La causa palestinese e il silenzio sulla Siria

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di Jean-Pierre Filiu

da Sinistra Anticapitalista e Alencontre

Dimentichiamo “Piombo fuso”(2009), “Pilastro di difesa” (2012) o “Margine protettivo”, il nome in codice israeliano dell’offensiva in corso contro Gaza. Rispetto a tali termini, preferisco “Eterno ritorno”, titolo dell’operazione lanciata nel 2005 da Ariel Sharon contro la banda di Gaza, il mese dopo il “ritiro unilaterale” dei coloni e dei militari d’Israele da questo territorio.

L’occupazione di Gaza avviene da allora sotto un’altra forma, meno diretta, ma altrettanto violenta e arbitraria, attraverso incursioni regolari ciascuna delle quali ha un suo “codice”. Qualsiasi studente di legge al primo anno sa che un blocco è un atto di guerra. In particolare, il blocco israeliano è aereo e marittimo e avviene con il contributo attivo dell’Egitto per quanto riguarda il blocco terrestre.

Gli orrori inflitti alla popolazione di Gaza nel gennaio 2009 mi hanno, come tanti altri altri, immerso in un profondo dolore. Ho anche sentito, tuttavia, inasprirsi nel mio paese un odio in cui per nulla mi potevo riconoscere. Per superare il mio dolore, ma anche per neutralizzare questo odio, frutto dell’impotenza, come dell’ignoranza, mi sono consacrato a un progetto di ampio respiro, la Storia di Gaza (edito in francese per Fayard).

Per me si trattava di esprimere attraverso le parole l’insostenibile. Di riannodare il filo di una storia così talmente pregnante da non essere distorta, offuscata, deformata. Di ricomporre le vite spezzate, di rendere così omaggio ai tanti eroi anonimi. E soprattutto di tracciare una cammino verso un altro avvenire possibile. Ho tratto la convinzione che la rimozione del blocco a Gaza fosse la condizione necessaria per la smilitarizzazione di questo territorio e che, senza questi due movimenti paralleli, Israele e la Palestina fossero condannate allo “ Eterno ritorno”.

Ho, da allora, condotto lavori di carattere teorico e sul campo sulla rivoluziona siriana, iniziata nel marzo del 2011. Così come per la tragedia di Gaza, ho ritenuto mio dovere di accademico non cedere alla commozione per l’orrore, al fine di esplorare e interrogare le dinamiche in corso. Così come la questione dell’occupazione rimane, a mio avviso, al cuore della Palestina , compresa Gaza, ho sottolineato la centralità all’aspirazione rivoluzionaria nella crisi siriana a prescindere dalle sue estensioni regionali, confessionali o strategici.

All’improvviso là, ciò che nel caso di Gaza era contestato solo marginalmente, diventava oggetto di polemica, ossia di sospetto, a cominciare dal bilancio delle vittime umane. Si metteva in dubbio il numero delle vittime, la realtà dei massacri, la responsabilità degli abusi. Non dimenticherò mai quel mattino del 21 agosto 2013, quando , mentre accrescevano le testimonianze laceranti sulla carneficina chimica operata da Damasco, la maggioranza dei commenti riguardava la credibilità di queste testimonianze e non l’abominio di ciò che rivelavano.

Il padre Paolo Dall’Oglio, rapito poco tempo prima dagli jihadisti dello “Stato islamico”, nella città siriana di Al- Raqqa, qualificava con forza questo atteggiamento “negazionista”. D’altronde è davvero scioccante constatare che coloro che denunciano con più virulenza i “crimini” di Israele, sono pronti a fare uso del peggior negazionismo pur di scagionare il dittatore siriano da ogni accusa di “crimine”. Da parte mia, mi sforzerò di ricordare che una vittima è uccisa due volte quando è negata la realtà delle proprie sofferenze.

Il campo dei rifugiati palestinesi di Yarnuk nella periferia di Damasco è oggetto di un assedio implacabile da parte dell’esercito di Bachar al Assad e dei suoi suppletivi da lunghi mesi. Dopo alcuni bombardamenti aerei e dell’artiglieria, la carestia ha colpito decine di civili comportando una lunga agonia. Siamo, tuttavia, stati in pochissimi a manifestare in piazza e attraverso i media a sostegno dei dannati di Yarmuk.

Sarebbe infame giustificare i massacri degli uni tramite le uccisioni degli altri. La causa palestinese, tuttavia, non accrescerà grazie al silenzio sulla Siria di numerosi suoi partigiani. Non ci sarà pace tra Israele e la Palestina senza la fine dell’occupazione. Non ci sarà giustizia in Siria finché il despota Assad rimarrà attaccato al potere. Il calvario del campo di Yarnuk proprio mentre prosegue la discesa agli inferi della striscia di Gaza lo prova senza appello: il destino della Palestina e quello della Siria sono legati.

Tribuna pubblicata da Libération del 29 luglio 2014

 



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