di dare un’informazione completa, ad esempio in questo caso segnalando che la gigantesca raffineria di Amuay, una delle più grandi al mondo, lavorava quasi esclusivamente per gli Stati Uniti (un dato che con si combina bene con la quotidiana denigrazione di questa rivoluzione come “estremista” e “aggressiva). Tanto meno si segnalano le indubbie conquiste sociali del paese, che da sinistra possono essere considerate modeste o insufficienti, ma che spiegano indubbiamente il fortissimo consenso al presidente Chávez più volte manifestato dagli strati popolari che hanno beneficiato di uno Stato sociale che non esisteva prima. Tra le ultime realizzazioni, la distribuzione a tutti gli studenti venezuelani di un computer portatile prodotto nel paese, per assicurare la diffusione di un’educazione informatica. Un caso unico nel continente.

Sul sito sono apparsi molti articoli sul Venezuela, a volte molto critici quando la real politik ha portato a concessioni inaccettabili a regimi a dir poco conservatori come quello colombiano: ad esempio in Ripercussioni del caso Joaquín Pérez Becerra e Venezuela, un caso inquietante  e più spesso sottolineando la pericolosità del permanere intatto di un imponente apparato repressivo ereditato dai regimi precedenti. Altri articoli, come quello che inserisco qui di seguito, pubblicato nel maggio 2012 sulla rivista informatica “Cassandra”, non erano stati inseriti sul sito in una prima fase, perché apparsi su altre riviste.

(a.m. 26/8/12)

Successi e contraddizioni della rivoluzione bolivariana

(pubblicato in maggio su “Cassandra”)

Dopo almeno quattro anni di discussioni, in Venezuela è stata finalmente varata la nuova Ley Orgánica de Trabajo para los Trabajadores y las Trabajadoras (LOTTT). Nel presentarla il ministro degli Esteri Nicolás Maduro ha esaltato la grande partecipazione alle assemblee locali da cui sono scaturite ben 19.000 proposte per la commissione presidenziale che discuteva il progetto di legge (più o meno come si fa a Cuba, con veri record di partecipazione). La sinistra di base del PSUV, il partito comunista e varie tendenze più radicali dell’area che sostiene il progetto bolivariano avevano però obiettato che non si sapeva che cosa si discuteva, perché circolavano varie proposte, e non si era potuto quindi fare un vero dibattito a livello nazionale in parlamento o in un’apposita conferenza. Alcuni hanno ribadito che per impedire il consueto svuotamento della legge a livello di decreti attuativi (ancora da definire) da parte della poderosa burocrazia statale, sarebbe opportuno convocare un referendum per rendere più forte il dettato della legge. Formalmente il perfezionamento della legge dovrebbe essere compito di un Consejo Superior del Trabajo, nominato dal presidente, che dovrebbe garantire nel giro di tre anni l’applicazione del nuovo strumento legale. Il problema è che il presidente, dopo una breve sosta in patria, è dovuto già ripartire per un nuovo ciclo di chemioterapia a Cuba.

Finora non ho letto ancora i commenti di chi aveva sollevato perplessità soprattutto sul metodo usato per la consultazione, mentre c’è stata subito un’entusiastica approvazione da parte di Fidel Castro, che in una delle sue Reflexiones de Fidel ha descritto la gioia dei venezuelani che hanno commentato l’evento su Telesur, la TV che unifica l’informazione di tutta l’area dell’ALBA con un forte peso di giornalisti cubani.

Che la presentazione pubblica sia stata fatta dal canciller Maduro, ministro degli Esteri ma oggi anche ben quotato come possibile successore di Chávez in caso di aggravamento del male, ben più dell’attuale vicepresidente Eliás Jaua, che per giunta è stato già designato come candidato a governatore nel popoloso e delicato Stato di Miranda, e dell’impopolare presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello (più volte trombato in diverse elezioni), si capisce facilmente. C’è una forte valorizzazione internazionale di questa legge che secondo Maduro “pone le condizioni per superare definitivamente lo sfruttamento capitalista, e per creare condizioni di lavoro libero, ugualitario, in funzione della patria e dello sviluppo sociale”. La legge avrebbe un carattere storico in un contesto mondiale nel quale sia in Europa che negli Stati Uniti “il capitalismo sta usando le stesse menzogne presso i popoli per strappare loro quei diritti che una volta tolsero anche a noi”.

