Tariq Ali: la sfida della rivolta

Stampa

Tariq Ali: la sfida del dissenso e della rivolta nel 21° secolo

Intervista di Firas Khatib a Tariq Ali

 

"Tutti i discorsi su democrazia, diritti umani e la libertà si dimenticano, quando si arriva in Arabia Saudita, regime palesemente appoggiato dagli Stati Uniti".


Lo storico, romanziere e attivista Tariq Ali parla ad al-Akhbar sulle sfide che si pongono di fronte alle rivolte arabe, sul futuro della politica statunitense in Medio Oriente dopo il 'disimpegno' dall'Iraq e sul significato delle mobilitazioni del movimento di contestazione che si sta prendendo le strade e le piazze delle città di tutto il mondo.

Le rivolte arabe 

Firas Khatib (FK): Sei d'accordo con la tesi secondo cui il cambiamento nel mondo arabo sarebbe incompiuto? 
Tariq Ali (TA): Sono a favore delle rivolte di massa nel mondo arabo. Quando scoppiarono all'inizio, le paragonai a quelle in Europa nel 1848. [Allora] ci furono grandi sollevazioni che prefigurarono gli sviluppi dei successivi cento anni. Ma al tempo stesso in cui erano in corso queste sollevazioni in Europa, ci furono molte sconfitte e delusioni e penso che sia proprio quello che vedremo e di cui saremo testimoni. Spero di no, ma finora sembra che le autorità stiano riprendendo il controllo della situazione con la promessa di qualche riforma qua e là, mantenendo il sistema in vigore. E' quello che sta accadendo in Tunisia e in Egitto. La Libia invece è una storia a parte, in cui l'intervento dell'Occidente, apparentemente a difesa dei diritti umani e per evitare che Bengasi fosse riconquistata da Gheddafi, si è trasformato in una guerra in cui la NATO ha bombardato il paese per più di sei mesi. I risultati saranno disastrosi a mio parere. Penso che, considerato quel che sta accadendo, chiunque vinca in Libia, a perdere sarà il popolo libico. La Libia è importante non tanto per la sua posizione, ma piuttosto per le sue risorse, possedendo enormi riserve di petrolio e gas naturale e non se la lasceranno sfuggire.

FK: Sono passati alcuni mesi dall'inizio della "Primavera araba". Come valuta la reazione di Obama? 
TA: La reazione iniziale degli Stati Uniti è stata di sorpresa e paura. Sorpresa per quel che era successo e per il fatto che stava diffondendosi e di paura che quanto stava avvenendo potesse sconvolgere l'intero assetto della regione con conseguenze impreviste e imprevedibili. In Tunisia, gli americani cercarono, anche se in ritardo, tramite i francesi di tenere Ben Ali al potere. Il governo francese, Sarkozy e il suo ministro della difesa, offrirono l'invio di truppe francesi in aiuto di Ben Ali, ma era già troppo tardi. Ben Ali era già a bordo di un aereo per l'Arabia Saudita. In Egitto, invece, hanno cercato di controllare la situazione, prima sperando di mantenere Mubarak al potere, poi con innumerevoli negoziati dietro le quinte e infine, intuendo che la situazione avrebbe potuto andare fuori controllo e eventualmente portare a scontri interni all'esercito, si sono convinti che Mubarak se ne dovesse andare e così è stato. Successivamente, dopo avere sacrificato Mubarak, avrebbero voluto continuare come prima, come avevano fatto in Pakistan, Tunisia e altri paesi dove i dittatori sono stati rimossi. Hanno acconsentito alla creazione di una struttura di facciata, ma che è attentamente controllata e negoziata che però non sta funzionando troppo bene come dimostra l'attacco delle forze di sicurezza ai manifestanti cristiani al Cairo la scorsa settimana.

FK: Perché, dopo una cosi grande vittoria del popolo egiziano, ci sono stati cosi tanti ostacoli? 
TA: Le rivolte di massa sono essenziali per deporre un dittatore, ma chi viene messo al suo posto viene deciso con mezzi politici. Il fatto, che questi nuovi movimenti nel mondo arabo non abbiano prodotto nuove formazioni politiche, è di grande importanza. Qui il contrasto con il Sud America è notevole. In Sud America negli anni 90 e all'inizio del 21° secolo, si e' avuta una combinazione di movimenti sociali di massa, che hanno prodotto nuove forme di organizzazioni politiche. Queste organizzazioni hanno affrontato le elezioni, sono andate al potere democraticamente e hanno attuato riforme strutturali, sfidando la morsa del capitalismo neoliberista. Non il capitalismo nel suo insieme, ma questa particolare forma di capitalismo. Senza nuove forme di organizzazioni politiche, le strutture politiche esistenti, come i Fratelli Musulmani, nel caso dell'Egitto, hanno un vantaggio enorme.

