Tanuro: ecologia e lotta sociale

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Una sfida strategica: «bisogna integrare l’ecologia nella lotta sociale».

Daniel TANURO

 

Su invito del movimento Resistans ek Alternativ, Daniel Tanuro, ingegnere agronomo belga, specialista delle questioni ambientali e del riscaldamento planetario e marxista ecologico, ha effettuato un breve soggiorno a Mauritius. Fondatore della ONG “Climats et Justice Sociale”, Daniel Tanuro è anche autore, tra gli altri, de “L’impossible capitalisme vert” …*Vi proponiamo l’essenziale dell’intervista, molto politica e molto ecologica, che ci ha accordato prima di lasciare Mauritius, lunedì scorso.

 

                                                                                                                         

 

Sei presentato come un ingegnere agronomo che è ugualmente un ecologista marxista. È compatibile?

 

Daniel Tanuro– È tutto detto nella tua domanda. Sono di formazione un ingegnere agronomo, diventato molto rapidamente un militante ecologista. Ho capito molto presto che i problemi dell’ambiente erano causati dal modo di sviluppo di un certo tipo di sistema economico. Sono diventato un militante impegnato per cambiare questo sistema, e strada facendo ho scoperto il marxismo, che ho studiato dal punto di vista della crisi ambientale.

 

Quale viene prima per te? La lotta ecologica o la riflessione marxista?

 

Per me ormai le due sono una sola,e io sono estremamente sensibile al e inquieto per il degrado dell’ambiente. Climats et Justice Social, la ONG che ho contribuito a fondare, si occupa essenzialmente di questo. Secondo me, oggi non c’è più una vera frontiera tra i problemi ambientali e i problemi sociali, e la questione del cambiamento climatico ne è l’illustrazione. Al ritmo attuale, siamo partiti per un aumento della temperatura di quattro o più gradi da qui alla fine del secolo. Questo vuol dire un aumento del livello dei mari di un metro o più. Questo vuol dire lo spostamento di milioni di esseri umani attraverso il mondo: in Egitto, in India, in Asia, in decine di isole e città costruite sul mare.

 

Questi cambiamenti geografici e sociali sono distribuiti nel tempo?

 

Ci sono molte incertezze sulle scadenze temporali della Terra. Ci sono tre fattori che intervengono nell’innalzamento del livello degli oceani: la dilatazione termica delle masse di acqua che si riscaldano e prendono più spazio, la fusione dei ghiacci e lo spostamento delle calotte glaciali. Sono venti anni che il climatologo capo dell’ ONU suona l’allarme parlando precisamente di un blocco di ghiaccio nell’Antartide che rischia di fondere e provocare un innalzamento di parecchi metri in qualche decennio. È con questo genere di eventualità che l’umanità sta giocando alla roulette russa.

 

Questi fenomeni annunciati sono irrimediabili?

 

Stanno diventando tali poiché i governi e gli Stati, sotto la pressione delle lobbies finanziarie, non prendono le decisioni giuste.

 

C’è ancora tempo per fare qualche cosa?

 

È il grande interrogativo. Credo che non sarà mai troppo tardi per fare qualche cosa. C’è ancora tempo per rimanere al di sotto di un aumento di due gradi da qui alla fine del secolo? Ne dubito seriamente. Credo anzi che non sia più possibile. Il quarto rapporto del gruppo intergovernativo di esperti sull’evoluzione del clima dell’ONU indica che per evitare un tale aumento bisognerebbe soddisfare condizioni draconiane. Un solo esempio: i paesi capitalisti sviluppati dovrebbero ridurre dell’80% le loro emissioni di gas da qui al 2050.

 

Come dire che è impossibile allo stato attuale delle cose….?