Vera, la denuncia, un po’ meno fondata l’esaltazione del “carattere storico” della conquista. Non ho ancora finito di leggere tutte le 234 pagine della legge ma a prima vista (e anche nelle presentazioni elogiative) non appare così diversa dal nostro Statuto dei lavoratori: definizione di un orario di lavoro di 8 ore con un massimo di 44 ore settimanali, salvo eccezioni, due giorni consecutivi di riposo da introdurre entro un anno, ampliamento del riposo post parto da 12 a 20 settimane (rimangono sei quelle concesse prima del parto); non licenziabilità di entrambi i genitori per due anni dopo la nascita di un figlio (attualmente è di un anno).

Soprattutto la limitazione dell’orario appare non significativa, se si ricorda che lo stesso Chávez nello sfortunato referendum del 2 dicembre 2007, che perse per un soffio, aveva proposto di ridurre la giornata lavorativa diurna da 8 ore e 44 settimanali a 6 ore al giorno, con un massimo di 36 ore settimanali, mentre quella notturna doveva passare da 7 ore e 35 settimanali a 6 ore e 34 settimanali. Il referendum fu sconfitto, ma non certo per questa proposta, bensì per il timore che la possibilità di rielezione senza limiti trasformasse Chávez in un presidente a vita. Allora alcuni critici da sinistra avevano obiettato che la riduzione d’orario poteva essere garantita meglio con un voto dell’Assemblea Nazionale in cui Chávez aveva una schiacciante maggioranza, senza abbinarla a oltre sessanta modifiche costituzionali, alcune delle quali potevano essere fraintese e che quindi rafforzavano l’opposizione. Il fatto è che nel frattempo – a parte la ripresentazione, con successo, della proposta di consentire la rielezione del presidente - non si è fatto molto, e la presunta misura rivoluzionaria che porrebbe “le condizioni per superare definitivamente lo sfruttamento capitalista” in realtà non modifica realmente la situazione esistente.

Anche quando si tratta di miglioramenti indiscutibili, rimane il problema che restano da definire con leggi attuative, la cui sorte può essere diversa a seconda degli spostamenti del peso contrattuale delle varie forze interne, e del possibile rafforzamento della “boliborghesia” che ha tanto frenato in questi anni il processo bolivariano, e ha osteggiato apertamente le esperienze di controllo operaio su cui punt la sinistra interna. Di fronte a questa incertezza, il raggruppamento interno al PSUV “Marea Socialista” ha proposto una guida collettiva per il processo di riforme, nel quadro di una lotta per una nuova forma di governo, prima di tutto “smantellando le cricche burocratiche”, e organizzando “la partecipazione diretta nella elaborazione, pianificazione ed esecuzione delle misure rivoluzionarie da parte di un Consiglio Nazionale di Movimenti sociali e popolari con delegati eletti e revocabili in qualsiasi momento dalla base”. Insomma che sia questo Consiglio ad essere incaricato di governare insieme a Chávez.

Per il momento però non se ne parla: invece il presidente, al momento di partire nuovamente per Cuba da cui era tornato un paio di settimane fa, ha nominato un nuovo organo, il Consiglio di Stato, che era previsto nella Costituzione del 1999 ma (come tante altre cose di quella e di altre costituzioni…) non era mai stato realizzato. Di esso fanno parte oltre al vicepresidente in carica EliásJaua anche l’ex vicepresidente José Vicente Rangel, l’ambasciatore del Venezuela nell’OSA (Organización de Estados Americanos) Roy Chaderton, il rappresentante nel Consiglio per i Diritti Umani dell’ ONU, Germán Mundaráin, lo scrittore Luis Britto García e l’ammiraglio Carlos Rafael Giacopini.

E così il dibattito sul paese viene polarizzato soprattutto dalle “scommesse” sulla salute del presidente, che l’opposizione dà sempre per aggravata (anzi il 20 aprile aveva lanciato la notizia che la morte era già avvenuta), mentre i chavisti assicurano che migliora continuamente. Le due parti si scambiano accuse di voler far saltare o rinviare le elezioni, e la nomina improvvisa di un Consiglio di Stato che non era mai stato costituito nonostante fosse previsto nella costituzione, ha fatto parlare di avvio di un “processo di transizione” (verso che?) e ha alimentato i sospetti della sinistra chavista nei confronti di alcuni trasformisti che si preparerebbero a un governo di unità nazionale. In realtà il primo compito del Consiglio di Stato è modesto: proporre un eventuale ritiro del Venezuela dal CIDH (Comisión Interamericana de Derechos Humanos, ovviamente dominata dagli Stati Uniti). Non occorreva un organo speciale per deciderlo…

