Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Romney e Obama: amici dell'1%

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Romney e Obama: amici dell'1%

 

“Con la chiusura della nostra fabbrica Mitt Romney ha incassato più di 100 milioni di dollari  ed ha distrutto la nostra vita”. Questa frase inquadra perfettamente il candidato repubblicano alle presidenziali. L'ha pronunciata  un lavoratore la cui fabbrica è stata chiusa da Bain Capital, il fondo di investimento di Romney. Una struttura parassita, non legata a Wall Street, che ha costruito la propria fortuna nell'ambito  del commercio del riacquisto di imprese: la sua  ricchezza è talmente oscena che teme di divulgare la propria dichiarazione di imposte.  Una ricchezza che gli permette di partecipare alle cene per la  raccolta fondi in casa del miliardario David Koch, che si distingue per l'odio profondo nei confronti della organizzazioni sindacali. Il biglietto di accesso a queste serate ammonta a 75'000 dollari [circa 73'000 franchi svizzeri) per due persone.

Non sorprende che il commento citato all'inizio dell'articolo sia circolato durante la campagna pro-Obama sviluppata la settimana scorsa  negli “swing states” [Stati in cui nessuno dei due partiti domina la ripartizione dei voti del collegio elettorale – “i grandi elettori”, il sistema elettorale americano si basa su un tipo di suffragio indiretto].  La campagna a favore di Obama presenta il presidente come uno strenuo difensore dell'americano comune, con l'intenzione di abolire i regali fiscali ai ricchi e di difendere i posti di lavoro della classe lavoratrice.

Non vi è alcun dubbio che Romney corrisponda all'immagine repellente del distruttore di posti di lavoro, propagandata dalla campagna democratica. Coloro che si preoccupano e lottano per il 99% devono però comprendere perché e come anche Obama non è per nulla quel “combattente risoluto”, difensore della classe lavoratrice.

In questo momento, Obama e i democratici hanno un bel dire di come Romney sia nefasto per i lavoratori. Durante gli ultimi quattro anni,  anche i democratici si sono rivelati molto vicini agli interessi del mondo padronale americano ed hanno promosso contro i salariati una parte importante delle stesse politiche caldeggiate dai repubblicani.

L'amministrazione Obama ha annientato le speranza di milioni di persone che l'hanno sostenuta nel 2008: non ha mantenuto la promessa di sopprimere i privilegi fiscali per i ricchi, introdotti da Bush, oltre a prendere la testa di  un attacco senza precedenti contro i sindacati del settore pubblico. Tutte queste misure sono state adottare nella prospettiva di  favore i banchieri e il mondo imprenditoriale statunitense.

Se la campagna di Obama volesse veramente attirare l'attenzione sulla guerra in corso contro i lavoratori e le lavoratrici americani, questa è veramente l'occasione per parlare di questa guerra e per chiarire da quale parte della barricata si situano i democratici.

 

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I democratici hanno colto al volo l'opportunità di insistere  sul rifiuto di Romney di rendere pubblici i propri dati fiscali. “Le mie ricerche indicano che Mitt Romney è il primo candidato ad una elezione presidenziale di tutta la storia americana a possedere un conto bancario in Svizzera” ha dichiarato la settimana scorsa il senatore Dick Durbin (democratico dell'Illinois) durante un discorso davanti ad una folla entusiasta. “Non dovremmo avere un sistema elettorale nel quale un candidato possa affermare di essere il campione del popolo lavoratore quando questa stessa persona specula segretamente contro l'America praticando l'evasione fiscale e depositando il proprio denaro nei paradisi fiscali”.

L'evasione fiscale  per Romney è una pratica antica. Ha fondato Bain Capital,  ne è poi stato il CEO, il presidente del consiglio di amministrazione e l'unico azionista fino al 2002.

Tra le verie truffe di cui si è reso protagonista, Bain Capital si è specializzata nella creazione di imprese fantasma nelle isole Cayman, così da permettere agli investitori stranieri di evitare il pagamento delle imposte sugli investimenti negli Stati Uniti. Viene descritta così, dallo stesso Romney, nella National Review: “La nostra impresa ha permesso la realizzazione dei sogni di altri popoli, con molti successi” (1).

