Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Bihr: L’Unione europea tra crisi ed esplosione

Bihr: L’Unione europea tra crisi ed esplosione

E-mail Stampa PDF

L’Unione europea tra crisi ed esplosione

Alain Bihr*

[da A l’encontre, 14 agosto 2012http://alencontre.org/]

 

A partire dallo scorso autunno, quella che si usa definire “la crisi dei debiti sovrani” non ha cessato in Europa di approfondirsi. L’attenzione si è essenzialmente focalizzata sulle sue ripercussioni in Grecia, mettendo in ombra in questo modo il peggioramento della situazione in Spagna e in Italia, potenzialmente più rischioso. Il susseguirsi, invece, dei “vertici europei” – tutti visti come “l occasione ultima”, ma alla cui conclusione si sono incessantemente riproposti per “uscire dalla crisi” gli stessi rimedi neoliberisti – costituisce il miglior segnale della loro inefficacia. Un’inefficacia tanto meno sorprendente in quanto i criteri cui i rimedi si ispirano sono esattamente quelli all’origine di questa crisi e che non hanno fatto che alimentarla incessantemente nel corso degli ultimi anni. Ormai, quindi, si impone la necessità, e l’urgenza, di percorrere una strada diversa..

 

La crisi dell’indebitamento pubblico continua ad approfondirsi… e ad estendersi

 

In primo luogo in Grecia, “il malato dell’eurozona”. Nonostante la rinuncia dei creditori di questo Stato alla metà del debito pubblico (sotto forma di remissione), e nonostante un aiuto aggiuntivo per 130 miliardi di euro durante l’inverno, la situazione greca continua a peggiorare. Per il quinto anno consecutivo, il Prodotto interno lordo (PIL) arretrerà del 4,7% in valore reale (detratta l’inflazione) quest’anno, registrando così un calo cumulativo del 17,7% dal 2008.[1] Il tasso (ufficiale) di disoccupazione, che nel settembre 2008 era solo del 7,5%, da allora è peggiorato continuamente fino ad arrivare al 22,5% - triplicato! – lo scorso aprile;[2] mentre il tasso di disoccupazione dei giovani dai 15 ai 24 anni è balzato dal 22,3% al 51,5% tra l’aprile 2008 e lo stesso mese del 2012.[3] Così stando le cose, non c’è da stupirsi né del ridursi del potere dì acquisto medio (del resto programmato),[4] né dell’accrescersi della povertà, della miseria e dell’emarginazione,[5] né, di conseguenza, dell’incapacità dei poteri pubblici greci di riscuotere tasse,[6] tanto più che i principali proprietari del paese (la Chiesa ortodossa e gli armatori) continuano a godere di larghissime esenzioni fiscali. Lo Stato greco, quindi, fa sempre più fatica a ridurre il proprio passivo e a rimborsare i creditori, accrescendo quindi le probabilità di non riuscire a pagarli; un rischio che costoro anticipano con gli alti tassi con cui continuano a prestare allo Stato greco, nonostante le garanzie fornite dal Fondo europeo per la stabilità finanziaria (FESF);[7] ciò ha solo il merito di rendere ancor più difficile il rimborso del debito, soprattutto con un’economia in recessione. Il tutto, a dispetto dell’elezione in extremis, lo scorso giugno, di una maggioranza parlamentare che si è impegnata a rispettare i termini del memorandum stabiliti dalla “troika”, composta dal Fondo monetario internazionale (FMI), dall’Unione europea (UE) e dalla Banca centrale europea (BCE), d’intesa con i creditori, per garantire (in linea di principio) il rimborso del debito rimanente. In queste condizioni, si continuerà ancora a parlare del debito greco nelle prossime settimane.

Da poco, però, è la Spagna, più esattamente lo stato del suo sistema bancario, ad essere diventato il principale soggetto di preoccupazione. Il fatto è che lungo tutti gli anni Novanta e dall’inizio degli anni 2000, la crescita economica spagnola è stata garantita soprattutto dall’ipertrofia del settore immobiliare, di carattere largamente speculativo, che ha comportato un formidabile indebitamento privato (degli imprenditori immobiliari, delle imprese di costruzioni e lavori pubblici - BTP -, di quelle che riforniscono di materiali questo settore, delle famiglie acquirenti di alloggi, delle agenzie turistiche, ecc.) con le banche, in base a uno scenario che presenta non pochi punti di contatto con quanto contemporaneamente verificatosi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. E quando la bolla immobiliare alla fine è esplosa, per l’ingorgo del mercato e il moltiplicarsi di situazioni di insolvenza connesse allo sviluppo della disoccupazione e all’inversione globale della congiuntura in seguito alla cosiddetta crisi dei prestiti immobiliari subprime negli Stati Uniti (2007-2008), le banche spagnole si sono ritrovate con una montagna di crediti sospetti o decisamente irrecuperabili, che aumentavano via via che crollava il mercato immobiliare e si moltiplicavano licenziamenti e fallimenti. Nel maggio scorso, quei crediti avvelenati ammontavano a circa 155 miliardi di euro, costituendo circa il 9% del volume globale dei crediti bancari spagnoli, portando sull’orlo del fallimento l’intero sistema bancario.[8] Durante lo stesso mese di maggio, il governo ha dovuto, ad esempio, prevenire l’imminente fallimento del conglomerato bancario Bankia, risultante dalla fusione di sette casse di risparmio regionali gravemente colpite per i loro precedenti impegni nel settore immobiliare, iniettando 19 miliardi di euro nel suo capitale, cosa che ne ha significato la nazionalizzazione di fatto. Non essendo inoltre in grado di fare altrettanto per il resto del sistema bancario spagnolo, Madrid è stata costretta a sollecitare l’intervento in aiuto del FESF per un ammontare di 100 miliardi di euro, cosa che avrà sostanzialmente l’effetto di appesantire il debito pubblico spagnolo di circa un 10% e di costringere a un altro giro di vite del bilancio (riduzioni di spese e aumento di tasse) dell’ammontare di 65 miliardi di euro,[9] con il tutto che rende ancor più improbabile il rispetto da parte dello Stato spagnolo dei suoi precedenti impegni di riduzione dei passivi pubblici. Conseguenza immediata: i tassi ai quali ormai questi Stati devono contrarre prestiti sul mercato finanziario internazionale, già elevati, sono ulteriormente aumentati; nel luglio di quest’anno, sono saliti al 7,55%,[10] rendendo alla fine veramente insopportabile il gravame del debito, cosa che il Primo ministro spagnolo, Raioy, non cessa del resto di ripetere da varie settimane. Ci si avvicina dunque progressivamente alla soglia per cui diventerà inevitabile un “piano di salvataggio” globale dello Stato spagnolo, dello stesso tipo di quello messo insieme per lo Stato greco. Salvo il fatto che si tratterebbe, in questo caso, di salvare l’equivalente di… più di dieci volte la Grecia: con circa 770 miliardi nel primo trimestre di quest’anno (vale a dire prima dell’“aiuto” europeo dei 100 miliardi concessi per “salvare” il settore bancario), il debito spagnolo sale a oltre il doppio dell’ammontare di quello greco (335 miliardi) prima del taglio cui si è proceduto all’inizio dell’anno.[11] Il FESF, con una disponibilità che arriva a 780 miliardi di euro, già amputato degli “aiuti” concessi alla Grecia e alla Spagna dall’inizio dell’anno, non può bastare allo scopo.

