Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Togliatti e i dilemmi della politica

Togliatti e i dilemmi della politica

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E' abbastanza comprensibile che di fronte alle periodiche offensive di Martelli o di Intini sulle colpe di Togliatti e sulla inadeguatezza dell'autocritica del PCI in proposito, i comunisti (iscritti o no al PCI) provino una sorta di nausea. Di questo stato d'animo si è fatto interprete Michele Serra, con sferzante ironia. Spesso, tuttavia, il disgusto nei confronti dell'arroganza di chi pretende di sottoporre ad un esame permanente (da che pulpito...) il movimento comunista internazionale , porta al rigetto puro e semplice non delle ipocrite argomentazioni di quei dubbi moralisti, ma dell'intera problematica su cui hanno costruito le loro speculazioni.

Luciano Canfora (che ha grandi meriti, non solo come storico, ma come instancabile polemista contro i tanti adattamenti della sinistra alle pressioni di destra) nel suo recente Togliatti e i dilemmi della politica è riuscito solo in parte a evitare il richio di cadere nella provocazione degli Intini o dei Galli della Loggia. Come accade spesso nella foga polemica, il brillante pamphlet finisce a volte per prendersela con argomenti in sè ineccepibili, anche se usati cinicamente, o per difendere quel che non è necessario né utile difendere.

Ad esempio, dopo essere partito col piede giusto contro i pentiti dell'antifascismo (Colletti, Strada, Galli della Loggia) approdati al "revisionismo" storiografico alla Nolte, Canfora finisce per accomunare ad essi nella sua requisitoria perfino Paolo Spriano. A Canfora dispiace che, nel ripubblicare Il compagno Ercoli ,Spriano abbia aggiunto una prefazione in cui il giudizio su Togliatti appare “più ricco di ombre che di luci”. Tra le frasi che più sono dispiaciute a Canfora, ci son quelle in cui ci si domanda se lo “zelo inquisitorio” fosse frutto solo dell'ambiente tragico dell'Internazionale comunista negli anni Trenta o invece di “convinzione e persino di furore ideologico”. Certo, prosegue il brano incriminato, “quel tipico tratto staliniano che fu la menzogna sistematica, la deformazione del pensiero degli avversari, la diffidenza e il sospetto [...] ha contagiato anche chi si rivelava uno dei suoi più capaci e brillanti seguaci, come l'Ercoli”.

Temo che le posizioni "miglioriste"che Spriano aveva assunto nel dibattito interno al PCI negli ultimi anni, facciano sospettare (non solo a Canfora) che a queste concezioni avesse finito per sacrificare il suo rigore di storico. Credo invece che la spiegazione sia un'altra. Nel corso degli anni Ottanta Spriano ha lavorato a lungo sul terribile biennio dell'alleanza russo-tedesca. Il suo I comunisti europei e Stalin, che è del 1983, riflette questa ricerca e una ulteriore trasformazione del suo giudizio sul Comintern e sullo stesso Togliatti.

La realtà è che il comportamento dell'Internazionale comunista in quel periodo può essere taciuto o ignorato, ma non giustificato. Giorgio Amendola, che in polemica con Spriano aveva avviato la stesura di una sua storia del PCI in chiave giustificazionista, quando arriva a questo periodo deve semplicemente mentire e nascondere i fatti. Che sono, ad esempio, l'esaltazione della "politica di pace" di Hitler contro l'imperialismo anglo-francese da parte non solo di un Molotov (che definiva insensato e criminale impostare la guerra in termini antinazisti, perché “l'ideologia hitleriana, come ogni altra ideologia, può venire accettata o respinta” ma non distrutta con la forza...) ma anche dei comunisti tedeschi, che arrivarono a brindare alla conquista di Parigi da parte delle orde hitleriane.

