No a guerra e crisi!

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Controcorrente *

*Foglio non periodico di Sinistra Critica Marche

 

 

Materiali “controcorrente” per la lotta contro la crisi

Riportiamo qui alcuni foglietti prodotti tra i compagni di alcune località delle Marche e variamente messi in circolazione in internet, o stampati impaginati e parzialmente modificati. Materiali prodotti negli ultimi mesi e originariamente non destinati al sito. Sono state le sollecitazioni di alcuni compagni che mi chiedevano di produrre materiali di questo genere a spingermi a scegliere alcuni scritti di “agitazione”, inserendoli nel sito come strumenti utilizzabili da tutti. Il primo, più breve, è ancora in discussione, e sarà forse modificato ampiamente, ma può essere intanto utile come traccia di una risposta immediata a due pericoli convergenti: il saccheggio ulteriore di salari e pensioni, e la guerra “umanitaria”. Alcuni sondaggi televisivi e nel web hanno confermato una diffusa e viva inquietudine di fronte a questa guerra assurda. Ma Sinistra critica lega strettamente l’opposizione alla guerra alla lotta contro la crisi. Gli altri due bollettini “Controcorrente” sono stati prodotti invece negli ultimi due mesi.

Abbiamo “mobilitato” contro la crisi anche Lenin, riportando in pdf un suo scritto bellissimo e attuale, La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, dell’estate 1917 (scritto contemporaneamente a Stato e rivoluzione e complementare ad esso, ma assai meno conosciuto). Ai rari e fortunati possessori o fruitori di una collezione delle Opere di Lenin, segnaliamo che si trova nel vol. XXV, pp. 305-347… Ora è sul sito: Lenin e la crisi

 17/5/2010

 

Calderoli annuncia i tagli per tutti…

…cominciando da uno irrisorio per il ceto politico

 

Mentre Berlusconi assume ridicolmente la sua nuova veste di giudice per “scovare i corrotti” (ma non dovrà cercare lontano…), il ministro Calderoli, quello della legge elettorale porcata e della bugia delle 130.000 leggi abrogate e bruciate, per non parlare del maiale portato a passeggio davanti a una moschea, ha preso l’iniziativa e ha lanciato una proposta infame e pericolosa: ministri e deputati dovrebbero rinunciare al 5% del loro stipendio.  Subito dopo vari ministri, da Larussa a Brunetta, hanno fatto a gara a farsi belli rilanciando le promesse, tanto poi chi decide è Tremonti.

È un’altra porcata: chi percepisce 15.000 euro al mese non si accorgerebbe molto di un 5% di detrazione (qualora venisse fatta davvero, cosa di cui si può dubitare, visto che anche recentemente, in piena crisi, i parlamentari lo stipendio se lo sono invece aumentato silenziosamente e all’unanimità di 1.135.000 al mese), mentre per chi invece ne prende 1.000 anche 50 euro sono tanti.

Per prepararci al salasso hanno fatto balenare la possibilità di colpire in modo analogo i “manager di Stato”. Ma è un’altra buffonata: il grosso delle aziende una volta pubbliche sono state da tempo privatizzate in tutto o in parte, soprattutto da Prodi, e figurano comunque private anche se si reggono con cospicui contributi dello Stato.

Calderoli e gli altri comunque si riferiscono allo stipendio base, che della retribuzione dei parlamentari rappresenta una minima parte (circa 5.000 euro), mentre il resto è legato alle presenze, ad attività, ecc. Va detto anche che la reale entità delle retribuzioni dei parlamentari è sempre stata oscurata, sono state fornite anche in questi giorni cifre diverse, che oscillano tra i 15.000 e i 20.000 euro. Unica cosa certa è che i soldi che prendono sono tantissimi rispetto alla media europea e soprattutto ai redditi medi degli italiani, ma al tempo stesso,anche nel caso improbabile di un prelievo sull’ammontare complessivo, sarebbero del tutto insufficienti a tappare i buchi delle finanze dissestate. Fate i conti, se i 945 parlamentari pagassero anche 700 euro al mese, si arriverebbe a 661.500 euro. Ridicolo! Per questo è chiaro che vogliono solo far accettare i tagli ai poveracci, ai dipendenti dello Stato, ai pensionati; poi, naturalmente, in base all’unico egualitarismo che conoscono, quello verso il basso, “dovrebbero” prelevare qualcosa anche sui miseri salari del settore privato. Lo avevamo capito quando si è scelta la Grecia come cavia per creare un precedente per Portogallo, Spagna e Italia e via tagliando: se non reagiamo, toccherà a noi svenarci.

Svenarsi… C’è già chi l’ha fatto non metaforicamente. Mariarca Terracciano, combattiva infermiera napoletana, dopo un lungo e inutile sciopero della fame era passata al prelievo quotidiano di sangue… per rivendicare lo stipendio non pagato! Dopo la sua morte, molti ipocriti hanno negato che fosse una conseguenza della lunga lotta a cui era stata costretta: la causa sarebbe stato un arresto cardiocircolatorio! Infami: si può dire di ogni morte, nel Gulag lo dicevano anche di chi era stato fucilato… Ma vorremo che si riflettesse su un dato tremendo: se non fosse morta non avremmo mai saputo della sua lotta!

