Europa e pensioni

Stampa

Quanta ipocrisia sulle pensioni!

1ª ipocrisia. - Tutti i principali commentatori si sono impegnati a rimproverare il governo per “il ritardo nell’ubbidire all’Europa” sulle pensioni delle dipendenti pubbliche. Poche voci hanno ricordato non solo che le donne in Italia avevano questo particolare trattamento tenendo conto del doppio carico di lavoro, delle maggiori difficoltà avute per entrare in servizio, ma che allungare bruscamente di alcuni anni l’orario di lavoro (c’è un orario settimanale, e c’è un orario complessivo) significa prima di tutto che si liberano meno posti per sostituire chi va in pensione.

Solo qualche giornale ha riportato tabelle che dimostrano che l’età media in cui effettivamente le donne vanno in pensione non è diversa in Italia rispetto ad altri paesi europei come la Francia. Pochi hanno ricordato che le donne non sono “costrette” ad andare in pensione prima, perché se lo desiderano o ne hanno bisogno per completare i contributi necessari possono restare più a lungo. Qualcuno ha accennato fugacemente al problema, ma minimizzando le conseguenze dei pensionamenti ritardati sull’occupazione, come se fosse una legge di natura l’assurda misura decisa dal governo che sostituisce solo il 20 % di chi lascia il servizio. Senza tener conto dei bisogni, degli effetti scardinanti che possono avere in vari settori (soprattutto ma non solo nella scuola) questi bruschi tagli degli organici malamente occultati.

Il fatto è che quasi nessuno (a parte i pochi marxisti rimasti) mette più in relazione la disoccupazione con l’orario complessivo di lavoro, nessuno nei vertici sindacali, ma quasi nessuno tra gli stessi lavoratori colpiti o minacciati, mette al centro delle rivendicazioni la riduzione massiccia e generalizzata dell’orario di lavoro, come obiettivo indispensabile anche se non sufficiente a creare nuovi posti di lavoro nei settori trainanti.

2ª ipocrisia. Anche quel che rimane della sinistra non riesce a mettere in discussione la ridicola affermazione “ce lo chiede l’Europa”. La cosiddetta “Europa” che ce lo chiede, è semplicemente un pugno di burocrati superpagati e al servizio totale del grande capitale. Ce lo chiede, perché i nostri governanti (si chiamino Berlusconi o Prodi) hanno bisogno di un alibi per farci accettare sacrifici tutt’altro che necessari.  La ragione è che il “No all’Europa dei padroni”, una parola d’ordine elementare e comprensibile, che era condivisa almeno da tutta la sinistra cosiddetta “radicale” al momento dell’approvazione del Trattato di Maastricht, è stato accantonato e dimenticato.

Ma che vantaggi ci ha dato “l’Europa”? A parte le solerti campagne di stupidi burocrati contro la produzione del formaggio di fossa e del lardo di Colonnata, o la pesca delle telline, l’Europa di Maastricht non è servita altro che a dare stipendi favolosi a un numero spaventoso di funzionari, senza essere in grado di introdurre un’ombra di regolamentazione degli spostamenti di capitali e quindi di prevenire la crisi.

La sua attività principale è stata quella di denunciare come “privilegi” da combattere ed eliminare le posizioni acquisite dai lavoratori in alcuni paesi, per un livellamento verso il basso. Mai che abbia detto un timido No ai profitti o perfino agli stipendi e ai “bonus” d’oro dei manager di Stato e privati. Ha rappresentato un oracolo incapace di prevedere lo sfascio imminente dell’economia, ma ascoltato e venerato dai padroni dell’informazione, perché ripeteva sempre quello che ciascun governo voleva sentirsi dire, per sostenere che agiva sotto costrizione e per il bene comune. Tagliare salari e pensioni, ecc. “Lo chiede l’Europa”…

La stessa deferenza viene usata con l’ONU, che pure ha dimostrato mille volte la sua impotenza o complicità nei crimini dei potenti, e che viene chiamata in ballo finché serve, salvo sostituirla con altri pezzi della cosiddetta “Comunità internazionale”, una volta la Nato, o l’OSA, altre volte l’Unione Europea ogni volta che c’era qualche difficoltà a far accettare una decisione a qualche membro permanente del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto (esemplare il gioco delle tre carte nei Balcani). Viceversa di certi pareri della “comunità internazionale” i governi europei se ne infischiano. Le blande risoluzioni critiche delle Nazioni Unite verso Israele sono diventate carta igienica, o sono state abrogate alla prima occasione (ad esempio quella che definiva il sionismo un’ideologia razzista). Idem se l’ONU si pronuncia contro l’embargo a Cuba, o critica l’assedio di Gaza, o chiede all’Italia di mettere al bando con una legge il ricorso alla tortura, o denuncia la soppressione dell’ufficio per i rifugiati in quella Libia in cui l’Italia spedisce gli sventurati richiedenti asilo. In questi casi, non è più un obbligo seguire le raccomandazioni degli organismi internazionali…