Soprattutto grazie a questo nuovo episodio, è emerso in piena luce un altro circolo vizioso, che sta per trascinare verso l’abisso l’intero sistema finanziario in Europa. Esso dipende dallo stringersi del cerchio (dall’azione di ritorno) tra crisi dell’indebitamento pubblico e crisi bancaria. Se infatti, a partire dal 2008, buona parte del sovra-indebitamento degli Stati europei deriva dalla conversione dei debiti privati (concentrati nelle banche) in debiti pubblici (in forma di nazionalizzazioni, compartecipazioni, prestiti e sovvenzioni, garanzie su prestiti, ecc), reciprocamente le banche, che sono esse stesse fra i principali creditori degli Stati (accanto alle compagnie di assicurazioni, ai fondi di investimento, ai fondi pensione), vedono peggiorare i loro conti via via che peggiora l’indebitamento pubblico e che, quindi, si aggravano i rischi di inadempienza degli Stati, rendendo così necessari nuovi interventi di questi stessi, che comportano l’ulteriore appesantimento del debito pubblico. Così, la crisi dei debiti pubblici alimenta in misura crescente quella bancaria che, a propria volta, peggiora la prima.

Alla fine, tuttavia, è l’Italia che potrebbe diventare il vero incubo dell’eurozona. Il debito pubblico italiano, che nel primo trimestre di quest’anno ammontava a 1.946 miliardi di euro, in proporzione al PIL è il più pesante dopo quello della Grecia (rispettivamente, 123% e 132%).[12] Né smette di aumentare (+3,8 punti di Pil in un anno!) in conseguenza della recessione economica italiana (-1,4% previsto per quest’anno)[13] e dei penosi risultati della lotta contro un’evasione fiscale che non ha atteso gli incoraggiamenti dell’ex Primo ministro Berlusconi per diventare lo sport nazionale.[14] Così stando le cose, i tassi d’interesse ai quali si negoziano le obbligazioni italiane a dieci anni, un anno fa ancora inferiori al 3%, hanno superato decisamente il 6% nel mese di luglio,[15] avviandosi lungo la china percorsa dai tassi spagnoli dall’inizio dell’anno. Se dovessero seguitare con quest’andamento nei prossimi mesi, sarebbe la fine dell’eurozona, semplicemente perché, sia direttamente sia con l’intermediazione del FESF, gli Stati europei non sarebbero assolutamente in grado di fornire soccorso allo Stato italiano.

E si capisce inoltre come, in questa situazione, nell’ultima decade di luglio l’agenzia Mody’s abbia corretto in prospettiva negativa le votazioni degli Stati fino ad allora ritenuti i più sicuri (Germania, Lussemburgo e Olanda), ma anche quelle del FESF, lasciando intendere per la prima volta che anche loro potrebbero perdere il loro sacrosanto Aaa. Sintomo di come la crisi dei debiti sovrani, approfondendosi nei cosiddetti Stati “periferici” dell’eurozona, stia a poco a poco conquistandone gli Stati “centrali” e le stesse istituzioni messe in piedi per lottare contro lo sviluppo di questa crisi.

 

Troppo poco, troppo tardi!

 

Nel corso degli ultimi mesi, comunque, l’“eurocrazia”[16] non se ne è stata a guardare con le mani in mano il peggiorare della situazione. Si è data anzi da fare, moltiplicando riunioni formali o informali, con un’attività che a tratti confinava con un attivismo volto a nascondere (ma invano) la propria impotenza nel padroneggiare la deriva della situazione. Né vi hanno posto fine i pessimi risultati dell’ultimo Consiglio europeo, tenutosi a fine giugno.

Il minore dei motivi di questa impotenza è che le misure caldeggiate ed effettivamente decise sono state, al tempo stesso, troppo pavide e troppo tardive. Il fatto è che tutte presentano la caratteristica di esigere dall’eurozona, e più in generale dall’UE, di avanzare sulla via del federalismo politico, che comporta nuovi trasferimenti di sovranità dagli Stati membri verso le istanze comunitarie. Questo non fa che esacerbare le contraddizioni insite nella “costruzione europea” che, lungi dal risolversi, si sono al contrario aggravate negli ultimi due decenni, specie dopo l’adozione della moneta unica e delle discipline di bilancio imposte.[17] Vi ritorneremo più avanti.

Di qui, per cominciare, le dilazioni continue relative alla mutualizzazione dei debiti pubblici. Dal momento che si tratta per gli Stati europei di rimborsare i loro debiti, ed è fin troppo chiaro che alcuni non vi riusciranno senza l’aiuto dei loro vicini e partner comunitari, la soluzione sarebbe quella di metterli in comune e che i meno indebitati vengano in soccorso dei più indebitati. Alla fin fine, è già quel che si è cominciato a fare tramite il FESF, fondo alimentato dai vari Stati membri in rapporto alla loro rispettiva incidenza sul PIL comunitario, ma di cui per ora hanno beneficiato o aspirano a beneficiare solo gli Stati con maggiori passivi.

Ora, però, si tratterebbe di fare alcuni decisivi passi in più sulla via della mutualizzazione. Ed è qui che cominciano le difficoltà. La soluzione radicale consisterebbe nell’emissione di eurobuoni: l’emissione cioè, da parte dei vari Stati membri, di obbligazioni (titoli di prestito) sul mercato finanziario garantite dall’insieme dell’UE. Esse consentirebbero alla maggior parte degli Stati europei di contrarre prestiti a minor costo (a minor tasso d’interesse), perché questi sarebbero garantiti dall’insieme degli Stati dell’UE, soprattutto da quelli più solidi; li metterebbero quindi più al riparo dalla speculazione internazionale sui titoli emessi. Questo, però, non avverrebbe senza un’importate contropartita: per forza, in questo caso, le istanze comunitarie, indistintamente, dovrebbero godere di un diritto di dare a priori un’occhiata ai bilanci dei vari Stati membri, per evitare che gli Stati-cicale non si finanzino le spese contando sugli Stati-formiche per pagarle: alcuni Stati potrebbero così vedersi vietare qualunque passivo di bilancio, o semplicemente questa o quella spesa ritenuta incompatibile con i precedenti impegni di ridimensionamento della spesa. In questo modo, dopo aver rinunciato ad ogni sovranità nazionale, gli Stati membri più indebitati dovrebbero anche rinunciare alla loro sovranità nelle decisioni di spesa, senza per questo che quelli più virtuosi abbiano la completa garanzia di poter passare alla cassa per regolare il conto dei loro vicini. È comprensibile che la proposta degli eurobuoni, per il momento, non abbia suscitato grande entusiasmo, né da parte di quelli che sarebbero tra “i contribuenti” netti (soprattutto la Germania), per timore di finire raggirati, né da quelli che ne sarebbero i “beneficiari” (gli Stati più indebitati), per paura di vedersi imporre una vera e propria tutela finanziaria.

