Cambiare si può, forse

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Cambiare si può, forse

Ho seguito parte del dibattito dell’assemblea del 1° dicembre a Roma in streaming, nonostante le frequenti interruzioni per messaggi pubblicitari e la cattiva qualità dell’audio. Ora cominciano a essere disponibili non solo l’introduzione di Livio Pepino, e le conclusioni di Marco Revelli, ma anche diversi interventi. Ci sono soprattutto, e c’erano da prima dell’assemblea i 25 punti essenziali per un programma (perfino troppi, dico, io che inizialmente avevo lamentato l’insufficienza dell’appello originario).

I primi dibattiti a cui ho partecipato nelle Marche (San Benedetto del Tronto e Civitanova) hanno tuttavia registrato in varia misura le conseguenze di un ritardo di anni nell’avviare una discussione complessiva: ci sono incomprensioni sugli obiettivi, e in qualche caso anche incomprensibili pregiudiziali sulla partecipazione al movimento e soprattutto alla preparazione delle liste dei compagni iscritti a partiti: in pratica il possibile ostracismo è rivolto al PRC, che peraltro era presente largamente fin dall’inizio e con entusiasmo, ma ovviamente non è disponibile a farsi escludere da una parte dei compiti, pur essendo essenziale per la loro realizzazione. Ma sono difficoltà superabili, anche se per presentarsi ci dovrà essere una corsa con il tempo, soprattutto perché parecchie questioni restano da chiarire, a partire dalla possibilità che qualcuno concepisca la presentazione di queste liste non come davvero “alternative”, ma come “liste civiche”, primo passo in direzione di un “condizionamento” (e quindi fiancheggiamento) del centrosinistra.

In ogni caso la “corsa contro il tempo” non deve impedire o rallentare i dibattiti chiarificatori, sugli obiettivi (pochi, ma incisivi e inequivocabili, come il No agli F35 e alle portaerei, invece di generici impegni di pace), sulle concezioni organizzative, sui criteri per garantire la trasparenza nelle decisioni, sui limiti drastici fissati per il compenso degli eletti, e sulla durata del loro impegno nelle istituzioni.

Intanto pubblico sul sito almeno l’introduzione e le conclusioni dell’assemblea. E aspetto la annunciata riorganizzazione del sito http://www.cambiaresipuo.net/, per ora ancora piuttosto scarno.

(a.m. 3/12/12)

Livio Pepino: introduzione all’assemblea del #1Dicembre

La campagna “Cambiare si può” è nata esattamente 25 giorni fa, il 6 novembre. In tre settimane è cresciuta fino ad arrivare a questa assemblea, supportata da oltre 5.000 adesioni e circondata da un interesse crescente, ed è oggi una realtà, pur ancora alla ricerca di una organizzazione adeguata alle necessità di una campagna elettorale. L’assemblea di oggi è il primo passo per completare e rendere percorribile questo progetto. È dunque un’assemblea costituente. Limitando gli interventi a sei minuti ciascuno potremo averne 45: molti, ma certo insufficienti per dare spazio a tutti coloro che hanno idee e contributi da portare. Per questo abbiamo chiesto ai rappresentanti delle realtà organizzate – che hanno altre possibilità di parlare – di stare, questa volta, ad ascoltare, lasciando spazio a chi, per lo più, non ha parola. Per questo faremo scorrere su uno schermo, in teatro, gli interventi di chi ha inviato un testo scritto. Per questo soprattutto l’assemblea non sarà il momento finale ma quello iniziale di un confronto che proseguirà nei prossimi giorni, sui territori.
A me il compito di cominciare richiamando le ragioni per cui ci siamo lanciati in questa impresa, rispondendo agli interrogativi che ci sono stati posti e sottoponendo all’assemblea le principali questioni che ci stanno di fronte.

