India e Cina

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L’India alla conquista di un ruolo mondiale

 

 

Questo articolo è apparso sul num. 39 di ERRE, in forma inevitabilmente ridotta per arginare la esagerata lunghezza dei miei articoli, e lasciare spazio sia alla nutrita sezione dedicata alle lotte, da quelle per l’acqua a quella contro la mafia (cercando di dare attenzione anche alle “prove di autorganizzazione”), sia al dibattito sulla crisi, con i saggi di Marco Bertorello e Danilo Corradi, Michel Husson e Lidia Cirillo. D’altra parte l’informazione internazionale di questo numero affronta anche le rivolte operaie del dimenticatissimo Sudafrica, che per altri sembra esistere solo come paese che ospita i mondiali di calcio. Il numero può essere richiesto ai compagni di sinistra critica nelle manifestazioni o nelle loro sedi, o scrivendo a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

Dato che era stato necessario tagliare drasticamente l’articolo lo pubblico già ora sul sito. Le parti che non è stato possibile pubblicare sulla rivista sono in corpo più piccolo.

 

 

Si parla poco dell’India. Per etichettarla come grande potenza democratica, bisogna sorvolare sulla repressione violenta degli adivasi (le popolazioni tribali originarie del continente) e dei maoisti, e soprattutto sugli scontri etnici e religiosi pilotati a volte dal governo; ha avuto per decenni un rapporto non facile e contraddittorio con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per i loro rapporti strettissimi con un Pakistan armatissimo e con un peso schiacciante dei militari anche nei rari periodi in cui formalmente il potere era nelle mani di civili. Un Pakistan che continua ancora oggi ad appoggiare gruppi armati ed azioni terroristiche non solo nel Kashmir conteso, ma anche nelle grandi città come Mumbai. Ma per fermare il Pakistan, sarebbe necessario risolvere politicamente il problema del Kashmir consultando la popolazione. L’ultima cosa a cui pensano i dirigenti indiani.

 

Molti dei problemi dell’India sono un eredità della dominazione coloniale: in primo luogo ovviamente la tragica separazione del Pakistan al momento dell’indipendenza, con frontiere irrazionali e determinate a volte dalle scelte di un sovrano feudale, e più spesso da operazioni di “pulizia etnica” (anche se questa definizione è in parte impropria, dato che la divisione non era propriamente etnica, ma si basava su una artificiosa separazione in base alla religione anche di appartenenti alla stessa etnia).

La Gran Bretagna, infatti, per gestire un paese immenso e non omogeneo mantenendo una presenza militare diretta relativamente ridotta, aveva dovuto fin dall’inizio puntare a dividerlo in base alle etnie (che sono moltissime), assicurandosi l’appoggio di una miriade di principi o sovrani feudali, a cui garantiva l’intangibilità dei rapporti sociali esistenti, compreso il sistema delle caste. Quando però era apparso evidente che non sarebbe più stato possibile rinviare il riconoscimento dell’indipendenza, aveva puntato soprattutto sulla contrapposizione tra indù e musulmani, che ebbe come conseguenze non solo il lungo lascito di conflitti religiosi, ma anche l’assemblaggio di regioni con storie, costumi, lingue diversissime nel Pakistan, col risultato di rendere praticamente inevitabile nel 1971 l’esplosione del nuovo Stato, con la formazione, anch’essa cruenta, del Bangladesh.

In alcuni dei suoi libri sul Pakistan Tariq Ali ha ricostruito come la spartizione del subcontinente indiano sia sfuggita di mano perfino al “padre fondatore” della Lega musulmana, Mohammed Ali Jinna, che fino all’ultimo aveva creduto di poter usare l’idea di uno Stato islamico separato solo come “una merce di scambio per ottenere salvaguardie istituzionali a vantaggio dell’ampia minoranza musulmana nell’India post-indipendenza”, e nel 1946 era pronto a un onorevole compromesso. Questo fu però rifiutato dai leader del Congresso, “ottusi e arroganti”, e che non perdonavano alla Lega di avere a lungo collaborato (ben ricompensata) con il potere coloniale, anche dopo che la scelta dell’indipendenza era diventata inevitabile e possibile.