Altre proposte di parziale mutualizzazione dei debiti sovrani sono state avanzate negli ultimi mesi: mutualizzazione dei soli prestiti a breve scadenza (meno di un anno) in forma di emissione di euro bills (equivalentit europei dei buoni del Tesoro), o quella della sola parte del debito degli Stati che vanno oltre la famosa soglia del 60% del PIL prevista dal Trattato di Maastricht. Tuttavia, per le suaccennate ragioni, esse non sono state accolte e tutti hanno tirato per le lunghe, nella speranza che il peggio sia passato. E invece il peggio deve ancora venire…

Questi stessi motivi sono anche quelli che ostacolano l’intervento della BCE. Lo Statuto le vieta fin dall’origine il prestito agli Stati, per non aiutarli ad abituarsi alla monetazione inflazionistica del loro debito. Questo, però, priva anche la solidarietà finanziaria tra i vari Stati (più precisamente, le loro rispettive Banche centrali, detentrici del capitale della BCE) di un solido strumento di intervento: è proprio perché la loro rispettiva Banca centrale ha questa possibilità che la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone possono sopportare passivi pubblici proporzionalmente più rilevanti della media di quelli degli Stati dell’UE, senza incorrere in una crisi dei rispettivi debiti sovrani analoga a quella dell’UE.

Di certo, a partire dalla primavera del 2011, la BCE si è di fatto liberata in parte di questo divieto, prendendo ad acquistare obbligazioni irlandesi, portoghesi e greche, così da limitarne il crollo dei corsi sul mercato borsistico e il conseguente rialzo automatici dei tassi di interesse dei nuovi prestiti dei corrispettivi Stati.[18] Questo le ha procurato severe critiche da parte della Germania. Ed è perché, in particolare per effetto di queste critiche, la BCE ha rinunciato ad andare avanti per questa via nel corso degli ultimi mesi, che si è imballata la speculazione sui titoli spagnoli e italiani. Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), che avrebbe dovuto entrare in vigore il 1° luglio in sostituzione del FESF, disporrà da parte sua del diritto di prestare agli Stati e di riscattarne i titoli di debito. Dotato però di una capacità di prestito di soli 500 miliardi (il che dà la misura dei limiti della “riserva comune” europea), avrà certamente difficoltà nell’affrontare una crisi di fondo, tipo un collasso della Spagna e, a maggior ragione, dell’Italia.

Ed è con lo stesso genere di ostacoli che si sta scontrando il progetto di una “unione bancaria” a livello europeo. Abbiamo appena visto come, in tutti gli Stati europei, la crisi dell’indebitamento pubblico renda più fragili le banche e viceversa, come si è verificato in Spagna, la prevenzione della minaccia del fallimento bancario porti ad aggravare brutalmente il debito pubblico, minacciando di condurlo oltre il punto entro il quale rimane sopportabile. Per rompere il circolo vizioso e prevenire il ripetersi di questo tipo di scenario catastrofico, l’UE ha appena proposto di rafforzare la vigilanza sul settore bancario affidandone il compito alla BCE, il cui potere risulterebbe così accresciuto, mentre quello delle varie Banche centrali nazionali, prestatrici in ultima istanza ma anche regolatrici e “gendarmi” tradizionali dei rispettivi sistemi bancari nazionali, risulterebbe indebolito e indebolita, insieme ad esso, la capacità dei governi nazionali di gestire le proprie politiche economiche. Questo nuovo trasferimento di sovranità economica verrebbe per giunta aggravato dall’indispensabile armonizzazione delle regole che guidano i vari sistemi bancari nazionali, ledendo all’occorrenza i privilegi di cui godono taluni segmenti di questi. Comprensibile che gli Stati membri puntino i piedi.

Per non parlare dei gruppi bancari privati, poco entusiasti di vedere rafforzate le regole cui dovrebbero sottostare e - ancor peggio dal loro punto di vista – dell’obbligo di trasparenza circa le attività che svolgono e i rischi che si assumono, o meglio che fanno correre, a loro insaputa, ai propri azionisti, creditori e, infine, a chi deposita in banca i propri soldi. Tanto più che il progetto di “unione bancaria” li obbligherebbe a fornire un documento che dettagli l’insieme dei propri attivi, onde consentire all’autorità europea, in caso di fallimento di un gruppo bancario, di prendere le misure indispensabili per salvare il salvabile liquidando il resto, così da evitare, per quel che è possibile, di dovervi sacrificare il denaro pubblico.

 

L’eurocrazia persiste e firma

 

In definitiva, però, non è la cosa essenziale. Se i rimedi per la crisi finanziaria europea finora applicati o auspicati dall’eurocrazia si sono rivelati così miseramente inefficaci è per ragioni ben più di fondo, che ci rinviano alla radice stessa della crisi dell’indebitamento pubblico, si tratti dell’Europa o di qualsiasi altra parte del mondo in cui essa possa infuriare. Ci si accorge allora che questi rimedi non sono solo quantitativamente insufficienti, ma che sono anche e soprattutto qualitativamente inadeguati – senza con ciò che questo impedisca all’eurocrazia di continuare a caldeggiarli.

Il fatto è che l’attuale indebitamento pubblico in Europa dipende per l’essenziale dall’attuazione ormai trentennale di politiche neoliberiste. In primo luogo, direttamente: nella frenesia di ridimensionare il “peso degli Stati” e nella loro fede cieca nel dogma dell’offerta,[19] queste politiche si sono accanite nel ridimensionamento non solo delle spese pubbliche, ma degli stessi introiti pubblici (le tasse e i contributi sociali), alleggerendo notevolmente la quota di quelli che gravano sul capitale (le imprese), nonché sulle famiglie titolari di redditi elevati e di grandi patrimoni – buon per loro! L’esempio è stato offerto in Francia dal moltiplicarsi delle “nicchie fiscali e sociali” durante gli ultimi quindici anni, privando lo Stato e gli organismi di protezione sociale, ad esempio nel 2008, di qualcosa come 140 miliardi, pari cioè al doppio del debito pubblico dello stesso anno.[20] Ma l’effetto indiretto delle politiche neoliberiste sulle finanze pubbliche è stato ancor più catastrofico: deformando la ripartizione del “valore aggiunto” (del sovrappiù di ricchezza sociale nuovamente prodotta ogni anno) a detrimento del lavoro e a vantaggio del capitale, a furia di sviluppo di precariato e disoccupazione e della concorrenza internazionale introdotta fra i lavoratori (attraverso la liberalizzazione di merci e capitali), queste politiche non solo hanno reso atona ed erratica la crescita economica, limitando di conseguenza le entrate dei poteri pubblici, ma hanno anche creato le condizioni di crisi finanziarie a ripetizione ogni volta più gravi, l’ultima delle quali (quella cosiddetta dei subprime) si è conclusa con massicci piani (per cifre di miliardi di euro, di dollari, di sterline, ecc.) di salvataggio di istituti del capitale finanziario (banche, società di assicurazione, ecc.) minacciati di fallimento, e di sostegno alla crescita per parare la conseguente recessione dell’“economia reale” –in altri termini: ulteriori spese pubbliche per salvare il capitale dalla sua crisi, il tutto facendo esplodere passivi e debiti pubblici.[21]

