Tanuro: se si smettesse di pagare?

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Alcune osservazioni critiche al libro

E se si smettesse di pagare?[1]

Daniel Tanuro

 

Il libro di Olivier Bonfond, E se si smettesse di pagare? mostra in modo convincente come il debito pubblico sia in larga misura illegittimo. Secondo Daniel Tanuro, un audit del debito è utile, ma non deve creare l’illusione di una possibile uscita grazie a un ritorno keynesiano.

 

Questo libro è molto interessante ed utile. L’autore vi dimostra in modo semplice e convincente come la crescita del debito pubblico, che serve da pretesto all’offensiva d’austerità, non sia dovuto a un aumento delle spese, ma a quello dei tassi d’interesse e alla riduzione degli introiti fiscali. Quest’ultima si spiega soprattutto con i doni fiscali fatti ai ricchi, con la socializzazione dei debiti privati delle banche e con la politica dei redditi imposti al mondo del lavoro. Il libro spiega bene il circolo vizioso del debito e dell’austerità. L’autore avverte il lettore del pericolo che la situazione si aggravi per la probabilità di una nuova crisi finanziaria e delle brutte sorprese che possono riservare le garanzie statali riservate a Dexia, in particolare.

In conclusione, il libro propende, in modo concreto e pedagogico per la sospensione del pagamento del debito, un’indagine pubblica (audit) sul debito stesso, l’annullamento della sua parte illegittima e per una serie di altre misure che riguardano essenzialmente il capitale finanziario (ma non solo).

Essendo promossa dal CEPAG (Centro di Educazione Popolare André Genot, legato alla FGTB vallone - Federazione generale del lavoro del Belgio francofono) l’opera è destinata a una buona diffusione in larghi strati militanti, e potrà quindi coontribuire alla presa di coscienza della necessità di un’alternativa alla politica neoliberista che semina miseria, distrugge la società e minaccia l’ambiente planetario.

Al tempo stesso, il lavoro di Olivier Bonfond solleva un certo numero di problemi che meritano di essere discussi.

 

L’audit del debito: un passaggio obbligato?

 

Sembra che, per l’autore, l’audit del debito, dato che consente di sfociare nell’annullamento della parte illegittima di questo, diventi la questione strategica centrale, il passaggio obbligato della lotta per l’alternativa. È la conclusione che compare a più riprese, ad esempio: «È imperativo porre il problema del debito pubblico al centro dei dibattiti sull’uscita dalla crisi. Se si vogliono mantenere i diritti sociali acquisiti grazie alle lotte dei lavoratori, bloccare l’arretramento sociale e garantire i diritti fondamentali, la radicale riduzione del debito pubblico è una condizione necessaria (ma non sufficiente) (…). Tuttavia, non basta sostenere che una parte notevole del debito pubblico è illegittima. Bisogna anche dimostrarlo. Quindi, realizzare un audit integrale del debito pubblico belga è la prima cosa da cui partire» (p. 156). «È dunque fondamentale sviluppare e coordinare l’iniziativa dei comitati attraverso un audit dei cittadini su scala europea e internazionale. I cittadini belgi dovrebbero unirsi al movimento e partecipare attivamente a questa fondamentale dinamica» (p. 155). Ci si appella perciò ai cittadini, ai sindacati, alle associazioni e ai partiti per costruire «una dinamica di educazione popolare»,  sulla base di gruppi locali dell’audit, al fine di dar vita «a una mobilitazione abbastanza forte per modificare i rapporti di forza» (p. 152).

Olivier Bonfond insiste sul fatto che l’audit non è una questione riservata agli esperti. «Molte fonti sono accessibili per chi vuole occuparsene: le Relazioni della Corte dei Conti, della Banca Nazionale, dell’Agenzia del debito dell’OCSE, della Banca dei Regolamenti internazionali, della BCE o di istituti parlamentari, ma anche analisi e studi provenienti dalla stampa, da imprese private, da organizzazioni sociali, e anche memorie o tesi di dottorato» (p. 150). E ancora: «in Belgio, il campo d’analisi è potenzialmente amplissimo. I salvataggi delle banche da parte dello Stato, ma anche dagli enti federali, i prestiti strutturati venduti ai comuni, i grandi lavori inutili e dispendiosi, tutto questo merita di essere scrupolosamente esaminato» (p. 153). Sarebbe sbagliato sottovalutare l’utilità di un lavoro del genere, ed è anche importante il fatto che le istanze interregionali di Vallonia e di Bruxelles della FGTB facciano una campagna in questa direzione. Ma è legittimo avere dubbi sulla possibilità di costruire in questo modo il forte movimento sociale auspicato dall’Autore «per cambiare il rapporto di forze» e imporre «una riduzione consistente del debito» come «prima tappa» che consenta di «tradurre in pratica altre alternative radicali che aggrediscano le cause di fondo della crisi» (p. 158).