Canfora riporta come prova della lungimiranza di Togliatti una sua frase, riportata da Fischer, in cui raccomandava ai comunisti tedeschi di non “perdere la testa” e di capire che “il patto è, sì, un fatto compiuto, ma non tale da farci affidamento a lungo”. Sarebbe stato meglio ricordare il contesto, per capire il peso reale dell'affermazione: Togliatti doveva appunto rispondere allo sdegno di Fischer per l'entusiasmo dei "tedeschi" per la sfilata delle truppe naziste sugli Champs Elysées. Ma "i tedeschi" erano appunto gli Ulbricht, selezionati da Togliatti e Dimitrov per conto di Stalin, mentre migliaia dei migliori quadri formatisi nelle lotte degli anni Venti erano stati deportati, uccisi, o, proprio in quel terribile 1940, venivano consegnati a Hitler (che comunque riuscì ad uccidere meno dirigenti comunisti tedeschi di quanti ne assassinò Stalin...). Spriano ne parla con orrore, nel suo ultimo libro (I comunisti, cit. p.116). Ricordarlo, fa saltare di colpo ogni tentativo di presentare quell'alleanza in chiave difensiva.

Canfora (in un capitolo che è piaciuto molto alla Rossanda) osserva che il “patto di non aggressione russo-tedesco è il locus classicus della polemica anticomunista”. Vero. Potremmo aggiungere che è all'origine del nazionalismo polacco, e di quelli risorgenti nelle repubbliche baltiche. Ma non è un assurdo caso.

C'è una ragione. Il patto, che non fu solo “di non aggressione”, fu in realtà uno dei crimini più assurdi e gratuiti di Stalin (dato che non servì affatto a "preparare la difesa" e al contrario rese i territori annessi in quel modo all'URSS particolarmente vulnerabili, ed anzi addirittura disponibili a fornire il grosso dei non pochi volontari che affiancarono Hitler). Se il partito comunista polacco ha affrontato il dopoguerra accumulando errori su errori (che hanno portato a ingigantire il ruolo di una Chiesa cattolica che tra le due guerre mondiali aveva avuto un ruolo politico modestissimo e una netta riduzione della sua stessa influenza più propriamente religiosa), lo si deve non solo al suo scioglimento del 1938 e allo sterminio della quasi totalità dei suoi quadri "rifugiati" in URSS, ma anche a quella clausola dell'accordo segreto russo-tedesco che stabiliva che nella Polonia occupata “le due parti non tollereranno, nei rispettivi territori, attività di agitatori polacchi rivolti contro i territori dell'altra parte. Nei propri territori soffocheranno in germe attività del genere e si informeranno a vicenda per quanto riguarda le misure più adatte”. (Ivi, p.109).

E anche questo che rende il partito comunista, ricostituito solo nel 1942, marginalissimo nella resistenza antitedesca, e quindi costretto, una volta collocato al potere nella logica di Yalta, a una lotta spietata per eliminare le altre componenti dell'antifascismo polacco.

Canfora sottolinea che in realtà, quando Togliatti si recò a Mosca per apporre la sua firma all'atto di scioglimento del partito polacco, questo di fatto non esisteva più giacché il suo gruppo dirigente era già stato sterminato dalla repressione. Ci sembra un argomento assai debole . In primo luogo, se Stalin o Berija o chi altro teneva tanto alla firma di Togliatti, qualcosa vuol dire. Non era una vuota formalità . Il problema non era a Mosca (altri partiti comunisti videro sterminare i propri quadri rifugiati in URSS, senza essere formalmente "sciolti"), ma in Polonia: grazie a quella decisione, che vietava anche alle strutture locali di operare, i comunisti polacchi, già indeboliti da errori propri e dal riflesso di errori altrui, si trovarono senza qualsiasi tipo di organizzazione al momento dell'invasione.