Non vogliamo arrivare a questo. Ma è necessario affrontare la crisi con una lotta generale, non caso per caso. Non dobbiamo pagare noi per una crisi di cui non siamo responsabili neppure per uno 0,5%. Bisogna assolutamente unificare le lotte su obiettivi comuni: siamo tutti minacciati e moltissimi già sono stati colpiti, ma se non fermiamo i criminali che hanno sfasciato il paese faranno pagare tutto a noi.

Basta mendicare soluzioni particolari, caso per caso, bisogna colpire i responsabili della crisi, i saccheggiatori di denaro pubblico pronti a gioire dei terremoti, le imprese che inquinano il mondo per risparmiare sulle misure di sicurezza (colpendole non con un simbolico centesimo a barile di petrolio, come propone Obama, o con un 5% simbolico, ma confiscando i loro beni e restituendoli alla comunità), e soprattutto i profittatori che si arricchiscono con le spese militari, per guerre bugiarde in paesi con cui non abbiamo nulla a che vedere…

 

No alle assurde spese per guerre inutili e dannose

 

Intanto è venuta l’ennesima conferma di dove si può tagliare: le cosiddette missioni umanitarie. Molti commenti sui blog si ricordano dell’Afghanistan solo quando ci scappa qualche morto italiano (le decine di morti afghani di ogni giorno non vengono neppure contati). Ma è sbagliato legare il ritiro solo alla morte di qualche ragazzo che per bisogno e ignoranza si è arruolato ed è stato mandato in paesi di cui non conosceva neppure l’esistenza. Oltre a tutto i “nostri morti” in certi periodi possono essere pochi, per l’enorme asimmetria degli armamenti, e perché la nostra “missione” si riduce a proteggersi (ce l’hanno confermato diversi militari di ritorno), ma questa guerra è ingiusta e criminale:

1) Gli afghani infatti non minacciavano certo l’Italia, e nemmeno gli Stati Uniti, quindi abbiamo partecipato a un’invasione immotivata, che ha generato il terrorismo invece di eliminarlo;

 

2) Il numero di vittime delle due parti è assolutamente sproporzionato: secondo Emergency i morti afghani sono 28.000, quelli italiani 24 (ventiquattro), quelli della coalizione di cui facciamo parte 1.767;

 

3) La pretesa di portare civiltà e moralità è infondata: abbiamo scritto il loro codice penale e addestrato la loro polizia e magistratura, con i risultati che si sono visti con il sequestro dei medici di Emergency senza uno straccio di prova e senza far mettere il naso a un avvocato;

 

4) La guerra è un crimine contro lo stesso popolo italiano, che viene dotato di portaerei e di aerei costosissimi mentre si chiudono ospedali e scuole pubbliche di ogni grado. Le risorse usate in Afghanistan servirebbero per fronteggiare uno sfacelo ambientale senza precedenti: le frane bloccano da mesi le comunicazioni ferroviarie tra la costa tirrenica e la Puglia, e le autostrade della Calabria e Sicilia vanno a pezzi dai due lati dello Stretto che i soliti noti vorrebbero costruire per i loro affari d’oro.

 

Colpire i responsabili della crisi

 

Naturalmente tagliare le spese militari è necessario, ma non sufficiente. Comunque vanno eliminate per prima cosa, anche per la nostra sicurezza, perché invece di combatterli, preparano terroristi che ci odiano per quello che facciamo nel loro paese.

Ma bisogna anche reagire alla crisi finanziaria dicendo NO a tutti i tentativi di farla pagare a chi non è stato la causa dello sfacelo.

 La crisi è nata nelle borse. E chi operava in borsa? Solo una piccola parte della popolazione.

In Italia le famiglie che detenevano azioni, a fine 2000, erano 10 su 100 (appena 4 su cento, dieci anni prima). Secondo il Bollettino statistico della Banca d’Italia si è avuta poi una contrazione del 28,6%, dovuta solo in parte a disinvestimento; il grosso è stata perdita di valore.

Il fenomeno ha riguardato prevalentemente famiglie agiate, visto che quasi l’80% del valore delle azioni è in mano al 20% delle famiglie più ricche. Vero, ma anche l’altro 20% del valore azionario, ridottosi del 30%, era in mano ad azionisti improvvisati, magari lavoratori dipendenti ingannati dalla propaganda governativa che spingeva a integrare le pensioni pubbliche rivolgendosi ai fondi pensione privati.

Ma chi manovrava le grandi masse di denaro erano pochissime persone, che hanno pilotato una spoliazione di massa degli ingenui. Sono non misteriosi “speculatori” ma capitalisti che invece di investire in azienda hanno speculato sui cambi, sui bond, sui derivati… Magari usando le facilitazioni che lo Stato gli dava generosamente e senza controlli. Noi non c’entriamo.