Il cambiamento dei rapporti di forza dipende dalla lotta di classe, e questa non risponde così facilmente a modi come questi di procedere, a priorità e a strutture prestabilite. In primo luogo perché il debito non è la sola posta in gioco dell’offensiva d’austerità: la competitività è un’altra di queste sfide, ed è essenziale e sottende gli attacchi alla legislazione del lavoro e ai salari – diretti e indiretti. (A questo riguardo, la sua logica di centralità del debito trascina Olivier troppo oltre, allorché colloca le riduzioni dei contributi padronali all’Assistenza e Previdenza sociali nelle «misure fiscali» in favore delle aziende: quei contributi sono salario socializzato, non un’imposta) (p. 32). Inoltre, perché è solo in una situazione prerivoluzionaria di forte e profonda mobilitazione sociale contro l’austerità che tantissima gente potrebbe eventualmente autorganizzarsi per monitorare a tutto campo, come propone Olivier. «Eventualmente», perché anche in Grecia, dove la mobilitazione sociale è molto più intensa che da noi e dove il film Debtocracy ha avuto un enorme successo, non è dato osservare niente di simile. Infine perché la lotta di classe è fondamentalmente imprevedibile e può conoscere improvvise accelerazioni per tante ragioni, non solo socio-economiche ma anche politiche.

 

Crisi e neoliberismo

 

Un altro aspetto problematico è l’analisi della crisi. Si ha un po’ la sensazione che, per Olivier Bonfond, la crisi sia dovuta alla politica neoliberista di deregulation, di finanziarizzazione, di riduzione dei salari e al fatto che gli speculatori possano speculare impunemente sul debito pubblico. Si tratta di una visione delle cose troppo parziale, che non tiene contro delle inestricabili contraddizioni del capitalismo contemporaneo. L’autore spiega che «il neoliberismo ha operato un trasferimento di ricchezze prodotte dal lavoro a vantaggio delle classi dominanti. La parte di valore aggiunto spettante ai salari è diminuita a seconda dei paesi del 10-14%. Questo trasferimento interno di ricchezze tra classi sociali, legato alla finanziarizzazione dell’economia, è una delle cause della crisi internazionale del 2007-2008: da un lato, ha aumentato la massa di capitali in mano ai più agiati e quindi favorito la specuazione; dall’altra, ha costretto gran parte della popolazione a ricorrere al credito, creando una massa di debiti impagabili» (p. 103).

La constatazione è indiscutibile ma, se si guarda con un po’ più di distacco, si è portati a dire, parafrasando Marx, che non sono il neoliberismo e la speculazione la causa della crisi, ma è la crisi ad essere la causa di neoliberismo e speculazione. La sostanza del problema, infatti, è che, dalla fine dei “Trenta gloriosi”, enormi masse di capitari eccedentari non trovano più il modo di mettersi in valore nella produzione. La politica neoliberista di finanziarizzazione e di deregolamentazione è la risposta del sistema a questa situazione. È vero che la risposta crea nuove contraddizioni, dal momento che il consumo dei ricchi ha dei limiti e che la minore incidenza dei salari sul PIL riduce le possibilità di realizzazione del plusvalore (una contraddizione che l’estensione del credito al consumo non ha fatto che rinviare, senza risolverla, come si è visto nel 2008 con i subprimes). Semplicemente, però, il capitalismo non ha alternative. Il ritorno al keynesismo non è possibile, dato il calo degli incrementi di produttività.