In questo quadro, la prima condizione, necessaria se non sufficiente, per uscire dall’attuale vicolo cieco in cui ci hanno infilato le politiche neoliberiste è rompere radicalmente con queste ultime. Ma quello che sta accadendo in Europa, sotto la direzione dell’eurocrazia, è tutto il contrario. Gli unici insegnamenti che questa ricava, oggi come ieri, dai catastrofici risultati delle politiche neoliberiste che ha sostenuto e promosso almeno dalla metà degli anni Ottanta è che queste politiche non sono state spinte abbastanza in là né con sufficiente determinazione e che, quindi, è necessario proseguire per la via della “riforma” neoliberista dello Stato e del rapporto salariale, fintanto che la realtà non si adegui a quel che proclama il dogma neoliberista: retti dalla “libera concorrenza, non falsata” e dal momento in cui gli attori vi si muovano in maniera razionale essendo il più possibile bene informati, i mercati non possono che essere efficienti e il mondo economico perfetto. Simile testardaggine non è spiegabile se non tenendo conto del fatto che il neoliberismo funziona ai loro occhi come una religione, di cui sono i sommi sacerdoti e i missionari, per il fatto stesso di rappresentare gli interessi di frammenti del capitale (in particolare della sua frangia finanziaria), salvaguardati e confortati dalle politiche neoliberiste. Anche su questo ritorneremo.

È così che, dai più ai meno indebitati degli Stati europei, l’eurocrazia esige che continuino a portare avanti le politiche di risanamento delle finanze pubbliche. Dal lato spese, si esigono perciò tagli più o meno netti: compressione degli organici delle amministrazioni pubbliche (dalla restrizione dell’assunzione e il mancato rimpiazzo di chi va in pensione fino al puro e semplice licenziamento di una parte dei dipendenti in servizio), la riduzione del loro monte salari (dal blocco di salari e pensioni fino alla diminuzione d’autorità), la riduzione della sfera di intervento e del livello di attività dei poteri pubblici, il peggioramento della qualità delle prestazioni fornite alle attrezzature collettive e ai servizi pubblici che può arrivare fino alla loro soppressione pura e semplice, ecc. Dal lato raccolta fiscale: nella misura in cui il risanamento richiede malgrado tutto di aumentare le tasse, si raccomanda di ricorre prioritariamente alle imposte indirette (soprattutto quelle che riguardano il consumo), pur essendo socialmente le più inique perché non sono progressive e, per quanto riguarda le imposte dirette, a quelle che gravano sul lavoro anziché sul capitale e il patrimonio. E soprattutto, per aumentare la massa imponibile a partire dagli introiti fiscali degli Stati si impone di raggiungere il saldo positivo della bilancia dei pagamenti e, in mancanza di qualsiasi possibilità di svalutazione competitiva, resa impossibile dalla condivisione di una moneta unica (essa l’euro), si può ottenere solo facendo all’uopo pressione sul livello dei salari. In altri termini, la riduzione dei passivi pubblici e dell’indebitamento pubblico passa non solo per l’austerità di bilancio ma anche per l’austerità salariale generalizzata, estesa ben al di là del settore pubblico. Così, l’eurocrazia esige che si continui a deregolamentare il rapporto salariale (il restringimento del campo e del livello dei diritti salariali oltre quel che è previsto nel e grazie al contratto di lavoro individuale ed eventualmente dalla contrattazione collettiva di azienda o di settore) e che si ridimensionino i diritti dei precari, dei disoccupati e di chi è tagliato fuori dal lavoro, che si smantelli quindi tutta la legislazione sociale, in modo di atomizzare al massimo i lavoratori e di squilibrare ancora di più il rapporto di forza tra lavoro e capitale.

Se si fa la somma delle precedenti misure, è evidente che l’obiettivo così perseguito è chiaramente quello di premere al ribasso sul costo globale del lavoro (il costo sociale di riproduzione della forza di lavoro sociale, che implica il salario diretto, quello indiretto in prestazioni sociali, l’alloggio sociale, il sistema di formazione e qualificazione, ecc.), in altre parole di ridurre le norme di consumo  della larga massa dei lavoratori peggiorandone notevolmente il tenore di vita. Tuttavia, in questo modo, la prosecuzione delle politiche neoliberiste non fa che conservare se non aggravare la distorsione intervenuta nella ripartizione del “valore aggiunto” per effetto della loro introduzione negli anni Ottanta-Novanta e che è alla radice sia del cattivo andamento economico generale dell’Europa, sia della crisi dell’indebitamento pubblico che vi infuria.

Alcuni dirigenti europei, incluso in seno all’eurocrazia, hanno preso coscienza di questa contraddizione negli ultimi tempi, auspicando di uscirne con una politica di rilancio neokeynesiano a livello europeo.[22] Fra questi figura il nuovo governo francese uscito dalle elezioni presidenziali e legislative del maggio-giugno di quest’anno. Ma tutto quello che questo è riuscito a ottenere all’ultimo Consiglio europeo è l’impegno per un piano di rilancio del valore di 120 miliardi di euro, composto per metà da fondi europei già stanziati (tipo FEDER) e destinati a grandi lavori infrastrutturali, che rappresentano l’1% del PIL europeo; quanto al lancio degli eurobuoni e all’autorizzazione concessa alla Banca europea di prestare direttamente agli Stati, niente da fare (per i motivi sopra richiamati): ci si è appena messi d’accordo sulla prospettiva di emettere project bonds (obbligazioni destinate a finanziare specifici progetti comunitari); e sull’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie in seno all’UE, ma che è stata però procrastinata. Si è ben lontani, evidentemente, da ciò che servirebbe per cominciare a riequilibrare la ripartizione del “valore aggiunto” ed uscire così dal circolo vizioso entro cui l’austerità salariale e di bilancio neoliberista stringe l’Europa. Il motivo è che, con l’elezione alla fine di una maggioranza parlamentare greca favorevole ai memorandum imposti dalla “troika”, è stato ancora una volta allontanato lo spettro di una crisi finanziaria e politica di fondo in Europa. Senza che, però, nessuno dei problemi fondamentali si sia risolto, al contrario, sebbene la crisi europea non possa che riaffiorare, ulteriormente aggravata, nel corso delle prossime settimane.