Sono loro a dover pagare, non con tasse simboliche ma con la confisca dei loro patrimoni e delle loro fabbriche, che hanno trascurato o smantellato per riaprirle all’estero, e che vanno affidate ai lavoratori, finanziandole con i proventi dei beni sequestrati ai responsabili della catastrofe.

 


 

Controcorrente *

*Foglio non periodico di Sinistra Critica Marche

Discutendo con la sinistra istituzionale, che ci voleva anche nelle sue liste, abbiamo cercato di spiegare che ci sarebbero tante cose che si potrebbero fare insieme, ad esempio una grande campagna sui temi del lavoro. Non è stato facile capirci, il PRC e il PdCI sembravano interessati solo al voto, e ci sembra che abbiano dimenticato da anni che si può e si deve intervenire nei problemi del lavoro senza ripetere le solite cose inconcludenti che hanno paralizzato e reso inutili i sindacati. Sintomatico che non hanno neppure preso posizione nel grande scontro nel Congresso della CGIL. E comunque, abbiamo visto quanto sia difficile capirsi su questi temi, quanto sia difficile spiegare che per ricominciare a crescere e pesare, la sinistra deve saper andare controcorrente… Per questo abbiamo dato questo nome a questo piccolo foglio, con cui cerchiamo, anche durante ma soprattutto oltre la campagna elettorale, di contribuire a una discussione finalizzata all’azione comune.

I soldi per le “Grandi opere” inutili e dannose si trovano,

per la Cassa Integrazione o le pensioni no!

 

L’ultima notizia è che il governo ha bloccato l’emendamento che prolungava a un anno e mezzo la Cassa Integrazione. Non si può, dice Sacconi,non ci sono soldi. Ma per le spese militari (più o meno camuffate da imprese umanitarie) si trovano sempre. Che siano inutili perché nessuno ci minaccia è evidente a tutti, anche se non molti si rendono conto dei loro costi, che sono spaventosi.

Facciamo un esempio: la crociera propagandistica della portaerei Cavour, che ha fatto la sua prima missione ufficiale “a sostegno dei terremotati di Haiti”. Questi non ne hanno beneficiato molto: la nave è arrivata tardi, due settimane dopo il terremoto, dopo una deviazione verso il Brasile (non si sa bene se per prendere qualcuno a bordo dato che tra Italia e Brasile c’è una collaborazione militare o per esibirla nel carnevale di Rio). Comunque questa modernissima nave, costruita per combinare varie funzionalità (uso di aerei ed elicotteri, mezzi anfibi, trasporto di personale civile e militare e di veicoli pesanti), non si è però neppure potuta avvicinare molto alla costa haitiana: i fondali erano troppo bassi.

Quanto è costata e quanto consuma la Cavour

Quanto sia costata la Cavour è un mistero: la spesa è stata spezzettata tra varie voci, e assegnata in parte al bilancio della Difesa , in parte a quello dello Sviluppo economico (!), ma ha superato in ogni caso, anche senza le armi, già di parecchio un miliardo di euro. Per quanto riguarda i costi di una missione, si parla di una spesa variabile a secondo della velocità, ma che può raggiungere i 200.000 dollari all’ora (d’altra parte un solo aereo a reazione ne brucia 20 o 30.000 all’ora…).

Le spese militari sono per giunta gonfiate grazie al segreto: anche le divise, le tovaglie per la mensa e perfino la carta igienica vengono acquistate a prezzi esorbitanti. E quanto costano le missioni “umanitarie” in Afghanistan, in Libano, in vari altri paesi?

Ma oltre alle spese militari, e spesso a profitto delle stesse imprese, ci sono le Grandi Opere inutili e dannose come il Ponte sullo Stretto, le linee Tav, l’aeroporto di Vicenza (a beneficio dell’aviazione USA, ma a carico per il 60% dell’Italia), opere per le quali i soldi si trovano sempre.

Il Ponte sullo Stretto, ad esempio, farebbe risparmiare si e no mezz’ora di traversata, a chi però ha impiegato tempi enormi per arrivarci, traversando dai due lati regioni in sfacelo e con autostrade sempre interrotte.

Questi grandi lavori creano ben poca occupazione (per giunta in genere sono affidati a ditte che arrivano da fuori), contrariamente a quanto annunciato alla popolazione locale per far accettare gli inevitabili e irreparabili danni per l’ambiente.

E ora, passate le elezioni regionali, che hanno consigliato di mantenere spudoratamente il segreto sulla loro localizzazione per impedire proteste, si dovrebbero cominciare a costruire anche le centrali nucleari, infischiandosene della decisione presa a suo tempo con un risultato nettissimo in un referendum. Peraltro ancora non è stato risolto il problema delle scorie delle prime centrali chiuse a suo tempo! A volte saranno le stesse imprese tipo Inpregilo a spartirsi il bottino e a pagare tangenti ai politici che le coprono.