La posizione marxista classica era sempre stata contraria a ogni illusione negli organismi internazionali. Lenin definiva la “Società delle Nazioni” un’associazione tra briganti imperialisti per spartire il bottino. Naturalmente quando nel 1934 l’URSS entrò in quell’organismo, che non aveva mutato per niente la sua natura, la tradizionale definizione sprezzante venne accantonata da tutto il movimento comunista. Figuriamoci quando l’URSS nel 1945 divenne socio fondatore dell’ONU…  Di questo ho comunque parlato abbastanza in alcuni testi inseriti nel sito, e ad uno di essi in particolare rinvio: Gli Stati Uniti – L’ONU. E ricordo anche i severi giudizi di Guevara, ignorati allora e dopo da una sinistra che ama illudersi: Il Che e l’ONU

La stampa, anche quella del centrosinistra, continua a manifestare deferenza verso l’ONU, anche quando questo organismo si mette in ginocchio di fronte allo Stato di Israele, a cui si perdona tutto, e di cui si accetta la pretesa di giudicarsi da solo. Il Consiglio di Sicurezza colpisce invece con sanzioni l’Iran, che non ha atomiche, e non ha mai compiuto nemmeno un 5 % dei crimini di cui è responsabile lo Stato di Israele. La sua colpa principale è stata quella di aver esagerato nella legittima difesa di fronte all’aggressione dell’Iraq (che era allora stato spinto dall’occidente e dai sovrani più reazionari del Medio Oriente), protraendo la guerra nella speranza di togliere di mezzo il “piccolo Satana”, Saddam Hussein. Una colpa vera, ma insignificante rispetto a quelle delle potenze imperialiste che dopo averlo usato hanno trasformato il dittatore iracheno in un capro espiatorio (anche per questo, non posso che rinviare al mio Tempeste sull’Iraq).

3ª ipocrisia. Anche sorvolando sulla solita Emma Bonino, che si affanna a rimproverare il governo Berlusconi e quelli precedenti per “il ritardo” con cui hanno affrontato i rimproveri dell’Europa per il mancato taglio dei “privilegi” delle donne nel pubblico impiego, anche il resto della sedicente sinistra moderata ha dimostrato la sua più totale incapacità di rifiutare la logica che attacca una dopo l’altra le conquiste strappate a suo tempo con la lotta.

Su questo, mi piace inserire sul sito due brevi testi, uno è di Salvatore Cannavò sulle "superpensioni" (da Il Fatto quotidiano e Il megafonoquotidiano), l’altro è una brevissima nota di Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci (da “il manifesto”) sulle ragioni per cui la cosiddetta sinistra non tocca mai l’argomento del taglio alle spese militari, che invece dovrebbe essere sempre la prima risposta da contrapporre a ogni richiesta di sacrifici. Cfr No a guerra e crisi!. La nota spiega come il tentativo de “l’Unità” di parlarne sia stato bacchettato immediatamente da più parti da autorevoli esponenti del PD.  Sarebbe bene che se ne ricordassero sempre quei residui di “sinistra radicale” che a volte fanno un po’ di voce grossa, ma non hanno altro orizzonte che ritornare nell’ovile del centro sinistra, se fossero accettati. E non mi riferisco al solo Vendola… In ogni caso col centrosinistra ci stanno almeno in tutte le amministrazioni in cui il loro apporto era indispensabile. E ci stanno senza fiatare su questi temi… Altro che autocritiche!