FK: Come sarà il futuro rapporto tra esercito egiziano e Stati Uniti? 
TA: Dipende molto da che cosa succederà il prossimo anno. Una volta che si avrà un governo democraticamente eletto in Egitto, qualunque esso sia, questo cambierà i rapporti di forza, nel senso che il governo avrà una legittimità che l'esercito non ha. Ma penso che il potere dei militari egiziani sia in declino e che il sistema che stanno cercando di creare in Egitto sarà simile a quello del Pakistan o dell'Indonesia, dove i militari in passato erano i principali alleati sul campo degli Stati Uniti. Negli ultimi dieci anni in questi paesi, gli Stati Uniti hanno smesso di utilizzare l'esercito perché si sono resi conto che era controproducente e stanno utilizzando altri mezzi. Penso che la stessa cosa possa accadere anche in Egitto ed è per questo che sono in corso molte trattative.

FK: Perché invece i fatti della rivolta siriana rimangono così controversi, nonostante il gran numero di persone uccise? 
TA: Ci sono diversi motivi per i quali il mondo arabo si divide sulla Siria. La prima ragione è che la Siria viene vista come l'unico regime nella regione che ha mantenuto un certo grado di indipendenza e di fermezza su diverse questioni. Indipendentemente dal fatto che sia vero o no, la questione è più complicata. Il regime di Assad è stato un regime molto opportunista. Come è noto, ha partecipato alla prima Guerra del Golfo: dov'era il suo "anti-imperialismo" allora? D'altra parte, è un regime che ha sicuramente sostenuto Hezbollah in Libano e le forze che stavano effettivamente combattendo contro Israele e questo costituisce sicuramente un'altra contraddizione. In terzo luogo, è un regime che è rimasto ostile all'imperialismo e questo crea confusione. La quarta ragione, a mio parere, è che i bombardamenti NATO in Libia per sei o sette mesi hanno reso molte persone nel mondo arabo estremamente sensibili alla questione dell'intervento imperialista e non vogliono che si ripeta anche in Siria. Anche molti all'interno dell'opposizione siriana si sono detti contrari. La combinazione di tutti questi fattori ha fatto sì che l'atteggiamento nei confronti della Siria fosse confuso. Ma ci tengo a precisare che per quanto mi riguarda non ho dubbi in merito. Penso infatti che il regime di Assad, una dittatura di famiglia imposta ai siriani, prese il potere con Hafez Assad attraverso un violento colpo di stato contro l'ala civile del partito Baath, guidata da un gruppo di persone molto valide, che sono state spazzate via dalla Siria, proprio come Saddam ha fatto in Iraq. Hanno spazzato via, respinto, esiliato e rinchiuso molte persone. È così che hanno preso il potere e da allora hanno fatto di tutto in Siria e nella regione per rimanere al potere e ora si rifiutano di capire che il loro tempo è scaduto. È sorprendente che Assad Junior non sia riuscito a far passare alcune riforme in Siria, quando ormai è evidente che è con le spalle al muro. Ha visto cos'è successo in Tunisia e in Egitto ma crede ancora di riuscire in qualche modo di poter mantenere il potere. La mia sensazione è che i loro giorni siano contati e che prima o poi cederanno. Un altro punto, che vale la pena tenere a mente ora, è che l'Arabia Saudita vorrebbe essenzialmente un governo sunnita in Siria, che possa essere suo alleato e che possa essere controllato. Per questo il suo atteggiamento nei confronti della Siria è completamente cambiato. Prima erano disposti a tollerare il regime di Assad. Erano pronti a trattare, soprattutto dopo il ritiro dal Libano, che i sauditi hanno visto come una grande vittoria. Ma ora l'hanno ottenuto e una grande pressione sui siriani viene ora esercitata dall'asse saudita nella regione. I sauditi vogliono sbarazzarsi di loro e questo è un altro motivo della loro ostilità verso l'Iran, che sta sostenendo il regime di Assad. È un quadro confuso, ma non dobbiamo perdere di vista che il popolo siriano ha già detto abbastanza: "non ti vogliamo, vattene in pace", ma le uccisioni e i massacri che si stanno susseguendo in Siria ora hanno raggiunto livelli tali che lasciare il paese per Assad diventa molto difficile.