1. Siamo nati – lo dico brutalmente – per evitare che il pensiero dominante diventi pensiero unico e si consolidi la convinzione, veicolata quotidianamente anche dalle alte cariche dello stato, che l’agenda del dopo elezioni sia necessitata e già scritta all’insegna del montismo. Siamo nati per dire e per far crescere sul territorio e nelle istituzioni la percezione che esiste un’altra agenda, possibile e più realistica di quella dei professori della Bocconi e dei banchieri europei. Un’agenda che prevede un’uscita dalla crisi fondata sulla rinegoziazione delle politiche economiche europee (in un nuovo asse tra i paesi mediterranei), su una diversa politica fiscale, sul ritiro da tutte le operazioni di guerra e sull’abbattimento delle spese militari, sulla definitiva rinuncia alle grandi opere, sulla previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati, sulla riconversione di ampi settori dell’economia, su migliaia di piccole opere di utilità collettiva, su un piano di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi e su quanto abbiamo più ampiamente precisato nel nostro documento costitutivo.
Ciò ha una conseguenza obbligata ed evidente su cui, peraltro, qualcuno continua a interrogarci. A questo interrogativo rispondiamo in modo esplicito. Noi crediamo che sia tempo di dismettere, una volta per tutte, i pasticci, i non detti, i tatticismi, i “voti utili”, il perseguimento del meno peggio…, cioè la politica che ci ha portati al disastro attuale anche della sinistra. Diciamolo chiaramente. Chi ritiene che il Governo Monti sia stato la salvezza del paese e che non ci fosse una possibilità diversa di affrontare la crisi, che i diktat dell’Europa delle banche siano un boccone amaro ma inevitabile, che il futuro del Paese stia nelle grandi opere, insomma il centro sinistra rappresentato dalle primarie, è lontano da noi le mille miglia. Stiamo su pianeti diversi, che non tollerano incertezze, ambiguità, strizzatine d’occhio sul dopo elezioni. Lo diciamo non per settarismo o per intolleranza, o perché ci sfuggono le differenze tra gli attori dell’attuale scena politica, ma per dovere di chiarezza e per rispetto delle posizioni di ciascuno: soprattutto dei cittadini il cui riavvicinamento al voto e alle istituzioni non si incentiva certo con slogan ambigui fatti per tenersi le mani libere.
La questione dei contenuti è, ovviamente, quella prioritaria ma c’è anche un problema di metodo. Lo diciamo senza mezzi termini: non solo i partiti tradizionali ma la stessa forma partito, che pure è stata l’asse portante dello sviluppo della democrazia del dopoguerra, è oggi superata, finita, travolta dagli eventi. E quel che è finito non si può resuscitare. Occorrono forme diverse, nuovi modi di partecipazione, una revisione dei sistemi della rappresentanza che partano dal basso e consentano a tutti di partecipare realmente. Operazione difficile ma necessaria. Per questo l’aggregazione che vogliamo costruire in vista delle elezioni o sarà totalmente ripensata rispetto al passato o non sarà. Ripensata nelle forme, nel nome, nei simboli, nei rappresentanti, nei candidati (che non potranno in nessun modo essere o anche solo apparire il riciclo di esperienze passate). Non uso il termine rinnovamento, snaturato com’è dall’uso spregiudicato e disinvolto che ne ha fatto (e ne fa) che persegue il consolidamento dei poteri forti a scapito dei deboli, ma vado direttamente alla sostanza con un esempio Occorre contrastare il mantra dei nostri tempi: il leaderismo. Certo, se il sistema elettorale ce lo imporrà avremo anche noi un candidato premier, e sarà autorevole, credibile e mediaticamente forte. Ma non è questo il problema principale e, in ogni caso, il nostro candidato premier sarà uno tra gli altri e non il padrone della aggregazione che costruiremo.

