La sinistra e lo slittamento a destra del mondo

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di Nicolas Truong[i]

Lo slittamento a destra del mondo è in corso. E la sinistra si ritrova suonata, sperduta, disarcionata. In piena mea culpa, intenta a esercizi di contrizione e, a volte, anche di autoflagellazione. Cecità di fronte al declassamento delle middle classes, solipsismo culturale e mediatico, abbandono dell’«America di mezzo» o della «Francia periferica», frattura fra bobos e prolos [1], fra vincitori e perdenti della mondializzazione: molte sono le cose che sono state dette sulle ragioni di questo smarrimento, sulle cause di questa sconfitta storica. La sinistra multiculturalista, attiva in particolare sui campus americani, è quella particolarmente colpita. Quella sinistra che spesso ha anteposto l’identità all’eguaglianza, la preoccupazione per le minoranze a quella per gli operai. Quella che non ha capito che il conservatorismo era in marcia, che era cambiato, che ha dinamitato la contrapposizione fra ordine e libertà. Quella che non ha capito in tempo che il conservatorismo poteva conquistare una parte dei giovani, come è successo in Francia con La Manif pour tous [2]. Che i sollevamenti non sono tutti di per sé libertari, ma anche autoritari, e che un Maggio 68 al contrario stava propagandosi a livello planetario.

Le affermazioni del filosofo americano Matthew B. Crawford sulla rivista «Esprit» sono particolarmente illuminanti a questo proposito [3]. Professore all’università della Virginia, ma allo stesso tempo riparatore di moto – negli Stati Uniti tutto è decisamente possibile, come per esempio in questo caso essere un intellettuale e rimanere in contatto con le classi popolari - Matthew B. Crawford ritiene che il “trumpismo” sia una reazione contro ciò che viene percepito come «una forma d’arroganza e d’ipocrisia delle élites multiculturali». Categorie privilegiate che «apprezzano il dinamismo e l’autenticità dei quartieri etnici, ricchi di ristoranti e di una riserva di baby sitter e altri tipi di personale, ma che non mandano i loro figli nelle scuole piene di bambini immigrati e che assomigliano a centri di detenzione giovanile».

Riscossa contro la «presunzione morale» dei progressisti nei confronti delle classi «reiette», che soffrirebbero di «fobie» da curare (dalla xenofobia alla transfobia), Crawford deplora la separazione fra «coloro che non subiscono che gli inconvenienti dell’immigrazione e gli altri che ne traggono tutti i vantaggi.

La presa di coscienza delle devastazioni politiche di questo solipsismo sociale porta spesso a due conclusioni opposte. Per una parte della sinistra, detta «autoritaria», l’empatia per le classi popolari significa ormai farne proprie le opinioni, anche quelle più deleterie: poiché certi strati popolari sono ostili agli stranieri, si dovrebbe impedire l’accoglienza dei rifugiati; poiché un determinato popolo vuole chiudere le frontiere, si dovrebbero aumentare le misure di sicurezza.

Per la sinistra detta «liberal-libertaria» è invece più importante rivolgersi ai cittadini mondializzati che a quelli delle periferie urbane degradate. E puntare sulla speranza di trasformare una popolazione ripiegata sulla propria identità stretta in una società aperta e meticciata.

Queste due strategie conducono a vicoli ciechi. La prima modella la sua politica su una realtà sociologica parziale e riduce il progressismo a mero codismo [suivisme}. La seconda comporta il separatismo sociale. Due opzioni elettoralistiche ben lontane dallo spirito del socialismo.

Una terza via sembra più conforme allo spirito d’emancipazione fatto proprio dalla sinistra sin dalla Rivoluzione francese. E consiste nel tenere assieme i due estremi della catena: l’empatia nei confronti dei declassati e l’intransigenza sulla solidarietà, l’appoggio agli «indigeni» pauperizzati e l’umanità verso i rifugiati. In una parola, coniugare la lotta contro le ineguaglianze con quella per l’affermazione delle libertà. Insomma, si tratta di rimediare alle cause (del malessere sociale) senza transigere sugli effetti (rifiuto dell’altro). Ma affinché possa ricomporsi, questa sinistra deve prima comprendere le radici della rivoluzione conservatrice in atto.

Perché l’ondata Brexit-Trump o quella Orbán-Le Pen non sono semplicemente riconducibili a una passato ormai sepolto. Sono anche il sintomo d’una radicale novità. Occorre dunque comprendere, per esempio, che oggi si può essere conservatrice e «femminista dichiarata», come Theresa May, primo ministro britannico e organizzatrice del Brexit, «che indossa le tee-shirts della società Fawcett, la maggiore organizzazione britannica che lotta per i diritti delle donne» [4].

Occorre comprendere che la Reazione s’adorna ormai degli orpelli della sovversione, che «l’impegno, nozione un po’ abusata del dopoguerra, è passato armi e bagagli a destra» [5]. Senza dimenticare che nei confronti di «candidati post-verità», contro i quali non servono argomentazioni razionali, è necessario parlare sia alle emozioni che all’intelletto. Conciliare cuore e ragione: un bel programma per i partigiani dell’ideale dell’emancipazione.

Note

[1] Bobo è un termine francese ricavato da borghese-bohemien: un “progressista” di classe media o alta, spesso anticonformista e sempre à la page; prolo è il proletario. [Ndt]

[2] Organizzazione francese (ma presente anche in Italia), che si oppone in particolare ai matrimoni omosessuali, all’origine di diverse manifestazioni di massa. [Ndt]

[3] Les Etats désunis d’Amerique, in «Esprit», n° 428, ottobre 2016.

[4] Conservatisme en mouvement, a cura di Clarisse Berthezène e Jean-Christian Vinel, EHESS éditions, 459 pp.

[5] François Cusset, La Droitisation du monde, Textuel, 182 pp.



  • [i] Giornalista del quotidiano francese «Le Monde». Titolo originale La gauche et la droitisation du monde, in «Le Monde» del 13-14 novembre 2016. Il termine droitisation non ha un equivalente in italiano: è lo scivolamento a destra, la “destrizzazione”. Traduzione dal francese di Cristiano Dan.

 



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