Ancora sul “campismo”

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Mi ero ripromesso di riprendere l’argomento affrontando il modello ideologico di molti dei paladini del cosiddetto “campo antimperialista” e pensavo di partire da una breve panoramica della cinica politica estera cinese già al tempo di Mao, giustificata allora da gran parte della “nuova sinistra” con cui avevo polemizzato per anni in scomode battaglie controcorrente. Ma rischiavo di sbagliare bersaglio. In realtà da almeno quattro decenni la forza di attrazione ideologica della Cina in Italia e in Europa si è ridotta molto. D’altra parte anche in passato la Real politik non era un’esclusiva della Cina, anche se in questo caso colpiva di più per la stridente contraddizione con le sue proclamazioni rivoluzionarie: l’abitudine di valutare in ogni situazione gli Stati in base alla disponibilità dei loro governi ad accordi, anziché le diverse classi sociali che vi detenevano il potere, era diffusissima. Ad esempio caratterizzava la politica sovietica fin dagli anni Trenta, ma con prime manifestazioni già negli anni Venti, che anticipavano una attenuazione della polemica nei confronti della politica coloniale e anche interna della Gran Bretagna, per rassicurarne il gruppo dirigente nell’illusione di facilitare prima un accordo commerciale, poi un’intesa contro il nazismo. Obiettivi legittimi, ma non ad ogni costo...

Sintomatico che, durante il periodo dei Fronti Popolari, la polemica del Comintern e dei vari partiti comunisti si concentrò contro la Germania nazista, evitando di caratterizzare come imperialisti i paesi occidentali, salvo capovolgere l’orientamento nel 1939: nel 1939-1941 si definivano “imperialiste” Gran Bretagna e Francia mentre la Germania venne presentata come “amante della pace” in un famoso discorso di Molotov... Tale atteggiamento venne nuovamente cambiato nel 1941 dopo l’aggressione nazista. Negli anni della seconda guerra mondiale i nazionalisti indiani o arabi o indonesiani che non rinunciavano alla lotta per l’indipendenza venivano definiti “fascisti”. Viceversa diventavano “democratici” personaggi come il cubano Fulgencio Batista, con un notevole passato di assassino di rivoluzionari e un prossimo futuro di dittatore spietato, solo perché essendo un fantoccio degli Stati Uniti aveva dichiarato guerra alle potenze dell’Asse. Batista nel 1942 inserì nel suo governo due ministri comunisti, Juan Marinello e Carlos Raphael Rodríguez. La sezione latinoamericana del Comintern era affidata in quegli anni alla tutela del segretario del PCUSA, Earl Browder, che sarà successivamente sconfessato, senza che insieme al “browderismo” sia mai stata messa in discussione nei partiti comunisti latinoamericani la collaborazione di classe, almeno fino alla vittoria della rivoluzione cubana che di quella linea fu la sconfessione clamorosa.

L’accettazione tacita dell’inevitabilità della collaborazione di classe in quasi tutta la sinistra italiana, comportò prima di tutto un mancato bilancio dell’esclusione di PCI e PSI dal governo nel maggio 1947 (e di conseguenza anche dei “costi e benefici” della permanenza in un governo borghese). Per anni la rottura non era stata attribuita all’incompatibilità tra gli interessi dei lavoratori e quelli dei partiti borghesi, ma solo alla sobillazione dell’imperialismo (s’intende di quello “americano”, perché degli altri paesi imperialisti compreso quello italiano si evitava di parlare). Mancava una riflessione sugli errori fatti, in primo luogo sperperando il grande consenso acquisito nella lotta armata, e utilizzando il prestigio dei combattenti partigiani e dei dirigenti arrivati dall’esilio per aiutare una borghesia debole e parassitaria a ricostruire il suo apparato repressivo. Altrimenti si sarebbe dovuto parlare della possibilità di una strada diversa da quella intrapresa in Italia e in altri paesi dell’Europa occidentale, e domandarsi se questa era stata una scelta davvero obbligata.

