Polverone sulle foibe

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Un assurdo polverone sulle foibe.

Le dimensioni reali del problema.

Le ragioni dell'esodo italiano dall'Istria e dalla Dalmazia.

di Antonio Moscato

 

In questi giorni si è riparlato di foibe, a proposito della partecipazione di qualche amministratore locale di sinistra (non del PD, per intendersi) a celebrazioni della cosiddetta “Giornata del ricordo”. Già alcuni testi sulle foibe erano stati inseriti a suo tempo nel sito (ad esempio Non violenza e Metafisica della non violenza o ricostruzione storica?), ma ne ripropongo un altro più analitico, con allegato in appendice un testo più recente inviatomi da un compagno friulano (a.m. 22/2/2010)

 

 

La canea giornalistica sulle foibe, ha come sempre provocato un arroccamento a sinistra. Giustamente è stato ridimensionato il numero delle vittime delle vendette slave del 1943 e del 1945, è stato ricordato che centri studi in larga misura promossi dalla sinistra hanno affrontato più volte senza reticenze il problema. Ovviamente si è polemizzato con la destra (e con l'ineffabile Violante) che dimenticava l'entità delle stragi compiute dagli eserciti italiano e tedesco, e dagli ustascia ad essi alleati.

Tutto vero. Ma il problema non va affrontato semplicemente contando i morti dell'una e dell'altra parte, per assolvere chi ne ha meno sulla coscienza. In realtà in Italia, sia pure in misura minore rispetto alla Germania, sul cui dibattito politico pesò tragicamente il comportamento dell'Armata Rossa nei confronti della popolazione civile, con violenze di ogni genere, stupri, rapine, e soprattutto con le espulsioni che determinarono l'afflusso nei länder occidentali di milioni di tedeschi che del "comunismo" avevano conosciuto solo quell'aspetto orribile, la vicenda delle zone istriane e dalmate in cui erano presenti minoranze italiane più o meno associate al regime fascista ha offerto per anni argomenti insidiosi alle campagne anticomuniste.

Le foibe sono poca cosa rispetto al resto. Le prime, in cui furono gettate le vittime del primo "scoppio improvviso di odii e rancori a lungo repressi" nel settembre 1943, furono ampiamente utilizzate dal punto di vista propagandistico dai nazisti dopo la riconquista dell'area e la sua trasformazione nel "Litorale adriatico" direttamente amministrato dai tedeschi. Ma tutte le testimonianze dirette, oltre a ricondurre quegli episodi di violenza a una rivolta contadina, con tutti gli strascichi di "giustizie fatte da sé" ai danni di quelli che per vent'anni erano stati i padroni, e cioè non solo i fascisti ma gli italiani in genere, parlano di poche centinaia di vittime.

Senza inoltrarsi in un assurdo conteggio, che ovviamente non assolve nessuno (anche se nessuno può sorvolare sulle cause profonde di quelle esplosioni di vendette), ci sembra che vada ricordato un aspetto praticamente ignorato in tutto il dibattito giornalistico delle ultime settimane, con pochissime eccezioni: nel corso della guerra, "la sinistra parte internazionalista e arriva nazionale". La formulazione, abbastanza approssimativa, ma sostanzialmente corretta (la fine dell'internazionalismo è di molto precedente alla guerra), è di Gianni Perona, in un'intervista a "Liberazione" del 27 agosto.

La questione fondamentale è che i comunisti jugoslavi avevano assimilato a fondo il recuparo del nazionalismo che stava dietro al "socialismo in un solo paese" e a tutta l'impostazione dei fronti popolari. Uno degli scontri tra comunisti jugoslavi e una parte di quelli italiani di Trieste e dell'Istria, sarà legato all'uso della bandiera rossa, vietata dagli jugoslavi al pari di quella italiana durante l'occupazione di Trieste. La guerra iniziata come antifascista divenne antitedesca e antitaliana, analogamente a quanto avveniva su scala maggiore con la "grande guerra patriottica", come in URSS fu chiamata e vissuta la resistenza.

Al tempo stesso, l'analoga impostazione "nazionale" data al CLN italiano, con una piena corresponsabilità del PCI, creava tensioni nelle zone di contatto, che in qualche caso si tradussero anche in scontri armati o peggio in esecuzioni a freddo. La contraddizione finì per lacerare (con strascichi che rimasero a lungo) lo stesso partito comunista italiano, diviso in quella zona tra un PC giuliano, che pubblicava "Il lavoratore", apertamente a favore dell'annessione alla Jugoslavia, e un Fronte Comunista Italiano, divenuto successivamente PCI della Venezia Giulia ad opera di "dissidenti" contrari alla soluzione annessionistica, non in chiave nazionalistica italiana ma contrapponendo piuttosto la bandiera rossa a quella jugoslava. Le tensioni di quegli anni facilitarono poi l'impegno duramente "antititoista" (ma di fatto antijugoslavo) del PC del Territorio Libero di Trieste guidato da Vittorio Vidali.