2. Abbiamo un progetto ambizioso, un progetto di società alternativo che vuole diventare egemone. Sappiamo che non esistono bacchette magiche e non amiamo – a differenza di altri – spacciare illusioni. Ma le dure lezioni e le sconfitte degli ultimi decenni (che hanno annullato conquiste ritenute definitivamente acquisite) dimostrano anche a chi non vuol vedere che senza un progetto complessivo e coerente di società si perde tutto. Per questo non ci interessa il piccolo cabotaggio (che, tradotto in cifre, significa 10 o 15 parlamentari). Non abbiamo posizioni da difendere, funzionari da mantenere, apparati da finanziare e non è per questo che vogliamo concorrere alle elezioni. Vogliamo un mondo diverso e consideriamo questo obiettivo il vero realismo: quello stesso realismo che ha portato alla vittoria referendaria sull’acqua pubblica e contro il nucleare, quel realismo che sa investire sul protagonismo dei vari movimenti che hanno attraversato il paese negli ultimi decenni. Di qui, non da una sciocca presunzione, la scelta di pensare in grande e di rifuggire dalla costruzione dell’ennesimo, inutile, partitino della sinistra.
Molti, moltissimi, in queste settimane ci hanno ripetuto un ritornello: «avete ragione, condividiamo quello che dite, ma in questa situazione e con il poco tempo a disposizione non ce la si può fare!». È un’obiezione seria che richiede una risposta, rimessa a questa assemblea. Io mi limito a dire che non siamo né ingenui né sognatori. Sappiamo che per superare la soglia di sbarramento attuale del 4 per cento per la Camera occorre un milione di mezzo di voti (e che ne occorrono alcune centinaia di migliaia in più se quella soglia verrà portata al 5 per cento). Ne siamo ben consapevoli e sappiamo contare fino a cento (quanti sono i giorni che mancano al voto)… Per questo siamo qui non a lanciare slogan ma a sottoporre all’assemblea un programma di lavoro e una verifica responsabile della sua praticabilità.
Concorrere alle elezioni pone il problema del rapporto con le formazioni politiche e i partiti che, come noi, hanno contrastato e contrastano le politiche del governo Monti e che – anche con la loro presenza a questa assemblea – mostrano attenzione al progetto “Cambiare si può”. C’è al riguardo, come è normale che sia, un dibattito aperto che – credo – attraverserà l’assemblea. Per favorirne il dispiegarsi dico la mia personale – sottolineo, personale – posizione. Guai a riproporre confederazioni, alleanze, cartelli, che evocano solo storie di fallimenti. Chi – anche tra le forze politiche – coglie la novità della fase deve cogliere la necessità di una aggregazione nuova, unica e diversa da quelle che l’hanno preceduta. Di una aggregazione che non sia la sommatoria di vecchie strutture (e dei loro errori) e nella quale tutti quelli che vi partecipano (singoli o organizzati) sono riconosciuti nella loro identità (sono cioè partecipi e non ospiti) ma accettano di contaminarsi reciprocamente in un processo di superamento, almeno in questa occasione, dei particolarismi e delle logiche identitarie. Il fatto nuovo non sta solo nell’escludere che la formazione delle lista avvenga attraverso spartizioni lottizzatorie tra le segreterie di vecchi e nuovi partiti: sarebbe già molto ma non basta. Il salto è più radicale e rimanda, appunto, a un’aggregazione con caratteri di visibile discontinuità rispetto al passato. La mia speranza è che la generosità e l’intelligenza di tutti la consentano.

3. Termino con pochi flash di metodo per il seguito di questo percorso, al fine di offrire spunti di discussione all’assemblea e di favorire, in sede di conclusioni, indicazioni chiare per il futuro (un futuro che deve cominciare alle 18.00 di oggi…):
a) le prossime due settimane devono segnare la nascita del progetto nei territori con il censimento e la raccolta delle energie disponibili, la discussione più ampia e partecipata delle linee programmatiche e organizzative, l’individuazione delle disponibilità a compiti organizzativi e di coordinamento. A questo fine è opportuno lanciare fin da ora una sorta di cambiare si può day da sviluppare entro 10 giorni in tutti i territori possibili, con assemblee pubbliche convocate da una pluralità di associazioni, movimenti, realtà locali;
b) questo processo deve trovare un momento di sintesi e di confronto in una assemblea aperta di rappresentanti territoriali da tenersi entro il 20 dicembre in cui verificare la fattibilità dell’impresa e, in caso positivo, definire progetto, nome, simbolo, struttura organizzativa e relativi responsabili;
c) per coordinare e seguire questo progetto occorre individuare un comitato provvisorio (legittimato dall’assemblea) che gestisca, anche attraverso i necessari rapporti, questa fase di passaggio sino alla nuova assemblea.