 

Un’Europa allo sbando

 

Se la radice della crisi economica che investe l’Europa – come del resto il complesso degli Stati capitalistici centrali - attecchisce bene sulla distorsione intercorsa nella ripartizione del “valore aggiunto” in salari e profitti, grazie all’attuazione delle politiche neoliberiste a partire dagli anni Ottanta, e se l’aggravarsi della crisi stessa si spiega con il continuare ad insistere su queste politiche da parte dell’eurocrazia, questo presenta, tuttavia, anche un’altra dimensione, specificamente europea, connessa ancora una volta alle contraddizioni inerenti alla “costruzione europea” e, più precisamente, propria del suo nocciolo duro, l’eurozona. È quel che ha appena dimostrato Michel Husson in un notevole saggio, dal contenuto molto denso, da cui qui riprendiamo alcuni dei principali elementi d’analisi e delle conclusioni.[23] La costruzione in seno all’UE di un’unione monetaria, dapprima estesa a un numero limitato di Stati membri, ma tendente ad allargarsi a tutti, si basava sulla scommessa di ridurre le disparità di sviluppo economico e sociale tra questi ultimi, eredità delle rispettive storie, realizzando la progressiva convergenza tra loro, in particolare per le comuni discipline di bilancio (un deficit pubblico limitato al 3% del PIL, un debito contenuto entro il 60% dello stesso) e salariali che sarebbero state imposte loro nel quadro dell’unione. Ora, a partire dall’introduzione dell’euro, quello che è accaduto è il contrario: gli scarti hanno continuato ad accrescersi tra il “Nord” dell’eurozona (Germania, Austria, Belgio, Olanda e Finlandia – il saggio esclude il Lussemburgo, che avrebbe ulteriormente aggravato lo scarto) e il “Sud” di questa (Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia), con la Francia in posizione intermedia tra i due gruppi pur tendendo ad avvicinarsi sempre più al secondo.

Gli Stati “sudisti” hanno soprattutto visto peggiorare la loro competitività in termini di prezzi rispetto a quelli “nordisti”, non a causa della sfasatura dei salari (una crescita dei salari reali superiore a quella della produttività: si è tendenzialmente verificato l’inverso, per effetto della diminuzione della quota dei salari rispetto al “valore aggiunto”), ma a causa di una più forte inflazione strutturale. Questa si spiega a sua volta con la coincidenza di tre fattori: la maggiore crescita degli Stati “sudisti”, condizione per raggiungere quelli “nordisti” e per la prevista convergenza tra i due gruppi (il che, del resto, implica una contraddizione interna al processo di convergenza); la tendenza, maggiore al “Sud” che non al “Nord”, ad estendere, in forma di aumento salariale, l’aumento di produttività realizzato nei settori manifatturieri al resto dell’economia (il che rinvia alla disparità delle disuguaglianze settoriali dello sviluppo tra le varie economie nazionali); infine, conflitti sulla ripartizione della ricchezza sociale (del valore prodotto) più importanti all’interno delle formazioni “sudiste” che non in quelle “nordiste”, in ragione del carattere meno ugualitaria delle prime rispetto alle seconde (cosa che evidentemente riflette configurazioni dei rapporti di classe che mescolano conflitti, compromessi e alleanze diversi fra loro). Facciamo notare di passata quanto, attraverso le variabili economiche reificate (saggio di inflazione, aumento dei salari reali, quota dei salari sul “valore aggiunto”, rispettiva incidenza dei vari settori, ecc.), si riflettano alla fine tutte le specificità strutturali profonde delle varie formazioni nazionali e quanto, al contempo, sia ingenuo il progetto eurocrate di una rapida convergenza di queste ultime che implica di appiattire in pochi anni le sedimentazioni di decenni, se non di secoli, di costruzioni politico-sociali.

Anziché correggere la divaricazione tra “Nord” e “Sud” dell’eurozona, l’unione monetaria ne avrebbe invece facilitato il peggioramento lungo gli anni 2000, fino all’esplosione della crisi finanziaria del 2007-2008 (cosiddetta dei subprimes), lasciando che se ne producessero tutti gli effetti perversi. Da un lato, al riparo della moneta comune, gli Stati “sudisti” hanno così lasciato approfondirsi il passivo della loro bilancia commerciale, l’altra faccia della loro maggiore crescita e prezzo del peggioramento della loro competitività, senza che il passivo si risolvesse con la necessità di svalutare la loro moneta, come sarebbe accaduto prima di passare all’euro o senza questo passaggio. Dall’altro lato, per l’effetto della restrittiva politica monetaria della BCE, gli Stati “sudisti” hanno anche potuto beneficiare della generale diminuzione dei tassi di interesse nominali in seno all’eurozona che, data la loro più forte inflazione, si è tradotta in una ancor più forte riduzione dei tassi di interesse reali che non negli stati “nordisti”, spingendo quindi poteri pubblici, imprese e soprattutto famiglie a indebitarsi, sostenendo così la loro più forte crescita: la bolla immobiliare spagnola, ad esempio, ha avuto modo di alimentarsene direttamente. Alla fine, questa crescita drogata dall’indebitamento (spinto fino al sovraindebitamento) è logicamente andata insieme al calo del tasso di risparmio delle famiglie, costringendo in tal modo le amministrazioni pubbliche (Stati, collettività territoriali, organismi pubblici di protezione sociale) a contare su un flusso continuo di capitali stranieri per finanziare i propri passivi (persistenti, anche se tendenzialmente decrescenti) attraverso prestiti, con la conseguenza di peggiorare un po’ di più i conti con l’estero, ma anche quelli interni. Questo ha creato una dinamica chiaramente insostenibile prima o poi, poiché cumulava calo generale di produttività, indebitamento privato e indebitamento pubblico, passivo interno (dal risparmio privato al bilancio pubblico) e passivi con l’estero (dalla bilancia commerciale a quella dei pagamenti). Senza che – sia detto di passata – l’eurocrazia vi abbia trovato niente a che ridire, anzi rivolgendo a più riprese la proprie felicitazioni a vari Stati “sudisti” (l’Irlanda e la Spagna in particolare), additandoli ad esempio al resto dell’UE.

In questo senso, la crisi finanziaria degli anni 2007-2008 è intervenuta meno a interrompere una crescita in apparenza virtuosa che non a porre fine a un circolo vizioso, rivelandone la natura. Gonfiando improvvisamente e bruscamente il deficit pubblico, ponendo fine alla possibilità di finanziarlo tramite l’importazione di capitali stranieri, negoziando le possibilità aperte all’indebitamento privato, rendendo di colpo indispensabile sia l’aumento del tasso di risparmio nazionale sia il saldo positivo della bilancia commerciale, la crisi ha imposto alle formazioni “sudiste” una politica di austerità monetaria e salariale, anche indipendentemente dai precetti delle politiche neoliberiste prima ricordati. Ed ha soprattutto segnato la fine dell’illusione, che sarà durata solo alcuni anni, secondo cui il completamento dell’“unione economica e monetaria” grazie al passaggio all’euro sarebbe stato come una passeggiata tranquilla lungo un fiume.