Ma aumenta l’inquietudine per il futuro della rivoluzione, dovuta a un fattore che molti suoi veri amici avevano da tempo segnalato: la fortissima centralizzazione del potere intorno alla figura di Hugo Chávez, che si è circondato spesso di collaboratori rigorosamente ortodossi a parole ma molto discussi dalla base, allontanando invece bruscamente altri più autonomi. Il caso più clamoroso è stato quello di Eduardo Samán, il ministro del commercio destituito nel 2010, ufficialmente perché “destinato a lavori più importanti”, ma non più utilizzato. Non è il primo caso. In realtà Samán era diventato il nemico numero uno dell’oligarchia nazionale, e del grande capitale (come Siemens, Pfizer o Microsoft) che erano abituati a fissare essi stessi i parametri per la loro attività, nei limiti della legge o fuori di essa; ma anche molti settori della piccola e media borghesia irritati per i prezzi non realistici imposti da un’inetta burocrazia statale, che li spingevano verso il mercato nero, consideravano Samán il loro nemico. E per giunta anche il capitale legato ad attività criminali mal sopportava che in quanto capo del “servicio metrológico” (SENCAMER) Samán avesse cominciato a verificare le macchine truccate dei casinò e delle sale da giochi, che servivano per riciclare narcodollari o altre risorse illecite. E naturalmente era osteggiato anche dai settori borghesi e opportunisti del partito. Heinz Dieterich ha aggiunto all’elencazione di tutti quei nemici, anche il suo forte isolamento: aveva denunciato l’OMPI (Organización Mundial de la Propiedad Intelectual) e il sistema vigente di patenti e licenze come strumenti fondamentali per lo sfruttamento del Terzo mondo. Ma, osservava Dieterich, la sua posizione e la sua proposta erano radicali, troppo, al punto che a volte si era lamentato con lui che i delegati cubani nelle riunioni di quell’organismo difendevano invece (per corruzione o adattamento culturale?) gli interessi di alcune multinazionali capitaliste. Le quali avevano buone ragioni per temere Eduardo Samán, che non era solo un ministro e un funzionario scrupoloso, ma anche un professore di biochimica che conoscendo bene la sua materia riusciva a scoprire i loro trucchi per privare i popoli delle loro risorse naturali. Insomma, alla fine, Eduardo Samán è stato sacrificato. Altri, pur sonoramente trombati in varie scadenze elettorali, sono rimasti in auge.

Insomma i pericoli ci sono soprattutto per l’insufficiente funzionamento del PSUV, un partito la cui direzione è stata costruita a tavolino, col risultato che in alcuni casi ha ottenuto meno voti del numero degli iscritti. Anche il tentativo di costruire un “Gran Polo Patriótico” per arrivare alle elezioni presidenziali del prossimo 7 ottobre con un Fronte comprendente altre forze come il PCV (Partido Comunista de Venezuela), l’UPV (Unidad Popular Venezolana) e il MEP (Movimiento Electoral del Pueblo), ha deluso presto: le iscrizioni al Polo sono state fatte come per il PSUV, e in uno sforzo per mostrare successi nel reclutamento, è stato presentato un elenco che, sommando il numero dei collettivi partecipanti e dei loro presunti membri, dava una cifra superiore alla intera popolazione venezuelana. Un severo articolo di Florencia Herrera su Aporrea denunciava questi metodi, e soprattutto la cooptazione dei dirigenti, ancora una volta dall’alto in basso, con commissioni che mettono i compiti operativi al di sopra della discussione politica: insomma il metodo già sperimentato col PSUV.

Non parliamo delle proposta di costruire una V Internazionale, fatta da Chávez nel novembre 2009 e salutata con simpatia nel paese e nel mondo (e anche sul mio sito… si veda Chavez: Per una V° Internazionale! e Chávez y la Vª Internacional), e che è sparita nel nulla pochi giorni prima della data prevista per la sua costituzione ufficiale. Gli zelanti difensori dell’esistente si irritano per queste critiche e rispondono che però c’è l’ALBA, sorvolando che questa non è un’alleanza di partiti e movimenti politici ma di Stati e di governi, e non tutti irreprensibili.

