Terrorismi

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Di nuovo il “terrorismo”

 

Come un sol uomo, i “fabbricanti di terrore” che imperversano sui media si sono buttati su qualche stella a cinque punte apparsa accanto a frasi contro Marchionne su alcuni cartelloni e hanno annunciato: “Ritorna il terrorismo”… Il giornale che ha dato meno rilievo alla notizia è stato “La Stampa” di Torino, di proprietà della famiglia Agnelli (forse un sintomo di qualche raffreddamento nei confronti della tattica di Marchionne?). Ha pubblicato solo una piccola foto in fondo alla pagina 7, che riproduceva la scritta “Marchionne, fottiti” (non esattamente una minaccia, come ripetevano invece all’unisono le TV, ma un semplice sfogo). Un’altra scritta auspicava: “Non siamo noi a dover diventare cinesi, ma i cinesi a diventare come noi”… Anche qui, dove starebbe la minaccia?

È possibile che le scritte siano spontanee e non commissionate, come è accaduto invece non poche volte per giustificare “l’emergenza”, e che rivelino al massimo una rabbia impotente. Soprattutto non preannunciano certo una nuova ondata di quegli “anni di piombo” che vengono evocati quando le vittime della violenza poliziesca o fascista smettono di prenderle passivamente, e cercano di difendersi come possono e come è sacrosanto. Tanto sacrosanto, che anche Gandhi, sempre citato a sproposito da tanti disonesti e da moltissimi ignoranti, si era invece indignato quando gli abitanti di un villaggio vicino a Bettia gli avevano detto che erano fuggiti mentre la polizia saccheggiava le loro case e molestava le loro donne. “Quando mi dissero che erano fuggiti perché io avevo raccomandato loro di essere non-violenti, chinai la testa pieno di vergogna. Li assicurai che non era questo il significato della non-violenza”. Gandhi spiegò loro che era meglio se riuscivano a fermare la violenza senza nuocere al colpevole, “ma era indegno di un uomo, innaturale e disonorevole, abbandonare il proprio posto e, per salvare la pelle, lasciare proprietà, onore e religione alla mercé del delinquente”… Ma questo aspetto del messaggio gandhiano (compresa l’equiparazione del poliziotto al delinquente) è ovviamente ignorato da tutti i pennivendoli.

Da anni, ogni resistenza, a qualunque violenza, in qualunque paese, viene presentata come terrorismo. È toccato prima di tutto ai palestinesi, trasformati da vittime in carnefici nei media di tutto il mondo, e poi praticamente a tutti i movimenti, tranne quelli spudoratamente filooccidentali o al soldo della CIA, come era al Qaeda durante la presenza russa in Afghanistan, o l’UCK nel Kosovo, quando il nemico erano i serbi…

 

Evocare il terrorismo è comodo soprattutto per demonizzare ogni forma di autorganizzazione difensiva dei movimenti qui da noi. Nella fase più calda delle manifestazioni studentesche di novembre e dicembre tutti facevano a gara nel riproporre la vecchia menzogna del “fatale” passaggio dalle occupazioni di scuole e università nel 1968 al terrorismo. In tanti si sono affannati a dire che ogni violenza è inaccettabile, anche quando si trattava in realtà solo di un tentativo di resistere alla violenza di un’imposizione illegittima, come il divieto di manifestare o l’obbligo di farlo lontano dalla strade più affollate e dai palazzi a cui si vorrebbe appunto “manifestare” la propria opinione, il proprio sdegno.

Come per Napoli o per Genova (il vertice poliziesco era sempre lo stesso, anche se i governi erano diversi), la violenza contro i manifestanti (con o senza il morto) ha una funzione deterrente, dice: “Statevene a casa”. I ritrovamenti di “ordigni” (magari preconfezionati in Questura, come è antichissima abitudine) hanno questa funzione, i fermi con botte e le denunce quella di terrorizzare i giovanissimi alle prime esperienze. È questo che subito dopo il 1969 ha spinto alcuni, molti, a cercare di difendersi, e altri a scegliere la strada della lotta armata. Questi erano pochissimi ma ampiamente reclamizzati dai media, che cercavano di assimilare ad essi tutti i movimenti.