Soprattutto nel suo ultimo libro (Il duello. Il Pakistan sulla traiettoria di volo del potere americano, Baldini & Castoldi, Milano 2008), Tariq Ali ricostruisce molti momenti in cui contadini musulmani, indù e sikh avevano lottato insieme, non nel lontano 1857 ma perfino nel 1946, contro i britannici ma anche contro i proprietari musulmani…

Quegli scioperi, e perfino un ammutinamento della Royal Indian Navy del febbraio 1946, che ricordava molto quello del Potiomkin del 1905, furono sconfessati tanto dal partito del Congresso (Gandhi compreso, che temeva che “consegnassero l’India alla feccia”) che dalla Lega musulmana, e le manifestazioni operaie di appoggio alla flotta a Bombay furono tranquillamente represse dalla polizia sotto comando britannico con oltre cinquecento morti…

 

Contrariamente alle due vulgate (quella occidentale, convergente con quella maoista nell’assolvere i dirigenti reazionari e militaristi del Pakistan, e quella filo indiana che attribuiva invece ogni responsabilità ai musulmani), l’involuzione dei due paesi fu speculare, e i frequenti conflitti di confine servirono a scavare un solco che separava definitivamente un popolo che aveva una lunga storia comune e molte più ragioni per stare insieme che per dividersi.

Ma Tariq sottolinea che nonostante tutto in vari momenti è riaffiorata l’anima radicale e laica di un settore non trascurabile dei pakistani: ad esempio con il grande e prolungato movimento studentesco del 1968, che scosse e unificò per qualche tempo l’intero paese, che due anni dopo sarebbe esploso irreparabilmente. Quel movimento durò cinque mesi, e fu represso con un tragico bilancio di centinaia di morti e feriti. Anche nel 2007 un grande movimento laico e democratico di giudici e avvocati indicò chiaramente che il fondamentalismo era un fenomeno abbastanza circoscritto.

 

Il Pakistan è stato a lungo presentato positivamente in Occidente perché era un alleato sicuro, buon cliente dell’industria degli armamenti, e principale collaboratore degli Stati Uniti nella destabilizzazione dell’Afghanistan nell’epoca in cui i governi di quello sventurato paese erano amici dell’URSS. Quando in epoca più recente il Pakistan ha cominciato ad apparire poco affidabile, si è attribuita ogni responsabilità agli integralisti islamici, nonostante risultassero assolutamente minoritari in ogni elezione non troppo truccata, e fossero stati coltivati e protetti dalla potente ISI (la CIA pakistana) e da quell’esercito golpista che invece è stato sempre presentato in occidente come baluardo della stabilità e quindi della democrazia.

Ma anche l’India, di cui Washington per molti anni non aveva apprezzato gli stretti legami con l’URSS (soprattutto per le forniture militari e gli aiuti indispensabili per costruire grandi acciaierie e impianti idroelettrici), dopo il crollo del sistema sovietico è diventato un “paese rispettabile”, su cui ora molti in Occidente scommettono come contrappeso alla potenza cinese. Ma può riservare molte sorprese.

L’India ha avuto un impetuoso sviluppo nel settore dell’informatica: Bangalore è considerata il cuore di una nuova Silicon Valley. Quando alla fine del 1999 si profilò lo spettro di un gigantesco blackout previsto per il 31 dicembre, le imprese statunitensi per rinnovare i propri sistemi informatici dovettero ricorrere al lavoro di migliaia di società indiane. D’altra parte moltissimi tecnici indiani sono stati accolti e ben inseriti negli Stati Uniti. Ma anche nelle biotecnologie l’India è diventata una potenza in continua crescita.

 

Nell’ultimo decennio la sfida con la Cina ha cambiato carattere: non ci sono più, o sono quasi simboliche, le cannonate tra i ghiacciai, ma i due paesi si sono proiettati alla conquista di mercati, di riserve energetiche e del controllo dei mari.