 

È possibile tecnicamente. È concepibile umanamente e politicamente, a condizione che si assumano gli orientamenti voluti. Dei paesi capitalisti abbiamo detto, e per il mondo nel suo insieme occorre una riduzione dal 50 all’85% delle emissioni di gas. Bisogna che questa riduzione cominci al più tardi nel 2015, e che i paesi in via di sviluppo, senza acconsentire a una riduzione assoluta delle loro emissioni, accettino sforzi drastici in termini di economia di energia.

 

Stai dicendo all’umanità, che ha secoli di cattive abitudini: si cancella tutto e si ricomincia in modo diverso?

 

È vero che ci sono molte cose da cancellare. Per continuare a vivere bisognerà fare in modo diverso. Voglio insistere sul fatto che non è tecnicamente impossibile e che, ad ogni modo, bisognerà raggiungere questi obiettivi perché, se no, avremo di fronte una catastrofe di ampiezza inimmaginabile. Né tu né io possiamo immaginare che cosa rappresenterebbe un innalzamento del livello degli oceani di cinque metri. E non è che una delle conseguenze del cambiamento climatico, mentre le altre sono: più siccità, più inondazioni, una diminuzione della produttività agricola mondiale mentre si va verso una popolazione di nove miliardi di esseri umani. Non fare il massimo per stabilizzare il sistema climatico non è una opzione ma un obbligo urgente. Lo ripeto, è tecnicamente realizzabile. È sufficiente cambiare la fonte energetica e abbandonare quelle fossili – carbone, petrolio e gas naturale e, aggiungo io, il nucleare – a favore delle energie rinnovabili.

 

Perché non si fa?

 

Il problema è economico, dunque politico. Esistono delle lobbies dell’energia che tramite i loro monopoli controllano tutto il sistema energetico e fanno profitti colossali. Sono alleate al sistema finanziario e vogliono ad ogni costo proteggere questo sistema. Il climatologo dell’ONU ha già dichiarato che gli AD del settore delle energie fossili dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità e la natura. Sono loro che bloccano la transizione energetica, e più la bloccano, più diventa difficile da realizzare perché il tempo a disposizione diminuisce.

 

Visto che le affermazioni del climatologo dell’ONU non hanno alcun effetto, tanto vale dire che non si muoverà niente. Questo discorso di allerta non è stato talmente ripetuto da diventare banale?

 

Ma l’alternativa sarebbe di non parlarne più? Ho l’impressione che l’inquietudine stia crescendo, ma dopo il 2008 la crisi economica e finanziaria non ha aiutato. Le persone si pongono obiettivi di sopravvivenza economica immediata, cosa che rende difficile la riflessione sul medio termine. Ma ho la sensazione che sotto questa patina di inevitabili preoccupazioni immediate, la domanda «quale Terra lasceremo ai nostri figli?» è sempre presente. Tutta la sfida consiste nel presentare soluzioni, certo radicali, ma che permettano di conciliare la protezione dell’ambiente, che condiziona la nostra esistenza in quanto specie umana, con le preoccupazioni sociali. Ed è qui che si entra sul terreno di quello che si chiama «ecosocialismo». Questa è la sfida: rispondere alle due preoccupazioni. Uno dei grandi problemi di oggi, con la crisi, è l’ampiezza della disoccupazione. Credo che sia possibile avanzare proposte di protezione e stabilizzazione del sistema climatico che permettano nello stesso tempo di riassorbire la disoccupazione.

 

Un esempio?

 

Per i paesi dove l’inverno è rigido, un buon isolamento dell’insieme del parco immobiliare è una condizione obbligata per la riduzione delle emissioni. Questo rappresenta circa un quarto delle emissioni in Europa. Si può migliorare l’isolamento, cosa che apporterà insieme una diminuzione dei gas e del consumo di energia, lavoro e un maggior benessere.

 

Se è così semplice come dici tu perché non si fa?