 

La “costruzione europea” rivisitata e rivalutata[24]

 

Dunque, così come è stata portata avanti durante l’ultimo trentennio, la “costruzione europea” ha prodotto due risultati principali, per quanto catastrofici entrambi. Innanzitutto, per la semplice creazione di uno spazio di libera circolazione del capitale nella sua forma di merce come in quella di denaro, al cui interno è risultata accresciuta la messa in concorrenza dei capitali… e dei lavoratori salariati, esattamente come per le discipline di bilancio e salariali cui si sono trovati obbligati gli Stati per entrare nell’eurozona e poi restarvi, la costruzione europea ha costituito uno strumento istituzionale particolarmente efficace di amministrazione delle politiche neoliberiste di austerità, sinonimo soprattutto di deregolamentazione del mercato del lavoro e di smantellamento rampante della protezione sociale, in una parola: dell’arretramento in materia di inquadramento del rapporto di lavoro dipendente.  E la gestione da parte dell’eurocrazia della crisi dell’indebitamento pubblico conseguente all’esplosione della crisi finanziaria del 2007-2008, guidata dall’imperativo del mantenimento e addirittura del consolidamento del rigore di bilancio e di quello salariale, non ha fatto che aggravare ulteriormente l’effetto regressivo. Una regressione che colpisce in particolar modo il lavoro esecutivo (operai e impiegati), per il quale la prospettiva così aperta è quella di una gran salto all’indietro, di carattere storico, che alla fine sfocerebbe nel liquidare puramente e semplicemente tutte le conquiste del compromesso fordista e soprattutto lo Stato assistenziale.

Inoltre, così come è stata perseguita nel corso dell’ultimo trentennio, la “costruzione europea” ha prodotto un secondo risultato altrettanto catastrofico, che si combina con quello precedente, pur modulandolo nello spazio: l’approfondimento delle disparità di sviluppo tra nazioni e regioni europee. Lungi dal condurre alla convergenza dei livelli di sviluppo nazionali e regionali promessa dagli eurocrati, ne ha accentuato le divaricazioni: ha rafforzato le nazioni e regioni più forti e indebolito quelle più deboli. Quella che si delinea in questo modo non è una “Europa a più velocità”, come ogni tanto si ripete, lasciando credere che i differenti Stati e le differenti regioni verrebbero integrati progressivamente, ma a ritmi diversi, all’interno di uno stesso complesso e di un uniforme processo di sviluppo economico e sociale; è piuttosto la classica struttura peculiare di ogni spazio plasmato dal processo globale di riproduzione del capitale, che lo frammenta e gerarchizza in formazioni centrali, formazioni semiperiferiche e formazioni periferiche.[25] Una struttura che si ritrova non solo a livello planetario (è questa a sottendere la divisione internazionale del lavoro in seno al mercato mondiale), ma anche a quello di ciascuna delle unità di cui si compone lo spazio mondiale (all’interno di ogni Stata o gruppo continentale di Stati), semplicemente perché è obbligata dalle necessità di uno sviluppo diseguale funzionale ai bisogni della riproduzione del capitale. Una struttura che non per questo è immutabile, ma è permanentemente sconvolta dai mutamenti di posizione che possono interessare le diverse formazioni (nazionali o regionali), che così si trovano poste in concorrenza, in balia degli sviluppi dei loro rispettivi apparati produttivi e del successo o dell’insuccesso delle loro strategie di inserimento sul mercato continentale o mondiale.

Fin dalle sue origini, all’epoca della Comunità economica europea (CCE), quella che sarebbe diventata la UE si è costituita raccogliendo nazioni e ancor più regioni con sviluppo disuguale, alcune centrali (ad esempio la Ruhr e la Lombardia), altre semiperiferiche (le vecchie regioni carbonifere) o periferiche (come il Mezzogiorno italiano o il Massiccio centrale francese o la Bretagna). Da allora, tali disuguaglianze di sviluppo non hanno cessato di estendersi, grazie all’ampliamento della CEE, poi dell’UE con l’inserimento degli Stati britannici (Irlanda, Gran Bretagna), di quelli meridionali (Grecia, Spagna, Portogallo), degli Stati nordici (Danimarca, Svezia, Finlandia) e degli Stati dell’Europa centrale (Austria poi, progressivamente, gli Stati ex membri del “blocco sovietico”); ma non hanno neanche smesso di intensificarsi al ritmo dell’esacerbarsi della messa in concorrenza dei territori e delle loro popolazioni all’interno stesso all’UE, resa possibile dall’inserimento costante di nuovi territori meno sviluppati rispetto a quelli già inseriti, e al ritmo anche dell’approfondirsi della “costruzione europea” con il completamento della “unione economica e monetaria”, così come abbiamo visto sopra. La cosa più notevole, per questo aspetto è senz’altro il fatto che, presi in questa dinamica, alcuni Stati e alcune regioni, originariamente centrali, tendono ormai a scivolare verso posizioni semiperiferiche; è quel che minaccia l’Italia nel suo complesso e buona parte (meridionale e occidentale) della Francia. Ed è per non aver tenuto conto della realtà delle disparità di sviluppo e per aver sottoposto alcuni Stati membri a obblighi tali da aggravarle che l’eurozona oggi si trova in crisi e, per dirla tutta, sul punto di scoppiare.

Potenziale implosione per recessione economica e arretramento sociale, ed esplosione potenziale per impossibilità di rispettare le regole che soffocano le politiche di bilancio e salariali e per l’approfondirsi delle disparità di sviluppo socio-spaziali: questi sono i principali risultati di trent’anni di “costruzione europea”. Rispetto a questa conclusione, la questione di sapere se questi risultati siano stati voluti o meno si risolve da sé. Senza escludere che la “costruzione europea” abbia potuto essere utilizzata dall’intera eurocrazia o da una sua parte come una “macchina per liberalizzare”, come uno strumento istituzionale e ideologico che consente di imporre le politiche neoliberiste di austerità di bilancio e salariale e domani magari il grande balzo all’indietro del mondo del lavoro sopra accennato, il minimo che si possa dire è che questi risultati presentano anche tutte le caratteristiche di perfetti effetti perversi: di processi che, sfuggendo di mano ai loro possibili ideatori e promotori, gli si ritorcono contro come boomerang, per minacciarli a loro volta.

 

Esplosione o rifondazione?

 

Dai precedenti elementi analitici si ricava perlomeno una conclusione chiara e netta. A meno che non riesca a rifondarsi su basi radicalmente diverse da quelle neoliberiste, su cui si è costruita fino ad ora, l’UE è condannata a esplodere a breve scadenza. Né sono solo i membri dell’eurocrazia a trovarsi di fronte a un’alternativa del genere: questa riguarda non meno le forze che vogliano difendere gli interessi degli strati popolari, direttamente minacciati sia dalla “costruzione europea”, sia dalla crisi.