La campagna a favore di Obama ha raccolto numerose prove a sostegno delle affermazioni secondo cui Romney metterà la propria azione politica presidenziale al servizio degli  interessi dei molto ricchi. Ma il passato di Obama, durante la sua presidenza, dimostra che anche lui condivide le stesse priorità.

I propositi dell'amministrazione sono stati talvolta vigorosi e conflittuali – ma non sempre – mentre le sue azioni sono state sempre modeste ed inefficaci. Soprattutto dopo l'inizio del suo mandato, dopo aver promosso una legge di rilancio economico importante – legge che gli economisti giudicavano troppo limitata e destinata solamente a ridurre le imposte per le imprese – Obama non ha messo in cantiere altri elementi significativi di un programma a favore del lavoro; e questo pur potendo i democratici contare su una forte maggioranza nelle due camere del Congresso.

Le promesse di regolare e stroncare Wall Street si sono trasformate in “riforme” finanziarie a favore delle banche. Contemporaneamente, ed in ogni occasione possibile, l'amministrazione ha preso posizione duramente contro i lavoratori. Ha congelato i salari dei dipendenti federali per diversi anni con l'obiettivo di ridurre il deficit dei conti pubblici ed ha iniziato il salvataggio dell'industria automobilistica, riuscendo ad imporre nuove gigantesche concessioni alla Union Auto Workers [sindacato dei lavoratori dell'automobile – UAW].

Il bilancio dell'amministrazione Obama si può così rissumere: i banchieri rimessi a galla usufruiscono nuovamente di gratifiche da record mentre i salari e le conquiste sociali dei lavoratori dell'automobile sono ridotte in modo drastico. I democratici possono accusare Romney di aver distrutto posti di lavoro con la Bain Capital, ma non menzionano i licenziamenti alla Chrysler e alla General Motor, causati dai “piani di salvataggio” dell'industria automobilistica.

Durante tutto il suo mandato, l'amministrazione Obama ha portato avanti  il principio dei “sacrifici condivisi” per esigere un'austerità ancor più drastica di quella che i repubblicani avrebbero potuto permettersi di realizzare.

I sacrifici non sono stati condivisi: i profitti delle imprese raggiungono livelli ancora maggiori che in passato. Anche il New York Times, pubblicando un “puzzle budgetario” per indicare le differenti scelte possibili per ottenere una riduzione del deficit, conferma che la presunta catastrofe dei conti pubblici potrebbe essere risolta con tagli alle spese militari o con l'aumento delle imposte per gli americani più ricchi. [2]

 

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Il mondo imprenditoriale americano recrimina in continuazione sulle cosiddette tendenze “socialiste” dell'amministrazione Obama. Ma questa ha servito egregiamente i loro interessi. Ed i padroni lo sanno.

 

I candidati democratici alle elezioni di metà mandato del 2010 hanno raccolto più fondi tra i gestori degli hedge found (fondi speculativi) di quanto hanno potuto fare i repubblicani. Come pubblicato nel 2010 da The Hill: “I 10 gestori di hedge found meglio pagati nel 2009 hanno distribuito quasi esclusivamente ai democratici i loro contributi per la campagna” [3]

Anche gli imprenditori non vedono nessuna contraddizione nel fatto di poter contare sui due partiti. Secondo uno studio realizzato nel 2010 dal Center for Responsive Politics, l'Associazione dei governatori democratici e l'Associazione dei governatori repubblicani condividono 48 donatori principali, tra cui Comcast [gruppo di media che nel 2010 contava 100'000 salariati/e], Wal-Mart, Hewlett-Packard, AT&T, Coca-Cola, AFLAC [assicurazioni sulla vita e assicurazioni complementari sulla sanità] et Verizon [impresa di telecomunicazioni, con 240'000 salariati/e].

Le recenti dichiarazioni  di Obama secondo cui, durante il secondo mandato, cercherebbe di cancellare le riduzioni di imposte realizzate all'epoca da Bush a favore dei molto ricchi, dimostrano solamente fino a che punto i democratici sono disposti a promettere quando un anno elettorale scatena la corsa ai voti.