Nel senso comune di gran parte della sinistra, compresa quella sedicente “radicale”, la storia non si può fare con i se, e nulla di diverso da quel che è accaduto poteva accadere. Invece non è così per varie ragioni: prima di tutto molti militanti avevano dei dubbi, e la stessa proposta iniziale scritta da Togliatti nel febbraio 1944 aveva detto esplicitamente che era impossibile la collaborazione con il re e Badoglio, in quanto i due personaggi erano il punto di riferimento per tutti i reazionari. La formula fu modificata dicendo che i comunisti erano disposti a collaborare anche con il re e Badoglio, purché si impegnassero a lottare seriamente contro il fascismo. Come dire: siamo disposti ad affidare il gregge a un lupo, purché si impegni a una dieta vegetariana... L’assurda modifica fu fatta da Togliatti solo dopo un colloquio con Stalin, come è risultato da documenti trovati dallo storico comunista Aldo Agosti negli archivi del PCUS. La strategia che Togliatti con il “suggerimento” di Stalin impose al partito subito dopo il suo arrivo in Italia, la cosiddetta “svolta di Salerno”, comportava inevitabilmente la rinuncia immediata alle aspirazioni del movimento partigiano subordinandolo a un reuccio e un maresciallo entrambi collaboratori attivi del fascismo e personalmente ben noti come disonesti e vigliacchi. Di fatto così si rischiava di rinviare alle calende greche non solo l’eliminazione della monarchia ma anche e soprattutto le trasformazioni sociali che avevano motivato l’impegno di tanti combattenti partigiani.

Perché? C’era una logica chiarissima in Stalin, allora indiscusso: rispettate la nostra area di influenza, aveva spiegato al duttile Churchill nell’ottobre 1944, e noi rispetteremo lealmente la vostra. Era a Mosca che ne hanno discusso, e non a Yalta come dice un luogo comune messo in circolazione per negare l’accordo, basandosi sul fatto che effettivamente a Yalta la spartizione dell’Europa non figurava nei verbali della Conferenza, ma lo stesso Churchill ne ha parlato con brutale franchezza nella sua monumentale Storia della seconda guerra mondiale, che riporta anche una sua lettera a Roosevelt in cui ammette che Stalin in Grecia ha rispettato i patti ed esclude che si possa applicare alla Jugoslavia, già praticamente libera, la divisione fifty fifty degli interessi come previsto negli accordi di Mosca.

Quel che accadde dunque non era inevitabile: la Jugoslavia appunto seguì un'altra strada, che non accettava il compromesso con il re e i latifondisti che lo sostenevano, e che risultò vincente. Per una certa fase il successo jugoslavo facilitò la vittoria partigiana anche in Grecia, perché le molte divisioni naziste che occupavano questo paese dovettero ritirarsi in fretta per non essere tagliate fuori da qualsiasi rifornimento per il dilagare della rivoluzione in Jugoslavia. In Grecia però gli ufficiali sovietici presenti ad Atene come ufficiali di collegamento con le truppe britanniche fatte arrivare proprio per recuperare un paese cruciale per il controllo delle rotte del Mediterraneo, riuscirono nel dicembre ’44 a convincere i comunisti locali ad accettare il disarmo dei partigiani che avevano liberato da soli la Grecia, e ad accogliere come amici i britannici. E fu strage, frutto di una collaborazione di classe locale e internazionale.

Si può discutere sulle ragioni di quel che accadde dopo, sia sul terreno dell’involuzione dell’esperimento jugoslavo, sia con gli errori tardivi di estremismo insurrezionale del pc greco, due vere tragedie, ma è altra questione: quel che voglio sottolineare è ancora una volta che le strade diverse erano state non solo pensate da militanti più lungimiranti, ma anche messe in pratica. Su questi temi, vedi qui.

