La fabbrica dell’odio

Stampa

La fabbrica dell’odio

Enzo Traverso

[da Contretemps, n. 9, 2011]
 

Razzismo e xenofobia non sono residuati di un «passato che non vuole andarsene», degli arcaismi che sopravvivono alla scomparsa delle condizioni che li hanno creati. I cataclismi del XX secolo non ci hanno vaccinato contro la tentazione di stigmatizzare, di escludere e, a volte, contro il gusto di odiare la diversità. Da questo punto di vista, la xenofobia contemporanea è legata profondamente alla storia del razzismo, substrato di una modernità che modifica la propria morfologia, ma non la propria funzione. È necessario quindi storicizzare la fabbrica razzista dell’“alterità”, per capire come si perpetui attualmente. Troppo spesso il razzismo si considera come una sorta di patologia, anziché come una norma della modernità. Dobbiamo sapere che, per combatterlo, è indispensabile rimettere in discussione un determinato ordinamento sociale e un preciso modello di civiltà, non una delle loro deformazioni o distorsioni. Occorrerebbe, inoltre, partire dalla constatazione che il successo del razzismo e della xenofobia non dipende dalla loro veridicità o dalla loro capacità di descrivere oggettivamente la realtà (cui magari apporterebbero risposte sbagliate o inaccettabili dal punto di vista etico, secondo un inveterato luogo comune), ma dalla loro efficacia, dalla loro capacità operativa. Razzismo e xenofobia costituiscono un processo di costruzione simbolica del nemico – inventato come figura negativa – tendente a soddisfare la ricerca di un’identità, il desiderio di appartenenza, il bisogno di sicurezza e protezione. Svelarne i meccanismi e denunciarne le menzogne è di certo necessario, ma non basta (e spesso non serve), poiché la loro influenza non si basa né su qualità cognitive né su argomenti razionali – anche se si presentano come un discorso obiettivo – ma su un meccanismo di compensazione, sulla ricerca di un capro espiatorio.

Sorto verso la fine del XVII secolo, entrato poi in simbiosi con il colonialismo e il nazionalismo moderni, il razzismo ha raggiunto il suo punto più alto nel secolo scorso, quando l’incontro tra fascismo e antisemitismo ha conosciuto nella Germania nazista l’epilogo dello sterminio. Secondo un’intuizione formulata tempo fa da Pierre-André Taguieff – passato oggi armi e bagagli alla destra neoconservatrice – il discorso razzista contemporaneo ha conosciuto una vera e propria metamorfosi, lasciando cadere il suo orientamento gerarchico e «razziale» (sul modello di Gobineau, Chamberlain, Vacher de Lapouge o di Lombroso), per divenire differenzialista e culturalista. In altri termini, è slittato dalla «scienza delle razze» all’etnocentrismo.[i] Queste trasformazioni, tuttavia, non modificano quel vecchio meccanismo di rifiuto sociale e di esclusione morale che Erving Goffman aveva sintetizzato nel concetto di «stigmate».[ii] Nel corso degli anni Novanta, il razzismo è ricomparso con forza in Europa, senza minimamente preoccuparsi del diffondersi delle liturgie ufficiali che spingevano ritualmente le autorità politiche e religiose a convergere sul «dovere della memoria», e che spedivano gli adolescenti dei nostri licei a visitare i luoghi dei campi di sterminio nazisti. Se il razzismo è ritornato in primo piano non è a causa dell’«immigrazione», secondo il ben noto cliché, ma perché appartiene – come scrive Alberto Burgio – al «codice genetico della modernità europea».[iii]

