La sinistra e la FIOM

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La sinistra e la FIOM

 

Ancora una messa a punto sulla Fiat dopo il primo articolo (La FIAT vince) e il secondo (Onore alla FIOM), che valorizzava l’unica cosa che può dare speranza: la resistenza del CC della FIOM alle pressioni dirette per farla capitolare. Ma l’isolamento dell’organizzazione è evidente, anche nella sinistra.

 

Lasciamo da parte un cialtrone come Pietro Ichino, che pure parla a nome di un partito che si spaccia ancora come di sinistra, e si affretta a sostenere che nell’accordo non ci sarebbero violazioni di leggi “sia sul diritto di sciopero sia sull’assenteismo”. Lasciamo perdere il responsabile economico del PD Stefano Fassina, che fa appello al “senso di responsabilità da parte di tutti”; o Tiziano Treu che dice che l’accordo va bene, ma non deve diventare un modello, indipendentemente dal fatto che da Sacconi alla Marcegaglia l’hanno presentato come l’avvio di una nuova era per tutta l’industria; vorremmo ignorare Enrico Letta che dichiara inammissibile l’isolamento della FIOM e quindi le raccomanda di capitolare; ci sarebbe piaciuto non aver letto l’ineffabile Bersani che col massimo sprezzo del ridicolo sostiene che nel PD ci sarebbe una posizione sola, la sua, che consiste nel raccomandare a FIOM e FIAT di trovare una via di mezzo…

E la rassegna della vergogna potrebbe proseguire all’infinito, con Fassino e Chiamparino, che tifano apertamente per Marchionne, e il patetico Valentino Parlato, che non è capace neppure di seguire Fausto Bertinotti nell’autocritica per il suo passato innamoramento per Marchionne.

Dimentichiamoli pure tutti, anche se certamente una parte degli operai meno politicizzati di Pomigliano li considerano parte della sinistra, e le loro opinioni, amplificate dalle TV e dalla stampa dei padroni (praticamente l’unica letta dai lavoratori), peseranno al momento del voto del 22 giugno.

Come peserà la pressione più o meno sottile dei seguaci di Epifani, a partire da Fausto Durante (anche se al CC della FIOM ha votato con tutti gli altri), e da Susanna Camusso, che sta già preparandosi ad assumere il ruolo di segretario generale della Confederazione. La Camusso aveva lasciato la FIOM in aperto dissenso già molti anni fa, quando l’organizzazione dei metalmeccanici era assai meno radicalizzata… D’altra parte lo stesso Epifani si è sbilanciato oggi nel dire che a Pomigliano si voterà e si voterà sì…

 

Ma quello che mi preoccupa di più (anche se non mi sorprende) è l’inconsistenza delle posizioni di compagni come Marco Revelli, che certo è di sinistra. Revelli ha fatto un editoriale sul “manifesto” di oggi (16/6) che ricollega l’aggressione della FIAT ai diritti dei lavoratori agli attacchi di Berlusconi alla Costituzione e all’editoria. Giusto. Ma conclude poi che “forse a Pomigliano, oggi, non c’è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto”, e che è possibile che gli operai “presi dalla disperazione” finiscano per dire “sì a un accordo che li consegna a condizioni di lavoro servile”. Il massimo che si può sperare è che “almeno un sindacato - uno! -”, mantenga le mani pulite, per dare “una testimonianza” di “un brandello di dignità e dunque di speranza”, che “rimarrebbe per tempi migliori”…

Quello che “incombe sulla FIOM è davvero un dilemma mortale”, scrive Revelli. Ma in lui, e nel “manifesto” che gli commissiona l’editoriale, mi sembra di vedere un “fatalismo mortale”. Come si può andare a chiedere ai lavoratori un voto solo per lasciare una testimonianza morale da lasciare ai “tempi migliori”?

 

“Ma l’alternativa a Marchionne c’è”, scrive invece nella stessa pagina del “manifesto” Guido Viale, e si sarebbe tentati di ricredersi e di avere un po’ più di fiducia. Indubbiamente l’articolo comincia bene, spiegando che il “piano A” di Marchionne (l’accettazione totale delle sue condizioni) non esiste. Il ricatto che pretende inevitabile il “piano B” (cioè il licenziamento dei cinquemila dell’Alfasud e dei diecimila dell’indotto) in caso di rifiuto della “generosa offerta” della FIAT, si regge su una menzogna che nessuno si preoccupa di smascherare: il progetto di Marchionne funzionerà solo nel caso più che improbabile che “nel giro di quattro anni FIAT e Chrysler producano - e vendano – sei milioni di auto all’anno: 2,2 Chrysler, 3,8 FIAT, Alfa e Lancia, un raddoppio della produzione”. In Italia le auto prodotte dovrebbero essere 1.400.000, più del doppio della produzione di oggi. La metà dovrebbe essere esportata in Europa, in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35%, e che subito dopo la “sbornia della rottamazione” è già crollato del 15 % (ma per la FIAT il calo è stato del 30 %...).