Porre fine alle riduzioni fiscali di Bush era una promessa centrale fatta da Obama e dai candidati democratici durante il Congresso del 2008. Questo impegno ha aiutato il partito a vincere su scala nazionale, gli ha permesso di ritornare alla Casa Bianca e di conquistare una larga maggioranza alle Camere del Congresso. I democratici però non hanno intrapreso nulla per realizzare le loro promesse durante i quasi due anni dopo l'entrata al governo. Hanno addirittura rinviato  una votazione importante a dopo le elezioni di metà mandato nel 2010, votazione che i repubblicani erano sicuri di vincere.

Il governo, dopo aver subìto una sconfitta elettorale, ha iniziato trattative con i repubblicani, si è arreso ed ha accettato di mantenere tutte le riduzioni fiscali. La nuova promessa di Obama di sopprimere questa volta per davvero le riduzioni fiscali dell'epoca Bush vengono accolte, giustamente, con molto scetticismo.

La proposta di Obama di aumentare il tasso di imposizione marginale superiore [toccando l'ultima parte superiore dei redditi] destinata unicamente alle persone che guadagnano più di 250'000 dollari l'anno è appoggiata, secondo i sondaggi, dalla maggioranza degli Americani [4]. Mantiene però le riduzioni fiscali concesse da Bush per i redditi inferiori a 250'000 dollari l'anno. “Non propongo qui qualcosa di radicale” ha dichiarato il presidente. “Sono semplicemente convinto che chiunque abbia un reddito superiore a 250'000 dollari l'anno dovrebbe accettare il tasso di imposizione sul reddito che pagavamo quando Bill Clinton era presidente”.

Anche se i tassi di imposizione massimi aumentano per coloro che dispongono di redditi più importanti, i ricchi beneficeranno più dei meno ricchi di quelle riduzioni volute da Bush che rimarranno ancora in vigore. Secondo l'Istitut for Taxation and Economic Policy, mantenere le riduzioni fiscali di Bush per coloro che beneficiano di redditi inferiori a 250'000 dollari l'anno significa una riduzione media di 250 dollari l'anno per il 20% più povero, mentre l'1% più ricco ottiene un'esenzione media di 20'130 dollari [5]. Questa cifra è inferiore alla media di riduzione fiscale di 70'790 dollari per l'1% dei più ricchi, se tutte le riduzioni fiscali venissero mantenute. Sono pur sempre somme confortevole.

Se l'amministrazione Obama desidera portare avanti una campagna seria affinché i ricchi facciano equamente dei  sacrifici, potrebbe ripresentare un documento dell'amministrazione di qual grande progressista ad eternuma che era il repubblicano Dwight Eisenhower (presidente dal 1953 al 1961). Il tasso d'imposizione dei  redditi più elevati era allora del 91%.

 

A confronti di quei tempi le attuali differenze tra le proposte dei democratici e dei repubblicani fanno fatica a vedersi...

Come sottolinea David Sirota, analista politico di orientamento liberal, sul sito Salon.com: “Questo dibattito che ha pretese titaniche non cerca di determinare se si vuol punire o arricchire maggiormente l'1% dei più ricchi  (le due proposte [quella democratica e quella repubblicano] realizzano la seconda). Si tratta qui piuttosto di una controversia minore al solo scopo di sapere se il tasso delle imposte attribuite ad ognuno di questi due nuclei famigliari [i più ricchi] siano l'equivalente di uno (il piano Obama) o di tre (il piano Romney) salari per i maggiordomi. Per le altre classi di reddito, le due proposte sono identiche...

I due partiti propongono di rendere più ricchi coloro che già lo sono.. Ciò significa che tutta questa faccenda non è altro che un nuovo tentativo di nascondere il mostro a due teste [i due partiti che vi partecipano uniti] dietro un'apparenza falsamente conflittuale.” [6]

I democratici hanno la reputazione di essere il “partito dei lavoratori”. L'ex stratega repubblicano Kevin Phillips aveva ragione quando diceva che i democratici erano “il secondo partito capitalista più entusiasta” della storia.