Il tutto fu aggravato poi da quel che fino a poco tempo fa era inammissibile dire, e che ora le stesse autorità polacche hanno dovuto ammettere, per arrivare a un "compromesso" con il proprio popolo (che non ha mai avuto dubbi in proposito) : centinaia di migliaia di polacchi che si erano trovati nelle zone occupate dai russi o vi si erano rifugiati, vennero deportati nelle più remote regioni dell'Asia sovietica, o uccisi sul posto se appartenenti all'intelligencija nazionale (ufficiali, maestri, preti). Lo stesso destino toccò nello stesso periodo a decine di migliaia di bielorussi di cui lo scorso anno sono state trovati resti in enormi fosse comuni a Kuropati.

A parte l'evidente dimostrazione che non si pensava affatto a preparare una resistenza a Hitler (quando arrivò di sorpresa il suo attacco, occorsero mesi di imbarazzanti ricerche dei sopravvissuti per mettere in piedi quella che fu poi l'armata di Anders) come stupirsi dei profondi risentimenti lasciati da quella terribile esperienza, che confermava con i fatti quanto risultava (ad esempio dalle testimonianze di Ciano) sull'accordo russo-tedesco per cancellare ogni traccia dello stato polacco?

Ci siamo dilungati nelle argomentazioni sul patto russo-tedesco (a cui d'altra parte Canfora dedica un capitolo) perché ci sembravano indicative di come, per rispondere ad argomentazioni capziose o strumentali di professionisti dell'anticomunismo, si rischi di far passare in secondo piano l'immensità della tragedia che li ha riforniti di argomenti. E' come se si volesse capire il diffuso anticomunismo nella RFT prescindendo dai venti milioni di tedeschi occidentali che sono stati cacciati dai territori annessi alla Polonia, all'URSS o alla Cecoslovacchia, o hanno conosciuto del "comunismo" solo il volto poco attraente dei Vopos in una RDT a cui Stalin fece pagare, materialmente prima che moralmente, le colpe di Hitler costringendola in blocco a lavorare per quasi un decennio solo per ripagare i danni di guerra.

C'è un altro punto su cui crediamo si possa dissentire da Canfora. Per giustificare l'adattamento di Togliatti a Stalin e quindi ad esempio il blocco della famosa lettera di Gramsci si finisce per fare un singolare anacronismo, parlando di consapevolezza del danno irreparabile che una rottura col Komintern e con Stalin avrebbe causato al partito italiano messo fuori legge e perseguitato dal fascismo”. Ma nel 1926, il potere di Stalin era ben lungi dall'essere indiscusso, e ancor meno era consolidata la sua identificazione con il Komintern.

Il consolidamento dell'influenza di Stalin nell'IC si avrà solo nell'ottobre 1928 (quando verrà imposto Thälmann come segretario al partito comunista tedesco che lo aveva appena destituito per una grave questione morale). In quella battaglia, peraltro, avvenne il distacco di Togliatti da Bucharin,ritenuto perdente.E comunque, nella stessa URSS, come è noto, ancora ai margini del XVII Congresso, nel 1934 ci fu un significativo tentativo di sostituire Stalin, alla luce del bilancio catastrofico della collettivizzazione, ma anche del pericolo rappresentato da Hitler che veniva allora sottovalutato non solo da Stalin ma dallo stesso Togliatti, che scrisse nel 1932 e nel 1933 alcune delle sue pagine più brutte, che ognuno può leggere nel Terzo volume delle sue Opere).

Canfora nella foga della polemica con i detrattori di Togliatti ricorre ad altri argomenti a doppio taglio, ricordando quanti socialdemocratici o democratici tout court abbiano avallato la politica staliniana negli anni Trenta. Se lo facevano Otto Bauer, Silvio Trentin, o i coniugi Webb, perché non avrebbe dovuto Togliatti? Il problema è proprio che in quegli anni Stalin, non a caso, comincia a piacere soprattutto a vecchi nemici della rivoluzione d'Ottobre e del potere sovietico, all'estero e anche in URSS (mentre spariscono tutti i vecchi bolscevichi, e ne viene sciolta perfino l'associazione, emerge Višinskij, che era stato con i bianchi durante la guerra civile ed è il grande accusatore nei processi spettacolo ). Anche Nenni, che fu, prima e dopo la sua entrata nel partito socialista, un accanito nemico del bolscevismo, criticherà i Processi di Mosca, ma senza rinunciare a ribadire la sua consolidata ostilità per le vittime e per il grande imputato in contumacia, Trotskij.