 

Fin qui il ragionamento di Guido Viale è ineccepibile:

Quello che Marchionne esige dagli operai, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all’opinione pubblica e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all’anno”. Come dire: «il piano A» non si farà mai.

Viale osserva tra l’altro che l’impraticabilità del progetto non discende solo dal fatto che nessuno dei sette piani industriali sfornati dalla FIAT negli ultimi dieci anni è stato realizzato: il problema è che “non è solo la FIAT a voler crescere come un ranocchio per non scomparire”, ma tutte le case automobilistiche europee vorrebbero farlo. Dunque:

Il piano A non è un piano e non si farà. L’alternativa in realtà c’è, ed è il piano B. Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio, con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati, e a far funzionare l’impianto – cosa tutt’altro che scontata – a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come previsto.

Come è sicuro, dato che “il mercato europeo dell’auto è in irreversibile contrazione: l’auto è un prodotto obsoleto”. Ma qui arriviamo al punto debole: la soluzione. Viale propone una gigantesca “conversione ambientale del sistema produttivo – e dei nostri consumi – a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l’automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti”. E prosegue:

I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all'efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all'agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all'edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro - e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate - mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l'inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall'efficienza nell'uso dell'energia. L'industria meccanica - come quella degli armamenti - può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare (…) dalle fondamenta.”

Benissimo, siamo d’accordo, questa tematica non può non essere parte del programma generale di ogni marxista consapevole della “catastrofe imminente” anche sul piano ambientale, e la condividiamo pienamente. Ma il problema è cosa proporre intanto oggi agli operai di Pomigliano? Questo programma – anche se Viale non lo dice – presuppone una lunga battaglia per il potere, e una prefigurazione di un mondo radicalmente diverso.

Se non si vuole e non si può proporre la rassegnazione, bisogna indicare un obiettivo più vicino, certo difficile da far capire a molti, ma indispensabile. Difficile perché da decenni è stato rimosso dal patrimonio del movimento operaio: l’esproprio delle fabbriche che delocalizzano. Ovviamente senza indennizzo perché “hanno già avuto, abbiamo già dato”…

Formalmente (e questa è la ragione degli assurdi complimenti da parte della sinistra moderata) Marchionne dice di voler rilocalizzare. Ma è un falso, ha già portato capitali e produzione in tante parti del mondo, dagli Stati Uniti alla Polonia, ora proponeva di riportarne solo un po’ a Pomigliano se riusciva a ottenere condizioni ottimali da imporre poi a tutti gli altri stabilimenti (la stessa logica che aveva portato l’UE a scegliere la Grecia per creare un precedente per altri paesi). Ma riaprire Pomigliano sarebbe in ogni caso una briciola rispetto a quello che è stato chiuso negli ultimi trent’anni.

È difficilissimo far diventare mobilitante una parola d’ordine messa al bando da decenni, ma non ce ne è un’altra che possa servire meglio a rispondere alla serie di chiusure (dal Lingotto all’Alfa di Portello e di Arese, per non parlare di Termini Imerese e di decine di stabilimenti ridimensionatissimi): Bisogna fare i conti in tasca alla FIAT, calcolare cosa ha avuto in regalie, esenzioni e finanziamenti diretti dallo Stato, cosa ha portato all’estero, come capitali e macchinari, e concludere che restituisca allo Stato gli stabilimenti che non vuole o non sa far produrre, e che dovrebbero essere gestiti dagli operai (che in questo caso sì che accetterebbero anche sacrifici duri per rilanciare un marchio e un prodotto finalmente “loro”…). E intanto puntare alla qualità più che alla quantità di lavoro, con una ridistribuzione dell’orario tra tutti, per lavorare meno e meglio, ma tutti-

Non è facile inizialmente far capire e accettare queste cose alla maggioranza degli stessi operai (imbottiti da decenni di chiacchiere e di prediche dai burocrati collaborazionisti) ma questa prospettiva di fronte alla certezza del licenziamento diventa molto più concreta non solo della proposta di Marchionne (scegliere tra forca e ghigliottina…) ma anche del progetto di Viale, che non dà una risposta per il presente. Riporto qui l’intera conclusione del suo articolo, in cui peraltro l’ex dirigente di Lotta Continua cerca di rispondere alle possibili obiezioni.

Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l'Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un'industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!
Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né - eventualmente - uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all'età della pietra. La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell'attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.

Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l'attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.

Certo, all'inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l'organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?

Non sembra più facile il compito di mettere insieme “gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali” e perfino “i gruppi di acquisto” e “i distretti di economia solidali” e magari i “brandelli di amministrazioni locali, e un po’ di “imprenditoria” democratica…

La prospettiva più concreta è quella di mobilitare i più diretti interessati in una lotta generale per invertire la tendenza, per far pagare chi non ha mai pagato, per contrapporre al “si salvi chi può” una ridistribuzione generale delle ore di lavoro e una difesa del salario diretto e delle pensioni, e per tutelare i giovani appesi al filo del precariato o inchiodati alla disoccupazione a vita…

Non può essere il governo, ma tanto meno gli industriali, convinti da una bella proposta: solo la ricostruzione della forza operaia, con la consapevolezza della necessità di porsi il problema del potere, può imporre le soluzioni (compresa la riconversione produttiva) necessarie per tutto il genere umano.

È la logica degli “obiettivi transitori” di cui il testo di Lenin La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (inserito nel sito come Lenin e la crisi) è un esempio straordinario, tutt’altro che ideologico, e confortato dal successo dell’Ottobre…

Un patrimonio fondato sulla riflessione teorica e sull’esperienza concreta della rivoluzione del 1905, e che era stato rimosso per decenni da stalinisti e socialdemocratici, ma ignorato quasi completamente anche da gran parte della “Nuova Sinistra”, di cui Guido Viale è stato uno degli esponenti più brillanti.  (a.m. 16/6)

 

Appendice 1

Un volantino distribuito a Mirafiori e in altre fabbriche torinesi da Sinistra critica

 

AGGRESSIONE, RICATTO E RAPINA

 

E’ quanto padroni e governo stanno mettendo in atto contro la classe lavoratrice.

 

L’AGGRESSIONE

La Fiat ha posto ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali a Pomigliano un diktat brutale e un ricatto vergognoso: o accettate le mie condizioni e vado in un altro paese.

Le condizioni della Fiat sono quelle che alcuni lavoratori hanno definitouna schiavitù senza catene”:

-         non solo i 18 turni molto pesanti nelle loro modalità, ma anche

-         la deroga dal contratto nazionale di lavoro

-         la deroga ad alcuni leggi fondamentali sul lavoro.

Attacco alle pause, alla mensa, riduzione dei salari, deroga al contratto sullo straordinario obbligatorio, aumentandolo fino all’80%; deroga dal contratto sui recuperi produttivi, abolizione del pagamento dei primi 3 giorni di malattia in casi di assenza superiori a un certa percentuale.

E poi ancora, l’obbligo per tutte le organizzazioni sindacali di rigare dritto su straordinari e flessibilità pena sanzioni verso i sindacati e RSU e infine il licenziamento per quei lavoratori che non obbedissero alle nuove, inflessibili regole della flessibilità.

La Fiat vuole dei servi da sfruttare come e quando vuole, non dei lavoratori con dei diritti.

L’attacco parte da Pomigliano, dove i lavoratori sono più in difficoltà per il lunghissimo periodo di cassa integrazione, ma il futuro prospettato agli operai campani è quello che vogliono imporre a tutti i lavoratori Fiat, anzi a tutti i lavoratori italiani.

 

LA RAPINA

Nello stesso tempo la manovra finanziaria di Berlusconi, Tremonti, Draghi e Marcegaglia, è un decreto di lacrime e sangue per l’intera classe lavoratrice, costruito e propagandato con lo scopo di dividere i lavoratori del settore privato da quelli pubblici, cioè di impedire una risposta unitaria e massiccia del mondo del lavoro Sposta colossali fortune a favore dei ricchi, degli speculatori, delle banche; precipita il paese in una lunga depressione e determina una drammatica crisi sociale di povertà e disoccupazione;

o       aumenta un’altra volta l’età della pensione per donne e uomini; blocca i salari dei lavoratori pubblici

o       taglia selvaggiamente i trasferimenti agli enti locali, così chiuderanno nidi, scuole materne, scuole, assistenza agli anziani, trasporti, servizi sociali di ogni genere;

o       taglia 130 mila insegnanti nelle scuole, di oltre 150 mila i lavoratori nella sanità,

Con un'altra legge (il collegato sul lavoro) Governo e Confindustria sferrano un colpo mortale ai lavoratori del privato, ai residui diritti e alle conquiste del mondo del lavoro, smantellando lo Statuto dei diritti dei lavoratori .