Nella vicenda di quel periodo si intrecciarono dunque le comprensibili vendette che accompagnano ogni crisi politica e sociale compresa, (e su cui periodicamente speculano i giornali borghesi, rispolverando il "triangolo della morte" o la "volante rossa") tanto più perché in quel caso sopraggiungevano dopo una lunga e feroce oppressione nazionale italiana nei confronti della maggioranze croate e slovene delle zone annesse dopo la prima guerra mondiale. Alcuni commentatori hanno sottolineato il carattere prevalentemente "non etnico" delle violenze, ricordando che ad esempio in Slovenia i comunisti fucilarono circa 12.000 compatrioti collaborazionisti (o presunti tali, cioè anticomunisti o anche solo non comunisti), mentre in tutta l'area che va da Zara a Gorizia le vittime italiane secondo gli alleati furono 4.000 o al massimo 6.000.

Dietro la speculazione sulle foibe si nascondono contemporaneamente una diffusa ignoranza e una vera e propria falsificazione dei dati, che permettono le grottesche concessioni alla destra del PDS triestino e di Violante, ma c'è anche il fatto che effettivamente molti italiani si scontrarono con un'impostazione della guerra che li feriva e che non potevano capire. In un ottimo intervento su "il manifesto" (di fatto una lettera aperta a Violante) lo storico Galliano Fogar ha spazzato via molti luoghi comuni anticomunisti, ma ha ricordato anche come uno degli uomini più ricercati dagli jugoslavi durante l'occupazione di Trieste era Ercole Miani, esponente del Partito d'Azione e del CLN, che pure era stato vittima di efferate torture da parte dei fascisti che collaboravano con gli occupanti nazisti. Lo stesso Milavan Gilas aveva parlato anni fa in un'intervista di come insieme a Kardelj si era impegnato per provocare l'esodo degli italiani dalle zone contese.

Non si tratta quindi di contare i morti dell'una e dell'altra parte, ma di vedere come l'ansia di cambiamento di quegli anni sia stata distorta, provocando un comprensibile rigetto in chi invece degli ideali emancipatori e internazionalisti che avevano caratterizzato fin dal suo sorgere il movimento operaio si trovava di fronte una ripresa di antichi nazionalismi.

Oggi i fascisti, ma anche i tanti imbecilli e ignoranti che scrivono sulla questione, ignorano tutto della crisi che il complesso rapporto del PCI con la Jugoslavia innescò negli anni successivi, provocando lacerazioni, espulsioni, partecipazione di ottimi militanti perfino ad attività terroristiche contro il PCJ e Tito in particolare, in nome della fedeltà incondizionata a Mosca. Nessuno ricorda l'episodio triste e vergognoso dell'appoggio offerto dal PCI alla mobilitazione nazionalista del governo di centrodestra di Pella contro la Jugoslavia.

Nessuno ricorda o sa delle tante calunnie che tra il 1948 e il 1955 furono diffuse nei confronto del "fascista Tito", rappresentato sulle vignette che apparivano sulla stampa del PCI come un grassone carico di medaglie con la svastica, di tappi di Coca-Cola, e di teschi, con un'immagine che ammiccava proprio agli stereotipi di destra sulle foibe. Nessuno ricorda che per aver difeso dalle calunnie l'esperienza della rivoluzione jugoslava furono espulsi dal PCI militanti come Cucchi e Magnani, alla cui difficile battaglia controcorrente si unirono pochi altri compagni tra cui Lucio Libertini.

Rivoluzione jugoslava, abbiamo detto. Perché durante la seconda guerra mondiale, se ci fu in Europa una vera rivoluzione questa fu quella jugoslava. Con tutte le sue contraddizioni, in gran parte eredità dell'involuzione dell'URSS staliniana. Anche se in genere viene dimenticato, Tito era stato selezionato da Stalin, dopo lo sterminio del gruppo dirigente del PCJ, e dal modello di partito e di Stato sovietico (in cui aveva vissuto a lungo) era stato fortemente condizionato. Chi ammicca come Canfora a una presunta simpatia degli occidentali per Tito a proposito delle foibe cade in un grottesco anacronismo: al tempo delle foibe, cioè nel 1943 e nel 1945, il partito comunista jugoslavo si considerava il più ortodosso dei partiti comunisti, e in nome dello stalinismo polemizzò col PCI sul suo opportunismo nelle prime riunioni del Cominform.

