Manovra criminale e inefficace

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Manovra criminale e inefficace

Il balletto di proposte fatte e ritirate, con la sceneggiata di Berlusconi che sanguina e Bossi che finge di non voler toccare le pensioni, di cui ho parlato recentemente più volte (Incredibile farsa, Decifrare la crisi e Crisi e “parti sociali”), si concretizzerà in alcuni scippi come il mancato versamento del TFR (cioè di fondi versati dal lavoratore e custoditi dal “datore di lavoro”) agli statali; il probabile congelamento della tredicesima in enti in cui i dirigenti super pagati hanno “sforato”, mentre i lavoratori che ovviamente non ne hanno colpa pagheranno; nella svendita di municipalizzate in attivo e ben funzionanti (quelle in crisi chi mai se le vorrebbe comprare?); l’ennesimo attacco alle garanzie sancite per legge dallo Statuto dei lavoratori, e in particolare all’art. 18, che pure non sono riusciti a sopprimere legalmente ma il cui svuotamento delegano ai sindacati compiacenti e ai contratti aziendali; sovrattasse sulle sigarette (sono da lungo tempo non fumatore ma mi pare lo stesso una carognata colpire gli sfortunati che hanno questo modesto vizio).

Ce ne sono tantissime altre, segnalate con finto sdegno perfino dai giornali berlusconiani, che vogliono così far credere che la manovra non è bella ma sarebbe “una dolorosa necessità” Probabilmente c’è anche un gioco delle parti, con Tremonti che si prende tutte le responsabilità prima di sganciarsi per trasformarsi da capro espiatorio a ciambella di salvataggio, disponibile per un operazione simile a quella fatta a suo tempo da Lamberto Dini.

E ci sono anche tante sciocchezze, come il taglio delle “spese per la politica” realizzata chiudendo comuni piccoli e piccolissimi (dove in genere sindaco e assessori non percepiscono nessuna indennità), taglio che costringerà i cittadini ad andare a chiedere un documento in un altro comune, sempre che non abbiano lo stesso un ufficio distaccato che costerà esattamente come il municipio. Idem per la chiusura delle province piccole: si licenzieranno i dipendenti che si occupano di strade, trasporti, edilizia scolastica, o si deporteranno nella provincia più vicina (non sempre vicinissima…)? Anche la proposta di chiudere i tribunali minori (che pare non inserita nel decreto sulla manovra, ma proposta parallelamente dal neo ministro della Giustizia Nitto Palma) è forse più un trucco per chiudere tribunali scomodi (come quello di Trani) che un progetto finalizzato al risparmio. Infatti se il numero dei processi rimane invariato, concentrarli in un minor numero di sedi non fa risparmiare nulla, anzi aumenta le spese per i cittadini che devono andare più lontani. A meno che il risparmio venga realizzato licenziando magistrati e cancellieri (che sono già insufficienti, e quindi una delle cause del prolungarsi dei processi, insieme all’esistenza di un numero spaventosamente alto di avvocati interessati a tirare in lungo…). E che dire del risparmio per la soppressione dell’Accademia della Crusca, che costa pochissimo anche perché presidente e consiglieri lavorano gratis?

La tassa spacciata per patrimoniale ribattezzata “contributo di solidarietà” fa ridere: come è noto la maggior parte degli imprenditori figurano quasi indigenti, a forza di detrazioni e leasing. La media dei redditi dichiarati è di appena 47.000 euro per gli avvocati, 51.000 per i commercialisti, 46.000 per i dentisti e … 14.300 per i gioiellieri! Anche i parlamentari non saranno quasi mai toccati, perché la maggior parte delle loro entrate figurano come gettoni di presenza, rimborsi ecc. e quindi non superano i 90.000 euro e tantomeno i 150.000… Già nel PRC molti parlamentari piangevano miseria e rifiutavano di pagare al partito contributi proporzionali al loro reddito effettivo, con lo stesso trucco di calcolare non le loro entrate reali, ma solo lo stipendio base…

La lotta all’evasione è proclamata ma azzerata anche dal taglio dei finanziamenti all’Ufficio entrate, sostituiti da ridicoli spot pubblicitari… Per non parlare dello stato della Guardia di Finanza, specializzata ormai ben più in ordine pubblico che in controlli antievasione. Li fanno meglio i giornalisti che vanno a vedere la processione di italiani che vanno a depositare “risparmi” a Lugano come ai bei tempi!