Il razzismo, tuttavia, si perpetua cambiando pelle e aggiungendo nuove caselle al suo inesauribile “archivio” dell’esclusione e dell’odio. L’inestricabile intreccio di razzismo e fascismo, nazionalismo e antisemitismo, manifestatosi in Europa durante la prima metà del XX secolo, oggi non esiste più. Il nazionalismo e l’antisemitismo proliferano ancora tra i nuovi paesi membri dell’Unione Europea, dove possono riagganciare la storia interrotta nel 1945 e alimentarsi dei risentimenti accumulati nei quarant’anni di «socialismo reale». In quella parte del continente, essi rivendicano la propria filiazione dalle dittature degli anni Trenta, come nel caso di Jobbik in Ungheria, che riprende l’eredità delle Croci uncinate e coltiva la memoria del maresciallo Horty, oppure riesumano una vecchia mitologia revanscista ed espansionista, ad esempio nel caso del Partito della Grande Romania o del Partito Croato dei Diritti (HSP), continuatore del movimento ustascia di Ante Pavelić. In Europa occidentale, invece, il fascismo è praticamente inesistente come forza politica organizzata nei paesi che ne sono stati la culla storica. In Germania, l’influenza sull’opinione pubblica dei movimenti neonazisti è pressoché nulla. In Spagna, dove il lascito del franchismo è stato raccolto dal Partito popolare, nazional-cattolico e conservatore, i falangisti sono una specie in via di estinzione. In Italia, abbiamo assistito a un fenomeno paradossale: la riabilitazione del fascismo nel discorso governativo, come anche nella coscienza storica di un segmento significativo della popolazione – l’antifascismo rappresentava il “codice genetico” della «Prima Repubblica», non dell’Italia di Berlusconi – l’antifascismo coincide con la profonda metamorfosi degli eredi di Mussolini. Futuro e Libertà, il partito lanciato poco fa dal proprio leader, Gianfranco Fini, si presenta come una destra liberista, riformista e «progressista», che se la prende con il conservatorismo politico di Berlusconi e l’oscurantismo culturale della Lega Nord. Pur collocandosi più a destra nello scacchiere politico francese, il Fronte Nazionale cerca, per impulso di Marine Le Pen, di liberarsi dell’immagine tradizionale di un’estrema destra composta di seguaci della Rivoluzione Nazionale, di integralisti cattolici e di nostalgici dell’Algeria francese. Se al suo interno rimane una componente fascisteggiante, oggi però questa non è egemone. Nel suo ultimo Congresso, il Fronte Nazionale si è dedicato all’esercizio inedito di rinnovare il proprio linguaggio, adottando una retorica repubblicana che non rientra nella sua tradizione. Pur se la successione di Marine Le Pen al padre dimostra una volontà di continuità, assumendo i tratti di un passaggio dinastico, essa attesta nondimeno un’indiscutibile intenzione di rinnovamento: nessun movimento fascista classico ha mai affidato la propria leadership a una donna.

Il declino della tradizione fascista, tuttavia, lascia il posto all’emergere di un’estrema destra di nuovo tipo, la cui ideologia rientra nei mutamenti del XXI secolo. Il politologo Jean-Yves Camus è stato tra i primi a coglierne i tratti inediti: l’abbandono del culto dello Stato a vantaggio di una concezione neoliberista del mondo incentrata sulla critica dello Stato sociale, la rivolta fiscale, la deregolamentazione economica e l’accentuazione delle libertà individuali in contrapposizione a qualsiasi interferenza statale.[iv] Il rifiuto della democrazia – o la sua interpretazione in senso plebiscitario e autoritario – non va sempre insieme al nazionalismo che, in certi casi, viene barattato con forme di etnocentrismo che rimettono in discussione il modello dello Stato nazionale, come dimostrano la Lega Nord in Italia o l’estrema destra fiamminga. Altrove, il nazionalismo assume la forma della difesa di un Occidente minacciato dalla mondializzazione e dallo scontro di civiltà. La singolare commistione di xenofobia, di individualismo, di difesa dei diritti delle donne e dell’omosessualità dichiarata predisposta in Olanda da Pim Fortuyn nel 2002 ha costituito la chiave della sua affermazione elettorale durevole. Tratti analoghi contraddistinguono altri movimenti politici nel Nord Europa, come il Vlaams Belang in Belgio, il Partito popolare danese e l’estrema destra svedese, che ha fatto da poco il suo ingresso nel Parlamento di Stoccolma. Ma li ritroviamo anche – per quanto commisti a stereotipi più tradizionalisti – nel Partito liberale austriaco (il cui leader carismatico è stato Jörg Haider), che nelle elezioni dell’ottobre 2010 si è imposto come la seconda forza politica a Vienna (27% dei suffragi).