A partire dal 2003 c’è stato un certo relativo e instabile riavvicinamento tra i due paesi, con scambi di visite dei rispettivi capi di Stato, e impegni reciproci: nel primo incontro la Cina ha di fatto riconosciuto la sovranità indiana sulla regione di frontiera del Sikkim (annessa dall’India nel 1975), mentre l’India ha riconosciuto che il Tibet è parte integrante della Repubblica Popolare Cinese e per un certo periodo ha posto qualche limite all’attività del governo tibetano in esilio e dello stesso Dalai Lama, salvo poi, poco dopo, autorizzarne la visita nell’Arunachal Pradesh, che nelle carte cinesi figura come “Tibet meridionale”…

Le tensioni tra i due paesi erano cominciate molto presto, già nel 1959, quando dopo l’insurrezione tibetana repressa dalla Cina con molte migliaia di morti, il Dalai Lama si era rifugiato in India, trovandovi asilo politico insieme a 80.000 seguaci. Mao aveva considerato l’ospitalità concessa un’ingerenza nelle questioni interne cinesi e aveva accusato Nehru di “pretese territoriali”. È un dato importante per capire perché si è arrivati alla guerra del 1962. Le discusse frontiere tra India e Cina erano indubbiamente un lascito del colonialismo, che sulle carte aveva tracciato improbabili confini mai definiti lunghi 3.500 chilometri in territori del tutto disabitati e inabitabili. Ma l’uno e l’altro governo, uno “comunista”, l’altro “progressista” e antimperialista, potevano e dovevano evitare di tentare di risolverlo con le armi. L’uno e l’altro sostengono di essere stati aggrediti e negano di aver sparato il primo colpo. Ma in ogni caso, hanno risposto… Chissà se la Cina, che in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio della lunga e terribile guerra di Corea in cui tra l’altro morirono moltissimi volontari cinesi, ha ammesso quest’anno per la prima volta la responsabilità del governo nordcoreano nell’invasione del sud, si deciderà a rivedere anche la versione ufficiale del conflitto del 1962 che scaricava ogni responsabilità sull’espansionismo indiano...

Paradossalmente quello scontro lontano sulle montagne himalayane, apparentemente meno drammatico della spartizione del 1947, ha avuto conseguenze molto gravi. In primo luogo ha lasciato risentimenti profondi: si pensi che per il possesso di una fascia del ghiacciaio Siachen di poche decine di chilometri a 6.500 metri di quota, sono morti – in genere per congelamento - migliaia di indiani e di cinesi. Ma soprattutto è stata incrinata per decenni la collaborazione tra i due paesi, con ripercussioni negative sul movimento dei non allineati e lo “spirito di Bandung”, ed è stata accelerata una corsa agli armamenti che ha segnato l’economia di entrambi i paesi. Negli anni Sessanta i due paesi inondarono il mondo di voluminosi Dossier sui conflitti e sui propri diritti territoriali, per rivendicare le proprie ragioni. Ma hanno avuto torto entrambi e hanno perso anni preziosi.

Va detto che la Cina, che anche nel periodo in cui era guidata da Mao Tze Tung forniva un appoggio incondizionato ai peggiori dittatori militari del Pakistan come Ayub Khan e Yahia Khan, prendendo addirittura le parti di quest’ultimo contro il movimento indipendentista del Bengala orientale sfociato nella creazione del Bangladesh, aveva indubbiamente responsabilità maggiori dato che pretendeva di parlare in nome del “marxismo-leninismo”. L’accresciuta insicurezza dell’India giustificò la sua “necessità” di dotarsi di armi atomiche: nel momento in cui faceva esplodere la sua bomba nucleare, l’India, per bocca del suo ministro della Difesa, non nascondeva che suo fine era non tanto controbilanciare l’armamento nucleare pakistano, quanto premunirsi contro la potenziale minaccia, a più lungo termine, della Cina, peraltro sospettata di avere aiutato il Pakistan anche in materia nucleare.

Si innescava così una spirale perversa.

Molti commentatori oggi, vedendo l’accresciuta attività dell’integralismo islamico nel Pakistan, anche con attentati suicidi, si accorgono all’improvviso della pericolosità del possesso di armi nucleari da parte di un paese così instabile. Ad esempio Matthew Bunn, del progetto “Managing the Atom” di Harvard ha scritto: “se è possibile che oltre quaranta terroristi pesantemente armati compaiano nel centro di Mosca e occupino un teatro, quanti ne potrebbero comparire in qualche remota località pakistana dove sono immagazzinate armi nucleari?”.

Analoghe dichiarazioni di altri esponenti degli Stati Uniti vanno nello stesso senso, anche se evidentemente tendono più che altro a giustificare il loro appoggio incondizionato alla leadership militare pakistana. Ma Tariq Ali osserva che lo stesso criterio si potrebbe tranquillamente applicare a Israele o all’India: “cosa accadrebbe se quaranta coloni ebrei dell’estrema destra pesantemente armati cercassero di impadronirsi delle armi di distruzione di massa israeliane? O se un piccolo gruppo di irriducibili fondamentalisti indù facessero lo stesso in India? Come in Pakistan, verrebbero arrestati e neutralizzati”.