Come si è visto sopra, l’eurocrazia nel suo complesso intende insistere sulla via neoliberista. È il caso, soprattutto, oltre che di dirigenti attuali delle istituzioni dell’UE (Commissione, BCE, Eurogruppo, gruppi maggioritari in seno al Parlamento europeo, ecc.), dei governi degli Stati che costituiscono il nocciolo duro dell’eurozona e il centro dell’UE: la Germania, l’Austria, il Benelux e la Finlandia, cui si possono aggiungere la Danimarca e la Svezia e che, tra gli Stati non membri dell’UE, ha l’appoggio della Svizzera e della Norvegia. Ma, pur senza rimettere in discussione il paradigma neoliberista, non per questo l’eurocrazia non si divide in questo momento tra “duri” e più o meno “moderati”. I primi intendono ad ogni costo continuare per questa strada, esigendo l’applicazione delle regole di bilancio e salariali più rigide possibili richieste dall’UE per risanare al più presto i conti pubblici, anche al prezzo dell’esplosione dell’eurozona o della stessa UE, che ne espellerebbe gli Stati che non possono o non vogliono più sottostarvi. Uscita, quindi, della Grecia, in attesa sicuramente della Spagna, poi dell’Italia. È appunto la prospettiva che spaventa i “moderati”, i quali fanno notare che, se l’UE può incassare il prezzo del cedimento radicale della Grecia (in parte lo ha già pagato), le cose non andrebbero allo stesso modo nel caso di “pesi forti”, come la Spagna e soprattutto l’Italia, come abbiamo visto: un collasso dell’uno o dell’altro dei due paesi, accompagnato dall’uscita dall’euro, travolgerebbe l’intero sistema finanziario (specie quello bancario) europeo. Essi quindi optano per una relativa moderazione nelle politiche di austerità di bilancio e salariale, che consiste essenzialmente nel prolungare i tempi del risanamento delle finanze pubbliche degli Stati “sudisti”, nel mutualizzare parte dei debiti pubblici (secondo le varie formule sopra richiamate), o nell’autorizzare la BCE a finanziarli prestando direttamente agli Stati, a determinate condizioni. Sono naturalmente appoggiati dai governi degli Stati “sudisti”, facendo valere il fatto che le esigenze di aggiustamento cui li sottopone l’UE sono insostenibili a breve scadenza e che, se non riparte l’accumulazione, non potranno essere soddisfatte neanche a medio termine. È qui che i pochi sostenitori di questo rilancio su basi neokeynesiane che l’eurocrazia annovera tra le sue file possono cominciare a far sentire le loro voci, senza avere per il momento ottenuto qualcosa di sostanzioso, come si è visto. Le decisioni, al pari della mancanza di decisioni su punti importanti al termine dell’ultimo Consiglio europeo tenutosi alla fine dello scorso giugno si spiegano con l’attuale rapporto di forza tra queste varie tendenze o sfumature, che delineano un fragile equilibrio che la prossima ripresa della crisi dell’euro manderebbe in pezzi.

Questa ripresa della crisi potrebbe intervenire al momento del mancato pagamento da parte di uno degli Stati “sudisti” fra quelli più indebitati, sicuramente la Grecia. Si ritroverebbero a quel punto di nuovo a terra non solo gli eurocrati, ma le forze sociali e politiche che, all’interno dello Stato o degli Stati in difetto, intendessero difendere gli interessi degli strati popolari. Abbiamo dettagliato in altra sede gli indirizzi e le misure politiche che dovrebbero adottare a tale scopo: da un lato, un alleggerimento del debito pubblico che può andare dalla sua semplice ristrutturazione (annullamento di parte del debito, affiancato dallo scaglionamento del rimborso di quel che resta) fino al suo puro e semplice non riconoscimento, facendo valere l’argomento che esso è illegittimo per sua stessa natura,[26] completandolo con la nazionalizzazione del settore bancario, per evitare il tracollo che provocherebbe il rifiuto del pagamento del debito, dei cui titoli questo detiene una parte più o meno rilevante; dall’altro lato, una nuova ripartizione, meno disugualitaria, della ricchezza sociale, che combini l’aumento del monte salari (creando posti di lavoro privati e pubblici e aumentando i salari diretti e indiretti) e una tassazione più pesante che gravi sul capitale (le imprese), sui redditi elevati e sui grandi patrimoni.[27]

Tutto il problema è se la concretizzazione di una politica del genere, che gira chiaramente la spalle alle richieste del rigore di bilancio e salariale, sarebbe o meno compatibile con la permanenza nell’eurozona degli Stati che la ponessero in atto. Il loro restare entro quel quadro presupporrebbe che i fondamentali dell’UE fossero rivisti a fondo; e questa revisione potrebbe avvenire soltanto al termine dell’instaurazione di un rapporto di forza vincente con le istanze eurocratiche custodi dell’ortodossia neoliberista, che consentisse di trascinarsi dietro altri Stati su questo percorso alternativo. A tal fine, essi dispongono di due assi: da un lato, il carattere cooperativistico delle misure proposte e assunte che verrebbero estese a più Stati in seno all’eurozona e all’UE, dall’altro il ricatto di una rottura con l’eurozona o con l’UE e del costo che ne risulterebbe per l’insieme degli altri Stati membri, proporzionale al peso degli Sati che ne uscissero. In breve, i fautori della rifondazione potrebbero far valere presso le popolazioni europee l’argomento che hanno tutto da guadagnare nel vedere i loro governi impegnarsi sulla nuova strada aperta in questo modo, mentre avrebbero tutto da perdere se costretti a intraprenderla da soli.

Tuttavia, il loro margine di manovra sarebbe limitato, tanto più quanto più fosse ristretta la loro incidenza in seno all’eurozona e all’UE. Di fronte a un “peso piuma” (come la Grecia, ad esempio), c’è da temere che il braccio di ferro di cui si è detto non si ritorca a suo svantaggio, non lasciandogli altro sbocco che uscire dall’eurozona. Lo stesso accadrebbe se, in uno Stato, la situazione economico-sociale finisse per aggravarsi al punto di non avere più niente da trattare con le istanze europee: potrebbe essere questo il caso di un “peso medio” (come l’Italia), il cui cedimento andrebbe di colpo al di là delle capacità di intervento dell’UE. In ogni caso, non vanno sottovalutate difficoltà e rischi di una strada del genere.[28] Quel che potrebbe accadere a uno Stato (o gruppo di Stati) che uscissero in questo modo dall’eurozona o dall’UE dipenderebbe allora dallo svolgimento della crisi nazionale che ne deriverebbe, ovvero dal rapporto di forza che si instaura all’interno tra classi, blocchi sociali e formazioni politiche. L’applicazione del precedente programma ne comporterebbe la radicalizzazione, in rapporto a una vasta mobilitazione popolare, che implichi: misure protezionistiche (specie rispetto al controllo dei cambi), per parare le conseguenze devastanti che la combinazione svalutazione-inflazione avrebbe sulla nuova moneta nazionale che si sostituirebbe all’euro: la costituzione, in base alla nazionalizzazione delle banche, di un fondo sociale di investimento in favore dei servizi pubblici, di strutture sotto controllo di comitati composti da lavoratori e utenti, collettive, del settore dell’economia sociale e delle imprese autogestite; la socializzazione di tutte le industrie strategiche e la loro riconversione in modo di soddisfare i bisogni sociali e le esigenze ecologiche, dopo una discussione e una decisione democratiche, che coinvolgano appieno i lavoratori; la socializzazione e lo sviluppo dei servizi pubblici e di strutture collettive, che comportino l’introduzione della gratuità. Consentendo agli strati popolari di riappropriarsi delle loro condizioni sociali di vita e degli strumenti per produrle, queste misure permetterebbero di (ri)dare un contenuto concreto al concetto di recupero della sovranità popolare (nazionale) connesso alla rottura con l’imposizione dell’UE. Senza contare che sarebbe il modo migliore per tagliare l’erba sotto i piedi a una destra e a un’estrema destra che non mancherebbero di agitare simultaneamente una campagna sullo stesso tema, ma attribuendole un contenuto reazionario e xenofobo del tutto diverso, del tipo “prima di tutto la nazione”, e dietro le quali si raccoglierebbero quindi le classi possidenti, borghesia in testa.