 

Adesso la stessa operazione viene tentata nei confronti della FIOM, che ha tra i suoi quadri un gran numero di rappresentanti di quelle generazioni che non hanno vissuto il 68-69, e nemmeno gli anni Settanta, e che probabilmente non sanno che l’attacco che nel 1980 distrusse la forza operaia a Mirafiori, alla FIAT e in Italia, fu preparato a freddo nel 1979 con una lista di 61 licenziati, presentati dai media in blocco come brigatisti, mentre in realtà appartenevano a tutte le tendenze della sinistra, tranne tre di loro, che avevano realmente simpatie per le BR. Simpatie e basta, ovviamente, perché se fossero stati davvero brigatisti non sarebbero stati licenziati, ma arrestati…

E non era predisposizione al crimine, nei momenti di tensione, provare simpatia per chi si presentava come un baluardo rispetto a quella violenza di Stato manifestatasi con le stragi, da Piazza Fontana ai treni, ma anche con le uccisioni di scioperanti operai o contadini, da Avola a Battipaglia. Tutta la prima fase delle Brigate Rosse era stata accolta con simpatia da una parte degli operai, sia per la scelta degli obiettivi, sia per le forme di lotta, che per una fase furono prevalentemente propagandistiche (gambizzazioni di capi spietati, o di medici “cucchiai d’oro”...

Capitava spesso di sentire qualche operaio di area PCI, sdegnato per i compromessi più o meno storici, manifestare ingenuamente il suo consenso, dicendo che facevano bene le BR a prepararsi allo scontro inevitabile… Per identificarli debuttò nel ruolo di delatore con un famigerato questionario Giuliano Ferrara, che era ancora dirigente del PCI torinese a fianco di Fassino…

La svolta nell’opinione pubblica operaia fu segnata dall’uccisione di Guido Rossa, o da quella di Aldo Moro e forse soprattutto da quella della sua scorta.

 

A creare confusione oggi c’è sicuramente Napolitano, perfino quando fa lo sforzo di una blandissima e vaga critica a non si sa chi per “non aver saputo spiegare il dramma del terrorismo neppure ai paesi amici”. Che vuol dire? Che bisogna discutere di quegli anni, invece di presentarli come un tutto unico? Magari!

In realtà la diffidenza della Francia (sotto governi diversissimi) e del Brasile di Lula verso l’Italia nasce da un fatto certo: la battaglia contro i gruppi armati fu condotta con armi non lecite, non solo con le molte uccisioni a freddo durante le incursioni in presunti “covi”, ma soprattutto con i processi basati su uno o due pentiti, veri terroristi diventati solerti “collaboratori di ingiustizia”. Processi politici spesso tendenti a ricondurre al partito armato fenomeni del tutto diversi (è il caso del famoso teorema Calogero* che portò agli arresti del 7 aprile 1979). Processi politici come quello che nascose la verità sull’assassinio di Pinelli… E che dire di quello a Sofri*? Non amo certo Sofri, anzi mi è insopportabile dal giorno in cui mandò in malora Lotta Continua e approdò al craxismo, ma il processo costruito sulla deposizione di un frustrato in cerca di soldi come Leonardo Marino, con sparizione di corpi del reato, e forzature per far combaciare le deposizioni concordate con i dati oggettivi basterebbe per giustificare tutti gli asili politici concessi a chi è stato processato in Italia in questi ultimi decenni. Perfino lo sgradevolissimo e arrogante Cesare Battisti…

In sostanza la repressione del terrorismo fu condotta in modo di creare un amalgama tra le vere e proprie organizzazioni armate e ogni forma di combattività operaia e di dissenso rispetto ai pateracchi dell’unità nazionale, che finirono per pagare il prezzo degli errori (e crimini) altrui. Ma di ciò, gli ex terroristi furono complici, e si prestarono a volte volentieri.