L’elemento federativo di questa nuova estrema destra sta nella xenofobia, declinata come rifiuto violento degli immigrati. L’immigrato dei giorni nostri è l’erede delle «classi pericolose» del XIX secolo, dipinte dalle scienze sociali positiviste di allora come ricettacolo di tutte le patologie sociali, dall’alcoolismo alla criminalità e alla prostituzione, persino di epidemie come quella del colera.[v] Questi stereotipi – spesso condensati nella raffigurazione dello straniero con i tratti fisici e psichici ben marcati – derivano da un immaginario orientalista e coloniale che ha sempre consentito di definire, negativamente, identità incerte e fragili, basate sulla paura dell’“altro”, sempre percepito come l’“invasore” e il “nemico”. Nell’Europa attuale, l’immigrato assume soprattutto i tratti  del musulmano. Oggi l’islamofobia svolge per il nuovo razzismo il ruolo che fu un tempo quello dell’antisemitismo per i nazionalismi e i fascismi precedenti la Seconda guerra mondiale. La memoria della Shoah – una percezione storica dell’antisemitismo attraverso il prisma del suo sbocco nel genocidio – tende a oscurare queste somiglianze pur evidenti. Il ritratto dell’arabo-musulmano tratteggiato dalla contemporanea xenofobia non è molto diverso da quello dell’ebreo costruito dall’antisemitismo degli inizi del XX secolo. Barbe, tephillim [strisce indossate dagli ebrei durante la preghiera - ndt] e caffetano degli ebrei immigrati dall’Europa centrale e orientale di un tempo corrispondono alle barbe e ai veli dei musulmani di oggi. In entrambi i casi, le pratiche religiose, culturali, l’abbigliamento e gli alimenti di una minoranza sono stati mobilitati per costruire lo stereotipo negativo di un corpo estraneo e non integrabile nella comunità nazionale. Ebraismo e islam fungono, quindi, da metafore negative della diversità: un secolo fa, l’ebreo dipinto dall’iconografia popolare aveva necessariamente il naso adunco e le orecchie a sventola, così come oggi l’islam è identificato con il burqa, anche se il 99,99% delle donne musulmane che vivono in Europa non indossano il velo integrale. Sul piano politico, lo spettro del terrorismo islamista ha rimpiazzato quello del «bolscevismo giudaico».

Attualmente, l’antisemitismo resta il tratto distintivo del nazionalismo dell’Europa centrale, dove l’islam è quasi inesistente, e la svolta del 1989 ha resuscitato i vecchi demoni (sempre presenti, anche là dove non vi sono più ebrei), ma è quasi sparito dal discorso dell’estrema destra occidentale (che ostenta a volta le proprie simpatie nei confronti di Israele). In Olanda, Geert Wilders ha sfruttato il tema della lotta all’«islamo-fascismo». Nella consultazione referendaria del 28 novembre [2010], il 57% degli svizzeri si sono pronunciati per il divieto dei minareti. Finora, nella confederazione svizzera, solo 4 moschee su 150 ne possedevano uno, e questa soglia rimarrà insuperabile. In Italia come in Francia, si sono levate varie voci che hanno proposto misure analoghe, mostrando come, lungi dall’essere un’ubbia della destra xenofoba e populista svizzera, l’intento di stigmatizzare l’islam concerna nel suo insieme l’Europa. Ha ragione Shlomo Sand quando pone in rilievo come l’islamofobia costituisca oggi un cemento dell’Europa – della quale non si manca mai di richiamare la matrice «giudaico-cristiana» - così come l’antisemitismo ha svolto un ruolo di fondo, nel XIX secolo, nel processo di costruzione degli Stati nazionali.[vi]