Anche per parecchio tempo dopo la condanna sovietica Tito continuò a rivendicare la sua ortodossia, e a fatica Kardelij e Gilas lo convinsero a iniziare una giustificazione della separazione riprendendo una parte delle critiche socialiste all'URSS, e lanciando l'autogestione come base ideologica dello scisma. D'altra parte la condanna di Stalin era stata motivata dal rifiuto jugoslavo di accettare le società miste a prevalenza sovietica nel settore dei trasporti, definita nazionalismo, e preparata dalla scarsa docilità dei dirigenti jugoslavi su alcuni punti riguardanti la dignità nazionale (come la protesta per gli stupri in massa compiuti dall'armata rossa nel suo transito in territorio serbo, o la campagna di reclutamento tentata dai servizi segreti sovietici tra gli ufficiali jugoslavi). A Stalin appariva intollerabile che un partito comunista, per giunta con una leadership popolarissima anche fuori dei suoi confini, osasse quei gesti di indipendenza.

Per alcuni aspetti la diffidenza di Stalin verso quel suo discepolo era nata quando Tito aveva mostrato di essere più attento alle contraddizioni oggettive del proprio paese, e aveva applicato a modo suo la linea proposta da Mosca, rifiutando quella collaborazione con la monarchia reazionaria accettata invece dagli altri partiti comunisti, da quello italiano dopo la "svolta di Salerno" a quello greco con gli accordi del Libano, di Caserta e di Varkiza (assurdamente e anacronisticamente gli si continua ad attribuire anche nel 1944 e 1945 quella linea avventurista e insurrezionalista che ebbe solo due anni dopo, come reazione disperata e insensata alla feroce repressione monarchica facilitata da quelle capitolazioni imposte da Mosca).

Contrariamente a quanto insinua Canfora su "L'espresso", il fatto che l'esercito partigiano jugoslavo sia stato aiutato prima e più dalla Gran Bretagna che dall'URSS non prova una particolare simpatia occidentale per Tito, ma il realismo di Churchill, che dopo aver concordato con Stalin negli incontri di Mosca dell'ottobre 1944 una presenza di un 50% di interessi occidentali in Jugoslavia e in Ungheria, prese atto per questo paese del fatto compiuto rappresentato dalla rapidissima penetrazione dell'Armata rossa, e per la Jugoslavia del rapporto inviatogli da una delegazione militare britannica in cui c'era anche suo figlio, che ammise che i partigiani monarchici erano pochi e combattevano più i comunisti che i tedeschi, mentre l'esercito popolare di Tito teneva impegnate trenta divisioni naziste in un momento in cui le sorti della guerra erano tutt'altro che decise.

Questo dibattito confuso e caotico è facilitato, come ha osservato giustamente Stefanelli su "l'Unità", dallo scarso impegno della stessa sinistra nel ricordare gli efferati crimini di guerra compiuti su larga scala dall'esercito italiano prima e durante il fascismo in Libia, poi in Etiopia e nei Balcani. Ma questa necessaria campagna per eliminare le colpevoli amnesie sui crimini del nostro imperialismo non può comportare il rifiuto di fare i conti anche con gli errori e i crimini compiuti in nome del "comunismo".

C'è la necessità di quel bilancio generale dello stalinismo, che viene evitato accuratamente da tutti i giustificazionisti che cercano appigli nelle forzature polemiche dell'avversario per negare tutto. L'esempio da manuale è il solito Canfora è arrivato a dedicare una pagina del "Corriere della sera" ai falsi storici, mettendo tra essi il rapporto segreto di Chrusciov, solo perché (secondo un articolo di Repubblica! che strano uso delle "fonti"!), nella prima traduzione la CIA avrebbe modificato alcune frasi. Col risultato di consolidare l'opinione diffusa tra i vecchi militanti (che credettero a Togliatti, che negava di aver mai visto quel testo che invece gli era stato fornito come a tutti leader dei "partiti fratelli"), che attribuiscono in blocco i crimini di Stalin a un'invenzione della CIA!