L’unica possibilità che “qualche gruppo della jihad possa penetrare nelle istallazioni nucleari implica che l’esercito lo voglia”, il che è praticamente escluso finché l’esercito rimarrà compatto. Ma “l’eventualità di una spaccatura nelle forze armate potrebbe diventare reale se gli Stati Uniti insistessero nell’allargare la guerra afghana occupando parti del Pakistan o bombardassero sistematicamente i villaggi pashtun sospettati di dare asilo ai «terroristi»”.

Il libro di Tariq è del 2008, ma una conferma inquietante viene dall’intervista concessa recentemente a Francesca Marino dal generale ed ex capo dell’Inter-Service Intelligence pachistano Hamid Gul, che da entusiasta sostenitore degli Usa si è trasformato ormai da tempo in paladino degli integralisti islamici (l’intervista è del maggio di quest’anno, ed è apparsa su Limes online col titolo: AfPak è un attentato alla sovranità del Pakistan: intervista a Gul)

 

Lungi dal voler difendere il Pakistan, che è il suo paese ma che lo ha in vari periodi messo al bando, pur divorando i suoi libri (alcuni di essi – vietatissimi - sono usciti in edizioni pirata ad alte tirature), Tariq Ali denuncia il “doppio standard dell’Occidente”, e la cecità di fronte a molti tipi di fondamentalismo oltre a quello islamico, ma anche l’irrazionalità delle scelte di India e Pakistan, che “non traggono benefici da questo tipo di armamenti, divenuti una nuova forma di proprietà sacra”. Dopo aver fornito cifre agghiaccianti sugli incrementi delle spese militari dei due paesi a partire dai test nucleari del 1998, Tariq segnala che il risultato è che l’Asia meridionale è oggi una delle zone più militarizzate del pianeta, in cui però “tra soldati e medici c’è un rapporto di 6 a 1. I costi sociali delle spese per gli armamenti sono terrificanti”.

D’altra parte Tariq, che per provenienza sociale e status raggiunto come scrittore ha avuto modo di frequentare in molte occasioni sia Benazir Bhutto, sia Indira Gandhi, fornisce una testimonianza inquietante sulla loro sfiducia nei militari del loro stesso paese, ma anche sulla loro disponibilità a prendere in considerazione l’ipotesi di una nuova guerra distruttiva. E sottolinea che ci si è andati molto vicini il 13 dicembre 2002, quando cinque terroristi islamici diedero battaglia all’esterno del palazzo del Parlamento a Nuova Delhi, provocando numerosi morti. Era un giorno in cui non c’erano riunioni, altrimenti, se fossero stati uccisi dei politici importanti, sarebbe certamente scoppiata una guerra (allora, per giunta, al potere c’era il partito estremista indù, Bharatiya Janata, protettore dei fanatici che assaltavano e bruciavano moschee…).

 

Un altro aspetto dello stato di guerra latente tra i due grandi paesi del subcontinente indiano è il loro impegno in Afghanistan: ben noto quello di vecchia data dei servizi segreti pakistani, obbligati a fare i conti con la rivolta delle loro creature da quando sono stati costretti dagli Stati Uniti ad abbandonarle e a collaborare (senza troppa convinzione ed efficacia) alla loro ricerca, meno conosciuto quello dell’India. Questo paese è sempre più presente, e interviene in vario modo, ad esempio finanziando la costruzione di strade che mettano in collegamento l'Afghanistan  con i porti iraniani sull'oceano Indiano a danno della strada sostenuta dal Pakistan, che cerca di orientare il corridoio logistico verso i porti pachistani, dove hanno molto investito i cinesi. Inoltre gli indiani sostengono anche i collegamenti verso nord, in particolare verso il Tagikistan e l'area di influenza della Russia, vecchio amico dell'India.
La Cina, alleata storica del Pakistan e diffidente verso l'India, è sempre più attiva in Afghanistan (dove al tempo della presenza sovietica aveva peraltro già appoggiato  vari gruppi, alcuni “maoisti”, altri semplicemente legati a qualche signore della guerra). Lo fa in parte per interessi economici (sempre che sia vera la presenza di grandi riserve di minerali come il litio annunciata di recente dalla stampa mondiale) sia soprattutto per calcolo strategico: Pechino teme la saldatura fra ribelli musulmani ujguri operanti nel Xinjiang cinese e jihadisti afghani e pakistani. Fino a pochi mesi fa la Cina aveva valutato addirittura l’ipotesi di inviare truppe in Afghanistan a supporto di americani e alleati, prima del recente raffreddamento dei rapporti tra Washington e Pechino.