Su questi temi per decenni si è discusso appassionatamente. Si direbbe però che i “campisti” attuali ignorino completamente queste vicende storiche complesse e semplicemente scelgano volta a volta un paese faro, per cui tifano come se fosse la loro squadra di calcio, di cui non ammettono si possa dubitare, e che anzi è sempre la migliore, dato che quando perde è sempre colpa della scorrettezza di quella avversaria e naturalmente dell’arbitro. Durante le guerre balcaniche hanno difeso Milosevic, credendo di difendere la Jugoslavia, cancellando dalla loro memoria quel che aveva fatto dapprima per fondare sull’inverosimile mito di una battaglia di sei secoli prima lo sciovinismo panserbo, poi per rendere irreversibili a suon di bombe i conflitti e l’esplosione della federazione. Poi hanno scelto un'altra squadra, la Siria o il Venezuela identificato con Maduro, sempre vedendo ogni scontro interno a un paese come frutto di manipolazioni esterne. Ogni volta bollando con epiteti infamanti chi non condivide il loro manicheismo e ha una chiave di lettura diversa.

Il campismo si fonda soprattutto su una rappresentazione dell’imperialismo [in genere si allude sempre e solo a quello americano] visto come pressoché onnipotente: sta dietro ogni evento e ne è il motore occulto. Una concezione errata su vari piani: prima di tutto gli Stati Uniti hanno commesso nel corso della loro storia lontana e recente molti errori di valutazione, e hanno perso risorse e uomini in guerre insensate, nonostante l’enorme asimmetria tra il loro potenziale militare e quello del paese prescelto come nemico: Corea del Nord e Vietnam, in primo luogo, ma anche Afghanistan, Iraq, Siria, ecc. E andrebbe anche valutata la sensatezza delle risorse favolose sperperate per assicurarsi alleati tutt’altro che leali in Medio Oriente o in Africa. Comunque nell’arco di quasi due secoli, hanno tentato centinaia di volte di usare la forza per “punire” un paese troppo indipendente, ma con risultati raramente duraturi. Il movente principale sarebbe la conquista delle risorse di petrolio ma è una spiegazione semplicistica: sia perché spesso c’è un effetto boomerang, come nell’Iran in cui rovesciano Mossadeq che voleva solo un prezzo onesto del petrolio pur senza essere un rivoluzionario, e si ritrovano dopo pochi anni a fare i conti con la repubblica islamica che li umilia sequestrando i suoi diplomatici, e resiste poi all’attacco dell’Iraq in quel momento incoraggiato proprio da Stati Uniti e monarchie del Golfo. Anche le due guerre contro l’Iraq, se avevano come obiettivo il suo petrolio (che Saddam era più che disposto a vendere anche agli USA) non hanno fruttato molto, tra l’altro perché una pura e semplice rapina nello stile del colonialismo del XIX secolo non sarebbe stata accettabile dai soci imperialisti interessati alle stesse riserve. Ancor più fallimentari i molti tentativi di vendicare lo smacco subito in diverse occasioni dalla imprevista e per loro imprevedibile rivoluzione cubana.

Insomma gli imperialisti ci provano sempre, e quando riescono nel loro intento non basta (anzi non serve proprio) ripetere che sono infami e cinici, bisogna vedere quali errori delle vittime designate gli hanno consentito o facilitato la vittoria. È quello che sarebbe stato necessario fare dopo il successo di Pinochet in Cile. Cominciando a porsi la domanda se era giusto che Allende si illudesse di arginare la destra nominando Pinochet alla testa dell’esercito, come Kerenski aveva fatto nominando Kornilov, e il governo di Fronte Popolare spagnolo lasciando nei posti chiave Francisco Franco e gli altri generali golpisti. In tutti questi casi ad opporsi non erano “i soliti scontenti con il senno di poi”, ma cospicue minoranze, di cui una sola è riuscita a riparare al folle errore, i bolscevichi, i cui principali esponenti al momento del golpe di Kornilov erano in carcere o in clandestinità. E in Cile a chiedere di armare il popolo in tempo per scoraggiare i militari traditori non era solo il MIR o altre minoranze, ma i cordones industriales che organizzavano settori popolari importanti. C’era ancora nella memoria di alcuni il successo della resistenza spontanea ai golpisti spagnoli nel luglio 1936, che combinando l’uso della propaganda diretta con quello delle poche armi disponibili sconfisse il golpe conquistando le caserme nelle maggiori città spagnole. E per i pochi trotskisti c’era la consapevolezza e la difesa della geniale tattica leniniana che sconfisse contemporaneamente Kornilov e Kerenski.

