Free lance e lavoratori autonomi: un’altra beffa del governo Renzi

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di Angelo Salvi e Susanna Botta

da Sinistra Anticapitalista

Nella fase di aggressione ai diritti sociali che sta portando avanti il governo Renzi, c’è anche un’altra categoria di lavoratori e lavoratrici (oltre ai precari e ai lavoratori dipendenti) oggetto di indifferenza e di peggioramento delle condizioni di vita da parte delle norme contenute nel Job Act e nella legge di stabilità. Parliamo dei free-lance, ovvero dei  “lavoratori autonomi e indipendenti di seconda e terza generazione” (da non confondere con artigiani e commercianti)  solitamente in possesso di partita Iva (sia mono-committenti che pluri-committenti) cresciuti di numero soprattutto negli ultimi 15 anni, in relazione allo sviluppo tecnologico e ai mutamenti del mercato del lavoro, del contesto normativo (statale ed europeo) e delle conseguenti politiche sull’occupazione. I free-lance, al di là delle differenti attività  svolte (formatori, web designer, informatici, traduttori, ecc.) sono rappresentati da una moltitudine di persone (secondo le ricerche più recenti siamo dinanzi a circa 250 mila partite Iva attive nel biennio 2007-2008 solo nella provincia di Roma[1]) che vivono condizioni e problematiche simili e sono escluse dalle più basilari forme di tutela e garanzie sociali (indennità di malattia, sussidio di disoccupazione, ecc.). Inoltre, poiché la crisi è lungi dall’essere finita, molti di queste lavoratrici e questi lavoratori (altamente qualificati e specializzati) oggi si ritrovano in una condizione di  incertezza e ritardi dei pagamenti, contrazione delle “tariffe” e degli onorari, difficoltà di accesso al credito, committenze a singhiozzo e probabile aumento dell’Iva (in tre anni passata dal 20% al 22%, a scapito della possibilità di aumentare il proprio “costo lavoro”). Le conseguenze di questo scenario sono un impoverimento progressivo che potrebbe costringere chi ancora non l’ha fatto a chiudere la partita Iva e ritrovarsi senza lavoro, una scarsa motivazione legata all’incertezza del pagamento, un’eccessiva “disponibilità” sia di tempo che di budget rispetto ai clienti/committenti per timore di perdere mercato (che si traduce in una sempre maggiore “ricattabilità”) e l’impossibilità a “programmare” anche a breve termine i propri tempi di vita e di lavoro.

In questo contesto il governo Renzi non solo ha cercato di demolire le poche agevolazioni fiscali che consentivano a molte e molti (soprattutto giovani) maggiori possibilità di sopravvivenza sul mercato (il cosiddetto “regime dei minimi”, che prevedeva un’aliquota IRPEF forfettaria del 5% e l’esenzione dall’IVA per i redditi fino a 30.000 euro lordi annui, per un periodo massimo di 5 anni oppure sino al compimento di 35 anni di età), ma ha anche innalzato i contributi previdenziali di tutti quei soggetti che, oltre a non avere diritto a un minimo di welfare, sono da oggi costretti a versare quasi il 30% di contributi previdenziali alla gestione separata dell’INPS (creata nel 1995 come cassa speciale dell’INPS per lavoratori autonomi e precari).

Ma andiamo per ordine e vediamo in cosa consistono “l’indifferenza e i peggioramenti” previsti dal Jobs Act e dalla legge di stabilità (anche se  Renzi negli ultimi giorni ha affermato di aver commesso un errore non prendendo in considerazione la situazione delle partite Iva: come se non fosse stata una scelta intenzionale ma solo un’accidentale dimenticanza e come se tutte le associazioni dei lavoratori interessati non avessero da tempo segnalato il problema e presentato proposte a tutti i partiti e ai ministri dei dicasteri coinvolti, anche nel corso di audizioni parlamentari!!!!!).

Per quello che riguarda il Jobs Actgli articoli che in teoria potevano interessare i lavoratori a partita Iva sono:

1)         Ammortizzatori sociali

3,7)      Politiche attive del lavoro

8)         Tutela e conciliazione esigenze di cura, di vita e di lavoro

Nell’articolo 1 la “finalità dichiarata” era assicurare, in caso di disoccupazione involontaria, tutele uniformi (legate alla storia contributiva) a tutte le categorie di lavoratrici e lavoratori. Invece l’Aspi (misura a sostegno dei disoccupati) viene «universalizzata» estendendola ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa ma non ai professionisti autonomi iscritti alla gestione separata (per essere precisi, non sono inclusi nemmeno i lavoratori professionisti che hanno un ordine, come ad esempio psicologi, architetti, ecc. che dovrebbero ingaggiare una lotta con la propria cassa previdenziale per ottenere questo tipo di tutele).