La nuova estrema destra “defascistizzata” assume dunque la forma del populismo. Il concetto, come è noto, è vago, elastico, ambiguo, e odioso quando lo si utilizza per sostenere l’aristocratico disprezzo verso il popolo. Resta pur sempre il fatto che le frequenti affermazioni elettorali di questa nuova estrema destra ne dimostrano la capacità di trovare consenso fra le classi lavoratrici e gli strati meno favoriti della popolazione. Il populismo di destra - lo ha ben posto in rilievo Ernesto Laclau[vii] - si nutre del disorientamento di uno strato popolare che è stato abbandonato dalla sinistra, che avrebbe il compito di organizzarlo e rappresentarlo. Il populismo costituisce, tra l’altro, una categoria trasversale, che segnala un confine permeabile tra la destra e la sinistra. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, Sarkozy si è premurato di dissiparli dopo la sua elezione, prima creando il ministero dell’Immigrazione e dell’identità nazionale, poi lanciando la campagna contro gli zingari, razziati ed espulsi in base a un censimento etnico-razziale, suscitando l’entusiastica approvazione di numerosi esponenti delle destre europee, la destra italiana in primis. In sostanza, la lotta per l’uguaglianza di diritti – evitando gli sterili conflitti tra il nazionalismo repubblicano e il multiculturalismo comunitario – ritorna all’ordine del giorno, in questo inizio di XXI secolo, come è accaduto nel XIX secolo, quando la borghesia liberale in ascesa si opponeva alla democrazia e restringeva il diritto di voto con forti barriere di classe, di genere e di razza. Attualmente, malgrado le leggi promulgate in vari paesi, le donne continuano a essere regolarmente sottorappresentate nelle nostre istituzioni; le classi popolari disertano in misura crescente le urne, indifferenti verso un sistema politico che sentono estraneo, se non ostile; le popolazioni immigrate, infine, restano escluse da qualsiasi diritto. Ecco i tratti salienti della nostra «fausta mondializzazione».

Le metamorfosi del razzismo e della xenofobia non possono non avere implicazioni politiche. Se l’antifascismo è una battaglia di palese attualità nei nuovi paesi dell’Unione Europea, dove oggi assistiamo all’ascesa dell’estrema destra nazionalista, antisemita e fascisteggiante, la situazione è ben diversa all’Ovest. Naturalmente, in un continente che ha conosciuto Mussolini, Hitler e Franco, l’antifascismo dovrebbe far parte del codice genetico della democrazia, come elemento costitutivo della nostra coscienza storica. Tuttavia, battersi contro le nuove forme di razzismo e di xenofobia in nome dell’antifascismo rischia di rivelarsi una battaglia di retroguardia. L’antifascismo ha svolto il suo ruolo – come movimento politico organizzato – negli anni Ottanta e Novanta, quando, specie in Francia, si trovava di fronte all’emergere di un’estrema destra di matrice fascista (anche se il contesto generale non era più quello degli anni Trenta). Oggi, però, non si tratta più di difendere una democrazia minacciata. Razzismo e xenofobia presentano due facce, tutto sommato complementari: da un lato, quella di nuove estreme destre “repubblicane” (che proteggono «diritti» delimitati su basi etniche, nazionali o religiose); dall’altro lato, quella delle politiche governative (campi di detenzione per stranieri senza documenti, espulsioni pianificate, leggi tendenti a stigmatizzare e a discriminare minoranze, etniche o religiose). Questo nuovo razzismo si adegua alla democrazia rappresentativa, rimodellandola dall’interno. È perciò la democrazia in quanto tale che occorre ripensare, come pure i concetti di uguaglianza di diritti e di cittadinanza, per restituire respiro all’antifascismo. (17 giugno 2001)

 

[da Contretemps, n. 9, 2011 http://www.contretemps.eu/interventions/fabrique-haine-x%C3%A9nophobie-racisme-en-europe]

 

NB Questo testo era stato scritto molto tempo prima degli  ultimi avvenimenti di Torino e Firenze.  Lo avevamo scelto indipendentemente da queste vicende, e Titti Pierini ne aveva iniziato la traduzione da diversi giorni.  Purtroppo quel che è accaduto era prevedibile…

 

Traduzione dal francese di Titti Pierini 15/12/11

 

 

 



[i] Pierre-André Taguieff, La force du préjugé, La Decouverte, Parigi, 1988.

[ii] Ervin Goffmann, Stigmate. Les usages sociaux des handicaps, Éditions de Minuit, Parigi, 1975.

[iii] Alberto Burgio, Nonostante Auschwitz. Il “ritorno” del razzismo in Europa, Derive Approdi, Roma, 2010.

[iv] Jean-Yves Camus, “Du fascisme au National-populisme. Métamorphoses de l’extrême droite en Europe, in Le Monde diplomatique, maggio 2002.

[v] Louis Chevalier, Classes laborieuses et classes dangereuses, Perrin, Parigi, 2007 (ed.orig. 1958).

[vi] Shlomo Sand, “From Judeophobia to Islamopfobia. Nation-building and the construction of Europe”, in Jewish Quarterly, n. 215, 2010.

[vii] Ernesto Laclau, La Raison populiste, Éditions du Seuil, Parigi, 2008.



Tags: Enzo Traverso  razzismo  fascismo  populismo