FK: Come pensa possa evolvere la situazione nella Siria post-Assad? Qual'e' il ruolo degli Stati Uniti e di Israele in ciò che sta accadendo in Siria?
TA: Penso che gli israeliani non vogliono un cambio di regime in Siria. Certamente gli israeliani non vogliono che il regime di Assad venga rovesciato, perché con lui fanno accordi e non sanno chi potrebbe sostituirlo. La grande paura degli israeliani sono i governi democratici, perché se ci sono governi democratici nella regione, anche se non sono eccezionali, sono governi fragili. Devono rispondere al volere della loro base, ovvero la base araba, e l'opinione pubblica araba è ostile agli israeliani per quel che hanno fatto nella regione da tre decenni. I governi democratici non piacciono a Isarele, per questo ci saranno molte pressioni. Gli israeliani preferiscono trattare con i despoti, perché con loro possono fare affari e per questo non vogliono rimuovere il regime di Assad. 

FK: La reazione ambigua delle potenze occidentali nei confronti della Primavera Araba deriva dalla "paura" dei Fratelli Musulmani?

TA: Perché i Fratelli Musulmani dovrebbero essere una minaccia per loro? Si tratta di una forza socialmente conservatrice e l'Occidente sostiene le forze conservatrici in tutto il mondo. Perché questo atteggiamento dovrebbe cambiare? Solo perché sono musulmani? Personalmente non li sostengo, ma se la gente li vuole eleggere, come eleggono i cristiano-democratici in Germania o in Italia o in altri paesi, perché dovrebbero essere fermati? Non si tratta semplicemente di ostilità nei confronti dei Fratelli Musulmani, ma di ostilità nei confronti della democrazia nel mondo arabo. Se le persone hanno paura di loro, l'unico modo è quello di lasciarli eleggere in modo tale che la gente li possa giudicare, questa è la via da seguire. Ma l'attacco ai Fratelli Musulmani è fondamentalmente un attacco contro l'idea che il popolo arabo sia abbastanza maturo per poter scegliere i propri governi. Questo ha molto a che fare con l'importanza strategica della regione. Ovunque ci sia del petrolio, l'Occidente ha sempre preferito lavorare con i despoti che con governi democratici.  

Iran, Stati Uniti e Israele

FK: Cosa ne pensa del presunto piano dell'Iran per uccidere l'ambasciatore saudita negli Stati Uniti? 
TA: Penso che sia così assurda da non poter essere vera. Si tratta fondamentalmente di un tentativo di aiutare i sauditi, perché c'è grande agitazione tra gli sciiti dell'Arabia Saudita. Dato il ruolo svolto in Bahrain, sono nervosi e penso che la CIA stia cercando di aiutare i sauditi. Ora è emerso che questo ragazzo che è stato accusato del complotto è un malato di mente e per quanto gli iraniani possano essere folli, non sono così sciocchi. Insomma ho pensato sin da subito che fosse una messa in scena.

 FK: Qual è la strategia degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran? Opteranno per le sanzioni, la guerra, attacchi militari circoscritti o per la diplomazia?
 TA: La mia sensazione è che gli Stati Uniti abbiano l'interesse di destabilizzare l'Iran. Il loro tentativo di effettuare bombardamenti o di imporre pesanti sanzioni con l'approvazione di Russia e Cina è improbabile che funzioni. Ogni tentativo di attacco militare contro l'Iran si troverà la resistenza dei  generali americani e del Pentagono, per una serie di motivi: primo per la dispersione delle forze in campo, in secondo luogo perché un attacco all'Iran, potrebbe portare a una risposta degli iraniani in Iraq o in Libano o Afghanistan. Spesso ci concentriamo sullo scontro tra Stati Uniti e Iran ma dimentichiamo che in Iraq e in Afghanistan, il regime clericale iraniano ha fondamentalmente appoggiato le guerre e l'occupazione americana dell'Iraq. Hanno sostenuto l'occupazione della NATO in Afghanistan, che è molto importante per gli Stati Uniti. Quindi per gli USA colpire l'Iran potrebbe significare il disfacimento e la destabilizzazione di questi due paesi, ed è improbabile che gli USA lo facciano. La pressione per fare qualcosa contro l'Iran proviene da una sola parte, Israele. Il motivo è il timore che il monopolio nucleare israeliano nella regione possa finire. Non c'è altra ragione.

