Le radici dell’orrore

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Difficile attribuire l’applauso del congresso del sindacato autonomo di polizia SAP ai tre assassini di Federico Aldrovandi solo al cattivo esempio di Silvio Berlusconi. Certo, costui presenta ogni giorno come “golpista” la blandissima pena che ha ricevuto, nonostante sia al contrario scandaloso che l’interdizione dai pubblici uffici e dalla carica parlamentare sia aggirata e beffeggiata con una campagna elettorale permanente, e perfino con la finzione del suo nome nel simbolo della lista. D’altra parte a quel congresso del SAP, che aveva in programma da tempo l’operazione di santificazione degli sbirri criminali, erano presenti personaggi come l'ex ministro della Difesa, ex vicepresidente della Camera e ora deputato di Fratelli d'Italia Ignazio La Russa, il capogruppo dei senatori di Forza Italia e vicepresidente di Palazzo Madama Maurizio Gasparri, l'europarlamentare forzista Lara Comi e il capo della polizia Alessandro Pansa (che successivamente è stato costretto a prendere le distanze dagli applausi, grazie alla percezione di come aveva reagito l’opinione pubblica).

Il clima favorevole per tentare quell’operazione eversiva, che ha presentato come un sopruso inammissibile una indulgente e contraddittoria condanna che ha fatto pagare con pochi mesi di carcere un assassinio efferato e una falsificazione dei verbali, era stato creato con la vergognosa campagna di esaltazione dei due marò, che li considera vittime e non assassini, e a cui praticamente nessuna forza politica ha saputo sottrarsi, grazie al potente avallo dato alla campagna dalla prima autorità dello Stato.

Le affinità tra i due casi sono grandi, tranne che per l’ampiezza dello schieramento difensivo: in Italia, grazie al generoso e tenace impegno della mamma di Federico, e di altre mamme e sorelle, e alla documentazione fotografica dell’orrore, solo le destre (unite al di sopra delle divergenze su altri temi) si sono schierate nella difesa incondizionata dei poliziotti violenti, mentre a favore dei due marò lo schieramento parlamentare, dei media, e quindi della popolazione è quasi totale: anche un paio di parlamentari grillini, quando sono andati in India nella gita interparlamentare, non sono riusciti a differenziarsi dagli altri con una parola. Speriamo che sia stato solo per ignoranza…

Chi ha mai visto le foto delle vittime indiane? Chi ha voluto tener conto della documentazione preziosa raccolta da Matteo Miavaldi in India, dove vive,e che è stata pubblicata da Alegre?  (vedi I «due marò»: un po' di controinformazione *)

A rischio di pregiudicare i rapporti con un grande paese complesso (e democratico) come l’India, i suoi tribunali sono stati presentati come quelli di un paese barbaro e incivile. Naturalmente, come da noi, e come in tanti altri paesi anche di antiche tradizioni giuridiche, non si può escludere che sulla magistratura pesino pressioni dirette o considerazioni di opportunità politica, ma da quale pulpito gli italiani possono giudicare la giustizia indiana? Eppure molti lo fanno ogni giorno.

Nella vicenda della solidarietà incondizionata ai due sparatori confluiscono vari fattori: a monte c’è naturalmente il razzismo endemico, fortissimo nella destra ma a tratti affiorante – soprattutto per ignoranza - anche nelle sinistre moderate. Ma pesano molto i legami anche materiali di molti esponenti del centrosinistra con l’industria bellica e quindi con i suoi clienti privilegiati, gli alti comandi militari.