Canfora ha ragione a ricordare, in polemica con Nolte e i suoi tanti amici italiani, che la guerra civile europea non era stata iniziata da Stalin e neppure da Lenin, ma dalla borghesia che aveva scatenato la prima guerra mondiale. Ma questo non c'entra con il problema del terrore staliniano, che non fu rivolto tanto contro il nemico di classe, quanto contro i comunisti.

Un'ultima nota. Per giustificare Togliatti da chi lo accusa di scarso amore per la democrazia, Canfora si lascia trascinare in una singolare polemica. Ovviamente non ha difficoltà nel respingere l'accusa, ma nel farlo dimentica un problema ancor più grande: dietro quell'accettazione della forma democratica, non c'era anche l'accettazione della sostanza borghese dello Stato italiano, la restaurazione dell'ordine capitalistico scosso alle fondamenta dalla crisi rivoluzionaria del 1943-1945?

E quell'accettazione dell'ordine esistente, fu una scelta realmente autonoma dei comunisti italiani e di Togliatti in particolare, o si inserì in quella logica di spartizione del mondo che convenzionalmente chiamiamo "lo spirito di Yalta"?

La passione travolge Canfora: così dimentica che la stessa scelta che attribuisce alla "grandezza" di Togliatti fu fatta in quel periodo da tutti i dirigenti comunisti occidentali (con una sola eccezione, Tito, che non rispettò le regole che Mosca gli proponeva, sulla base degli accordi di Mosca dell'ottobre 1944 che prevedevano per quel paese a cavallo della frontiera tra oriente e occidente una parità di interessi tra URSS e paesi imperialisti).

Per rafforzare la sua valorizzazione della saggezza di Togliatti, Canfora finisce per scivolare su un terreno insidioso, usando come argomento un luogo comune "giustificazionista" abusatissimo e per giunta basato su un anacronismo.

Canfora scrive infatti che “Togliatti scelse tempestivamente in Italia e mantenne saldamente contro ogni tentazione contraria, la via democratica; Markos in Grecia scelse, con i risultati che ognuno sa, la via rivoluzionaria”. La realtà è assai diversa. Nel 1944 la linea "scelta" da Togliatti non era in nulla diversa da quella "scelta" dai dirigenti del Partito comunista greco. In Grecia la "svolta di Salerno" è sancita con l'accordo di Plaka del 29 febbraio 1944, che subordina le forze della resistenza EAM-ELAS (egemonizzate dai comunisti) all'EDES-EKKA, monarchiche, pressoché inesistenti nella lotta antinazista, ma strettamente legate all'imperialismo britannico. Lo stesso accordo viene ribadito nel Libano il 20 maggio dello stesso anno, attribuendo sulla carta un peso ancor maggiore al governo monarchico in esilio (sempre assai poco presente nel territorio nazionale). Il 26 settembre dello stesso anno l'accordo di Caserta attribuiva definitivamente l'autorità politica al governo del monarchico Giorgio Papandreu (padre dell'attuale premier) e quella militare direttamente al generale britannico Scobie.

Tutti questi accordi, firmati e accettati solennemente dai dirigenti comunisti, si tradussero in un accettazione della restaurazione monarchica da parte dell'EAM-ELAS, che pure controllava militarmente tutto il paese. Le memorie di Churchill sono chiarissime sul fatto che lo scontro fu deliberatamente ricercato per imporre l'autorità del governo Papandreu. Così nel dicembre 1944 una serie di arresti di comunisti, mentre i collaborazionisti venivano scarcerati, spinse il partito comunista greco a uno sciopero generale pacifico che fu soffocato nel sangue. La repressione provocò un vero e proprio conflitto (con assalti ai commissariati di polizia da parte dei giovani comunisti dei sobborghi ateniesi), che fu mantenuto tuttavia a livello locale (mentre l'EAM-ELAS controllavano tutto il paese), e per giunta sospeso fidiuciosamente a Natale per l'arrivo di Churchill. Altro che linea avventurista !