E i crimini dello stalinismo invece sono ben più gravi dello sterminio di un'intera generazione di rivoluzionari russi, pur negato o giustificato da alcuni ma in fondo più noto. Sono la distruzione del movimento comunista in tanti paesi, dalla Polonia alla Germania, dai paesi baltici all'Ungheria, sono le oscillazioni che hanno sganciato dal movimento operaio la rivoluzione nella maggior parte dei paesi coloniali al momento dei fronti popolari, sono gli errori suicidi indotti nei comunisti greci, che non presero il potere quando ce l'avevano in mano dopo aver cacciato da soli i tedeschi nell'estate 1944, e non vollero combattere contro i britannici inviati da Churchill e Stalin per rimettere in sella il re, ma approfittarono dell'occupazione di Atene per assassinare centinaia di trotskisti, archeomarxisti, socialisti, screditandosi definitivamente portando con sé nella ritirata migliaia di ostaggi innocenti. Sono gli sterminii di oppositori condotti ai margini della resistenza e delle lotte di liberazione (dal nostro Pietro Tresso "liberato" dai partigiani francesi da un carcere nazista solo per ucciderlo, ai leader trotskisti indocinesi, che nel 1936 pesavano anche elettoralmente più dei comunisti filosovietici, e furono uccisi nel 1945). Sono soprattutto le tante rivoluzioni fatte deviare in un vicolo cieco dalla politica dei "due tempi", come quella spagnola, o deformate fino a rendere odiosa la parola comunismo a intere generazioni, nell'Europa centro orientale.

11 settembre 1996

 

estratto da:  Uso politico della storia (Bandiera rossa n. 100)

Ancora sulle foibe

Grottescamente poi, negli ultimi anni settori consistenti della sinistra “antifascista”, a partire dai DS, ma con sbavature che vanno oltre (penso al 25 aprile con omaggio partigiano alla Risiera di San Sabba e alla foiba di Basovizza), hanno cominciato ad accettare la versione fascista su diversi episodi. La storia è vecchia e già l’abbiamo affrontata con una certa ampiezza sul n. 64 di “Bandiera rossa” del novembre 1996, sicché non varrebbe la pena di tornarci sopra se nel frattempo non fosse uscito un utile libro di Claudia Cernigoi che dà un colpo definitivo a tutte le mistificazioni della destra (riprese zelantemente dal centro sinistra) sulle foibe, o meglio lo darebbe, se queste si basassero solo sulla mancanza di documentazione. (Nota 1: Claudia Cernigoi, “Operazione foibe a Trieste”, I quaderni del Picchio, n. 10, edizioni Kappa Vu, Udine, 1997. Segnaliamo l’indirizzo della piccola casa editrice, via Ippolito Nievo, 11, 33100, Udine, perché vale la pena di procurarsi il libro)

Infatti la Cernigoi riproduce molti preziosi documenti, tra cui i verbali dello svuotamento completo della foiba di Basovizza tra il 1953 e 1954 per il recupero di materiale bellico abbandonato dagli alleati, verbali da cui non risulta nessun ritrovamento di resti umani. Ma riproduce anche due foto del monumento eretto sulla foiba vuota (proclamata monumento nazionale e inaugurata da Scalfaro), che sulla lapide nel giugno 1996 riportava una già inverosimile quantità di salme infoibate (trecento metri cubi) e una profondità ugualmente incredibile (500 metri), ma che nel giugno 1997 ha subito un piccolo ritocco che rivela la malafede: la lapide è stata “corretta” riducendo la profondità a metri 256, ma portando a 500 metri cubi le inesistenti salme infoibate. Provate a immaginare quanti scheletri (compressi per giunta tra residuati bellici della prima e della seconda guerra mondiale) potrebbero entrare in un metro cubo, e capirete l’assurdità della lapide inaugurata da Scalfaro ma a cui hanno reso omaggio molti, troppi partigiani, non solo diessini.

Il libro fornisce anche dati preziosi su come e ad opera di chi (esponenti della famigerata “Decima MAS”) è stato creato il mito delle migliaia di infoibati ripreso poi dal pubblico ministero romano Giuseppe Pititto, che ha imbastito il caso giudiziario basandosi come unica documentazione sui libercoli di un fascista pordenonese, Marco Pirina, pieni di falsificazioni grottesche: nei suoi elenchi di “vittime del terrore rosso e slavo” ci sono dispersi in guerra negli anni precedenti, persone ancora vive e vegete, e perfino dei partigiani morti in combattimento. Claudia Cernigoi ha fatto un paziente lavoro mettendo a confronto questo ed altri elenchi di vittime, segnalando i moltissimi nomi che non corrispondono alla qualifica di “vittima”. (nota 2: Ovviamente ci guardiamo bene dal nascondere l’esistenza di vittime dell’occupazione jugoslava di Trieste del maggio 1945, tra cui vari antifascisti italiani che non accettavano l’annessione alla Jugoslavia. Rinviamo per questo a quanto scrivevamo nel n. 64 di “Bandiera rossa” del novembre 1996).