Costoro vedono come pericolo per la rivoluzione solo un’invasione statunitense, che per molte ragioni non è affatto all’orizzonte (anche se non mancano di sicuro settori dell’amministrazione USA che la sognano), ma che a molti chavisti pare confermata da quella che chiamano l’aggressione statunitense alla Siria, definito “il paese più democratico del Medio Oriente”, a cui il Venezuela ha fornito anche recentemente petrolio.

La sinistra interna, invece, ha riscoperto un famoso discorso di Fidel Castro del 17 novembre 2005, che suscitò grande emozione a Cuba, e in gran parte del mondo, perché diceva che la rivoluzione cubana non era eterna e poteva crollare per i propri errori: “Questo paese può autodistruggersi da solo; questa Rivoluzione può distruggersi, quelli che non possono distruggerla oggi sono loro, ma noi si, noi possiamo distruggerla e sarebbe colpa nostra” (“Este país puede autodestruirse por sí mismo; esta Revolución puede destruirse, los que no pueden destruirla hoy son ellos; nosotros sí, nosotros podemos destruirla, y sería culpa nuestra”).

Anche Hugo Chávez ha ripreso a volte alcuni toni di questo genere, ricalcando oltre che quel discorso di Fidel, anche alcune famose sfuriate di Guevara nei confronti di chi non curava i beni collettivi, ad esempio quando ha visitato l’impresa agricola Pedro Camejo e ha denunciato l’abbandono di trattori infangati e non lubrificati nei campi. Ma come a Cuba, sradicare certi costumi è molto difficile, soprattutto se i beni comuni sono affidati a burocrati calati dall’alto e che non si identificano col loro lavoro.

A molti di questi problemi avevo già accennato precedentemente, in diversi articoli tra cui Venezuela ingovernabile? e Venezuela verso le elezioni. Ma da quell’annuncio del 30 giugno 2011 (in diretta televisiva dall’Avana) che annunciava di essere stato già operato due volte per un cancro, molte cose sono cambiate. Il consenso non si è ridotto certo, anche perché i benefici ottenuti dagli strati popolari negli ultimi anni sono molti: dalle “misiones” organizzate con la partecipazione di un gran numero di medici cubani che offrono una qualificata assistenza medica, alla creazione di una rete di supermercati statali a buon mercato; è stata poi avviata una trasformazione profonda delle comunicazioni, con la costruzione di una vasta rete ferroviaria (in un paese in cui il trasporto era solo su gomma, anche per il prezzo irrisorio di benzina e gasolio); notevole anche la la distribuzione gratuta di un gran numero di pubblicazioni, avviata sull’esempio della Cuba del 1959-1960 con un’edizione speciale del Don Quijote e di molti altri classici, con tirature altissime.

La grande stampa italiana continua a presentare stupidamente Hugo Chávez come un terribile dittatore ignorando le ragioni per cui ha vinto tutte le elezioni, meno il referendum del 2 dicembre 2007 (perso di strettissima misura, per gli errori a cui ho gia accennato). La stampa di destra, ma anche di centro sinistra, ignora ad esempio che gli abitanti di uno dei quartieri più disastrati della Caracas povera che affianca i grattacieli delle multinazionali, San Agustín, che vivevano in un sostanziale isolamento e dovevano fare scalinate di molte centinaia di gradini per raggiungere un mezzo di trasporto, non considerano”sterile propaganda” (come l’hanno definita i trogloditi dell’opposizione) la modernissima teleferica gratuita con quattro stazioni che li collega in pochi minuti al centro della capitale. Le inquietudini per certi ministri fortemente discussi non investono quindi la figura del presidente. Ma nessuno ignora che il consenso si è manifestato ogni volta che si trattava di votare per il presidente, e che è venuto meno, per un forte astensionismo, in molte elezioni locali o in certi collegi delle elezioni parlamentari.