E non era finita . Col beneplacito e la consulenza degli ufficiali sovietici della missione di collegamento ad Atene i comunisti firmarono il 12 febbraio 1945 gli accordi di Varkiza, con cui si impegnavano al disarmo dei propri partigiani. Prima ancora del disarmo di quelli italiani, dunque!

Questo mito dell'estremismo greco ha tuttavia una base reale. Non c'è mai stata una "linea insurrezionale", come emerge da ogni opera dedicata all'argomento, compreso il Kedros, stranamente citato da Canfora per insinuare che , dietro Tito ci sarebbe stato Stalin, mentre tutte le testimonianze dirette, anche jugoslave, confermano che Stalin ha sempre escluso la possibilità di una vittoria comunista in Grecia (come in Cina...), e di conseguenza ha considerato assurda la stessa resistenza alla sanguinosa repressione .

C'è stato invece dapprima uno stillicidio di ribellioni individuali a una linea che tutti accettavano a parole ma appariva assurda e infondata: qualcosa di simile a un moltiplicarsi di quei "ritorni in montagna" o di quei tentativi di farsi giustizia da sè che non mancarono neppure in Italia (e che furono duramente repressi, già mentre era ministro guardasigilli Togliatti).

Ma quei "ritorni in montagna", se furono più numerosi che in Italia, furono ugualmente condannati dalla direzione del PCG: basti pensare al leggendario Aris Velouchiotis, che rifiutò il disarmo imposto dagli accordi di Varkiza, e fu al tempo stesso braccato dalle truppe britanniche e monarchiche, isolato dai paesi "socialisti" confinanti, e alla fine, negli stessi giorni di giugno del 1945,espulso e calunniato dal partito e raggiunto dalla feroce vendetta dei possidenti fascisti (la sua testa rimarrà esposta a lungo su un palo nella piazza di Trikkala).

Solo nell'autunno 1946 comincia quello che nel gergo politico greco viene chiamato "il terzo round", ma non ha nulla a che vedere con la "via rivoluzionaria" da cui il Togliatti di Canfora avrebbe salvato l'Italia. E' solo la disperata e tardiva risposta che viene data alla repressione, dapprima in ordine sparso e solo più tardi (ottobre 1947!) con l'avallo di tutto il partito. Non c'è differenza strategica nella politica dei due partiti comunisti; di diverso c'è soprattutto il comportamento della borghesia, che in Grecia è debole, "compradora", incapace di accettare quel minimo di riforme indispensabili per ottenere una duratura collaborazione della sinistra alla restaurazione.

Come in Jugoslavia, i borghesi greci avevano preferito collaborare con i nazisti piuttosto che con i partigiani comunisti, durante la resistenza; se tra i due paesi l'esito è tanto diverso,si deve appunto alla capacità dei comunisti jugoslavi di disobbedire già nel 1943 alla politica di collaborazione con la monarchia e con la borghesia decisa a Mosca.

La vicenda greca è pochissimo conosciuta in Italia. Tuttavia Canfora per la sua apologia del togliattismo non usa solo il mito negativo dell'estremismo di Markos, ma fa riferimento ad altri due presunti "avventuristi" per i quali non foss'altro per la vicinanza geografica è più facile una verifica della fondatezza o meno delle accuse.

Il primo "avventurista" da cui Togliatti, con la sua scelta di “"disarmare" la resistenza”, ci avrebbe salvato, è Pietro Secchia.