 FK: Data la situazione complicata che hai descritto, pensi ci sia la possibilità che Israele possa intraprendere azioni concrete contro l'Iran?
TA: Gli israeliani non possono attaccare l'Iran senza l'approvazione degli Stati Uniti, che è impossibile che ci sia, perché il caos che ne seguirebbe potrebbe portare alla caduta del regime saudita. Se l'Iran viene attaccato militarmente dagli israeliani, sarà il caos non solo in Medio Oriente ma in molte parti del mondo. Non sarà qualcosa di popolare. E poi la grande domanda è, cosa farà l'opposizione in Arabia Saudita? Non è un'opposizione molto ben organizzata, ma sappiamo che esiste. E questo è un problema serio per gli Stati Uniti, perché l'unica cosa inaccettabile per loro in Medio Oriente è che possa succedere qualcosa al regime saudita, che appoggiano fortemente. Tutti i discorsi su democrazia, diritti umani e la libertà vengono messi da parte quando si tratta di Arabia Saudita, che è una nazione strategica per gli Stati Uniti. Per questo sarebbe estremamente controproducente consentire un raid israeliano contro l'Iran. Ma a volte i politici fanno anche cose irrazionali 

Iraq, Afghanistan e Palestina
FK: Washington ha promesso di ritirarsi dall'Iraq entro la fine di quest'anno. Cosa significherà questo nel contesto politico attuale in Medio Oriente? 
TA: Aspettiamo e vediamo se effettivamente il ritiro ci sarà. Le enormi basi militari che hanno costruito in Iraq e che sono attualmente in costruzione in Afghanistan non mi sembrano un segnale per un rapido ritiro. Questo ritiro è principalmente per i media, come l'occupazione degli inglesi in Iraq. Si ritirarono nelle basi militari da cui furono buttati fuori solo con la rivoluzione nel 1958. Gli americani qui copieranno il modello britannico: enormi basi militari, come città americane, costruite in 6 luoghi diversi in Iraq, dove terranno 15 o 20 o 30 mila soldati. Per questo è molto prematuro parlare di ritiro. Se il regime iracheno chiederà il ritiro di tutti i soldati americani, quello sarebbe un momento interessante per la politica mediorientale. Aspettiamo e vediamo cosa succede. 

FK: La situazione si sta complicando in Afghanistan e anche gli Stati Uniti non sembrano avere idee nuove. Questo indebolirà Obama o gli Stati Uniti? 
TA: E' vero. Obama ha puntato molto sulla politica estera, la differenza con Bush è che Bush non ha  inviato truppe sufficienti per vincere la guerra in Afghanistan e che Obama ne ha volute inviare di più. Lo ha fatto e hanno fallito. In sostanza l'occupazione americana dell'Afghanistan ha portato alla creazione di una resistenza che non è costituita semplicemente dai vecchi talebani, che sono ancora lì, ma da molti nuovi elementi. Come ho già scritto, è diventata una resistenza Pashtun, con una leadership politica che è dei talebani, dei nuovi talebani e di altri che non conosciamo. Ma tutti questi gruppi concordano sul fatto che non negozieranno mai con Karzai finché ci saranno truppe straniere nel paese. Ma dietro le quinte, i negoziati con la resistenza ci sono stati. Gli americani stanno chiedendo loro di unirsi al governo nazionale, ma la risposta e' stata che lo faranno, ma non mentre ci sono truppe straniere sul suolo afghano. Gli americani e il personale NATO vivono in una bolla, possono visitare solo alcune parti del paese, pagando enormi quantità di denaro agli insorti, così come facevano i russi. Fallirono allora e stanno fallendo ora. Non so se questo sia ancora possibile, ma cinque anni fa dissi che l'unico modo per uscirne è dare ai paesi della regione il potere di creare i propri governi nazionali. Ma non è il modo di operare dell'Occidente.

FK: Perché Obama si è opposto al riconoscimento di uno Stato Palestinese, dopo aver dichiarato qualche mese fa che avrebbe sostenuto uno Stato Palestinese entro i confini del 1967?