Come creare occupazione utile a buon mercato

Invece di queste Opere megagalattiche, che arricchiscono i soliti noti, ci vorrebbero migliaia di piccoli cantieri sparsi sul territorio, che potrebbero portare con modesti investimenti grandi benefici all’occupazione, e intervenire concretamente per arrestare lo sfacelo ambientale (argini, rimboschimento, dighe, ricostruzione di zone dissestate da alluvioni, frane e terremoti).

Per tutte le cose utili, i soldi non si trovano: anzi hanno bloccato perfino un emendamento che portava la durata della Cassa Integrazione da 12 a 18 mesi. Non ci sono i soldi, ripete Sacconi. È un colpo grave tutti i lavoratori delle aziende in crisi, che sperano che la crisi prima o poi finisca, ma sanno che probabilmente non sarà tanto presto.

È vero che il ricorso agli “ammortizzatori” è pericoloso, (sono un po’ come un anestetico che permette di tagliare senza che te ne rendi conto), ma è anche evidente che per chi è colpito sono meglio di niente. Si rischia di tornare alla situazione che c’era prima della crisi del ’29, quando le aziende buttavano semplicemente sul lastrico gli “eccedenti”, a cui non rimaneva che andare con la gavetta in mano davanti alle mense dell’esercito della Salvezza o delle Chiese… Oppure, in Germania, arruolarsi nelle SA e prepararsi alla guerra…

 

Ci toglieranno tutto, se non li fermiamo…

Continuando in questo modo, si tornerà a cancellare ogni forma di previdenza: già hanno ridotto le giornate di malattia pagate, ma non si fermeranno. Quando al padrone dai un dito, si prende tutto il braccio…

Ricordiamoci che pensioni, indennità per infortuni e liquidazioni non sono state un regalo, ma il frutto diretto o indiretto delle lotte operaie, sulla base di rapporti di forza creati con le lotte. Un tempo non c’era nessun indennizzo neppure per le famiglie di chi moriva sul lavoro, o perfino in guerra: non avevano diritto a niente. Ad esempio quando Pietro Micca morì nel 1706 “da kamikaze” per salvare Torino dalle truppe  francesi, il duca Vittorio Amedeo II si commosse tanto al pianto della vedova e del figlioletto, che decise di fare uno strappo alla regola concedendole eccezionalmente un vitalizio di ben due pani al giorno. Una legge ad personam, tanto straordinaria che i libri di scuola la ricordano ancora oggi…

Sembra un’esagerazione, ma per i lavoratori immigrati è già così: assunti in nero, senza controlli, quando muoiono in un incidente in un cantiere a volte vengono buttati ai margini di una strada e fatti apparire vittime di un “pirata della strada” (invece era stato un bandito del capitalismo selvaggio…).

È possibile una controffensiva?

È possibile, ma ci vuole una lotta dura su obiettivi chiari e comprensibili a tutti.

Per arginare lo sfacelo dell’economia, e trovare i soldi indispensabili per le prime necessità,  basterebbero due misure semplici collegate tra loro:

1) ridurre le aliquote di imposte dirette che colpiscono lavoratori dipendenti e pensionati (cioè gli unici che pagano le tasse davvero in Italia);

2) avviare una campagna antievasione basata sulla non licenziabilità di chi contribuisce a scoprire le evasioni dell’azienda in cui lavora.

Le evasioni si fanno in cento modi diversi, ma sempre arrivano a conoscenza di una parte dei dipendenti. Per esempio il tesoro delle evasioni della Parmalat, era sicuramente a conoscenza di vari dipendenti (il Tanzi i quadri nei depositi segreti non se li portava da solo…) Ma oggi chi sa ha paura di pagare cara una segnalazione, e magari non vuole “danneggiare l’azienda” (convinto che “siamo tutti nella stessa barca”…). La norma sulla impossibilità di licenziare almeno per cinque anni chi ha smascherato un’evasione fiscale, naturalmente, per funzionare avrebbe bisogno di una grande campagna politica per spiegare a tutti i lavoratori che è nel loro interesse smascherare gli evasori, che solo così possono diminuire le tasse su chi lavora, e trovare i fondi per tante cose necessarie.

 

Ma c’è la crisi, non si può…

Un giorno ci dicono che non possiamo chiedere niente, perché c’è la crisi, e il giorno dopo (da un anno almeno) che la crisi è finita o sta finendo. Il problema è capire cosa si intende per crisi. Ad esempio capiamo perché Berlusconi possa essere convinto che stia finendo: dalle statistiche di Forbes risulta sempre tra i primi cento più ricchi del mondo, e anzi è passato da un guadagno di 6 miliardi a 9 miliardi di dollari nell’ultimo anno. Da solo: le proprietà affidate ai figli, al fratello, a vari prestanome, non figurano nemmeno!