Per Canfora è un punto di riferimento indiscutibilmente negativo, che viene ricordato perfino nell'Epilogo per fornire a Togliatti l'ennesima giustificazione (“per governare un partito il cui apparato era in mano a Pietro Secchia [...] era necessario quel piglio e quel genere di concessioni al Zeitgeist staliniano”).

Non convince tuttavia tale ricostruzione del ruolo di Secchia, dopo la lettura delle sue carte di quegli anni pubblicate negli “Annali” Feltrinelli.

Ma se per Secchia l'illazione è ancorché infondata comprensibile per la sua larga diffusione, l'estensione a Lelio Basso dell'accusa di avventurismo appare veramente assurda. La dubbia "fonte" utilizzata (la già ricordata Storia del PCI scritta da Amendola contro Spriano, per giunta citata con una evidente forzatura) conferma l'origine ideologica dell'argomento.

In realtà l'accusa di non aver voluto "disarmare la resistenza", o di averla concepita come “il primo gradino della rivoluzione italiana” rivolta a Secchia e Basso ci sembra tutt'altro che infamante, ma anche e soprattutto infondata. Nel migliore dei casi entrambi, da diversi punti di vista, avevano espresso (assai blandamente e in via riservata) ragionevoli critiche alla linea politica che facilitava la ricostruzione dell'apparato repressivo dello Stato borghese e lasciava disperdere il patrimonio politico e organizzativo accumulato durante la resistenza.

Lo spazio impedisce di affrontare molti altri temi sfiorati da Canfora, che pure meriterebbero una riflessione più approfondita. Non ci sembra invece utile riprendere la polemica sull'autenticità o meno delle lettere di Grieco a Gramsci e Terracini, che ha già trovato tanto spazio su quotidiani e riviste. Anche se nell'insieme le argomentazioni di Natoli e Pistillo ci sembrano per molti aspetti convincenti, non crediamo utile concentrare l'attenzione su questo punto se non per un aspetto, rivelatore del metodo utilizzato da Canfora in questo caso (in contrasto con il suo abituale rigore metodologico).

Lo sbilanciamento in direzione della tesi della provocazione poliziesca che avrebbe sospinto Gramsci a ritenere, senza fondamento, di essere stato abbandonato dall'Internazionale comunista e dal suo stesso partito è legato ancora una volta alla necessità di confutare la campagna della stampa anticomunista tendente a "criminalizzare" ancora una volta, attraverso Togliatti, l'intero PCI attuale (che dell'eredità di Togliatti, per giunta, è abbastanza imbarazzato).

C'è un elemento di verità: la campagna c'è stata, faziosa e soprattutto stupida. Il convegno improvvisato da “MondOperaio” il 16 e 17 marzo 1988 su Lo stalinismo nella sinistra italiana al Residence Ripetta di Roma (sotto il patrocinio di Renzo de Felice, Valiani, Mieli e ... Craxi) ne ha fornito un esempio da manuale. L'ineffabile Intini ha poi raccolto in un grosso quanto inconsistente volume (sotto il titolo I conti con la storia. Il caso Bukharin, Togliatti, lo stalinismo, apparso come supplemento al n 2. di “Argomenti socialisti”) tutti gli articoli che sono stati riversati su quotidiani e riviste dai suoi amici.

Ma il fatto che un gran numero di "pentiti" ed alcuni pennivendoli di alto bordo abbiano ripetuto banalità spesso scarsamente documentate non toglie nulla al fatto che tra Gramsci e il partito comunista si era aperta una crisi profonda, di cui una vasta memorialistica ha fornito tutti gli elementi negli anni Sessanta, e che Giuseppe Fiori ha documentato nella sua bella biografia gramsciana.

Certo, Gramsci non fu mai "espulso" dal partito. Tuttavia, anche per capire meglio la specificità del togliattismo e dell'impronta particolare che egli diede al "partito nuovo" rispetto ad altri partiti comunisti di matrice stalinista, vale la pena di ricordare che anche Terracini (il cui dissenso, come per Gramsci, risaliva agli anni della "svolta" estremista e settaria, e si era poi inasprito nel 1939 al momento del patto Ribbentrop-Molotov ) fu espulso - come Camilla Ravera - solo alla vigilia della sua liberazione, alla fine del 1942. Finché si poteva evitare lo scandalo, si preferiva limitarsi a misure (anche penose e diremmo infami) di isolamento nel collettivo del carcere.