Per farla breve, come al solito, è la buona vecchia lotta di classe che continuerebbe a quel punto a scrivere la storia. (12 agosto 2012).

[Traduzione dal francese di Titti Pierini]

 



Note

* Alain Bihr: docente di Sociologia presso l’Università della Franca Contea (Francia). Autore di numerosi lavori di ricerca militante, tra cui: La préhistoire du capital, Le devenir-monde du capitalisme (Éd. Page 2, Losanna, 2006); La novlangue néoliberal, La rhétorique du fetichisme capitaliste (Éd. Page 2, 2007); La logique méconnue du Capital (Éd. Page 2, 2011).

[1] http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tg...

[3].Ibidem.

[4] Ad esempio, il secondo memorandum dettato ai greci dalla troika alla fine del 2011 impone la riduzione del salario minimo del 22% e addirittura del 32% per i giovani sotto i 25 anni, cui si aggiunge la soppressione dei premi equivalenti a due mensilità, vale a dire una riduzione complessiva del 33% e del 42%, rispettivamente!(Foundation Economic and Industrial Research, The Greek Economy 1/12, Quarterly Bulletin, n. 67, marzo 2012, p. 67. (Cfr.: http://www.jobe.gr/media/engoik/112...).

[5] Lo attesta il drammatico aumento del tesso di suicidio e, soprattutto, di suicidi in pubblico (cfr. The Lancet, “Increased suicidality amid economic crisis in Greece”, http://www.thelancet.com/journals/l …)61638-3/fulltext.

[6] A causa della recessione, gli introiti fiscali sono stati al di sotto di circa 1 miliardo di euro rispetto alle previsioni nel 2011 e rischiano di essere di 3 miliardi nel 2012, richiedendo una revisione di bilancio appena avviato l’esercizio (The Greek Economy 1/12, cit. p. 35).

[7] Sui prestiti decennali: 4,55% ad aprile, 4,69% a maggio, 4,73% a giugno (cfr. Le Parisien, 12 giugno 2012; http://www.leparisien.fr/flash-actu...).

[8] Le Parisien, 18 luglio 2012 (http://www.leparisien.fr/flash-actu...).

[9] Le Figaro, 19 luglio 2012 (http://www.lefigaro.fr/congioncture/...).

[10] Les Echos, 24 luglio 2012 (http://www.lesechos.fr/entreprises...).

[12] Ibidem.

[13] Si veda la nota 1.

[14] Secondo la polizia tributaria, la frode fiscale ammonterebbe a 120-130 miliardi di euro, vale a dire una volta è mezzo il passivo di bilancio. (cfr. Courrier International, 9 gennaio 2012 – http://www.courrierinternational.com/).

[15] Si veda la nota 10.

[16] Intendiamo il governo informale e non ufficiale ma assolutamente reale dell’UE, che raggruppa la Commissione europea e i suoi servizi, la direzione della BCE, i dirigenti dell’Eurogruppo, la Corte di giustizia europea custode dei trattati europei, con annessi e connessi in tutti i governi nazionali ma anche infranazionali (i poteri che gestiscono le macroregioni e le grandi metropoli motrici dell’EU).

[17] Per un’esposizione più dettagliata di queste contraddizioni cfr. il mio articolo “La ‘construction européenne en crise”, in A Contre-Courant, n. 228, ottobre 2011.

[18] Ossia, obbligazioni di 1.000 euro emesse da uno Stato al 5% su dieci anni; ognuna procura quindi 50 euro ogni anno al suo possessore. Se emergono dubbi sulle capacità di rimborso di questo Stato, queste obbligazioni si scambieranno sul mercato borsistico con sconti più consistenti. Supponiamo che sia del 50%: queste obbligazioni si scambiano ormai per 500 euro. Chi le acquista a questo prezzo continua nondimeno a disporre di titoli per ciascuno dei quali percepisce 50 euro l’anno, ossia il 10%. Se quindi lo stesso Stato deve ritornare sul mercato finanziario, dovrà emettere le nuove obbligazioni a un tasso del 10% per trovare acquirenti. Così il corso delle obbligazioni sul mercato della Borsa tende a stabilire a quale tasso vadano emesse le nuove obbligazioni sul mercato finanziario.

[19] Il liberismo va in solido con una “economia politica dell’offerta” in base a cui, se la “crescita” (il saggio di accumulazione del capitale) è insufficiente e genera sottoccupazione (disoccupazione), dipenderebbe fondamentalmente dal fatto che l’“offerta” (l’attività delle imprese) sarebbe intralciata da ostacoli (ad esempio, da un troppo elevato livello dei salari, da obblighi normativi, da un fisco troppo elevato che scoraggia gli investimenti, ecc.), che andrebbero ridotti o meglio ancora soppressi.

[20] Cfr. “Que cache la croissance de la dette publique?”, in A Contre-Courant, n. 2011, gennaio-febbraio 2010: “Derrière l’austérité budgétaire: une nouvelle aggression contre le salariat”, in Europe Solidaire Sans Frontières (ESSF - articolo 26.206).

[21] Cfr. “Le triomphe catastrophique du néolibéralisme”, in ESSF (articolo11.959) e “Sur la crise: une victoire de Pyrrhus”, in ESSF (art. 16.614).

[22] Cfr. “A l’ouest rien de nouveau?”, in ESSF (articolo 26.206).

[23] M. Husson, “Economie politique du ‘système-euro’” (http://alencontre.org/wp-content/up... ).

[24] Il seguito dell’articolo comprende un certo numero di elementi elaborati insieme a Charles-André Udry in occasione di un dibattito alla metà di agosto.

[25] Cfr. “’Introduction générale’, la préhistoire du capital”, in Page 2, 2006, pp. 53-72.

[26] Un’argomentazione in tal senso è stata sviluppata in “Sommaire rappel de quelques vérités élémentaires sur la dette publique”, in A Contre-Courant, n. 162, febbraio-marzo 2005 e in “Que cache la croissance de la dette publique?”. in A Contre-Courant, n. 2011, gennaio-febbraio 2010. Cfr. inoltre l’articolo “Dette publique”, in La novlangue néolibérale, Éd. Page 2, 2007

[27] Maggiori dettagli sono contenuti in. “Les voies d’une altérnative”, in A Contre-Courant, n. 229, novembre 2011, anche lì riprendendo suggerimenti proposti da Michel Husson.

[28] Sono esaminati più in dettaglio nell’articolo citato alla nota precedente.



You are here Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Bihr: L’Unione europea tra crisi ed esplosione