La distensione tra Cina e India avviata nel 2003, dopo decenni di tensioni e conflitti, aveva fatto fantasticare per qualche tempo sulla nascita di una nuova entità, la “Cindia”, con quasi due miliardi e mezzo di abitanti, immense risorse, e una possibile complementarità economica: laboratori ad alta tecnologia in India, fabbriche a basso costo in Cina… Entrambi i paesi per giunta potevano contare non solo su un enorme esercito di forza lavoro qualificata (mezzo milione di ingegneri e informatici laureati ogni anno nei due paesi, contro 60.000 negli Stati Uniti), ma anche su una diaspora benestante o ricca disposta a tornare o comunque a investire in patria. Un fascicolo di “Limes” del 2005 era appunto dedicato a “Cindia, la sfida del secolo”…

In realtà l’avvicinamento è stato parziale, e con numerosi punti di attrito non eliminati, compresa la questione dei confini himalayani, e la concorrenza in Afghanistan.

Inoltre le cifre della crescita dell’economia, che per l’India sono abbastanza alte, ma sempre inferiori a quelle cinesi, nascondono contraddizioni analoghe: della crescita beneficia solo una parte della popolazione. In India, il 77% degli abitanti sopravvivono con 20 rupie al giorno, equivalenti a 30 centesimi di euro; quattro su dieci sono analfabeti, un bambino su due è malnutrito, 700 milioni di persone non dispongono di un water closet… In Cina le proporzioni sono analoghe, dato che circa 800 milioni di persone vivono nelle campagne, con redditi molto più bassi che nelle città, e condizioni di vita durissime.

La recente accelerazione dello sviluppo cinese ha accresciuto le differenze tra i due paesi, tra i quali dal punto di vista del livello di vita una trentina d’anni fa non c’era sostanziale differenza: attualmente il reddito cinese medio sarebbe circa due volte più elevato del reddito medio indiano. E’ l’ovvia conseguenza di ritmi di crescita ben diversi:nel corso degli ultimi dieci - quindici anni,il reddito pro capite indiano sarebbe aumentato del 4,5% all’anno, quello cinese di circa il doppio. La Cina tra l’altro ha usufruito in misura molto maggiore di investimenti esteri diretti: nel 2002, erano già 52,7 miliardi di dollari contro 2,3 miliardi all’India, e negli anni successivi la distanza si è accresciuta.

Ma non è questo il problema che ostacola l’intesa: entrambi i paesi (anche se in misura maggiore la Cina, sono affamati di energia e materie prime, e spesso si trovano in diretta concorrenza, soprattutto in Africa e nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale (in America Latina, è solo la Cina a muoversi con spregiudicatezza, in alleanza strettissima con il Brasile).

Ma in Asia e nei mari prospicienti i due paesi, Cina e India si muovono in nome di “diritti” ereditati dagli imperi del passato (quello britannico, più che il Moghul, per l’India, quello della dinastia Qing per la Repubblica popolare). I confini delle rispettive aree di influenza spesso però si sovrappongono.

Negli ultimi anni del Ventesimo secolo l’India ha cominciato una rincorsa, preoccupata per la crescita notevole delle flotte mercantili e militari cinesi. Così si è dotata per prima di portaerei, dapprima di costruzione britannica, poi russa. E ora anche di produzione nazionale, con la collaborazione dell’italiana Fincantieri. E poi ha acquistato un discreto numero di cacciatorpediniere, di fregate, di corvette, e ha programmato la costruzione di una vera flottiglia di sottomarini nucleari. L’inaugurazione del primo di essi (costato 2 miliardi e mezzo di dollari) è avvenuta guarda caso nel decimo anniversario della guerra lampo con il Pakistan.