Nell’articolo 3, la finalità era quella garantire la fruizione dei servizi essenziali in materia di politica attiva del lavoro su tutto il territorio nazionale attraverso una razionalizzazione degli incentivi per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità, anche nella forma dell’acquisizione delle imprese in crisi da parte dei dipendenti, con la previsione di una cornice giuridica nazionale volta a costituire il punto di riferimento per gli interventi posti in essere da regioni e province autonome. Come si può notare, non si parla di introdurre nuove forme di incentivazione o di facilitazione delle attività autonomamente organizzate.

Passando all’articolo 7, la finalità era rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione e riordinare i contratti di lavoro vigenti per renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo. La realizzazione dell’articolo prevede: la semplificazione, modifica o superamento delle tipologie contrattuali esistenti; la promozione, in coerenza con le indicazioni europee, del contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro, rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti; l’introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché, fino al loro superamento, ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa. Anche in questo caso (al netto delle mistificazioni e bugie “renziane” contenute nell’articolo), tutte queste norme, se mai verranno applicate, si riferiscono indirettamente al fenomeno delle finte partite Iva e, più in generale, esclusivamente al lavoro di tipo subordinato o para-subordinato.

Nell’ultimo articolo analizzato (articolo 8), si dovrebbe garantire un adeguato sostegno alle cure parentali, attraverso misure volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori. La realizzazione dovrebbe prevedere un’introduzione di un credito d’imposta (tax credit) , quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori o disabili non autosufficienti e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito individuale complessivo e armonizzazione del regime delle detrazioni per il coniuge a carico. Questo sembrerebbe un intervento positivo ma resta da vedere in che maniera verrà tradotto nei decreti attuativi, soprattutto  per quanto concerne il punto sull’armonizzazione delle detrazioni per il coniuge a carico e le risorse che verranno destinate alla misura.

Abbiamo parlato non a caso di indifferenza: ed effettivamente questo è l’atteggiamento che emerge dalle norme evidenziate. E’ da sottolineare che anche i lavoratori dipendenti e i cosiddetti precari sono “colpiti” dal quadro delineato dal Jobs Act (e come vedremo in seguito anche dalla legge di stabilità), in termini di riduzione/cancellazione di diritti fondamentali e di una maggiore precarizzazione del lavoro (come viene sottolineato nell’articolo di Franco Turigliatto del 28 dicembre presente su questo sito): gli 80 euro erogati in tranches diverse per chi ha un reddito massimo di 25.000 euro lordi l’anno rappresentano “un’elemosina demagogica”, utilizzata per compensare i mancati aumenti di livello o di stipendio, il blocco dei contratti, l’abolizione dell’articolo 18, lo sdoganamento e la legittimazione del de-mansionamento come anticamera del licenziamento, ecc.

Passando ai peggioramenti e alla legge di stabilità,  si evidenziano soprattutto due aspetti: il cambiamento delle norme che regolano il regime fiscale agevolato per chi apre per la prima volta una partita Iva e l’aumento dei contributi previdenziali per tutti coloro che sono iscritti alla gestione separata INPS. Vediamoli nel dettaglio.

Rispetto al primo punto (regime fiscale agevolato) l’articolo 9, dal 1° gennaio 2015, prevede il regime agevolato solo per coloro che fatturano al massimo 15.000 euro lordi (anziché 30.000, come nella precedente versione) all’anno, con un’aliquota IRPEF secca del 15% (anziché del 5%) e con un abbattimento forfettario del reddito imponibile del 22%, a fronte dell’impossibilità di dedurre le spese reali sostenute per l’attività. Restano immutate le altre condizioni (esenzione dall’Iva, dal pagamento della ritenuta d’acconto, dell’Irap e delle imposte comunali/regionali, dalla presentazione degli studi di settore), mentre il regime sarà applicabile senza limiti di età o di durata (prima era 5 anni). Si nota immediatamente che si tratta di un cambiamento pesantissimo poiché la riduzione della soglia di accesso a 15.000 euro lordi annui ed l’innalzamento del 10% dell’Irpef significheranno per molti “nuovi autonomi potenziali” poter contare su “redditi da fame”, tali da scoraggiare l’apertura della partita Iva nelle diverse situazioni in cui si pone questa scelta: quando non si trova o non si vuole un contratto a tempo indeterminato; quando si è obbligati lavorare con fattura da datori di lavoro sempre più tesi ad aumentare i profitti e a risparmiare sui salari; quando si è obbligati dal tipo di professione che si svolgerà. A poco servono, infatti, in quest’ottica, i tre anni di maggiori agevolazioni (ulteriore abbassamento di un terzo dell’imponibile IRPEF) previsti per le nuove partite Iva.

Passando al secondo punto (aliquota INPS), occorre ricordare che in base alla legge Fornero, l’aliquota INPS per la Gestione Separata viene incrementata di un punto percentuale ogni anno (dall’entrata in vigore della legge) fino ad arrivare al 33% (al quale va aggiunto lo 0,72% che già si versa per malattia e maternità). Negli scorsi anni varie associazioni che rappresentano le partite Iva (tra cui ACTA – Associazione Consulenti Terziario Avanzato) sono riuscite a bloccare questo aumento: inoltre era stato “promesso” (nei vari incontri tra le parti sociali e il governo Renzi) un riordino generale del sistema, con una progressiva armonizzazione delle aliquote contributive versate da tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori autonomi/liberi professionisti.