TA: Obama non è diverso da qualsiasi altro presidente americano. Bush a un certo punto aveva spinto ancora di più per uno Stato Palestinese. Bush padre era stato ancora più duro sulla questione di uno stato palestinese. Anche Clinton ne aveva parlato. Ma nella maggior parte dei casi, intendevano uno Stato palestinese indipendente che fosse accettato dagli israeliani e gli israeliani non ne vogliono sapere di accettare un'indipendenza palestinese, seppur nominale. Tutto ciò che era stato chiesto alle Nazioni Unite è stato di riconoscere l'attuale status quo, come uno stato indipendente palestinese. Non sono stati capaci di accettarlo. Hanno preso i palestinesi a calci in faccia e questo è ciò che l'OLP ha ottenuto per aver totalmente capitolato all'Occidente dopo gli accordi di Oslo. Questa e' la condizione tragica in cui sono stati portati e non sanno più cosa fare. In ogni caso, non c'è dubbio che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe accettato questo perché gli europei e gli americani non fanno nulla che gli israeliani non vogliono. La dichiarazione di Abu Mazen [Mahmoud Abbas] è stata patetica. Non ho mai visto un leader palestinese così patetico. La sua dichiarazione è stata: "questo rivela che gli Stati Uniti non sono imparziali." Quando mai gli Stati Uniti sono stati imparziali, equilibrati, razionali o equidistanti?

Dissenso globale e Giustizia sociale
FK: Il movimento Occupy Wall Street chiede giustizia sociale. Qual è il rapporto tra movimenti di sinistra e quello che sta succedendo e che speranza ha la spinta al cambiamento? 
TA: Penso che le nuove generazioni, in tutto il mondo, non solo nel mondo arabo, ma in Sud America e ora in Occidente, che sono cresciute nel periodo della crisi capitalista, siano ormai stufe. Sono stufe perché vivono in paesi senza nessuna seria opposizione tra partiti politici. Questa situazione è in aumento in Occidente, dove la forma di capitalismo che prevale sta soffocando la democrazia e la responsabilità democratica. Per questo non esiste opposizione in Gran Bretagna. Non esiste opposizione negli Stati Uniti. Non esiste opposizione in Francia, in Spagna o in Grecia. È  il centro-sinistra in Spagna e in Grecia che sta spingendo le politiche impopolari come il New Labour si stava preparando a fare prima che fosse sostituito da una coalizione di centrodestra in Gran Bretagna. Le politiche di Obama e Bush, le politiche economiche e estere, mostrano la continuità dell'élite imperiale, niente di nuovo. In questa situazione di grande crisi in cui i governi si comportano come prima, i giovani hanno la sensazione che nessuno li aiuterà se non loro stessi. Così fanno ciò che sanno fare, marciando, manifestando e occupando. Questo è un primo passo molto importante, che mostra un cambiamento nella coscienza politica. Ma da qui, ci vuole un salto, che consiste nella creazione di nuove formazioni politiche. Non sto dicendo che sia facile, ma se questo non accade, questi movimenti sorgeranno e tramonteranno senza aver ottenuto nulla di ciò che vogliono.

FK: Pensa ci sia la possibilità di creare nuove formazioni politiche in Occidente?
TA: Penso che ci vorranno altri 20 anni. Anche se penso che la gente apprenda dalle proprie esperienze. È l'esperienza che insegna alle persone, come in Egitto, l’esperienza ha insegnato che era una situazione "agisci o muori", pronti a morire pur di sbarazzarci di Mubarak. Quando si raggiungerà quella fase negli Stati Uniti e in alcune parti d'Europa, vedremo le cose con prospettive diverse e esiti diversi, ma questo ancora non è successo. Il sistema è riuscito a riprendersi  dalle proteste in passato e può farlo di nuovo. Non si sente seriamente minacciato da loro. Questo non significa che non siano importanti. Sono molto importanti, ma bisogna avere una visione a lungo termine. 

FK: Occupy Wall Street e le altre dimostrazioni in tutta Europa porteranno ad una nuova era economica oltre il capitalismo? 
TA: Lenin disse molte cose che la gente ha dimenticato, una di queste estremamente importante. Disse infatti che non ci sarà mai una crisi finale del capitalismo, se non c'è un'alternativa. Penso che sia assolutamente vero. Il capitalismo ha attraversato numerose crisi, in passato, e in qualche modo ne uscirà, bene, male, con la repressione. Ma non servirà a nulla se non emergerà un'alternativa a livello nazionale o globale. Questo è il problema della storia. Non puoi fare un salto nel passato perché il sistema ha il potere. Non vede queste cose come una sfida. Queste rivolte, le occupazioni sono estremamente importanti e io le appoggio completamente, ma da sole non bastano. Penso sia nostro dovere dirlo. Non sono sufficienti. Dimostrano un grande disagio nel mondo. Dimostrano che una nuova generazione  ha capito tutte le bugie del neoliberismo, delle privatizzazioni, dell'avidità capitalistica. Hanno capito tutto questo e in qualche modo oggi, Marx è improvvisamente di nuovo popolare, perché è quello che ha analizzato meglio il capitalismo. Anche i suoi nemici lo ammettono. Devono tornare a Marx per vedere come funziona il sistema. Questo è positivo perché la gente è tornata a leggerlo di nuovo, sta pensando di nuovo, ma alla fine, le parole di Lenin, non hanno torto. Fino a quando la gente non vedrà un sistema alternativo, il sistema dominante vincerà sempre.