In Cile lo scontro era inevitabile, ma veniva negato con argomenti falsi, col risultato di impedire di prepararsi ad affrontarlo. Ad esempio il vicesegretario generale del PC cileno Volodia Teitelbaum, ospite del Festival dell’Unità, assicurò che non c’era pericolo di golpe, e che l’esercito era fedele come sempre. L’intervista, rilasciata il giorno prima, era in edicola quando arrivò la notizia del golpe e della sua ferocia. Molti altri non si erano tappati gli occhi di fronte ai preparativi dei militari e chiedevano armi per fronteggiarlo, invece di lasciare reprimere i marinai che avevano denunciato i tentativi di golpe ed erano stati lasciati nelle carceri in balìa dei loro superiori. Ma del Cile ho parlato abbastanza, e d’altra parte sul mio sito nel dossier La tragedia del Cile si possono trovare le riflessioni fatte a caldo e subito prima del golpe, e anche un’intuizione di Guevara più di dieci anni prima. Non si dica che era impossibile prevedere quel che è successo!

Ci sono naturalmente molte cose che rendono diversa la situazione venezuelana di oggi da quella cilena di ieri, e non ne avrei parlato se non avessi sentito che viene evocata per confermare che “l’imperialismo è infame”, cosa per me scontatissima ma non modificabile, mentre quel che si può modificare è il modo di fronteggiarlo. Sono realtà diverse prima di tutto per il diverso carisma dei due presidenti. Allende era amato perché aveva una lunga storia di coerenza, anche se era un inguaribile riformista¸ di Maduro dico solo che nelle prime elezioni dopo la morte di Chávez (che vinse di stretta misura, ma senza trucchi) ottenne due milioni di voti meno del numero degli iscritti al suo partito, il PSUV. Le difficoltà economiche del governo di Unidad Popular erano frutto davvero di un’aggressione feroce, esterna e anche interna, mentre in Venezuela, oltre a essere incomparabili per dimensioni, sono il frutto soprattutto di errori macroscopici facilitati dall’allontanamento sistematico dal governo di ogni voce critica, mentre si affidava il timone del paese a una casta militare che forse in maggioranza non è golpista, ma che sa curare bene i suoi interessi. Eppure, come al tempo di Unidad Popular, la scelta non è tra un leader popolare e l’imperialismo, ma su quale è il modo migliore per opporsi all’imperialismo. Non lo capiscono diversi compagni, che ripetono sempre che Maduro “ha dei limiti”, ma è comunque il “male minore”. Riflettano su quel che diceva Gramsci del “male minore” che è sempre un male, e prepara l’adattamento a mali maggiori. E la politica economica di Maduro, ben prima delle sanzioni di Trump, e cioè in anni in cui continuava a fare accordi con le grandi multinazionali minerarie e del petrolio, ha affamato il paese, rafforzando enormemente un’opposizione spregevole e incapace oltre che litigiosa.

Ma ho il sospetto che molti di quelli che hanno rifiutato analisi e dati sul Venezuela in realtà non hanno molta fiducia in Maduro, ma escludono di prendere in esame le proposte dei “chavisti critici” semplicemente perché sono pochi. Possibile che non abbiano insegnato nulla le tante sconfitte dovute a scelte sbagliate di una direzione, incapace di combattere il nemico di classe, ma abilissima nell’escludere e mettere a tacere le voci critiche?

(a.m.)



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