In sostanza, con la malattia molti nodi vengono al pettine: la sola ipotesi di un aggravamento del male che riduca l’attività del presidente fa paura. Una vittoria che sarebbe certissima in condizioni normali, potrebbe non esserlo più se si concretizzasse il dubbio che Chávez possa guidare effettivamente il paese. E per questo i più zelanti chavisti riprendono la voce di una possibile responsabilità degli Stati Uniti nella diffusione del cancro tra presidenti sgraditi (oltre a quello venezuelano, anche i presidenti di Argentina e Paraguay sarebbero stati colpiti). Sarebbe stato meglio pensare in tempo alla costruzione di una direzione veramente collegiale…

Non pesano invece altrettanto sull’esito del voto alcune trasformazioni della politica internazionale del Venezuela che si sono delineate in questo ultimo anno, ma che vengono discusse solo in una cerchia più politicizzata. In primo luogo la criticatissima consegna alla Colombia di Joaquín Pérez Becerra, il giornalista svedese di origine colombiana accusato assurdamente di terrorismo dal presidente Santos, e le altre successive estradizioni di militanti delle FARC che erano ospiti del Venezuela, che hanno turbato molti sostenitori di Chávez nel paese e nell’intero continente. Alle molte proteste (compresa quella dell’ambasciatore svedese) lo stesso Chávez ha risposto che Santos gli aveva preparato una trappola (per lui, più che per Pérez Becerra), ma alcuni hanno osservato che un simile errore poteva essere evitato se davvero si fosse costruita una nuova internazionale. D’altra parte lo sdoganamento del regime colombiano, appoggiato sul narcotraffico e i paramilitari, rimane inspiegabile, se non con il bisogno che il Venezuela ha delle importazioni di prodotti alimentari dalla Colombia: le interruzioni dei commerci nei momenti di tensione penalizzavano soprattutto il Venezuela, con un’economia assai più fragile e dipendente, nonostante la grande produzione petrolifera.

Inoltre c’è stata una forte battuta di arresto nella costruzione di un’America Latina bolivariana, su cui Chávez aveva tanto investito, e che era il suo maggior merito. Ad esempio il gesto del presidente ecuadoriano Rafael Correa, che per protesta contro l’esclusione di Cuba ha rifiutato di partecipare al VI vertice delle Americhe dell’aprile scorso a Cartagena in Colombia, è rimasto isolato. E soprattutto non c’è stata una concertazione di misure comuni per il recupero delle risorse naturali e delle industrie più importanti che erano state privatizzate in tutti i paesi durante i decenni dell’orgia liberista: il recupero dell’YPF da parte dell’Argentina ha avuto un’eco parziale solo in Bolivia, con un gesto analogo di Evo Morales per la rete elettrica nazionale: ma sono iniziative che rischiano di avere un impatto solo propagandistico, o addirittura controproducente, se prevedono un forte indennizzo per i capitalisti espropriati, che possono semplicemente spostare la loro attività verso altri settori (come era accaduto in Italia al momento della nazionalizzazione dell’energia elettrica, che consentì la nascita di un colosso come la Montedison).

Solo un atteggiamento comune della maggioranza dei paesi del continente potrebbe consentire infatti l’esproprio senza indennizzo, che sarebbe moralmente più che giustificato dalle rapine effettuate negli anni trascorsi dalla Repsol, dall’ENEL, dalla Telecom, o dalla Telefónica. Se realizzato in ordine sparso potrebbe portare invece a un pericoloso braccio di ferro e a sanzioni internazionali. Il problema principale è che questo fronte comune non interessa molto al Brasile, che ha alcune poderose multinazionali come Petrobras o Vale Rio Doce che hanno forti interessi in molti paesi, e viene accusato spesso di essere un “sub-imperialismo”. Ma anche il Venezuela, finora, avendo una forte disponibilità di petrodollari, ha preferito compensare largamente i capitalisti espropriati, come nel caso della italo-argentina Techint, che ha accettato di buon grado la nazionalizzazione della Sidor ricevendo un compenso ritenuto assai superiore al valore dell’azienda perduta. L’abbondanza di risorse aveva spinto d’altra parte Chávez ad aiutare l’Argentina a superare la fase più difficile della ristrutturazione del debito, anziché lanciare un fronte comune contro l’imperialismo.

Nonostante le sollecitazioni della sinistra, per anni il Venezuela aveva continuato a riconoscere il CIADI (Centro Internacional de Arreglo de Diferencias relativas a Inversiones), un organismo della Banca Mondiale che regolarmente detta legge a favore delle maggiori multinazionali, e solo alla fine di gennaio 2012 ha annunciato l’intenzione di uscire da questo organismo. Il ritardo nell’affrontare questo problema, e quello di un atteggiamento comune nei confronti del debito (la cui cancellazione o almeno sospensione aveva invano proposto Fidel Castro negli anni Ottanta), rende più difficile rilanciarlo oggi. Su questo terreno si era mosso bene, anche teoricamente, il solo Correa, con una commissione di audit che gli ha dato la forza morale per resistere alle proteste dei creditori. Più empiricamente Kirchner aveva ottenuto molto, beneficiando dello spavento degli investitori-rapinatori di fronte all’esplosione sociale del 2001, che sembrava potesse preludere a un terremoto continentale.

