Come non riconoscere una rivoluzione…

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Come non riconoscere una rivoluzione…

 

In Venezuela ero preoccupato per la pessima immagine della rivoluzione bolivariana che poteva derivare dall’appoggio acritico a Gheddafi dato da Chávez almeno nella la prima fase della crisi. Poi il suo atteggiamento è diventato più cauto, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, in parte grazie all’influenza di Fidel Castro, più equilibrato e con una formazione politica a volte schematica, ma consolidata, in parte in seguito alla discussione nell’ALBA che ha varato la proposta di mediazione tra le due fazioni libiche, che implicitamente lasciava cadere la prima interpretazione che accettava totalmente la versione gheddafiana del complotto di Al Qaeda che distribuiva droghe ai ragazzini… Solo il Nicaragua degli ex sandinisti (alleati con la destra somozista) è rimasto schierato incondizionatamente con il tiranno libico, che d’altra parte era stato generoso con Daniel Ortega cancellando totalmente il debito e concedendo crediti.

Ma i danni provocati nel mondo e ovviamente anche in Italia da queste prese di posizione di leader prestigiosi sono duraturi. Ogni tanto mi arrivano mail di compagni che conosco bene e con cui anche di recente ci siamo trovati impegnati insieme a fianco dei palestinesi, che mi sembrano assurdamente sbilanciate a favore delle “truppe lealiste” libiche, di cui si dà per scontato che abbiano ragione… in pratica perché stanno vincendo. Allora dovremmo concludere che anche le scarse ed inizialmente inesperte milizie che difendevano nel 1936-1939 la repubblica in Spagna avrebbero avuto torto perché subivano duri colpi dal ben più preparato esercito professionale di Franco?

Viceversa i rivoluzionari vengono definiti nel migliore dei casi come “ribelli” o “militari ammutinati”, senza accorgersi che, purtroppo per loro, i militari esperti e dotati di carri armati e armi pesanti nelle loro file erano e sono pochi, perché la maggior parte degli ufficiali era rimasta con Gheddafi. E ai ragazzi entusiasti con la maglietta di Guevara non si insegna a combattere in pochi giorni. Analogamente la “facile riconquista delle basi ribelli” operata dalle truppe lealiste appare a certi compagni una prova della “scarsa consistenza della rivolta”, che comunque, alla faccia di tutte le testimonianze di osservatori diretti insospettabili come Michele Giorgio, non potrebbe  avere nessuna giustificazione e tantomeno un appoggio perché sarebbe senz’altro “dominata da componenti reazionarie e filo imperialiste”.

Questi commenti mi sembrano incredibili, e sono in parte frutto di disinformazione, ma certo pesa il prestigio europeo dei maggiori leader latinoamericani. Gennaro Carotenuto aveva spiegato efficacemente il ragionamento che era all’origine di quell’analisi sbagliata, in Gheddafi e Chávez, ma rimane da capire perché questa ha trovato un certo ascolto, e quali sono le conseguenze.

La prima, e forse la più negativa, è il rifiuto di prendere atto della bellissima novità, dopo anni di sfiducia e di rassegnazione alle batoste: la rivoluzione è possibile e per la prima volta da decenni non rimane isolata in un solo paese. Certo, può subire delle sconfitte in questo o quel paese per inesperienza; ma non disarma, non va a casa, anzi si diffonde a macchia d’olio. Raggiunge anche paesi considerati (a torto) “progressisti” come la Siria, che reagiscono esattamente come quelli più reazionari. Non è “omogenea”, ma nessuna rivoluzione lo è stata mai, all’inizio, soprattutto perché rivoluzione significa entrata in scena di masse fino al giorno prima passive e rassegnate, e quindi ovviamente inesperte.

Un compagno in un dibattito recente ha detto candidamente che non poteva esserci nessuna rivoluzione, perché Lenin aveva detto che senza partito rivoluzionario non è possibile la rivoluzione. Invano ho cercato di spiegare che Lenin non aveva mai affermato questo, ma casomai solo che senza un partito rivoluzionario ben radicato e riconosciuto dalle masse era più facile la sconfitta. Ma avrei dovuto fargli l’elenco delle rivoluzioni, a partire dalla Comune di Parigi, dal 1905 russo, dalla stessa rivoluzione russa del 1917 prima dell’Ottobre, in cui il partito rivoluzionario non c’era o era nettamente minoritario nella prima fase, e tuttavia erano vere rivoluzioni. Inutile poi portare l’esempio a me caro della rivoluzione tedesca del 1918-1923, per certi aspetti più profonda ed estesa di quella russa del 1917. Fu sconfitta per inesperienza del nucleo spartachista prima e per gli errori suoi e dell’Internazionale comunista poi, ma nella cultura stalinista (passata poi in gran parte della “nuova sinistra” ml o centrista oltre che nella vulgata togliattiana) non è mai esistita…

Altri sottolineano l’ambiguità di alcuni membri del coordinamento di Bengasi. Anche Ramonet fa un accenno del genere, ma allude evidentemente alla loro provenienza dal gruppo dirigente gheddafiano. Quindi è solo una prova della forza sociale della rivolta, che ha spinto alcuni esponenti del regime a cercare di salvarsi unendosi ad essa. Fenomeno che non è finito, e che è difficile spiegare solo con l’opportunismo, in una fase in cui le forze rimaste con Gheddafi sembrano prevalere.

