Landini spera...

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«Riva garantisca le risorse»

 

Intervista di Carlo Lania

 a Maurizio Landini
- 2 - 12 - 2012 - il manifesto

Per capire il prezzo pagato dalla FIOM per l’avvicinamento alla maggioranza della CGIL, e quindi alla sua politica di unità con i sindacati filo padronali CISL e UIL, quando non fanno porcate troppo spudorate per essere ingozzate in silenzio, può essere utile questa intervista sulla vicenda ILVA e sul decreto governativo che rimette nelle mani della famiglia Riva e dei suoi manager il risanamento dello stabilimento. Sull’intera vicenda ho già scritto in Esproprio... ma vale la pena di aggiungere qualche commento.

Prima di tutto, dietro le fumosità, traspare l’accettazione della sostanza del decreto: viene definito “un fatto importante” sia la trasformazione in legge di un’AIA preparata dagli esperti scelti da padron Riva, sia l’istituzione della figura del garante, che non è affatto una novità e che il governo aveva inizialmente affidato… al presidente dell’ILVA, controllore e controllato insieme. Quanto alle “garanzie precise rispetto agli investimenti”  e alla consistenza del “richiamo agli articoli 41 e 43 della Costituzione” mi sembra che l’esperienza di decenni, con governi anche meno spudoratamente padronali di questo, dovrebbe far capire che si tratta solo di un pio desiderio.

Blandissima anche la proposta “non sarebbe male se venissero sequestrati i beni della famiglia Riva”, soprattutto perché si conclude ancora una volta con un’opinione e non una rivendicazione: “Io poi continuo a pensare che una presenza diretta, seppure temporanea, dello Stato dentro l’azienda sia oggi un elemento di garanzia fondamentale”. Questa storia della temporaneità della presenza statale è così importante che la ripete in altra parte dell’intervista.

E a chi gli chiede “Pensa a una nazionalizzazione dell’Ilva?” Landini risponde:
“Io penso solo che l’Ilva in 15 anni ha fatto 4,5 miliardi di euro di investimenti. L’Aia prevede adesso 4 miliardi di investimenti in due anni e mi chiedo le risorse come vengono garantite”. Non mi sembra proprio un programma di lotta. E perché si dimentica dei quattro miliardi di utili portati via? E di quanto l’hanno realmente pagata, ritardando e riducendo i versamenti col pretesto di bonifiche mai effettuate? D’altra parte in una prima dichiarazione Landini aveva parlato di un prestito statale ai Riva per la costosa bonifica…

Per ovvie ragioni, cioè la scelta di privilegiare il ricorso alla magistratura una volta diventate sempre più difficili le lotte, Landini sposta la valutazione della vicenda sul rapporto tra governo e magistratura, alla quale ribadisce “noi non scioperiamo contro la magistratura” ma di cui sottovaluta l’indignazione per il decreto che con effetto retroattivo cancella le sue ordinanze. E all’intervistatore che gli ricorda i punti oscuri del decreto, risponde: “Esatto, per questo dico che è un punto che va chiarito. Lo devono sapere i lavoratori, i sindacati, la magistratura e i cittadini”.

E ancora una volta è elusivo sulla questione della possibile “nazionalizzazione”: “Non escludo quindi che ci possa essere la presenza del governo nella gestione dell’impresa. Il 20% della azioni della Volkswagen è in possesso della regione in cui si trova la sede della fabbrica. E nessuno si scandalizza”.

Meno male a chi gli chiede se l’azienda questa volta rispetterà gli impegni presi, Landini risponde onestamente “Non lo so”. Ma per questo chiede “di vedere i piani industriali”… Beata ingenuità o effetto della nuova collocazione del tutto interna al centrosinistra di Nichi Vendola, a cui il gruppo dirigente della FIOM aveva affidato le proprie speranze?

(a.m. 3/12/12)

 

 

L’intervista di Carlo Lania a Maurizio Landini
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«Non credo che il decreto abbia risolto tutti i problemi, credo però che apra una strada per uscire da questa drammatica situazione in cui si trovano l’Ilva e Taranto, e che questo vada fatto nel rispetto del ruolo di tutti. Perché io considero decisivo il lavoro svolto dalla magistratura». Per Maurizio Landini il provvedimento varato venerdì dal governo potrebbe essere come il classico bicchiere mezzo pieno. Un passo in avanti per cercare di rimettere la più grande acciaieria di Europa in grado di tornare a produrre, tenendo però alta l’attenzione sulla salute di lavoratori e abitanti.