Di tutto questo non tengono conto Violante, Fassino, D’Alema (per non parlare dei dirigenti locali DS Gianni Cuperlo e Stelio Spadaro) che periodicamente si accodano alla campagna di destra prescindendo da ogni analisi dei molteplici fatti di sangue di quel periodo (non solo a Trieste): ci furono vendette, esecuzioni sommarie, ma anche conflitti a fuoco violentissimi come la battaglia di Opicina che durò dal 29 aprile al 3 maggio, in cui caddero 149 partigiani, 32 appartenenti al battaglione sovietico, 8 abitanti e 119 non identificati, e ben 780 tedeschi che tentavano di fermare l’avanzata partigiana. Una parte dei tedeschi (560) non trovò posto nel cimitero di Opicina, e le loro salme furono gettate nella grotta Bršljanovca, usata come fossa comune. Che c’entra con le leggende delle migliaia di italiani gettati vivi nelle foibe? La realtà documentata dalla Cernigoi è che nella zona di Trieste furono recuperate in tutto 42 salme di persone uccise e gettate nelle foibe. Naturalmente le vittime furono molto di più, spesso lasciate sul terreno dopo l’esecuzione, ma il culto di Basovizza, affiancato assurdamente al campo di sterminio della Risiera, si basa su una deliberata menzogna, che a forza di essere ripetuta per anni sembra diventata indiscutibile.

 

 

Appendice

 

Basterebbe fermarsi a dire che la Giornata del Ricordo ha un'origine non nobile ed una datazione ignobile.


Origine non nobile: la vocazione della Destra italiana di ridurre gli effetti negativi derivanti dalla commemorazione, pochi giorni prima - il 27 gennaio, della Giornata della Memoria, proclamata in coincidenza con la Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell'Olocausto decisa dall'ONU.

Ignobile inoltre è la datazione: il 10 febbraio 1947 è stata la data della firma del Trattato di Pace che pose fine alla seconda guerra mondiale, scatenata dalle potenze fasciste: Germania, Italia e Giappone, con i loro alleati minori.

La Destra, per altro, non si è ritrovata sola. Vari dirigenti dell'ex Partito Comunista Italiano, dal triestino Stelio Spadaro allo spregiudicato Violante, fino al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, hanno partecipato a questa attività di "conciliazione nazionale" e di facile propaganda antislava. Ricevendo severe lezioni di storia dal presidente croato Mesic e da quello sloveno Turk.

L'Italia è quindi un paese ufficialmente "revisionista", con tanto di ideologia nazionalpopolare degli "italiani buona gente". La Germania ha svolto una riflessione morale e storica che ha permesso di fare ammenda, almeno postuma, di una politica imperialistica che ha prodotto 50 milioni di morti in guerra (di cui 11 nei campi di concentramento) e quasi 15 milioni di profughi tedeschi dai territori passati ad Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia ed altri paesi. Qui da noi, invece, il popolino ufficialmente disinformato reagisce incredulo quando si ricordano loro - oltre alle corresponsabilità italiane nell'immane sterminio generale - le centinaia di migliaia di vittime delle armi italiane in Libia, Etiopia, Spagna, Albania, Grecia, Jugoslavia, Urss e via discorrendo. Certo, in cambio di alcune centinaia di migliaia di profughi dall'Istria e di alcune migliaia dalla Dalmazia, ma senza che ci si ricordi pure che essi furono vittime in primo luogo dell'imperialismo fascista e delle sue sanguinose avventure.

Eppure, a ben scavare, il materiale documentario mette spesso in crisi semplificazioni e "storiografie" poste al servizio della ampia propaganda di regime. […]

Un quadro piuttosto frastagliato, come tutta la situazione nell'inestricabile groviglio nazionale tipico dei territori ex asburgici, dove la follia nazionalista - in primo luogo italiana - voleva instaurare un regime oppressivo di chi italiano non fosse.

Situazione complicata, come era complicato il ruolo di quei dirigenti cristiano-sociali sloveni che Raoul Pupo documenta vicino ai luoghi di infoibamenti, non avendo il coraggio di andare fino in fondo nello spiegare perché anche sacerdoti politicizzati non si sottraessero in qualche modo alla vendetta di un popolo sottoposto a genocidio per un ventennio.

Complicata come quella del reparto osovano sterminato da un reparto garibaldino alle malghe del Porzus: con un comandante nazionalista monarchico, ed un commissario politico (Gastone Valente, nome di battaglia Enea) che - come altri partigiani del Partito d'Azione, come Guidalberto Pasolini - nel dopoguerra sarebbe stato certamente alla testa delle lotte della sinistra operaia e contadina.

Gian Luigi Bettoli  (8/2/2010)

 



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