 

NON DOBBIAMO ABBASSARE IL CAPO DI FRONTE ALLA FIAT, AI PADRONI E AL GOVERNO. Dobbiamo reagire; a pagare devono essere i responsabili della crisi.

 

Non dobbiamo rassegnarci, non dobbiamo lasciarci dividere: da una parte ci sono la vita e il lavoro delle classi popolari, di tutti i lavoratori e lavoratrici, pubblici e privati, italiani e migranti;  dall’altra i profitti di una classe padronale avida e di un ceto politico complice. Dobbiamo trovare la strada della lotta per difendere occupazione salario e diritti.

 

Occorre un forte movimento unitario e dal basso.

Le forze politiche, sociali, sindacali che non vogliono abbandonare la difesa dei diritti di lavoratori, lavoratrici, giovani e precari devono trovare l’unità per sostenere un’ampia mobilitazione, che permetta di sconfiggere il disegno reazionario della Fiat (il ritorno al padrone delle ferriere dell’800) e difendere realmente il mondo del lavoro e gli interessi popolari.

 

 

SINISTRA CRITICA Torino

 

Appendice 2

Un comunicato di Sinistra critica di Torino

 

COI LAVORATORI DELLA FIAT E CON LA FIOM

La Fiat prosegue il suo piano nel ribadire la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese.

Ai lavoratori siciliani, Marchionne non ha chiesto se hanno voglia di lavorare.

Ai lavoratori di Pomigliano d’Arco ha posto un ricatto: nello stabilimento si produrrà la nuova Panda a condizione che

Ø     si lavori su 18 turni, quindi la notte e il sabato

Ø     la pausa mensa a fine turno

Ø     riduzione delle pause e nuova metrica

Ø     la pausa mensa e i giorni di riposo occupati da lavoro straordinario obbligatorio

Ø     fiat può decidere di non pagare la carenza, i primi 3 giorni di malattia

Ø     assoluto divieto di protestare e di scioperare, altrimenti  c’è la minaccia del licenziamento

La condizione per avere un lavoro e un reddito, per la Fiat e Marchionne, è di tornare a essere dei servi che, con il cappello in mano si prostrano alle pretese del padrone.

Già altre aziende iniziano a ricattare lavoratori e sindacati condizionando la possibilità di produrre, alla disdetta degli accordi sindacali aziendali per aumentare lo sfruttamento e per ridurre il salario.

E’ facile prevedere che quando a Mirafiori si porrà la questione di una produzione sufficiente per mantenere l’occupazione, la Fiat porrà lo stesso ricatto.

Sinistra Critica è a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici di Termini Imerese e di Pomigliano d’Arco nella difficile lotta per difendere il posto di lavoro e condizioni dignitose.

Sinistra Critica è a fianco della Fiom-Cgil  e dei sindacati di base che hanno cercato di sottrarre i lavoratori di Pomigliano al ricatto della Fiat.

Sinistra Critica denuncia la propaganda mediatica che vuole colpevolizzare i lavoratori e la FiomCgil di eventuale non produzione in Italia della Nuova panda, nascondendo la condizioni del piano Fiat.

I diritti sindacali democratici e il diritto costituzionali alla malattia e allo sciopero non possono essere sottoposti a referendum. Non sono diritti alienabili. 

Sinistra Critica sostiene lo sciopero indetto dalla Fiom e si impegnerà per far crescere la consapevolezza nei lavoratori, che il posto di lavoro non si difende accettando condizioni peggiori, ma con la mobilitazione e la lotta per il diritto al lavoro e a una vita dignitosa.

Servirà la più ampia mobilitazione di tutti i lavoratori per respingere l’aggressione alle condizioni di lavoro e ai salari, che parte dal ricatto di Pomigliano  per essere esteso a tutti i salariati. Servirà l’unità di tutti i lavoratori e di tutte le organizzazioni sindacali, dalla Fiom ai sindacati di base, per contrastare il disegno del padronato.

Mai come oggi si produce tanta ricchezza. Non c’è nessuna ragione per cui gli operai e le operaie, gli impiegati e le impiegate debbano vivere peggio.                         

SINISTRA CRITICA  

 

 



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