L’obiettivo dichiarato è ovviamente “pacifico”, ossia quello di non lasciare senza protezione lo stretto di Ormuz, da cui arriva in India (quarto consumatore mondiale di petrolio) il 90% di quello importato, e di quello di Malacca, da cui passa la metà del suo commercio internazionale. Ma c’è evidentemente soprattutto una volontà di affermare prestigio e forza autonoma: l’India ha rifiutato di partecipare alle operazioni della Combined Task Force in chiave antiterrorismo, e alle azioni congiunte contro la pirateria nelle acque del Corno d’Africa. Viceversa la flotta indiana si è impegnata in un fitto calendario di visite, ma anche di esercitazioni navali congiunte, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Corea del Sud alla Nuova Zelanda e all’Australia, raggiungendo perfino il Baltico. E ha anche, nonostante la sfida strisciante in corso nell’Oceano Indiano, fatto in alcune occasioni manovre comuni con la Cina.

Ma la Cina è molto più avanti. Intanto le sue flotte si appoggiano a una rete di grandi porti: in territorio cinese ci sono ben 7 dei 10 più grandi scali per container del mondo, ma ce ne sono anche nel Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Maldive, ecc.; a breve dovrebbe esserci anche lo scalo di Manta, che gli Stati Uniti hanno restituito all’Ecuador e che dovrebbe essere gestito insieme al Brasile. L’India ha risposto solo su scala minore, costruendo in territorio iraniano lo scalo di Chah Bahar per controllare lo stretto di Hormuz controbilanciando le basi cinesi di Pasni e Gwadar in territorio pakistano). Quello che pesa di più è che la flotta commerciale cinese è al terzo posto nella classifica mondiale (ma ai primi due ci sono le bandiere ombra di Panama e Liberia), ed è presente in tutto il mondo, compresa l’Europa (da Napoli ad Atene e Salonicco). Quella indiana è solo al 21° posto, che comunque non è poco, se si pensa che gli USA stanno al 23°...

Insomma l’ipotesi di una tranquilla cooperazione tra i due grandi paesi non sembra concretizzarsi, mentre è evidente una competizione che non esclude aspre polemiche e accuse reciproche. Della “Cindia” si parla sempre meno.

 

 

Scheda 1

I maoisti indiani e la Cina

 

A volte si parla dei “maoisti” in India, o nel Nepal, come di un fenomeno assolutamente anacronistico: come è possibile che la Cina, mentre sta sviluppando un capitalismo selvaggio, appoggi movimenti che si richiamano a Mao e alla rivoluzione cinese? Infatti, non li appoggia.

Ad esempio i maoisti del Nepal, arrivati al governo dopo una lunga lotta, erano stati ospitati e appoggiati nei momenti più difficili non dalla Cina ma dai servizi segreti dell’India. D’altra parte, anche se considerati sempre “terroristi” dagli Stati Uniti, i maoisti di Pushpa Kamal Dahal noto come Prachanda, che hanno vinto le elezioni nel 2008, non proponevano nazionalizzazioni ma investimenti stranieri e una modesta riforma agraria.

La Cina, anche al tempo di Mao e della rivoluzione culturale, raramente ha appoggiato dei movimenti rivoluzionari, e ha viceversa mantenuto buoni rapporti non solo con il Pakistan, ma con molti altri regimi repressori, compreso quello di Pinochet in Cile, e non ha detto una parola quando nel 1971 la signora Bandaranaike premier dello Sri Lanka sterminava i militanti del Janatha Vimukthi Peramuna (Fronte di Liberazione Popolare), un movimento che si richiamava a Guevara e allo stesso Mao.

D’altra parte la feroce repressione dei tamil nello Sri Lanka è stata portata avanti nel 2008-2009 con la consulenza e l’appoggio congiunto di Cina e India.

 

Ma il movimento maoista o “naxalita” (dal nome di un villaggio da cui era partito nel lontano 1967) in India esiste. Non è più quello originario, nato in polemica per l’inserimento subalterno nel potere dei due partiti comunisti, uno filosovietico, l’altro filocinese, e che fu represso ferocemente negli anni Settanta; è ricomparso comunque dagli anni Ottanta, ed è presente in parecchi Stati dell’India orientale, oltre al Bengala dove è particolarmente forte. Evidentemente la rivoluzione cinese mantiene una forte capacità di attrazione, indipendentemente dall’involuzione degli eredi e continuatori di Mao.