Buon lavoro a tutti noi!

1 dicembre 2012
(Livio Pepino)

 

La sfida della maggioranza

3 dicembre 2012 - Fonte: Pubblico

di Marco Revelli -

Sabato pomeriggio alle cinque, al Teatro Vittoria, dopo 45 interventi, rigorosamente e tutti di sei minuti, di fila senza neanche l’intervallo per un panino, si può finalmente concludere che, effettivamente, «cambiare si può». Anzi, che qualcosa è già cambiato. Non era scontato. Quando era stato lanciato l’“Appello dei 70”era ben chiaro che cosa si dovesse fare: tentare di offrire a chi è disgustato della politica di questi anni –e sono tanti, più di quanti tutte le frastagliate sinistre non ortodosse possano contenere -, uno spazio anche elettorale in cui riconoscersi. Una sorta di “quarto polo”per quanti hanno giudicato l’impotenza e le collusioni del centro-sinistra –prima quando si trattava di combattere Berlusconi, poi nella gestione della crisi del berlusconismo -, ma non si trovano a proprio agio nello stile e nelle protesta “5 stelle”, e non saprebbero chi e se votare. Provare a tirare una riga netta rispetto alle esperienze perdenti del passato e alle logiche identitarie che le hanno segnate, per provare a misurarsi con la sfida “della maggioranza”. Cioè con la necessità di incominciare a parlare a una parte ampia del Paese (e non solo ai “nostri ”), per ascoltarne bisogni e domande, nella consapevolezza che nessuna parte dell’attuale classe politica è in grado di dare risposta alla crisi mortale della nostra democrazia.

Quello che non si sapeva, era se ciò – oltre che necessario – fosse anche possibile. La giornata al Vittoria sembrerebbe far propendere per una risposta positiva. Per i contenuti politici degli interventi, certo, sostanzialmente convergenti nell’analisi e su alcuni chiari, centrali elementi di programma sintetizzati nell’introduzione di Livio Pepino (iniziativa a livello internazionale per un’altra Europa e per una reale rinegoziazione del debito, difesa intransigente del lavoro e dei suoi diritti, sospensione delle missioni militari e taglio della spesa in armamenti, blocco delle grandi opere a cominciare dal Tav Torino- Lione e lancio di un ampio programma di messa in sicurezza del territorio, ecc.). Ma soprattutto per il clima che si respirava in sala. Per l’”antropologia ”che lì si rivelava: con un linguaggio prevalentemente non gergale, un atteggiamento attento e amichevole, senza barriere identitarie né micro-orgogli di partito, disponibilità alla contaminazione e all ’ascolto.

L’obiettivo condiviso è quello di portare in Parlamento un buon numero di donne e di uomini di alto profilo morale e professionale e di effettivo radicamento nelle esperienze sociali, – un gruppo di pari, senza leaderismi – che indichino la necessità di un’alternativa organica al modello sociale prevalente: al dogma fallito ma tenace che domina nell’Europa sfregiata dal neoliberismo, che si è incarnato in Italia nella politica del governo Monti e che attraversa trasversalmente e maggioritariamente i due grandi schieramenti. Il modello che ha portato sull’orlo della morte sociale la Grecia, e che sta necrotizzando il nostro tessuto sociale e produttivo. Non, dunque, un progetto a “fuoco basso”, per tentare di spostare di qualche centimetro il baricentro di uno schieramento di centrosinistra, ma l’obiettivo ben più ambizioso di portare anche in Parlamento l’opzione per una possibile alternativa radicale e organica, nella consapevolezza che nel prossimo quinquennio vivremo in mezzo a un terremoto che cambierà gli equilibri della nostra società e minaccerà alle radici la nostra democrazia.

La giornata si è chiusa con l’approvazione a stragrande maggioranza di una mozione che sposta nei territori il luogo della verifica decisiva, con la convocazione di un «cambiare si può day» tra il 14 e il 15 dicembre, quando in assemblee aperte si dovrà verificare se è davvero possibile allargare il cerchio della partecipazione. Per saperne di più, c’è il sito www. cambiaresipuo. net.

 

 



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