Anche i democratici, come i repubblicani,  sono determinati a difendere gli interessi della Impresa America. Gli anni fin qui trascorsi della presidenza di Barack Obama lo dimostrano a sufficienza. Nessuno può aspettarsi qualcos'altro da un secondo mandato, nonostante i discorsi che ascolteremo da oggi alle elezioni di novembre.

 

Questo testo è l'editoriale del sito Socialistworker.org, pubblicato il 23 luglio 2012. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà-Ticino.

 

 

[1] http://www.nationalreview.com/corner/309673/romney-tax-returns-i-m-simply-not-enthusiastic-about-giving-them-hundreds-or-thousands

[2] http://www.nytimes.com/interactive/2010/11/13/weekinreview/deficits-graphic.html

[3] http://thehill.com/blogs/on-the-money/banking-financial-institutions/95763-hedge-funds-donate-big-to-democrats

[4] http://www.people-press.org/2012/07/16/raising-taxes-on-rich-seen-as-good-for-economy-fairness/

[5] http://www.ctj.org/taxjusticedigest/archive/2012/06/new_numbers_comparing_obama_vs.php

[6] http://www.salon.com/2012/07/20/americas_grand_tax_lie/

 

Occupy Obama

Corrispondenza di Cinzia Arruzza, per Il megafonoquotidiano

Chiuse le convention il presidente uscente sembra in vantaggio ma tra lui e Romney, proposte alla mano, non ci sono differenze significative. Nemmeno sulla riforma sanitaria. L'unico fattore di novità negli Usa è il movimento nato a Zuccotti Park. Che discute di elezioni [Vai al libro di Chomsky: "America, no we can't" ]


Tra fine agosto e la prima settimana di settembre si sono svolte le due convenzioni nazionali del partito repubblicano e del partito democratico. Contrariamente al 2008 il tono di entrambe è stato più prosaico e ci sono stati meno spazi per voli lirici, fatta eccezione per il dialogo tra Clint Eastwood e Obama, rappresentato da una sedia vuota, che è stato probabilmente l’unico colpo di scena in due copioni fin troppo scontati. Mentre non è sicuro quanto questi due eventi abbiano realmente contribuito a uno spostamento degli elettori indecisi, la loro conclusione sembrerebbe non lasciare dubbi. Di fronte a un candidato presidente degli Stati Uniti come Mitt Romney e a un candidato vice-presidente come Paul Ryan, non c’è scelta: bisogna sostenere Obama. È questo il ragionamento di parte di coloro che quattro anni fa hanno sinceramente creduto nel messaggio di speranza lanciata dalla campagna di Obama. E sebbene quattro anni dopo in molti pensino che il baldanzoso obamiano ‘yes, we can’ si sia trasformato in un amareggiato ‘no, we couldn’t’, sostenere Obama contro Romney alle elezioni del prossimo novembre sembrerebbe l’unica opzione per coloro che vogliono arrestare la corsa a destra della politica americana.
D’altronde, lo stesso Obama, nel suo discorso di accettazione della candidatura, ha decisamente ricalibrato i toni rispetto alla sua prima candidatura. Non si parla più di ‘change’, ma di ‘new’ and di ‘moving forward’, non si promette più nessuna svolta storica, ma piuttosto una lenta ripresa dalla crisi e dalla disoccupazione, a condizione che ci si rimbocchi le maniche. D’altronde, è difficile promettere mari e monti quando l’economia va a rotoli e quattro anni di governo non hanno minimamente cambiato il volto della società americana, né tantomeno ripianato le crescenti ingiustizie sociali. In ogni caso, se la ricandidatura di Obama non sta suscitando gli stessi entusiasmi e le stesse speranze di quattro anni fa, la paura della vittoria di un partito repubblicano sempre più spostato a destra e sempre più aggressivo sulle questioni sociali, di genere e razziali potrebbe svolgere un ruolo decisivo nella rielezione di Obama.
Un articolo pubblicato recentemente da Bruce A. Dixon su BAR, Black American Report, uno dei giornali della sinistra afroamericana, smentisce le ultime illusioni che la rielezione di Obama possa marcare una differenza significativa. Nell’articolo si trova un elenco dei 15 punti di programma su cui Romney e Obama sono sostanzialmente d’accordo. E non si tratta di bazzecole. Sul piano del lavoro repubblicani e democratici sono sostanzialmente d’accordo nel non voler dar vita a programmi pubblici per l’aumento occupazionale, dal momento che entrambi pensano che la soluzione debba venire dal settore privato. Sotto l’amministrazione Obama non c’è stato alcun aumento del salario minimo, i diritti sindacali e il diritto di sciopero hanno continuato a essere erosi, e non c’è stato alcun tentativo di applicazione delle leggi esistenti in tutela del lavoro.

