Campismo acritico e internazionalismo

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Ogni tanto qualche compagno mi segnala qualche articolo aberrante uscito in qualcuno dei siti “campisti”, a volte con attacchi personali a me, accusato incredibilmente di attiva collaborazione con la CIA per una preconcetta ostilità verso Cuba e verso il Venezuela, e anzi definito addirittura “un utile servo del sistema sotto-culturale capitalistico” [http://www.militant-blog.org/?p=15671#comments]. Come “discolparsi”?.

Non perdo tempo a rispondere alle calunnie di personaggi che forse hanno scoperto Cuba solo quando è svanito il loro mito fondatore, la rivoluzione culturale cinese, e l’Unione sovietica brezneviana (verso la quale si erano spostati successivamente) è crollata insieme alle propaggini del suo impero, lasciando un cumulo di macerie e una fioritura di gruppi rossobruni. Il gruppo dirigente cinese (sempre in nome di Mao) ha avviato un’impetuosa crescita del capitalismo in patria e una sua proiezione imperialista in vari continenti. lo ricordo perché non dimentico quanto eravamo pochi a sostenere e difendere Cuba (e Che Guevara...) negli anni dell’infatuazione maoista.

Naturalmente la difesa di Cuba dall’imperialismo non escludeva le critiche, nello spirito che aveva caratterizzato Guevara, e spesso riprendendo riflessioni scritte (anche se spesso non pubblicate) a Cuba da chi era stato vicino al Che, e aveva resistito al cosiddetto “Quinquennio grigio” [in realtà era durato ben di più] che aveva cercato di imporre all’isola quelle concezioni e quei metodi tardostalinisti che avevano già allarmato l’ultimo Guevara. Tra l’altro, spesso, alcune delle critiche le avevo fatte francamente in riunioni pubbliche a Cuba, sia in conferenze all’Università dell’Avana e in quella di Matanzas, sia a Niquero, nella provincia di Granma, nel quadro di un progetto di solidarietà di lunga durata. C’erano molti d’accordo, alcuni no, ma nessuno ha pensato di bollarmi come controrivoluzionario come fanno certi bigotti da noi.

Tuttavia non era Cuba la mia preoccupazione principale di studio, ma il sistema sorto intorno all’URSS, che mi appariva da tempo minato da contraddizioni profonde. Ho cominciato il mio internazionalismo concreto, fatto anche di studio, nel 1956, quando appena diciottenne partecipavo ai dibattiti della sezione universitaria (con decine di docenti del calibro di Sapegno, Colletti, Caracciolo, Melograni, Asor Rosa, Tronti, ecc.). Avevo già dei dubbi sulle inverosimili interpretazioni chruscioviane del “culto della personalità” al XX congresso del PCUS ed ero istintivamente solidale con la rivoluzione dei consigli ungherese su cui si discuteva appassionatamente. Poi, finite le riunioni, andavo a via IV Novembre dove c'era la sede dell'Unità a presidiarla insieme ai robusti compagni della sezione dell'azienda del gas, per proteggerla da attacchi fascisti. Mio padre, un generale ultra conservatore, mi cacciò di casa dicendo che sarei finito impiccato per i piedi come i miei "amici di Budapest" di cui c'erano le foto su tutti i giornali, senza che gli rispondessi che non erano miei amici ma poliziotti che avevano sparato sulla folla. Comunque, poco convinto dalla dinamica di quei prestigiosi intellettuali, rimasi per anni non solo iscritto ma attivo militante del PCI.

Ma sempre studiando. Già nel 1957 andai per un mese in Jugoslavia, che ospitava 200.000 e più esuli ungheresi, per capire meglio cosa era successo, e da allora ho sempre seguito da vicino le vicende di Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia, e naturalmente dell’URSS, a cui ho dedicato anche alcuni libri, ma che mi hanno insegnato tante cose: soprattutto che dopo anni di isolamento chi si opponeva da sinistra, da marxista, a quei regimi a volte perdeva la speranza; a volte si rifugiava in una religione, come il generale Grigorienko, che aveva guidato per anni un’opposizione leninista centrata sulla difesa delle minoranze nazionali e poi a sessant’anni si era convertito alla chiesa ortodossa. Era uno dei sottoprodotti della repressione combinata alle calunnie dei fanatici e dei servi, e al rifiuto di ascoltare le ragioni degli oppositori di sinistra da parte degli ipocriti e opportunisti.