 

Appendice 1

Superpensioni e doppi redditi

Salvatore Cannavò (da Il Fatto quotidiano)

Lo Stato chiede sacrifici ma paga le pensioni pubbliche a dirigenti, parlamentari, ministri che percepiscono contemporaneamente ricchi onorari. Come Mario Draghi, pensionato a 58 anni con 8500 euro al mese ma anche Governatore con 620 mila euro all'anno. E poi Giuliano Amato, Brunetta, Andreotti, Cazzola, e altri

 

Lo Stato chiede sacrifici, blocca gli stipendi, taglia i servizi agli enti locali, quindi ai cittadini, ma continua a sperperare e a incubare sacchi di sprechi e privilegi. Un esempio di questa situazione è dato dalle pensioni pubbliche incassate, mese dopo mese, da diversi dirigenti di Stato, parlamentari, ex presidenti del Consiglio o ex presidenti della Repubblica, che risultano pensionati dell'Istituto dei dipendenti pubblici, l'Inpdap, ma che, allo stesso tempo, continuano a percepire importanti compensi per i loro incarichi pubblici. Siano essi parlamentari, consulenti di ministeri, ministri o ex ministri, senatori a vita, tutti godono di importanti indennità rigorosamente pubbliche e a carico del bilancio generale. Contemporaneamente, percepiscono anche una pensione pubblica. Ma non la pensione che si possono immaginare lavoratori e lavoratrici dipendenti "normali", cioè 700-800 euro al mese, quando va bene 1000 o 1200 euro. No, qui parliamo di emolumenti un po' più corposi: 3 o 4 mila euro al mese, quando va male; quando va bene si arriva a 8 mila e anche a 12 mila euro al mese. Del resto, la Legge 133/2008, la prima "manovra" economica di Tremonti - quella fatta "in 9 minuti" - ha abrogato, dal 2009, il divieto di cumulo, salvo alcune eccezioni, tra reddito di pensione e reddito di lavoro dipendente e autonomo. Così la somma di due redditi, in particolare se pubblici, è del tutto lecita. Peccato che quella stessa legge ha mantenuto le restrizioni per i titolari di pensione di invalidità e di reversibilità. In questi casi, infatti, permangono le restrizioni della riforma Dini, che impongono un taglio progressivo dell’assegno se gli altri redditi superano un determinato importo. Così come sono state mantenute le restrizioni per i seguenti soggetti: lavoratori part time che percepiscono la metà della pensione; lavoratori socialmente utili che percepiscono trattamenti provvisori; titolari di assegni straordinari per il sostegno del reddito pagati dai fondi di solidarietà; i dipendenti pubblici riammessi in servizio nella PA; titolari di assegni contributivi conseguiti con meno di 40 anni di contributi ovvero prima dell’età pensionabile e senza i requisiti previsti dalla legge 247/2007.

La pensione di Draghi

Per il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, il cumulo invece è possibile e la norma applicata dal governo Berlusconi ha avuto un valore significativo. L’alto dirigente italiano, molto stimato in Patria e fuori, tanto da essersi visto assegnato l'incarico di presidente del Financial Stability Board, la commissione del Fondo monetario internazionale incaricata di garantire la stabilità finanziaria nel mondo, non può certo lamentarsi del compenso di cui gode per l'alto incarico che svolge. Eppure, accanto alla sua indennità d'oro, Mario Draghi incassa ogni mese una pensione lorda di 14.843 euro che diventa di 8.614,68 euro al netto delle ritenute. Fino al 2008, tra le ritenute c'era anche la trattenuta per cumulo tra pensione e reddito da lavoro, una condizione che al Governatore "costava" circa 4500 euro al mese. Dal gennaio 2009, questa riduzione della pensione è stata eliminata e così si arriva all'attuale assegno mensile. Un reddito con il quale si vive non male al centro di Roma, sostenendo un tenore di vita medio-alto. Insomma, Draghi il Governatore della Banca d'Italia potrebbe farlo anche gratis. Ma, battute a parte, sarebbe sufficiente sospendere la pensione pubblica fino a quando è in carica nel suo servizio per far risparmiare allo Stato un bel po' di soldini. Da notare che il Governatore, tra i più accaniti sostenitori della necessità di alzare l'età pensionistica per tutti, uomini e donne, beneficia del suo assegno mensile dal 2005, il che vuol dire che è andato in pensione all'età di 58 anni.

Non ha più incarichi di governo o similari ma in quanto a collezione di cariche prestigiose Giuliano Amato non scherza. E' il presidente dell'Enciclopedia Treccani, da quest'anno è stato nominato senior advisor della Deutsche Bank e soprattutto Presidente del Comitato Garanti per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia in sostituzione del presidente Ciampi. E' poi ex parlamentare, ex primo ministro e gode quindi delle relative indennità. Eppure, accanto a tutto questo, incassa anche una pensione lorda mensile di 22 mila euro che si traduce in un assegno netto di 12.518 euro. Vale la pena di ricordare che si tratta di un importo pari a 20 volte (venti volte) una pensione al minimo che oggi è pari a 530 euro mensili e che è appannaggio di milioni di persone. Lo segnaliamo per amor di cronaca.