I problemi maggiori del Venezuela però non dipendono solo dalla eterogeneità del gruppo dirigente raccoltosi intorno alla forte personalità di Hugo Chávez, ma dal carattere della rivoluzione, assai difficilmente definibile come “socialista” (sia pur del XXI secolo…). Il successo di Chávez nelle elezioni del 1998 rompeva le previsioni, ma non toccava l’assetto dello Stato. Solo la reazione popolare al golpe del 2002 voluto da una destra troglodita e da maldestri rappresentanti degli Stati Uniti, ha determinato una forte accelerazione e radicalizzazione delle masse, ma non una vera rottura dell’apparato statale: la polizia, anzi le polizie, che sono tante e quasi tutte molto corrotte, sono le stesse di prima, lo stesso è l’esercito, che aveva al suo interno la componente nazionalista di sinistra da cui era uscito Chávez, ma era pur sempre quello formato dagli Stati Uniti e legato a precisi interessi capitalistici. Nel golpe si era diviso, l’ampiezza della risposta ne aveva spostato gli equilibri interni, ma fino a un certo punto, tanto che il presidente rimesso in sella aveva dovuto tenerne conto con una generosa amnistia. L’esercito è stato dotato recentemente di nuove armi moderne, aerei ed elicotteri di provenienza russa, ma anche di armi leggere distribuite a una “guardia territoriale” la cui creazione ha suscitato le proteste dell’opposizione.

Anche altre crisi, come quella provocata dal boicottaggio della direzione del PDVSA spalleggiata dai burocrati sindacali, si erano concluse con un compromesso che recuperava parte dell’apparato sconfitto dai lavoratori. Tra i sindacati pesano ancora alcuni settori opportunisti e filo padronali, che in alcuni casi ricorrono perfino a sicari per eliminare militanti scomodi. La magistratura, come gran parte dell’apparato statale, è rimasta quella di prima, pessima, e ha colpito spesso lavoratori scomodi, o minoranze indigene come il cacique Sabino Romero, sul cui caso si è creata una vasta rete di solidarietà.

Uno dei settori sociali più conservatori e alleati della destra è l’Università, rimasta sostanzialmente nella mani dei vecchi baroni, lasciati liberi di mobilitare come massa di manovra molti studenti provenienti dagli strati privilegiati. Ad essi si uniscono poi studenti e professori dei costosi licei privati, anche se finanziati dallo Stato. Non aver tentato una riforma dell’Università, e anzi aver bloccato con il veto presidenziale la nuova Ley de Educación Universitaria nel quadro di un compromesso della burocrazia statale con la potente corporazione baronale, è la critica più severa mossa al governo dagli studenti della Juventud Marea socialista e di altre componenti della sinistra chavista. La creazione di una nuova UBV (Universidad Bolivariana de Venezuela) per formare quadri della pubblica amministrazione e facilitare l’accesso agli studenti più poveri (le università pubbliche tradizionali in mano ai baroni sono care quanto quelle private), non ha risolto molti problemi, anche per conflitti che hanno portato a cambiare in poco tempo tre rettori.

La maggiore minaccia al processo bolivariano viene da questa continuità dello Stato borghese. Il parziale miglioramento delle condizioni di esistenza dei più poveri che hanno avuto per la prima volta la possibilità di far studiare i figli grazie a varie forme assistenziali assicura per ora il consenso al governo, in Venezuela come in Ecuador e Bolivia (e anche in Brasile, Argentina, ecc.). Ma è pericoloso che in tutti questi paesi le disuguaglianze tra i ceti privilegiati e la grande massa della popolazione continuino a crescere, e che parte dei sostenitori iniziali dei nuovi governi “progressisti” siano delusi e sfiduciati per la lentezza del rinnovamento, e i pericoli di un ritorno al passato (anche senza golpe).

Antonio Moscato

(pubblicato su “Cassandra”, 8/5/12)



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