In questo contesto l'innegabile silenzio su Gramsci negli anni che precedettero il suo crollo fisico, per riprendere la campagna per la sua liberazione solo alla vigilia della sua morte, quando era ormai ridotto a una larva umana, assume un altro significato. Tanto più che, come ha ricordato Pistillo su “l'Unità” del 20 marzo 1989, ci fu chi, anche post mortem pensò di far condannare pubblicamente dal CC del PCI la famosa lettera di Gramsci del 1926. Il che conferma che a Mosca non si era dimenticato quel gesto. Togliatti bloccò l'iniziativa, ma questo conferma la sua lungimiranza tattica : perché sollevare pubblicamente una vicenda che quasi nessuno conosceva, dal momento che l'unico che l'aveva resa nota (Tasca) non era credibile perché divenuto un "nemico"?

La giusta polemica con gli sciacalli rischia ancora una volta di far dimenticare che tra Gramsci e Togliatti (al di là degli aspetti da chiarire sul terreno "investigativo") ci fu una divergenza di fondo, e non marginale. Gramsci, che non ebbe particolari simpatie per Trotskij (e, come risulta dai Quaderni, non ne conobbe neppure le reali posizioni), non ebbe esitazioni nel condannarne la "scomunica" già nel 1926, quando non aveva ancora assunto le fosche tinte dei processi di Mosca. Togliatti preferì, in accordo con Bucharin, mettere a tacere quella critica, che pure allora poteva ancora avere una qualche efficacia.

In quell'episodio, era già emersa la divergenza di fondo tra i due dirigenti : per Gramsci,la verità è rivoluzionaria. Non è solo una frase ricorrente nei suoi articoli, ma un principio essenziale. Togliatti, al contrario, non solo nel periodo in cui fu "costretto" a seguire e giustificare le ciniche svolte della politica staliniana, mantenne verso i militanti del partito e le stesse masse un atteggiamento intessuto di paternalismo, di uso disinvolto delle mezze verità o delle intere menzogne, che era all'antitesi dello spirito gramsciano.

Basti pensare al necrologio di Gramsci, che mentre nascondeva i suoi reali dissensi col partito ( e questo si può capire) gli attribuiva anche la definizione di Trotskij come “puttana del fascismo”, che era del tutto inventata ma che fu peraltro ripetuta per anni sulla stampa del PCI.

Togliatti non fu un volgare servitore di Stalin, certo. Ebbe probabilmente la percezione dei pericoli che si correvano grazie alla linea settaria del "terzo periodo" e del "socialfascismo", o all'avallo fornito all'aggressione nazista durante il 1939-1941. Tuttavia non si può ignorare che non si limitò a tacere, ma partecipò attivamente alla difesa di quelle politiche, e al linciaggio (non solo morale) di chi tentava di opporsi.

E il suo ruolo di critico dello stalinismo (sia pure dopo il XX Congresso del PCUS), tanto esaltato nell'agiografia di partito, può essere agevolmente ridimensionato da una rilettura dei suoi scritti del periodo 1956-1961.

Su Togliatti, il dibattito è indubbiamente in ritardo, e non è stato certo facilitato dalle polemiche degli ultimi due anni. Ma ridiscutere il suo lascito, politico e metodologico, individuando quale è stato il suo apporto originale e quale invece il suo contributo alla "traduzione italiana" (e quindi all'abbellimento) dello stalinismo è un compito ineludibile, proprio per i molti legami che con il togliattismo ha gran parte della vecchia, ma anche della nuova sinistra.

 

(apparso su A sinistra maggio 1989)

Antonio Moscato

 



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