Ma c’è il rischio che non basti. Il segretario della Fiom non nasconde infatti che se fosse dipeso da lui, avrebbe aggiunto qualcosa al decreto: «Una partecipazione, anche temporanea, dello Stato nel consiglio di amministrazione dell’azienda, perché servono garanzie precise sulla possibilità di reperire le risorse che servono per il risanamento ambientale».
Il decreto la soddisfa dunque solo in parte?
Siamo di fronte a una situazione complessa che richiede equilibrio da parte di tutti, anche per evitare sbagliati e dannosi conflitti istituzionali. Penso che aver trasformato in legge l’Aia sia un fatto importante, ma allo stesso momento occorre trovare la forma e il modo per cui gli interventi previsti siano concretamente realizzati. Penso al rifacimento degli altoforni fin da subito, e penso a garanzie precise rispetto agli investimenti da realizzare, tenendo conto che dentro l’Aia devono essere raccolte tutte le prescrizioni indicate a suo tempo dalla magistratura. Trovo poi importante che venga istituita la figura del Garante e il richiamo agli articoli 41 e 43 della Costituzione, proprio per indicare come non sia possibile produrre inquinando e non rispettando le leggi.
In questi mesi la Fiom ha sempre detto di non voler attaccare la magistratura.
Abbiamo sempre detto che non scioperiamo contro la magistratura
Sì ma la trasformazione dell’Aia in legge di fatto scavalca la procura di Taranto, e c’è il rischio che si apra un conflitto istituzionale.
Non sono un giurista, quindi lo dico con parole da sindacalista. Non credo che la soluzione sia quella di chiudere l’Ilva, penso che il mantenimento dell’attività siderurgica in Italia sia strategico a vada salvaguardato e penso che in questa fase bisogna lavorare perché questo possa avvenire nel rispetto delle leggi. Non c’è un’altra strada. Servono quattro miliardi di euro per la bonifica e per dare garanzie che tutto ciò venga fatto c’è bisogno di un piano industriale e di investimenti. Per questo credo, per fare un esempio, che se c’è un problema di reperimento delle risorse non sarebbe male se venissero sequestrati i beni della famiglia Riva. Che si assumano le loro responsabilità. Io poi continuo a pensare che una presenza diretta, seppure temporanea, dello Stato dentro l’azienda sia oggi un elemento di garanzia fondamentale. Anche e soprattutto per difendere il sistema industriale, perché mantenere un sistema siderurgico efficiente e non inquinante è la condizione per mantenere un sistema industriale nel nostro paese.
Sta pensando a una nazionalizzazione come ha minacciato di fare Hollande in Francia?
Mi pare che la Mittal sia tornata indietro, non chiuda più e addirittura abbia fatto degli investimenti. Quindi la minaccia di Hollande ha portato la multinazionale a cambiare la propria posizione.
Pensa a una nazionalizzazione dell’Ilva?
Io penso solo che l’Ilva in 15 anni ha fatto 4,5 miliardi di euro di investimenti. L’Aia prevede adesso 4 miliardi di investimenti in due anni e mi chiedo le risorse come vengono garantite.
Il decreto non lo spiega.
Esatto, per questo dico che è un punto che va chiarito. Lo devono sapere i lavoratori, i sindacati, la magistratura e i cittadini. Questa è la questione. Non escludo quindi che ci possa essere la presenza del governo nella gestione dell’impresa. Il 20% della azioni della Volkswagen è in possesso della regione in cui si trova la sede della fabbrica. E nessuno si scandalizza.
Il decreto affida l’Ilva all’azienda. Crede che questa volta manterrà fede agli impegni presi?
Non lo so, per questo chiedo di conoscere il piano industriale. Però il decreto istituisce la figura del Garante, che ha tra i suoi poteri anche la possibilità di intervenire fino a decidere per l’amministrazione controllata. Continuo a pensare che sia importante che l’Ilva resti un’impresa italiana.
E infatti a muovere il governo c’è anche la paura di vedere sparire la siderurgia in Italia, con quello che significherebbe in Europa e nel mondo visto gli interessi nel settore di cinesi, russi e anche tedeschi.
Basta un dato: il 70% di ciò che si produce nel gruppo Ilva serve il mercato italiano. Quindi è chiaro che se dovesse venir meno il gruppo Ilva noi saremmo di fronte al fatto che un intero pezzo del sistema industriale del nostro paese rischia di cambiare connotati e natura.

 

 



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