Ma anche per tanti altri “più piccoli”, la crisi sta finendo, o ha permesso comunque di fare buoni affari. Quanto più riescono a licenziare, tanto più i titoli in borsa risalgono, e ci sono quelli che ricominciano a fare come in passato. Basta che gli si lasci carta bianca…  Marchionne chiude Termini Imerese e forse qualche altro stabilimento, ma compra Detroit e rafforza la presenza in Polonia… Naturalmente i miliardi per queste operazioni li ha avuti prima dal governo italiano, poi dagli Stati Uniti…

 

Ci sono invece tanti piccoli capitalisti stritolati perché non sorretti come in passato dallo Stato; alcuni si sono suicidati per il fallimento della loro impresa, cioè perché non guadagnavano più come in passato. E tanti si sono spostati all’estero, per approfittare di salari più bassi.

 

Senza una svolta, il peggio deve ancora cominciare. Finiti gli “ammortizzatori sociali”, molti lavoratori saranno buttati fuori, tanto più facilmente quanto più sono stati lasciati soli a pensare a sé stessi, a mendicare qualche “aiutino” dagli enti locali nel migliore dei casi.

 

Per una svolta, bisogna rimettere in campo la forza, mal utilizzata in questi anni, ma non cancellata, della classe operaia. Con una lotta generale e dura. Ci sono esempi importanti che vengono dalla risposta della Grecia, della Francia, dalla Germania, dalla stessa Islanda, che con un voto nettissimo, grazie a una svista dei suoi governanti, ha votato non su cose contorte e lontane dalla gente, ma su una questione semplice e chiara: dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci? E al 93% hanno detto, non pagheremo! Col risultato che i creditori hanno abbassato la cresta e accettato di rinviare la discussione, per avere indietro qualcosa, evitando di usare le maniere forti che avrebbero attirato l’attenzione su questo “cattivo esempio” (per loro, per noi è buonissimo!).

Come costruire la lotta generale che ci vorrebbe

 

Prima di tutto, quando i padroni dicono che non ce la fanno a guadagnare abbastanza, invece di implorare che lo Stato, la regione, la provincia, il comune  li aiutino a continuare a sfruttarci, bisogna rispondere che se non ce la fanno devono lasciare la fabbrica ai lavoratori, e senza indennizzo: loro hanno già avuto, i lavoratori hanno già dato… Bisogna cominciare a fare i conti in tasca alla Merloni, alla FIAT, alla Fastweb, all’Alcoa… Tutti i padroni (ricominciamo a chiamarli così, invece che con la formula bugiarda “datori di lavoro”…) hanno avuto tanto dallo Stato!

Le aziende le possono gestire benissimo i lavoratori: dall’ultimo manovale al tecnico e alla contabile, tutto il lavoro è fatto da persone che vivono del lavoro e che eseguono ordini di chi senza di loro però non saprebbe fare niente. I lavoratori sarebbero perfettamente in grado di gestire la fabbrica nell’interesse della collettività.

 

Ma se “le fabbriche non rendono”, i lavoratori si dovrebbero accollare il deficit?

 

No: le aziende che davvero “non rendono” sono pochissime, i capitalisti dicono che “non rendono” quando hanno adocchiato un’altra parte del mondo in cui andare a sfruttare la miseria offrendo salari di fame. O dove ottengono qualche regalo in più da uno Stato… come fa appunto Marchionne.

 

Invece di continuare a finanziare dei parassiti con le Grandi Opere fasulle di cui abbiamo parlato, su cui mangiano in tanti come si è visto nelle ultime inchieste sulla Protezione civile e Grandi eventi, invece di sperperare ancor più miliardi per spese militari assurde (mentre nessuno ci minaccia!), bisogna creare un fondo per aiutare le imprese autogestite a riconvertirsi e a ricominciare a produrre sotto il controllo dei lavoratori..

 

Per fronteggiare la crisi intanto una proposta concreta e immediata c’è, e una volta era di tutta la sinistra e del movimento sindacale, che l’hanno dimenticata per compiacere i padroni: Battersi per la ridistribuzione dell’orario tra tutti, riducendolo non a 35 o 34 ore e mezzo, ma anche a 30, o 24 o 20 ore settimanali, per poter riassorbire la disoccupazione. Per decenni la produttività si è raddoppiata più volte, i salari reali sono calati o nel migliore dei casi sono rimasti fermi, e tutti i vantaggi di questi aumenti della produttività sono andati ai profitti. È ora di dire basta!

 

Ci vuole una lotta generale, che saldi occupati minacciati, precari abbandonati, pensionati che rischiano di vedersi tagliare come in Grecia la già misera pensione, disoccupati cronici, giovani senza speranza di lavoro, italiani e immigrati, tutti uniti su parole d’ordine semplici:

 

La vostra crisi non la paghiamo noi!

Ridistribuzione del lavoro esistente tra tutti!

Esproprio senza indennizzo dei padroni che vorrebbero chiudere!