I ribelli sarebbero i cocchi dell’Occidente? Non si direbbe, dato che sono stati lasciati soli per settimane, e anche bombardati direttamente, “per errore” (un errore analogo a quello sull’ambasciata cinese a Belgrado…). Si direbbe che la coalizione dei volonterosi abbia avuto come progetto prevalente quello di lasciar logorare tra loro le due parti in lotta, fino alla loro distruzione reciproca, come il futuro presidente Truman (allora ancora solo presidente della Camera) auspicava nel 1941 dopo l’attacco nazista all’URSS.

Alcuni sottolineano scandalizzati che i ribelli sperano in un aiuto degli aerei francesi: è vero, ed è un errore che per noi è chiarissimo ma che i giovani formatisi nelle scuole del regime con retorica a senso alternato potranno capire solo in base all’esperienza diretta, speriamo presto. Ma perché scandalizzarsi? Anche la Russia sovietica per un momento aveva sperato che gli eserciti dell’Intesa potessero intervenire per fermare l’offensiva tedesca durante le trattative di Brest Litovsk del 1918…

In ogni caso, fa un certo effetto che persone che si considerano non solo di sinistra ma anche rivoluzionari possano schierarsi dalla parte di un tiranno che bombarda il suo popolo, giustificando la repressione con una eventuale “ambiguità” degli oppositori. E se tra loro ci fossero anche quegli integralisti islamici che sono l’ossessione e l’alibi degli imperialisti, oltre che di Gheddafi, sarebbe forse una buona ragione per giustificarne l’eliminazione a cannonate?

Non è bastata la tragica esperienza della repressione violenta del Front Islamique du Salut in Algeria? Tra il plauso di gran parte della sinistra europea, la sospensione delle elezioni dopo il primo turno del dicembre 1991, e l’arresto della direzione moderata e ragionevole del FIS, hanno provocato una tragedia storica, con l’emergere di una componente davvero estremista che ha portato avanti per anni una guerra civile con un bilancio complessivo di un milione di morti (ne avevo parlato, già a gennaio, appena iniziata l’onda dei movimenti rivoluzionari, nell’articolo: Algeria).

 

Mi pare che questo atteggiamento sia il frutto di un’eredità non sempre consapevole dello stalinismo… Naturalmente, tranne alcune macchiette, pochissimi si richiamano apertamente a Stalin, ma moltissimi, compreso non pochi dei fondatori de “il manifesto” ne hanno assorbito la sostanza attraverso la versione soft proposta da Togliatti o quella hard del Mao della rivoluzione culturale. Da entrambe le versioni hanno imparato ad accettare la Realpolitik, e a diffidare delle rivoluzioni.

Sinceramente non avevo previsto che queste concezioni, pur così clamorosamente sconfitte dalla storia, potessero fare ancora tanti danni: quando ho scritto sulla Tunisia uno dei primi articoli in gennaio (Rivolte o rivoluzioni) mi ero preoccupato piuttosto che – dopo anni in cui pochissimi avevano mantenuto una metodologia materialista e una memoria storica - ci potessero essere a sinistra interpretazioni troppo ottimistiche che sottovalutassero la capacità dell’imperialismo di far tesoro di esperienze precedenti riuscendo a deviare con qualche cambio di personale politico una situazione rivoluzionaria sul binario cieco della collaborazione di classe, come era accaduto in Italia dopo il 25 luglio 1943.

Tra i nemici della rivoluzione, è prevalso subito lo sbalordimento e la sorpresa, non immaginavo che tra quelli che a parole si considerano rivoluzionari ci fosse qualcuno che rifiutasse di vederla. Ma la rivoluzione cammina, e pone problemi di interpretazione, ma anche e soprattutto ci impone di sostenerla, di difenderla dalle menzogne della grande informazione reazionaria, di aiutare le minoranze più coscienti presenti in ciascun paese a collegarsi tra loro. Tanto più che, oltre alla tante rivoluzioni che sono state sconfitte perché lasciate sole, come quella bavarese o ungherese, anche quella russa, la sola che aveva vinto, ha subito le conseguenze dell’insufficiente sostegno del proletariato tedesco, francese, britannico, italiano, negli anni in cui la rivoluzione era all’ordine del giorno in tutta l’Europa. La responsabilità era delle vecchie direzioni socialdemocratiche, ma ne abbiamo pagato tutti il prezzo con il trionfo del fascismo…

 

Postilla

Accanto ai primi tentativi di aiutare a collegarsi tra loro i gruppi marxisti presenti dalla Tunisia all’Egitto, per iniziativa sia nel NPA francese, sia di organizzazioni svizzere, di cui darò volentieri conto, vorrei segnalare un dato che deve farci riflettere: di fronte alla guerra civile che lacera la Libia e che colpisce in vario modo anche - e a volte soprattutto - i molti lavoratori stranieri, la poverissima Tunisia, che ha dieci milioni di abitanti, e un PIL procapite inferiore a 4.000 $ annui, ha accolto generosamente 210.000 rifugiati (senza chiudere le porte e senza bollarli come “clandestini”…). Il governo italiano, non contrastato dalla ectoplasmatica “opposizione”, ha invece drammatizzato l’arrivo in questi mesi di meno di 20.000 tra tunisini e altri migranti, lasciandoli deliberatamente a lungo ammucchiati a Lampedusa e poi in lager improvvisati, per provocare un’esplosione di conflitti. In proporzione al numero di abitanti della Tunisia (e senza calcolare l’abissale distanza tra i PIL dei due paesi) l’Italia avrebbe dovuto (e potuto senza problemi) accogliere almeno temporaneamente un milione e duecentomila rifugiati…

Più modestamente, l’Italia aveva accolto oltre 50.000 albanesi della prima ondata migratoria del 1991, senza troppi drammi, e con buoni risultati di integrazione. Quanto siamo andati indietro, per la sparizione di una sinistra visibile degna di questo nome!



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