C’è soprattutto l’accettazione anche da parte della sinistra del principio di impunità per i militari. Non solo mai nessun procedimento disciplinare è stato preso nei confronti dei paracadutisti filmati in Somalia mentre torturavano giovani e ragazze durante la vergognosa campagna “umanitaria” finita ingloriosamente con la fuga; non è mai stata aperta almeno un’inchiesta sulla presenza di simboli e gagliardetti della repubblichina quisling di Salò negli uffici di comando delle truppe italiane in Afghanistan, o sui criteri “formativi” intessuti di nostalgie fasciste con cui vengono addestrati i paracadutisti della Folgore o i marò della San Marco. Ma ci sono state tenaci resistenze di tutte le forze politiche a due misure elementari che renderebbero meno facili gli abusi: l’introduzione del reato di tortura, e il numero identificativo di ogni singolo agente, e soprattutto delle varie teste di cuoio presenti ormai non solo nella polizia vera e propria, ma anche in corpi che non dovrebbero averne bisogno: la guardia di finanza, le guardie carcerarie, le forestali, oltre che quei corpi speciali di esercito e marina usati per ora in scacchieri lontani, ma sempre utilizzabili in caso di bisogno anche in patria. Se vogliamo cominciare a ridurre le spese militari, non guardiamo solo agli F35, ma cominciamo a rivendicare la chiusura anche di questi corpi estranei e privilegiati.

Anche la sinistra sedicente “radicale” è assai cauta su questo terreno, e in genere anche quando era in parlamento chiedeva solo genericamente una riduzione della spesa nel settore. Invece bisogna avere il coraggio di chiedere seccamente: chi ci minaccia dall’esterno? Che ce ne facciamo di due portaerei mentre un grande paese come la Cina ne ha solo una, acquistata (di seconda mano) di recente dalla Russia e in corso di ristrutturazione? Che ce ne facciamo di 90 o 70 o anche 10 cacciabombardieri F35, armi tipicamente offensive e non difensive? Bisogna dire semplicemente NO a tutti questi strumenti di morte, non contrattarne un modesto ridimensionamento.

In un recente articolo (La bandiera dei mascalzoni ) avevo segnalato un’inquietante polemica di Panebianco con la presunta morbidezza del ministro degli Esteri Federica Mogherini, che sottovaluterebbe la necessità, nelle crisi diplomatiche, di “mettere un grosso bastone sul tavolo se il tuo avversario ci ha già messo il suo”, altrimenti “l’esito è già deciso in partenza”. Mi pare che invece da tutte le parti l’opzione militare sia fin troppo privilegiata, per giunta senza rendersi conto delle proporzioni.

Panebianco, che scrive editoriali sul “Corriere della sera”, non sul “Giornale”, ha parlato dei nostri compiti in Medio Oriente e Africa del Nord (e forse in Russia…). Per giunta non mancano gli esaltati che pensano anche a “far pagare” all’India il presunto “affronto” alla nostra pretesa di impunità per i nostri militari in trasferta. L’affronto sarebbe un regolare processo, della cui eccessiva durata nessuno può lagnarsi credibilmente in un’Italia in cui i processi vengono strascinati per anni e anni da chi può pagarsi un buon corpo di avvocati.

L’esaltazione patriottarda parla sistematicamente di “sequestro” dei due eroi, di loro immani sacrifici, sorvolando sul fatto che i due stanno comodamente installati in una villa dell’ambasciata a Nuova Delhi, dove sono raggiunti periodicamente dalle famiglie (a spese dello Stato italiano). Nessuno ricorda che Massimiliano Latorre a Taranto faceva parte di un gruppuscolo di estrema destra guidato da un picchiatore fascista, Giancarlo Cito, che con l’aiuto della malavita organizzata era diventato sindaco e si era specializzato nella cacciata violenta dalla città dei venditori ambulanti extracomunitari. Cito si era staccato a suo tempo dal MSI considerandolo troppo moderato. Un’appartenenza che potrebbe forse spiegare la fobia di Latorre per i “neri”, che lo ha portato a sparare senza accertarsi della natura dell’imbarcazione che aveva di fronte. È diventato così, insieme al collega, una bandiera. Ma è una bandiera insanguinata, e la loro apologia diventa giustificazione del crimine, purché coperto da una divisa. È questo clima che ha incoraggiato gli applausi del congresso del SAP, e di questo clima i responsabili sono molti.

(a.m.3/5/14)



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