Piero Bernocchi ha scritto in “Per una critica del ‘68” che quello che non può perdonare al “partito armato” è la sua fine, con alcuni che “si sono venduti in maniera ignobile, tirando in carcere i compagni: e non dopo torture, ma dopo qualche settimana di «normale» detenzione; altri sono usciti grazie a «dissociazioni» più o meno umilianti e si sono messi a «diveggiare», a cercare di diventare macchiette da talk-show” (…) Solo pochi hanno conservato una dignità e una serietà dentro e fuori il carcere.

“Ma nessuno, davvero neanche uno, ha fatto la cosa più utile e coraggiosa possibile. E cioè dire: eravamo una sparuta minoranza rispetto alle centinaia di migliaia in «movimento» (e ai milioni, se guardiamo a tutto il «decennio rosso»); sapevamo di agire in contrapposizione alla gran parte di essi e non ci faceva né caldo né freddo; eravamo coscienti che non c’era alcuna base di massa per la lotta armata: tant’è che l’abbiamo realizzata «solo» con rapimenti e attentati a singoli esponenti del potere, cioè con quello che, nella tradizione del movimento operaio, si è sempre chiamato terrorismo.”

 

Come è accaduto con i crimini dello stalinismo o con la questione delle foibe, i ritardi e i silenzi hanno facilitato le mistificazioni del “Libro nero del comunismo” e di altre operazioni analoghe. L’operazione periodica di riesumazione dello spauracchio del “partito armato”, magari scambiando un “Marchionne fottiti” per una minaccia mortale, ci dice che se vogliamo ricostruire una sinistra degna di questo nome, dobbiamo fare i conti con tutti i miti che hanno reso difficile capire quei “formidabili anni”, distinguendo la radicalità delle lotte di massa di operai e studenti dalle fughe in avanti di pochi che pretendevano di parlare a nome dei movimenti. Solo conoscendo bene quegli anni, è possibile evitare che ancora una volta un movimento generoso e combattivo come quello degli studenti e dei precari venga bloccato e intimidito. La sponda unificante offerta dai metalmeccanici della FIOM a tutti quelli che vogliono resistere è già apparsa così importante, da spingere intere categorie della CGIL e molti settori del sindacalismo autorganizzato a unirsi alla FIOM per lo sciopero del 28 gennaio (sulla carta la stessa CGIL nel suo complesso, ma vedremo…), ma può incoraggiare anche chi, da sempre, per difendere il “disordine costituito” ha l’abitudine di ricorrere alle provocazioni.

(a.m. 10/1/11)

P. S. Qualche mio coetaneo teme che le giovanissime generazioni su cui tanto contiamo non sappiano nulla di Sofri o del Teorema Calogero. È molto probabile. Già nel 1989 avevo verificato che la maggior parte dei miei studenti, anche vivaci e interessati ai mieri corsi, non sapevano nulla del 12 dicembre 1969 e anzi credevano che fossero state le Brigate Rosse (che tra l’altro nel 1969 ancora non esistevano, e casomai furono spinte a passare alla lotta armata proprio dalla violenza criminale della “Strage di Stato”). Ma se anche non sanno nulla, a quel che so sono bravissime, anche troppo, a informarsi su Wikipedia (il “troppo” è riferito alla parziale inattendibilità dei giudizi riportati e delle stesse notizie, per cui come fonte unica è pericolosa, ma va bene per sapere più o meno che è successo).

Sofri d’altra parte non è un residuo del passato, mi pare che continui a pontificare su varie riviste e su “Repubblica”. Il mio innocentismo è dovuto alla conoscenza ravvicinata del servizio d’ordine di Lotta Continua: se avesse avuto un ruolo nell’uccisione del commissario Calabresi, si sarebbe saputo in sedici giorni, non in sedici anni. Quanto al “Teorema Calogero” (dal nome del magistrato di Padova Pietro Calogero, molto vicino al PCI), attribuiva a ciascun frammento della costellazione sorta da Potere Operaio ogni sorta di crimine, e in particolare il rapimento e l’uccisione di Moro, con cui non aveva nulla a che vedere. Sul licenziamento dei 61 alla FIAT, invece che Wikipedia, andate a vedere sul mio sito Cento e un anni alla FIAT, in particolare il capitolo – scritto da Raffaele Renzacci - che contiene la ricostruzione della vicenda di quegli anni: FIAT 4, da pag 69 in poi…



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