La legge di stabilità 2015, malgrado tutte le promesse, non contiene alcun accenno a un blocco dell’aumento dell’aliquota contributiva per i lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata: l’aumento fino al 33% che era stato bloccato nei due anni precedenti verrà reso operativo.

In ultimo, per terminare la disamina dei due provvedimenti, va segnalato un altro amaro “smacco” per i free-lance: i commercianti e gli artigiani (che sono soggetti ad aliquote INPS molto inferiori a quelle degli altri lavoratori autonomi e che possono contare su una solida rappresentanza corporativa) hanno ottenuto dalla legge di stabilità 800 milioni di euro, che saranno destinati ad abolire l’obbligo di versare nella Cassa Commercianti un “minimale contributivo” non proporzionato ai redditi effettivamente percepiti, nonché un trattamento di maggior favore per l’adesione al regime dei minimi (soglia di accesso di 40.000 euro, abbattimento forfettario dell’imponibile del 60%).

Tuttavia, in questo contesto e in questa drammatica situazione generale, noi pensiamo che occorra non tanto fare paragoni con altre categorie occupazionali, quanto porci il reale problema della “coalizione” e del “fronte unico” tra lavoratrici e lavoratori  per difendere i diritti sociali che ancora rimangono ai “dipendenti” (conquistati con le lotte e non regalati dai padroni), per promuoverne altri e diffonderli agli autonomi e ai “precari”, includendo nella cittadinanza professioni e attività che non rientrano nei contratti nazionali né negli ordini professionali. In caso contrario, il rischio è quello di limitarsi a un paragone sterile e pericoloso con chi ha più tutele o maggiori “garanzie”. I free-lance, pur nella loro battaglia specifica, si devono coalizzare con i dipendenti e con i lavoratori con contratto a progetto, per contrapporsi ai provvedimenti che li colpiscono duramente, smantellando quel poco che in Italia è rimasto dello stato sociale.

In questo senso, da gennaio, come scrive anche Turigliatto nell’articolo del 28 dicembre, occorrerà riprendere la lotta e il conflitto nei luoghi e negli spazi di lavoro. Ma “gli spazi e i luoghi” dovranno essere non solamente quelli dell’intervento sindacale “classico” (la fabbrica, l’azienda pubblica, l’ufficio, l’agenzia interinale) ma anche quelli più “fluidi” e “diversificati” (in relazione alla tipologia dei lavoratori presenti) in cui oggi si riuniscono i nuovi “proletari” del lavoro intellettuale, oppure gli sportelli legali creati dai centri sociali, i “co-working”, gli “incubatori sociali e di lavoro” realizzati dagli enti locali, o ancora le riunioni e le iniziative create ad hoc dai movimenti o dalle associazioni che con difficoltà si occupano di precari o free-lance (pensiamo alla Consulta delle Professioni della CGIL, ACTA, il Quinto Stato, ecc.). Occorrerà in questo senso trovare delle “sinergie” con tutte le realtà che a vario titolo si occupano di lavoro, per dare maggior voce ai free-lance (ancora troppo scarsamente rappresentati) e coalizzarli con gli altri lavoratori e lavoratrici per una lotta comune contro il governo. Inoltre, questa potrebbe essere una grande occasione di “ribaltamento culturale” sul tema del lavoro,  per alcuni “pezzi del sindacato” o del “movimento” ancora focalizzati su un “modello fordista della produzione e dell’impresa” e incapaci di analizzare non solo il cambiamento e le trasformazioni del mercato del lavoro ma anche l’insorgere delle nuove professioni e dei nuovi luoghi di esercizio della propria attività, spesso “virtuali” e non delimitati da specifici spazi fisici.

Se il percorso del conflitto e delle battaglie non si realizzerà  in modo “unitario”, il rischio sarà di lasciare soli e senza voce (con la conseguente deriva individualistica o un’attrazione verso la destra) lavoratori e lavoratrici che hanno bisogno sempre di più di essere rappresentati e supportati. La manifestazione del 25 ottobre della GCIL (pur con tutte le riserve da muovere alla “burocrazia sindacale” a capo del maggiore sindacato d’Europa) e lo sciopero sociale del 14 novembre sono stati i primi passi verso una ricomposizione reale del modo del lavoro: occorrerà continuare a seguire questa strategia per non soccombere alla micidiale frammentazione e lotta tra poveri verso cui ci spingono le politiche del governo Renzi, della Comunità Europea e di un capitalismo che ha sempre più asserviti i tradizionali mezzi di informazione.

[1] Il lavoro autonomo nella Provincia di Roma, Rapporto a cura di S. Bologna e A. Fumagalli, Provincia di Roma – Assessorato alle politiche del Lavoro e Formazione, Dipartimento III – Servizio V “Osservatorio sul mercato del lavoro”, 2011, p. 43.

 



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