In particolare, non basterebbe abolire il debito, aumentare i salari e mettere in riga la finanza perché il sistema possa riprendere la dinamica di accumulazione. Il dato richiamato da Olivier Bonfond che l’Argentina, l’Islanda, l’Ecuador ad altri hanno visto migliorare la propria situazione economica una volta annullato parte del loro debito deriva in parte dalla situazione specifica di quei paesi nella divisione internazionale del lavoro. In ogni caso, questo non delinea una strategia di uscita dalla crsisi, come sembra pensare l’Autore. La crisi è ben troppo profonda per questo. Dal punto di vista capitalistico, non può essere superata se non con un’enorme distruzione di forze produttive combinata con la radicale liquidazione delle conquiste del mondo del lavoro. Dal punto di vista degli/delle sfruttati/e, non si può superare se non con la rottura con l’attuale modo di produzione, in una prospettiva (eco)socialista mondiale. Non esiste una terza via antineoliberista. Per questo si tratta davvero di una crisi sistemica, di una crisi di civiltà.

 

Capitale fittizio e debito illegittimo

 

Ci sembra, infine, che il lavoro di Olivier Bonfond avrebbe avuto maggior forza se si fosse basato di più sull’analisi marxista del capitale finanziario in generale, e delle obbligazioni del debito pubblico in particolare. Le obbligazioni di Stato, come le azioni, costituiscono quel che Marx chiama «capitale fittizio»: 1) perché la somma prestata non esiste più (se i titoli di credito diventano insolvibili, la bolla esplode e la finzione si dissipa: resta soltanto un buco nei conti e la ricchezza sociale non è né maggiore né soprattutto minore di prima; 2) perché una somma prestata allo Stato per acquistare autopompe o pagare funzionari non è capitale!

Ci sembra interessante ricordare l’analisi del capitale finanziario fatta da Marx, che spiega come la finanza (A-A’, il «capitale portatore di interesse»), tenendo conto che ogni reddito deve necessariamente provenire da un capitale, elude il fatto che il lavoro è l’unico produttore di nuovo valore, ed è quindi «la fonte di ogni sorta di forme assurde, al punto che, per il banchiere, i debiti sono merci». Come scrive nel Capitale, «tutti questi effetti, titoli, azioni, obbligazioni) non rappresentano altro se non l’accumulazione di diritti, di titoli giuridici su una produzione futura, il cui valore-denaro, nel caso del debito pubblico, non costituisce assolutamente capitale». La genialità di Marx è l’aver fornito gli strumenti che consentono di capire il mondo di oggi in cui quest’assurdita la fa da padrone, al punto che l’onnipotente finanza non fa altro se non massacrare il presente per spiccare tratte su un futuro sempre più lontano, distruggendo anche questo.

Questo approccio non invalida le richieste di audit e di moratoria del debito sostenute da Olivier Bonfont, ma le inquadrano in maniera un po’ diversa, e qui è possibile stabilire un parallelo con l’approccio sul controllo operaio. Di fatto, tutto il debito pubblico è illegittimo (tranne quel 2% che è detenuto dai singoli piccoli risparmiatori individuali). Fin dalla sua creazione, lo Stato belga si è indebitato con i finanzieri (soprattutto i Rotschild), i quali hanno, per puro spirito di lucro, anticipato i fondi necessari a quel «paradiso dei capitalisti» che era il nostro paese. È vero che una parte del debito, è davvero particolarmente illegittimo, a causa del salvataggio scandaloso delle banche private, che il libro di Olivier descrive benissimo. Ci si può basare sull’indignazione sollevata – è una buona tattica, specie nella condizione difensiva e difficile che sappiamo. Ma va fatto, a nostro avviso, puntando sulla presa di coscienza e sulla dinamica sociale, non sul diritto. Come l’apertura dei libri contabili non ha lo scopo di separare col setaccio la buona o la cattiva gestione capitalistica («non c’è buono e cattivo nel capitalismo», dice qualcuno), allo stesso modo l’audit non dovrebbe avere lo scopo di setacciare il debito pubblico buono (legittimo) da quello cattivo (illegittimo).

Questa poche osservazioni non tolgono nulla all’interesse del libro in questione. L’autore ha il merito di fornire in maniera convincente argomenti contro il fatalismo e la rassegnazione. Lo fa con sobrietà e con capacità pedagogica, su un terreno considerato difficile. Le nostre vogliono essere critiche costruttive, nel quadro di una lotta comune contro il capitalismo.

 

Traduzione di Titti Pierini



[1]Olivier Bonfond, Et si on arrêtait de Payer? 10 questions/10 reponses sur la dette publique belge et les alternatives à l’austérité, ADEN/CEPAC/CADTM ( http://cadtm.org/per richiederlo).



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