La scrittrice Arundhati Roy, molto popolare in India per il suo impegno contro la grande diga sul fiume Narmada, è stata invitata come osservatrice nelle zone “liberate” dai maoisti, e ne ha ricavato un lungo reportage di oltre 20 pagine, che è stato riportato integralmente sul num. 851 (18/24 giugno) di “Internazionale”. Arundhati Roy ha descritto con simpatia una situazione in cui ha incontrato (e fotografato) migliaia di persone, in parte organizzate politicamente e “indottrinate”, in parte mobilitate in difesa dei diritti elementari di popolazioni tribali considerate “non persone”, private delle loro terre ancestrali, scacciate dalle ruspe che costruiscono dighe o abbattono foreste. Una situazione che ricorda più il Chiapas zapatista che la Colombia delle FARC o il Perù di Sendero luminoso

La scrittrice, che non è una sprovveduta, non ha nascosto le sue perplessità per la retorica su Mao di alcuni dirigenti locali, e ha ricordato che al momento dell’appoggio della Cina alla feroce repressione del movimento popolare del Bengala orientale i naxaliti restarono in silenzio. Ha segnalato anche alcune notizie radiofoniche su esecuzioni di presunti delatori di villaggi di tribù vicine, notizie che avrebbe voluto verificare, sapendo quanto le autorità mentano facilmente, ma che ritiene verosimili. Ne ha discusso francamente con i suoi ospiti nella giungla, che erano a disagio di fronte alle sue critiche, ma ha ribadito che “il governo sbaglia di grosso se pensa di mettere fine alla violenza usando «omicidi mirati» per decapitare il partito maoista, che è cresciuto per rispondere alla corruzione e al terrorismo di Stato, e prestando attenzione ai bisogni delle popolazioni tribali.

Arundhati Roy è stata attaccata duramente per il suo articolo e dopo alcuni attentati, successivi al suo viaggio, in cui sono stati uccisi molti soldati, paramilitari e civili che volevano arruolarsi nei corpi repressivi speciali, c’è stato chi ha proposto di processarla, ma in sua difesa si sono schierati moltissimi intellettuali e militanti, tra cui Vandana Shiva ed altri che, pur dissentendo in parte dalle sue idee, hanno difeso il suo diritto-dovere di informare.

 

 

 

Scheda 2

Cosa leggere su India e Pakistan

 

Prima di tutto segnalo il più recente libro di Tariq Ali, che naturalmente non parla solo del Pakistan: Tariq Ali, Il duello. Il Pakistan sulla traiettoria di volo del potere americano, Baldini & Castoldi, Milano 2008.

Un altro libro sugli stessi problemi è quello di un altro protagonista delle vicende mediorientali, pakistano come Tariq (che ne parla molto criticamente), e con cattive amicizie (è molto amico di Karzai…), ma bene informato: Ahmed Rashid, Caos Asia, Il fallimento occidentale nella polveriera del mondo, Feltrinelli, Milano 2008.

 

La migliore storia generale del subcontinente indiano dalla preistoria a oggi è quella di Michelguglielmo Torri, Storia dell’India, Laterza, Roma-Bari, 2000, ristampata nella Storia universale del “Corriere della sera” nel 2005.

 

Sul Pakistan si vedano anche:

Ganguly Sumit, Storia dell'India e del Pakistan. Due paesi in conflitto, Bruno Mondadori, Milano 2007

Elisa Giunchi, Pakistan. Islam, potere e democratizzazione, Carocci, Roma, 2009

 

Piuttosto utile il numero 6/2009 di Limes, Pianeta India, tranne che sui movimenti maoisti, su cui pubblica saggi di orientamento diametralmente opposto a quello di Arundhati Roy apparso sul numero 851 (18/24 giugno 2010) di “Internazionale”. L’autore di uno di essi, che auspica l’aumento della repressione, è l’ex capo della polizia nel Punjab.  

Anche il numero 2/2010 di Limes, Afghanistan addio! ha una parte dedicata a: Pakistan-India, la vera partita, con saggi di autori dei due paesi, con accuse speculari.