Il cumulo di Brunetta

Andiamo avanti con segnalazioni eccellenti. Il nemico giurato dei "fannulloni" pubblici, colui che vorrebbe "colpirne uno per educarne cento" e per il quale i dipendenti dell'amministrazione pubblica certo non stravedono fa parte di questa lista di privilegiati. Renato Brunetta, infatti, all'età di 60 anni si è messo in pensione come docente percependo una pensione che, paragonata a quelle precedenti, sembra modesta ma che comunque equivale a 3 mila euro netti al mese. Però Brunetta è parlamentare e ministro e a occhio e croce dovrebbe intascare circa 20 mila euro al mese che gli provengono sempre da denaro pubblico. Più la pensione. E che dire di un altro fustigatore del lavoro dipendente, di uno che vorrebbe portare l'età pensionabile a chissà quale limite, sempre in prima fila a chiedere correzioni liberiste al bilancio dello Stato dal quale, però, incassa una pensione di 6.385 euro al mese godendo, contestualmente, dell'indennità di parlamentare che, ricordiamo, sfiora, tutto compreso, i 15 mila euro al mese. Parliamo di Giuliano Cazzola, classe '41, già dirigente generale del Ministero del Lavoro, impegnato in Cgil fino ai primi anni 90 e poi spostatosi su posizioni "liberalsocialiste" in linea con alcuni suoi "compagni" di partito come Sacconi e Brunetta. Oltre a essere parlamentare, Cazzola è anche professore a contratto presso l'Università di Bologna e collabora con diversi giornali quotidiani.

Indennità a vita

Poi ci sono alcuni casi più che curiosi. Parliamo dei senatori della Repubblica, ma quelli veri, i "padri" della Patria, i senatori a vita. Citiamo solo due esempi, collocati su posizioni diverse: Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro. Il primo, ha una "pensioncina" di 3.440 euro netti che gode dal 1992. Contemporaneamente, oltre a essere stato praticamente tutto nella storia della Repubblica è anche senatore a vita. Insomma, ha una indennità vitalizia garantita e potrebbe certo fare a meno di quella pensione pagatagli dall'Inpdap. Stesso discorso per Scalfaro che, oltre a essere senatore a vita è stato anche Presidente della Repubblica e che usufruisce di un assegno mensile di 4.774 euro.

E poi tanti altri casi, di centrodestra o di centrosinistra. L'ex ministro Scajola che probabilmente a sua insaputa, percepisce una pensione netta di 2.625 euro in qualità di dipendente Inpdap - dove però giurano di averlo visto poco - e che è anche parlamentare (e vedremo cosa ci riserverà il futuro); Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera, una vita in Parlamento ma anche pensionato pubblico con 3.258 euro al mese; il pd Giuseppe Fioroni, la cui pensione impallidisce al cospetto delle altre, ma che pure all'indennità parlamentare aggiunge 1.218 euro al mese. Fino ad arrivare a Antonio Di Pietro, andato in pensione all'età di 45 anni, nel 1995 e titolare di una pensione di 1.956 euro al mese a cui aggiunge le altre indennità cui ha diritto.

Uno studio dei Cobas-Inpdap - autori di un volumetto in cui sono state pubblicate queste cifre - stima in circa 25 mila i fruitori di pensioni cumulate ad altri redditi provenienti da consulenze, incarichi parlamentari e altro. «Se si applicasse ai personaggi riportati nel nostro elenco (oltre ai già citati ci sono anche Mario Baldassarri, Sergio D'Antoni, Publio Fiori, Giorgio Guazzaloca, Antonio Martino, Andrea Monorchio, Girolamo Sirchia e altri ancora ndr.) il divieto di cumulo - ci spiega Ettore Davoli, del Cobas Inpdap di Roma - in quanto percettori di altri redditi, che non sono certo redditi da fame, potremmo avere un risparmio di circa 193 mila euro mensili». Il risparmio complessivo potrebbe essere quindi molto alto, se non i 3 miliardi calcolati dal Cobas sicuramente una cifra compresa tra 1 e 2 miliardi di euro. Una piccola manovrina e una misura di equità.

Appendice 2

 

 



Tags: Crisi  Bonino  Prodi  Berlusconi  PD  sindacati  ONU  spese militari  Tommaso Di Francesco  Manlio Dinucci  Salvatore Cannavò  Ernesto Che Guevara  Europa  Maastricht  Lenin