 

Controcorrente *

*Foglio non periodico di Sinistra Critica Marche 16/3/2010

Presentazione (dal primo foglio): Discutendo con la sinistra “istituzionale”, che ci voleva anche nelle sue liste per la regione, abbiamo cercato di spiegare che ci sarebbero tante altre cose che si potrebbero fare insieme, ad esempio una grande campagna sui temi del lavoro. Non è stato facile capirci, il PRC e il PdCI sembravano interessati solo al voto: ci sembra che abbiano dimenticato che si può e si deve intervenire nei problemi del lavoro senza ripetere le solite cose inconcludenti che hanno paralizzato e reso inutili i sindacati. Sintomatico che non hanno neppure preso posizione nel grande scontro nel Congresso della CGIL. E comunque, abbiamo visto quanto sia difficile spiegare che per ricominciare a crescere e pesare, la sinistra deve saper andare controcorrente…

“Grandi Opere”…

Abbiamo già parlato nel “Controcorrente” precedente delle “Grandi Opere”. Ci ritorniamo per alcuni dati segnalati da “Il Sole 24 ore” del 14 marzo. Una fonte, dunque, certo non comunista e sovversiva: il titolo dell’articolo di Andrea Malan è “I maxi costi della Torino-Milano”. Viene fuori che il costo medio prima del 2007 era di 32 milioni di euro a chilometro, ma che Moretti, l’amministratore delegato delle FS, aveva fatto in quell’anno un preventivo di 45 milioni a km per il completamento. Invece sono diventati 64 milioni (con una punta di 80 per l’ultimo tratto Novara-Milano). La Parigi Strasburgo finita nel 2007 era costata 17 milioni a km, e la stessa Milano Bologna, finita nel 2008, 38 milioni. E tutte e tre le linee sono ugualmente in pianura, senza problemi di “orografia e sismicità” del territorio.

Per giunta, risulta che, come era stato previsto, la nuova linea rimane largamente sottoutilizzata: da marzo ci sono tra Torino e Milano 8 treni Alta Velocità al giorno per direzione, contro i 21 della Milano Bologna: la maggior parte dei viaggiatori continua a preferire l’autostrada… C’è qualcosa che proprio non va…

Colpa di Berlusconi? Non solo sua: Moretti è un ex sindacalista della FILT CGIL, ed è del PD… E il general contractor degli appalti è la FIAT, che a sua volta ha affidato i lavori a un consorzio controllato dalla Impregilo, che l’ha subappaltato a una serie di aziende controllate… I soliti noti, legati alla destra come alla sinistra, da sempre. Nell’articolo del “Sole”, ci sono ampi dettagli sul perverso intreccio di ditte vere e fittizie.

Abbiamo la sensazione che i giudici che hanno indagato sull’affare Fastweb, siano stati tratti in inganno dalla presenza nella truffa allo Stato di esponenti della ndrangheta, e ne abbiano sopravvalutato il ruolo: quello che hanno scoperto è il normale funzionamento capitalistico, come quello che vediamo in azione per le TAV… Non occorre una particolare devianza criminale per far sperperare i soldi dello Stato… Già, perché la Fastweb è privata, ma si è affermata ricevendo “in dote” (cioè a un prezzo irrisorio), il cablaggio della città di Milano, già quasi completato dalla AEM (di proprietà del comune). L’AEM era in attivo, ed è stata svenduta in nome del santo mercato… e la Fastweb è decollata!

…e piccole opere

Mentre non si risparmiava nulla per queste opere megagalattiche inutili (le linee preesistenti bastavano ed erano anzi sottoutilizzate, come è stato dimostrato anche per la Val di Susa), i fondi per quei “piccoli cantieri sparsi sul territorio, che potrebbero portare con modesti investimenti grandi benefici all’occupazione, e intervenire concretamente per arrestare lo sfacelo ambientale” non si trovano. Anzi nel primo bimestre del 2010 si è ridotta del 30% rispetto allo stesso periodo del 2009 la domanda pubblica per i lavori pubblici di importo inferiore a un milione di euro: è tantissimo soprattutto in un periodo di crisi generale dell’occupazione. Chiuderanno almeno il 15 % delle imprese del settore, e sono a rischio altri 126.000 posti, oltre ai 157.000 già persi, dice uno studio del Cresme (segnalato da Giorgio Santilli in un’altra pagina dello stesso numero del “Sole”).

Naturalmente quello che “Sinistra critica” propone non è semplicemente l’affidamento dei lavori a imprese capitalistiche, anche se di dimensioni ridotte, ma la mobilitazioni di energie lavorative attraverso enti locali, consorzi di cittadini interessati, vere cooperative di lavoro (non aziende capitalistiche che si fregiano del marchio COOP), prima di tutto per identificare i lavori più urgenti (argini, rimboschimento, dighe, ricostruzione di zone dissestate da alluvioni, frane e terremoti), per progettarli e poi rivendicarne il finanziamento sotto forma di pagamento di giornate di lavoro. Qualcosa di simile a quello che fu lanciato da Danilo Dolci negli anni Cinquanta in Sicilia, con gli “scioperi alla rovescia”, che poi furono ripresi in varie parti del sud dalla Federbraccianti-CGIL, soprattutto nella terribile invernata nevosissima 1955-1956. Si ripulivano fossi, si aprivano o si ampliavano strade di campagna di pubblica utilità, e poi si chiedeva ai prefetti un contributo per pagare la giornata ai disoccupati.