 

Perché ci si scontra con le lobbies dell’energia, che sono molto più potenti di quanto si immagina. Le lobbies del petrolio, del gas e del carbone sono i veri padroni del mondo e agiscono in stretta collaborazione con il settore finanziario. L’ultimo “World Social Economic Outlook” [Prospettiva Economica e Sociale Mondiale] delle Nazioni Unite valuta che l’insieme del sistema energetico fossile e nucleare, che dovrebbe essere sostituito, rappresenta un quarto del PIL mondiale. È escluso che quelli che detengono un tale patrimonio, dal quale traggono i loro redditi, decidano di sopprimerlo da un giorno all’altro.

 

Di fronte a questa realtà economica, i tuoi non sono i propositi di un dolce sognatore idealista?

 

Questa domanda potrebbe essere posta anche per altri ambiti, tra i quali quello sociale. Non è forse un sogno chiedere l’uguaglianza sociale di fronte all’immensa potenza rappresentata dai finanzieri? Riconosco di far parte di quei sognatori che continuano a pensare che al livello attuale del suo sviluppo scientifico e delle sue conoscenze tecniche, l’umanità nel suo insieme potrebbe vivere molto meglio nell’uguaglianza dei diritti e della giustizia sociale, con un lavoro dignitoso, una buona alimentazione e un’abitazione decente per tutti.

 

Che strada prendere per arrivare a quel mondo vicino alla perfezione?

 

 

Quella che passa per la contestazione del sistema capitalista. Tutto comincia da lì, sia sul piano sociale che su quello ambientale. Non voglio dire che tutto si limita a quello. So che altre società prima del capitalismo sono state segnate dalla diseguaglianza sociale, che altre ancora hanno degradato l’ambiente, ma oggi tutto comincia da lì. Per altri problemi, che non hanno a che fare con il capitalismo, ci sarà tempo di occuparsene in seguito. Ma la grande novità per i sognatori, dei quali faccio parte, è che non si può più concepire una lotta a fasi o tappe. Non si può più dissociare la difesa dell’ambiente dall’evoluzione del clima, anche se il capitalismo non fa che questo. Per questo il concetto di ecosocialismo non è una nuova etichetta sulla stessa bottiglia, ma una cosa diversa. Per i militanti convinti del fatto che bisogna cambiare in profondità il sistema economico e il modo di produzione si tratta di capire che le condizioni oggettive della transizione sono cambiate radicalmente a causa della crisi ecologica.

 

La crisi economica non ha fatto passare in secondo piano la crisi ecologica?

 

Senza alcun dubbio, ma basta una catastrofe, un avvenimento particolare perché la crisi ecologica si manifesti come crisi sociale. E dunque rientri nel campo delle preoccupazioni immediate. Ad esempio, in Giappone dopo l’incidente di Fukushima il movimento antinucleare ha assunto un’ampiezza importante, anche sul piano politico.

 

Bisogna essenzialmente passare per la politica, entrare in un governo, per raggiungere gli obiettivi che hai definito?

 

La risposta è sì. Bisogna integrare le rivendicazioni ambientali nella lotta sociale. Bisogna immaginare programmi di lotta contro la disoccupazione che permettano nello stesso tempo di lottare contro il degrado dell’ambiente, ed è possibile. La riparazione dei sistemi danneggiati richiede molta manodopera. Anche la transizione verso un’agricoltura organica di prossimità – che è la contestazione del modello dell’agroindustria – richiede molta manodopera. Bisogna fare della questione ambientale un obiettivo di lotta sociale che risponda ai problemi dell’occupazione, dell’abitazione, della dignità, ecc. In seguito, a partire da questo, puntare alla conquista del potere politico, mettere in prospettiva la formazione di governi sostenuti da mobilitazioni popolari e che cominciano a realizzare un programma di rottura con il produttivismo capitalista e l’agroindustria, ecc. Effettivamente, la sfida  politica è assolutamente enorme. Poiché la regola del profitto non permette di fare fronte alle sfide, bisogna che il collettivo, dunque il politico, abbia una parte preponderante nella lotta.