Al di là del titolo, che dava un po’ troppo per scontato e consolidabile l’avvicinamento tra “i colossi asiatici”, il numero 4/2005 di Limes, Cindia, la sfida del secolo, è ancora valido per diversi saggi di analisi del nuovo “grande gioco” del XXI secolo, da Kabul al Nepal dal Myanmar al Xinjang, con interviste a vari protagonisti e una forte attenzione ai temi militari (sui quali scrive come sempre anche il gen. Fabio Mini).

 

Alcune date della storia dell’India

·        1857-1858 - Repressa la grande rivolta dei sepoys (le truppe indigene, indù e musulmane) inizia la dominazione britannica diretta. Dal XVII secolo la presenza inglese era aumentata costantemente, ma era gestita dalla Compagnia delle Indie.

·        1885 - Nasce il Partito del Congresso, moderato.

·        1911 - Il governo centrale viene trasferito a Nuova Delhi

·        1919 - Massacro britannico a Amritsar. Gandhi, leader del Congresso, adotta la “disobbedienza civile”.

·        1935 - Riforma costituzionale che aumenta il peso delle rappresentanze indiane.

·        1939 - Il partito del Congresso, che da due anni ha una forte maggioranza parlamentare, si oppone all’intervento del paese nella Seconda Guerra Mondiale. Per reazione la Gran Bretagna punta sempre più a favorire la Lega musulmana, che l’anno successivo chiede di formare uno Stato islamico indipendente.

·        1947 - Proclamazione dell’indipendenza. Il primo ministro dell’India è Shri Javaharlal Nehru. Si moltiplicano conflitti armati e massacri etnici per determinare i  confini dei due Stati. Il 30 gennaio 1948 un fanatico indù uccide Gandhi accusato di essere troppo conciliante con la minoranza musulmana.

·        1962 - Conflitto di frontiera con la Cina.

·        1965 - Di nuovo guerra con il Pakistan per il Kashmir, rimasto diviso tra i due paesi

·        1966 - Indira Gandhi, figlia di Nehru (che è morto nel 1964), diventa premier.

·        1971 - Nuova guerra indo-pakistana; l’India appoggia e garantisce l’indipendenza del Bangladesh, ex Pakistan orientale.

·        1975-1976 - annessioni diSikkim e Kashmir all’Unione Indiana

·        1977 Vittoria del partito conservatore e xenofobo indù Janata.

·        1980 - Nuove elezioni: ritorna al governo Indira Gandhi.

·        1983 - Dilagano i conflitti etnici, religiosi e xenofobi da parte di sikh e indù

·        1984 - Violenta repressione di una rivolta Sikh nel tempio di Amritsar. Indira Gandhi uccisa da una guardia del corpo sikh. Le succede il figlio Rajiv. A Bhopal una nube tossica fuoruscita da una fabbrica di pesticidi della Union Carbide (statunitense) provoca migliaia di morti. Ancora oggi sono impuniti i principali responsabili.

·        1991 - Rajiv Gandhi è ucciso da un estremista tamil durante la campagna elettorale, che viene vinta ugualmente dal partito del Congresso nel 1992. Il nuovo premier Rao, avvia privatizzazioni e riforme liberiste. Esplodono più violenti i conflitti etnici: estremisti indù distruggono una storica moschea a Ayodhya. Grande instabilità parlamentare con cambi bruschi e coalizioni fragili.

·        1998 - Vittoria del partito Janata, sempre più sciovinista, che governa fino al 2004. Primo test nucleare indiano. Sempre più frequenti gli scontri etnici e gli attentati terroristi (attribuiti al Pakistan) anche a Bombay.

·        2004 - Ritorna al governo il partito del Congresso, guidato da Sonia Gandhi, l’italiana vedova di Rajiv, che però rinuncia all’incarico. Nuovo premier è Manmohan Singh. Si ristabiliscono normali relazioni diplomatiche con il Pakistan.

·        2006 – Grave attentato a Mumbay (nuovo nome di Bombay) con centinaia di morti; provoca una nuova rottura delle relazioni con il Pakistan. Riaperto invece un passo alla frontiera con la Cina, chiuso dal 1962. Riprende la guerriglia maoista nello Stato del Chhattisgarh.

·        2008 – Attentati a Mumbay e Nuova Delhi. La guerriglia maoista, intrecciata a rivolte separatiste di popoli tribali, si estende a molti Stati orientali.

·        2009 – Il partito del Congresso vince ancora le elezioni. Manmohan Singh è confermato nella carica di premier.



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