Ma in ogni caso, anche se gli appalti in genere sono dati in modo poco controllabile, e l’utilità e validità dei lavori affidati a appaltatori privati anche piccoli (la maggior parte dei lavori riguardano appalti compresi tra 150.000 e 500.000 euro) può essere messa in discussione, tagliarli ora brutalmente non è certo “finalizzato al risanamento dell’economia”, ma getta semplicemente sul lastrico molti altri lavoratori di aziende piccole e piccolissime.

Più gravi ancora i tagli alle spese per l’edilizia scolastica: su “un plafond complessivo di 1,9 miliardi di euro, ne è stato infatti impegnato circa un sesto (349 milioni). Di questi, neanche un euro riguarda l’intervento da un miliardo di euro annunciato oltre un anno fa dal premier Silvio Berlusconi e dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini”. Bisogna aspettare che muoia qualche altro studente per il cedimento di un soffitto?

Anche questo non lo scrive “Liberazione” ma Eugenio Bruno, sempre sul “Sole”. Si direbbe che la Confindustria, sia pure per tutelare gli interessi dei suoi associati, cominci a irritarsi con un governo che fa promesse da marinaio.

O forse, pensando a una prospettiva “greca” (cioè un attacco più duro a occupazione e livello di vita dei lavoratori) stia pensando di affidare il compito di gestire “l’uscita dalla crisi” a qualcuno che sia in migliori rapporti con la CGIL

 

 

La CGIL e gli altri sindacati…

Abbiamo parlato di CGIL e non di “sindacati” in generale, per una ragione ben precisa: la Confindustria e il governo hanno già la piena disponibilità di CISL, UIL e UGL, ma questi sindacati non servono a molto, sono carrozzoni clientelari, ma incapaci di mobilitare e perfino di fare seriamente i “pompieri”… Lo si è visto con la rapidissima autoconvocazione, il giorno prima dello sciopero quasi “generale” indetto dalla CGIL per il 12 marzo, per affrettarsi a dichiarare che la legge 1167 sull’arbitrato al posto del giudice del lavoro non dovrebbe riguardare i casi di licenziamento. CISL, UIL e UGL, appunto, si sono trovati insieme a Confindustria, per concordare con Sacconi (quello che in nome dei comuni trascorsi craxiani chiama “compagni” i dirigenti della UIL) un “avviso comune”, cioè una dichiarazione di intenti, che non garantisce niente, e di cui i lavoratori, malissimo informati (da tutti, anche dalla CGIL) non sospettano nemmeno la pericolosità. Tra l’altro la caratteristica della legge è quella di distruggere la magistratura del lavoro in genere, più che assicurare licenziamenti individuali più facili. Infatti, in un momento come questo, chi deve licenziare un operaio scomodo non deve esporsi a farlo in modo apertamente discriminatorio: basta buttarne fuori altri, adducendo “difficoltà di bilancio”, poi, se occorre, eliminata la pecora nera, ne riassumerà alcuni, sicuramente divenuti più docili…

Una pura operazione propagandistica, dunque, questo “avviso comune”, per parare un pericolo quasi insignificante di una possibile “radicalizzazione estremista” della CGIL. Anzi, è un pericolo proprio inesistente: Epifani, nel suo discorso nella manifestazione “centrale” a Padova ha parlato dei poveri imprenditori che si suicidano per non licenziare i lavoratori (?) e di tante altre cosette, ma non ha detto una parola sulle responsabilità della Confindustria, sulla complicità di Cisl e Uil con padroni e governo. La piattaforma del cosiddetto “sciopero generale” chiedeva la semplice estensione degli ammortizzatori sociali e una riduzione della pressione fiscale sui salari e sulle pensioni. Ci sembra inadeguato di fronte a un attacco all’occupazione come l’attuale. C’era anche la giusta richiesta di abolizione del reato di clandestinità per i migranti diventati “irregolari” in seguito a un licenziamento (sono tantissimi, a cui non viene rinnovato più il permesso di soggiorno che avevano avuto per anni), ma occorrevano anche indicazioni per una indispensabile lotta generale che permetta una difesa comune e la cancellazione di tutte le leggi inique. Sarà difficile, ma se non si fa niente, ce ne prepareranno altre tre o quattro…

Insomma non era un vero sciopero generale, né c’era una piattaforma mobilitante, ma ha fatto paura lo stesso e ha provocato appunto la sceneggiata dell’incontro al ministero. Ora che la maggioranza di Epifani, con tutta la forza di un apparato enorme mai democraticamente eletto, con congressi truccati spudoratamente nelle categorie e nelle realtà territoriali in cui non c’era il controllo della seconda mozione, ha “vinto il congresso”, vedremo cosa farà nel prossimo futuro. Comincerà a contrapporsi sul serio al governo e ai suoi sindacati collaterali e scodinzolanti, o tornerà alla linea morbida “in nome dell’unità” sindacale con gli altri sindacati (cioè con i loro vertici filopadronali)?

L’aspirazione dei lavoratori all’unità è reale e profonda, ma l’unità con i servi dei padroni finisce per sacrificare i lavoratori, e in prospettiva a dividerli.