 

Quando si vede quello che fanno i Verdi nell’attuale governo francese, ci si può domandare se vale la pena di entrare in politica e in un governo per realizzare le idee che tu sostieni…

 

Penso che i Verdi francesi stiano facendo un grosso errore. Si sono associati a un partito socialista che applica una politica neoliberista, e che così facendo lascia il campo libero per la composizione di una sinistra nuova, che sta integrando il sociale e l’ecologia. Non ho un’ammirazione particolare per Jean-Luc Mélenchon, ma qualche giorno fa il Parti de Gauche francese ha organizzato le assise dell’ecosocialismo.È qualche cosa di totalmente nuovo in questo segmento della sinistra francese. E un po’ ovunque in Europa si vede nascere questa tendenza che integra l’ecologia nel sociale e che guadagna terreno. In Grecia, questa tendenza politica ha ottenuto un ottimo risultato nelle ultime elezioni.

 

Nel nostro mondo interconnesso e interdipendente, un governo ecosocialista potrebbe applicare il programma di rottura con il capitalismo che tu sogni?

 

Perché no, se è quello che vuole la mobilitazione popolare.

 

Se il suddetto governo fosse europeo dovrebbe rendere conto a Bruxelles…

 

Qui ci sarebbe una prova di forza. Ma chi dice che un governo che osi appoggiarsi alla maggioranza della popolazione per sfidare le forze esistenti non avrebbe una grande popolarità anche internazionale? E potrebbe avere il valore di un esempio da seguire. Perché bisogna ben rendersi conto che nel mondo ci sono centinaia di migliaia di uomini e donne che soffrono a causa delle politiche neoliberiste imposte dalle istituzioni internazionali. Dunque, la tappa politica che si appoggi sulla mobilitazione popolare è assolutamente indispensabile nella lotta per la trasformazione.

 

Mobilitazioni popolari ce ne sono state parecchie in questi ultimi mesi: da «OccupyWall Street» agli «indignati» spagnoli, portoghesi, ecc. Tali movimenti sono lungi dal far battere in ritirata il capitalismo.

 

La grande lezione delle esperienze che tu hai evocato, è la necessità di una prospettiva politica. Ed è ciò che ci hanno insegnato i greci. In due anni, il partito ecologico-socialista greco[Syriza, NdR] è diventato il primo nelle intenzioni di voto. È riuscito a compiere il balzo in avanti facendo campagna per un governo che rifiuti i diktat di Bruxelles, del FMI e della Banca Mondiale. La via passa per la politica, e lo si constata sempre di più nelle elezioni regionali: C’è un’avanzata della sinistra radicale in Europa.

 

C’è ugualmente un’avanzata dell’estrema destra.

 

C’è una polarizzazione chiarissima e una gara di velocità tra queste due tendenze, e una crisi di tutti i partiti più tradizionali che di fatto appaiono – e non è solo un’apparenza – come quelli che applicano la stessa politica con solo qualche sfumatura. Ma torniamo al nostro punto di partenza. Io credo che la chiave di qualsiasi soluzione al sistema climatico passa per la fine di un doppio monopolio: quello dell’energia e quello della finanza. I due sono intimamente legati poiché gli investimenti nel sistema energetico sono colossali e sono finanziati a credito dal sistema finanziario. Bisogna spezzare questo doppio monopolio. L’energia e il credito devono essere considerati elementi vitali del funzionamento della società e non devono essere lasciati nelle mani di interessi egoistici di persone che non rappresentano nemmeno l’1% della popolazione. Bisogna passare per una fase di esproprio/nazionalizzazione che metta in prospettiva un sistema decentrato.

 

Esistono sistemi o strumenti per sostituire quelli che tu vuoi fare sparire?

 

Il sistema energetico centralizzato che conosciamo oggi corrisponde a un certo tipo di sviluppo delle tecnologie basate sull’energia fossile. Se passiamo alle rinnovabili non si può più funzionare con un sistema centralizzato, ma con un altro, decentrato, poiché le fonti energetiche sono diverse. Ciò che permette di concepire sistemi di gestione da parte delle collettività locali sulla scala di una città.