FK: Come possiamo descrivere ciò a cui stiamo assistendo oggi?
TA: Penso che quello che stiamo vivendo ora sia una transizione psicologica, politica, sociale e culturale. Ma è una transizione che non può essere completata se non emerge qualcosa di nuovo. L'idea che il capitalismo neoliberale ha diffuso in tutto il mondo, dicendo: prendi in prestito denaro, compra, guarda la pornografia, fai quello che ti pare, sii felice ... ma tutte le cifre dimostrano che negli ultimi 20 o 30 anni, la malattia che colpisce di più le persone nelle roccaforti del capitalismo è la depressione. In realtà, il capitalismo produce una profonda insicurezza e infelicità, che si manifesta come depressione. Questo è statisticamente provato. Colpisce profondamente questa società, per questo non ho dubbi sul fatto che queste società siano corrotte e malate, ma questo non significa che se ne andranno. Il 21° secolo sarà, spero, un secolo di transizione, da qualcosa che sappiamo che non funziona a qualcosa che potrebbe funzionare. Come sarà, non siamo in grado di prevederlo con certezza ora, perché non vi sono certezze in questo mondo. In ogni caso, non credo che la risposta finale si debba dare su tali questioni. 

FK: Considerando i cambiamenti a cui stiamo assistendo nel mondo arabo e nell'economia globale, possiamo dire che gli Stati Uniti sono in declino?
TA: No. Devo essere molto franco. Abbiamo un modo di dire in Pakistan, "cucinare un riso immaginario." Possiamo cucinare molti piatti belli nella nostra immaginazione, ma la realtà è che gli Stati Uniti hanno superato crisi peggiori di quella attuale nella loro storia imperialista, e non hanno rivali. Ironia della sorte, l'occupazione dell'Iraq potrebbe avere fatto dell'Iran un attore centrale in quella regione. Questa è una conseguenza diretta dell'occupazione americana dell'Iraq e del fatto che gli USA stiano appoggiando i partiti religiosi sciiti fedeli o comunque molto vicini a Teheran. Questo ha fatto sì che il rapporto tra il governo iracheno sotto l'occupazione e gli iraniani sia molto vicino. Ora, se gli americani fossero stati totalmente razionali, avrebbero fatto come con il viaggio di Nixon a Pechino. Obama sarebbe dovuto volare a Teheran e avrebbe fatto un affare, gli iraniani sarebbero stati pronti a questo. Lo avrebbero accolto calorosamente, ma non lo ha fatto. La causa è nell'opposizione e nella resistenza israeliana. C'erano settori all'interno dell'amministrazione americana che intelligentemente avrebbero cercato un accordo, ma il peso di Israele all'interno della classe dirigente americana è molto forte e non hanno potuto sostenerlo apertamente. Il Congresso e il Senato hanno dato un assegno in bianco a Israele dopo l'11 settembre: 'tu sei il nostro primo e unico alleato', così è diventato difficile farlo, ma sarebbe potuto succedere. Penso sia prematuro parlare di ritirata americana o di sconfitta americana. Penso che abbia subito alcune battute d'arresto, ma si riprenderà molto rapidamente. Si tratta di una potenza imperiale con una enorme forza militare, che abbiamo visto utilizzare in Libia. Sei mesi di bombardamenti, quante persone sono morte? Nessuno ce lo dice. Qualcuno ha parlato di 50, 60.000, secondo alcuni 30.000. Ma sono cifre enormi: presumibilmente per evitare un massacro, sono andati al massacro di decine di migliaia di persone. Questa è una realtà, ma è anche una dimostrazione di potere reale. Questo è ciò che possiamo fare dal cielo, anche senza truppe di terra. Si tratta di un  avvertimento per l'intera regione: "siamo ancora qui, non stiamo andando via".

Traduzione da Al Akhbar English, 28 ottobre 2011 di Luigi Marini



Tags: USA  Tariq Ali  rivoluzione  Libia  Siria  Egitto  Tunisia