 

Arriva anche l’energia nucleare

La decisione di Obama di ricominciare a costruire centrali nucleari, ha creato una grande confusione, soprattutto in quella parte del centrosinistra che è ancora formalmente contraria all’uso dell’energia atomica (l’altra parte, apertamente favorevole, è ovviamente contenta…). Va bene quindi che questa decisione abbia gettato un po' d'acqua fredda sulla stupida fiducia riposta dal centrosinistra (tutto) in questo presidente degli Stati Uniti, che pure ha dimostrato di voler proseguire la guerra in Afghanistan e ha lasciato briglia sciolta ai peggiori “amici di Israele”. Ma è anche necessario capire cosa vuol dire oggi questa scelta, per evitare che venga utilizzata dai propagandisti italiani del nucleare: la prima differenza tra l'Italia e gli Stati Uniti, riguarda la possibilità di controllo sulle centrali. Gli Stati Uniti nel 1979, dopo l'incidente di Three Mile Islands, hanno fissato norme così severe e (costose)che hanno smesso per trent'anni di costruire centrali.

 

In Italia, i controlli non sarebbero altrettanto rigorosi: il fisico Marcello Cini ha chiesto maliziosamente in un articolo sul Manifesto: "affidereste la costruzione della centrale nucleare [...] agli impresari che hanno messo la sabbia al posto del cemento nella Casa dello Studente e nell'ospedale dell'Aquila? (…) Affidereste la gestione degli appalti a Bertolaso? Vi fidereste della competenza dell'Impregilo che per anni ha riempito la Campania di ecoballe di spazzatura indifferenziata destinate a un termovalorizzatore incapace di bruciarle? E sareste soddisfatti se dello smaltimento delle scorie si occupassero gli amici dei casalesi?"

Obama d’altra parte non ha detto che il costo del chilowattore nucleare sarà inferiore a quello delle altre fonti. Tanto più se il petrolio dovesse continuare a scendere. I costi saranno anzi presumibilmente maggiori delle altre centrali termoelettriche, o di una moltiplicazione di piccoli impianti basati sulle energie rinnovabili. Qualunque raffronto oggi a favore del nucleare è dunque pubblicità ingannevole. “Del resto – ha osservato Cini - l'impegno di Obama a intervenire per la realizzazione delle due nuove centrali nucleari con un finanziamento pubblico significa che il mercato da solo non ritiene economicamente conveniente investire in questo settore".

Questo però è un argomento che in Italia non conta molto: altrimenti dovrebbe valere anche per tutte le altre grandi opere, come il Ponte sullo Stretto o la TAV. Il concorso dei privati annunciato da Berlusconi è inesistente, ai privati interessano solo le commesse per i lavori, pagate dallo Stato, così più si spende meglio è. Rinviamo a quello che scrivevamo sopra sulla TAV…

La ricaduta occupazionale delle grandi opere, centrali nucleari incluse, è per giunta minima. Obama ha parlato, per i due reattori previsti, di un impiego di 3.500 persone nella fase di costruzione, mentre ne prevedono solo 800 nella fase di funzionamento. Numeri irrisori rispetto agli 8 miliardi di dollari stanziati, e ancor più se confrontati con i dieci milioni di posti che sarebbero necessari per riassorbire la disoccupazione dilagante. Ben altro risultato occupazionale si avrebbe puntando su fonti rinnovabili e impianti decentrati.

La scelta di Obama non serve dunque né a creare posti di lavoro, né ad assicurare una sostanziale indipendenza energetica: le centrali attualmente in funzione negli USA (ne sono rimaste 104 delle 253 costruite in passato, in gran parte disattivate per seri problemi di sicurezza) assicurano solo l'8% del consumo di energia, e l'apporto, tra qualche anno, di altri due reattori sarà sostanzialmente irrilevante.

 

Questa decisione si deve dunque solo a una "scelta strategica che ha l'obiettivo prioritario di mantenere la leadership tecnologica e la posizione egemonica degli Stati Uniti nei confronti dei paesi emergenti", anche per le ricadute militari del nucleare pacifico. Insomma, non si tratta di un errore, di una svista, di una deviazione da una linea sostanzialmente corretta e "progressista". Obama, rinnovata l'immagine degli Stati Uniti con una serie di bei discorsi senza conseguenze concrete come quello del Cairo, e con la iniziale presa di distanza dal golpe in Honduras, ha ripreso alla grande la politica imperialista, non solo in un Medio Oriente in cui le reali intenzioni si capivano dal silenzio sulla strage di Gaza, e dall'accresciuto impegno in Afghanistan, ma in un America Latina presidiata ormai dalla IV Flotta, in cui proliferano le basi militari, e si moltiplicano i paesi che riconoscono il governo golpista dell'Honduras.

 

Non è cambiato Obama, è cambiata la fase, e l'imperialismo degli Stati Uniti si sta preparando ad affrontarla con i vecchi metodi.

 

(Nella pagina seguente, la spiegazione del titolo:  “Controcorrente”)


 



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