Anche dal punto di vista della sanità, il cavallo di battaglia – perdente – di Obama, c’è molto da discutere. Dopo aver promesso l’accesso alla sanità (Medicare) per tutti, l’amministrazione Obama non ha fatto altro che applicare a livello nazionale il programma di riforma sanitaria stilato da Romney (si, proprio da Romney!) in Massachussets, che consiste nell’imporre a tutti la stipulazione di assicurazioni private. Inoltre, fino a poco tempo fa sia Obama che Nancy Pelosi continuavano a insistere sulla necessità di raggiungere un accordo con i repubblicani a proposito dei tagli ai tre settori fondamentali dello stato sociale americano: Medicare, Medicaid e social security. Certo, i repubblicani si contraddistinguono per un razzismo aggressivo, che sta spingendo organizzazioni legate al Tea Party persino a organizzare gruppi di cittadini bianchi da piazzare nei seggi elettorali afro-americani e latini a ‘controllare che non ci siano brogli elettorali’. Ma bisogna anche tenere conto del fatto che durante l’amministrazione Obama è stato deportato un milione di immigrati, spesso senza alcun processo e dopo mesi trascorsi nei centri di detenzione.

Anche sulla politica estera e la politica ambientale c’è poco da stare allegri, e le differenze si riducono spesso a una questione di stile. L’amministrazione Obama ha continuato a sostenere il programma NAFTA, l’embargo a Cuba, la militarizzazione dell’Africa (per non parlare dell’intervento in Libia), e non ha cambiato in termini sostanziali la politica americana sul conflitto israelo-palestinese. Last but not least, al pari dei repubblicani, i democratici si sono precipitati a regalare miliardi di dollari a Wall Street.

La verità è che tra repubblicani e democratici c’è poco da scegliere, e che l’unica novità della politica americana degli ultimi decenni è stato il movimento Occupy. La scadenza elettorale, tuttavia, sta pesando non poco sulla dinamica del movimento, che in questo momento sembra essere in grande difficoltà. Già un anno fa, la decisione della segretaria del sindacato SEIU di appoggiare pubblicamente la ricandidatura di Obama ha dato un segnale di arresto al movimento. Il 17 novembre dell’anno scorso, infatti, la grande manifestazione congiunta di Occupy e dei sindacati all’indomani dello sgombero di Zuccotti Park, è stata letteralmente monopolizzata e addomesticata dall’SEIU, che ha attivamente impedito qualsiasi evoluzione della manifestazione in azioni più radicali, come l’occupazione dei ponti o la rioccupazione di Zuccotti Park. Le conseguenze sono note: nelle settimane successive decine di occupazioni in giro per gli Stati Uniti sono state sgomberate e il movimento ha avuto enormi difficoltà a riprendersi.

Occupy Chicago ha organizzato tre giorni di manifestazioni e dibattiti in concomitanza con la convenzione democratica, dietro lo slogan ‘Occupy Obama. Stop alla guerra del presidente dell’1% contro il 99% del mondo’. E Occupy Wall Street ha lanciato tre giorni di manifestazioni a New York in occasione dell’anniversario dell’occupazione di Zuccotti Park. Peccato che, però, per i media ormai concentrati sulle prossime elezioni il movimento non faccia più notizia. Soprattutto se mette in discussione Obama.

http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/news/occupy-obama