Ma non era l’unico sottoprodotto. La successione periodica di crisi in vari paesi sedicenti “socialisti”, che era cominciata nel 1953 con la rivolta operaia di Berlino Est e quella di Poznan, anche se testardamente negate dalla maggior parte dei comunisti, che la attribuivano a sobillazioni naziste o imperialiste, a lungo andare scuoteva la fede cieca di una parte degli iscritti al PCI. I più ottusi si tranquillizzavano immaginando che lo scopo di quelle proteste fosse di incidere sui risultati delle elezioni italiane, ma ogni anno c’erano fughe dal partito e da ogni forma di militanza di compagni delusi. Pesò il ripetersi delle proteste operaie in Polonia, anche se per non riflettere sulla crescita impetuosa di un sindacato indipendente con cui il governo era costretto a trattare da pari a pari, c’era chi si aggrappava alla penna con l’immagine della madonna di Czestochova con cui Walesa firmava gli accordi di Danzica, dimenticando che le prime manifestazioni di Poznan del 1956 sventolavano invece bandiere rosse di fronte ai carri armati del “potere popolare” che li cannoneggiavano. Finire sotto l’influenza della chiesa non era una fatalità...

I difensori acritici e incondizionati dell’URSS e dei suoi satelliti si basavano in genere sulla scarsa conoscenza dei tragici antefatti, fino a quando quel sistema cadde come un castello di carte. Per un po’ solo i più imbecilli continuarono a dar la colpa del crollo al papa o all’imperialismo yankee senza domandarsi come mai quelli ed altri nemici giurati della rivoluzione bolscevica ci fossero da sempre, ma senza riuscire a molto finché bene o male il sistema cigolava, ma reggeva.

Io ho continuato a combinare militanza e studio per oltre sessant’anni, e ho visto intere generazioni di compagni abbandonare la lotta quando facevano dolorose verifiche: se ne andavano a casa, sbalorditi per esempio dai Boat Peuple e dalla guerra tra Cina, Vietnam e Cambogia. Quelli come me che sapevano quanto il cancro stalinista avesse raggiunto anche la penisola indocinese, ma non avevano rinunciato all’impegno internazionalista in difesa di rivoluzioni vere anche se già deformate, hanno retto, chi aveva idealizzato il processo e santificato i suoi leader, è più facilmente crollato. Lo stesso è accaduto dopo il 1990 con tantissimi giovani che erano cresciuti col mito della rivoluzione sandinista, e rimasero scandalizzati sia dal vergognoso accaparramento privato di beni pubblici (la cosiddetta piñata) sia dai successivi tentativi di ritornare al governo con alleanze “contro natura”, con la destra e col cardinale, sulla pelle delle donne e dei lavoratori.

Potrei continuare a spiegare con molti altri esempi che si poteva (anzi si doveva) difendere rivoluzioni anche mantenendo uno spirito critico. Come aveva fatto tra l’altro Rosa Luxemburg con la rivoluzione russa. O era anche lei “oggettivamente complice” degli aggressori imperialisti e delle bande Bianche?

Il problema è che questi difensori acritici di Maduro pensano di cavarsela con qualche ammissione che il loro idolo “non è perfetto”, ma intanto rifiutano di ascoltare chi in Venezuela lo critica con dati fattuali precisi, come i compagni che ho ospitato sul sito, ad esempio Edgardo Lander in La crisi del Venezuela della rendita petrolifera

Sono compagni che si preoccupano per l’incapacità di Maduro e soci di fronteggiare una crisi economica e sociale ormai senza confronti possibili, e quindi per un possibile esito tragico non solo per lo spargimento di sangue, ma per le occasioni di intervento offerte a un imperialismo infame, che finora aveva fatto ottimi affari con i dirigenti venezuelani e con i vertici dell’esercito. [Vedi Le “riforme” di Maduro]. Oggi questo imperialismo abbastanza ammaccato, e che in molti casi si limitava ad abbaiare perché i tentativi di “mordere”, dalla guerra di Corea in poi non hanno avuto esito positivo per gli Stati Uniti, può essere tentato dal colpo grosso, la rapina del XXI secolo. Ma per provarci, ha bisogno di un paese spaccato e di un governo debole e rissoso che vorrebbe tutto il potere per sé senza discutere minimamente con chi rappresenta bene o male la metà della popolazione. Nicolás Maduro e Diosdado Cabello, bravissimi già nel liquidare i compagni critici nel proprio schieramento, chiamano in blocco “nazisti” un po’ tutti, mentre l’opposizione è una coalizione di scontenti di varia provenienza, dai fascisti ai socialdemocratici e democristiani, ma anche ad ex guerriglieri formatisi nel PCV, coalizione litigiosa che potrebbe probabilmente essere messa in crisi da un’offensiva davvero dialogante, non certo con la furberia di proporre le elezioni per sostituire chi è stato eletto in elezioni regolari, senza mettere in discussione anche le ultime elezioni presidenziali, clamorosamente falsate da una CNE di parte. (segue)

PS riprenderò presto l’argomento affrontando il modello ideologico dei paladini del “campo antimperialista” partendo da una breve panoramica della cinica politica estera cinese già al tempo di Mao, e dalla diffusa abitudine di considerare in ogni situazione gli Stati in base alla disponibilità dei loro governi ad accordi, anziché le diverse classi sociali; abitudine che caratterizzava già la politica sovietica fin dagli anni Trenta, con la conseguenza che nel 1939-1941 si definivano “imperialiste” Gran Bretagna e Francia mentre la Germania era “amante della pace”...(a.m.)

 



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