 

Il mondo attuale funziona con governi e organismi sovragovernativi che dettano le politiche. Come fare accettare a quelli in alto le idee dal basso che tu professi?

Quelli in alto sono ancora capaci di ascoltare quelli in basso? Non credo. La proposta più avanzata del mondo capitalista in materia di politica energetica degli ultimi anni è stata fatta dal presidente Obama nel corso del suo primo mandato. Proponeva di tassare pesantemente le fonti fossili per imporre la transizione energetica ai capitalisti e utilizzare una parte di questa tassa per finanziare un vasto progetto di sviluppo delle energie rinnovabili e ammortizzare il costo della transizione per i più poveri. Era un progetto audace, che ha infilato nel cassetto appena eletto, perché la forza della lobby energetica negli USA è colossale. Quelli che sono negli affari nel mondo come lo conosciamo oggi, non sono nemmeno capaci di immaginare l’idea di un’alternativa. Tale idea deve venire dal basso, dalle lotte sociali, dalle organizzazioni sindacali.

 

È certamente questo che ti ha fatto dire che è tempo di rianimare la fiamma dell’anticapitalismo. Era spenta?

 

Bisogna riconoscere che l’anticapitalismo è profondamente screditato da una serie di fallimenti. Quello del mondo staliniano, la degenerazione dell’Unione Sovietica e delle sue varianti, della Cina diventata oggi una delle prime potenze capitaliste del mondo sotto la bandiera rossa con la falce e il martello. Ugualmente quello della socialdemocrazia che portava le speranze degli oppressi e che si è trasformata oggi in strumento della gestione neoliberista. Bisogna riaccendere questa fiamma, non mettendo il vecchio vino in bottiglie nuove, ma rivedendo la ricetta del vino stesso e del suo contenitore. Bisogna reinventare il progetto socialista, e l’ecosocialismo non è una etichetta nuova sulla vecchia bottiglia. È una bottiglia nuova con un vino nuovo che, senza fare tabula rasa del passato, apporta una serie di modifiche sostanziali al pensiero anticapitalista. Gli ambientalisti, le femministe e altri movimenti partecipano a questa impostazione.

 

Si può dire che il grande movimento che tu auspichi si sta costituendo?

 

Credo di sì. In ogni caso le preoccupazioni, le problematiche, le rivendicazioni femministe ed ecologiste che possono essere integrate nella lotta degli sfruttati e degli oppressi sono un elemento chiave nella ridefinizione del progetto anticapitalista.

 

Come si annuncia la lotta?

 

Dura ma esaltante.

 

Con una possibilità di vittoria?

 

Ne sono assolutamente convinto. Quel che succede in alcuni paesi dell’America Latina dimostra che si può vincere su punti ancora limitati, ma che danno speranza.

 

Tutto ciò richiede tempo. Lo abbiamo ancora?

 

Non lo so. Mi è stato detto di recente che il progetto socialista era condannato dal fattore tempo poiché non c’erano che due generazioni per realizzare la transizione energetica. Ho risposto che non c’era scelta. Si può avere il pessimismo della ragione, ma ci vuole l’ottimismo della volontà, come diceva Gramsci. In particolare in questo caso, perché non c’è alternativa, non c’è certezza che saremo capaci di raccogliere la sfida nei tempi stabiliti. Ma bisogna tentare perché non abbiamo scelta. Io punto sul fatto che noi tutte e tutti, al fondo di noi stessi, vogliamo un pianeta nel quale si possa vivere bene per noi, i nostri amici e i nostri figli. E sappiamo che è possibile se ci impegniamo nella lotta.

 

                                                                                                                         

 

* LE MAURICIEN Articolo pubblicato nel fine settimana del 16 dicembre

http://www.lemauricien.com/article /... La traduzione è di Gigi Viglino



* Ed. it. L’impossibile capitalismo verde, Ed. Alegre, Roma, 2010.



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