Tutte queste misure soprattutto non agiscono sulle cause profonde della crisi: si fa cassa tagliando qua e là, ma senza affrontare alla radice le ragioni dell’aumento del debito, su cui mi sono espresso più volte: spese militari incontrollabili e appalti per opere costose e inutili (se non per gli appaltatori). E senza neppur lontanamente sognarsi di influire sulla dinamica della crisi con la ridicola modifica di un articolo della inapplicatissima costituzione.

Ma sulle cause ci sono opinioni diverse, e sulla grande stampa molto fumo. Sul sito ho pubblicato testi di Danilo Corradi e Marco Bertorello, come Overdose liberista e Capitalismo tossico, che è l’introduzione al bel libro dallo stesso titolo scritto dai due giovani autori. Ora riporto qui di seguito alcune delle recensioni apparse su vari giornali (quelle di Vladimiro Giacchè e Piero Bevilacqua). In coda a questo articolo aggiungo un testo che è in parte divergente nell’interpretazione delle cause strutturali della crisi. È di un marxista sudafricano, Hillel Ticktin, ed è stato pubblicato sul sito di Europe Solidaire. Lo inserisco volentieri anche perché è stato tradotto di slancio da Luigi Marini, uno dei due compagni che mi hanno offerto collaborazione appena hanno saputo dalla Newsletter che per qualche mese non avrò la collaborazione di Titti Pierini, che è alle prese con una traduzione molto lunga e impegnativa di un libro di Daniel Bensaid.

(a.m. 14/8/11)

1) CAPITALISMO TOSSICO


recensione di Vladimiro Giacchè (da Liberazione del 21/07/2011)

In questi giorni, in cui la crisi sembra riesplodere con la violenza dell’autunno 2008, è particolarmente importante possedere delle bussole per capire cosa accade. Anche oggi – come allora – la stampa e la pubblicistica dominanti ci parlano di “speculazione da imbrigliare”. Ma mentre allora si “riscopriva” lo Stato, implorandolo di fare il bagnino e di riportare a riva le grandi imprese finanziarie (e non solo) che affogavano nei loro debiti, oggi la parola d’ordine è “disciplina di bilancio!”. E sul banco degli accusati ci sono gli Stati, a causa dei debiti di cui si sono fatti carico. Il conto lo presentano proprio quei “mercati” che erano stati salvati. E gli Stati, contriti e ubbidienti, stanno girando la parcella ai lavoratori.
Per combattere contro questa ennesima beffa è importante capirne i meccanismi di fondo. Contro tutti i luoghi comuni. E’ quanto fanno Marco Bertorello e Danilo Corradi nel loro Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi (Roma, Alegre, 2011, euro 16). Smontando la tesi, in fondo rassicurante, che contrappone una finanza “malata” ad un’economia reale “sana”. Al contrario: è proprio “l’intreccio inestricabile tra finanza e produzione” ciò che caratterizza lo sviluppo economico degli ultimi trent’anni, che ha risolto a suo modo la crisi degli anni Settanta. Soprattutto nei paesi anglosassoni (ma non soltanto lì), lo sviluppo del credito e della finanza ha fatto da contrappeso alla caduta dei salari e alimentato i consumi grazie alla crescita di valore delle azioni e allo sviluppo del credito al consumo, dando così respiro a imprese industriali dei settori maturi (si pensi all’industria dell’auto), che oltretutto sempre più spesso hanno ricavato profitti direttamente da attività speculative. La storia di questa crisi è la storia dell’implodere di questo modello di crescita drogata. Gli autori lo dimostrano con semplicità argomentativa ma anche con il sostegno di molti dati. Il problema è che a questa crisi, che ha posto in luce con straordinaria chiarezza l’incapacità di autoregolazione del capitalismo, non ha corrisposto un riequilibrio dei poteri dal privato verso il pubblico: lo Stato ha accettato di fare il maggiordomo. È stata così possibile quella che Slavoj Zizek chiama “la spoliticizzazione della crisi”: le scelte di violenta ristrutturazione delle imprese, e adesso di drastica riduzione dei servizi offerti dallo Stato, vengono così presentate non come scelte di classe, ma come risposte tecniche e necessarie. Ma è proprio questo assunto che deve essere rovesciato praticamente. In che modo? Facendo emergere “nuove rigidità con cui quelle dominanti dovranno fare i conti”, ricostruendo un pensiero e una volontà popolare radicalmente antagonistici. È un compito difficile. Ma – come ci ricorda Riccardo Bellofiore nella preziosa postfazione che chiude il volume – “o la sinistra recupera il senso dell’utopia, il senso della possibilità contro il senso della realtà, o è un morto che cammina”.

 

2)  Il nodo scorsoio del debito

di Piero Bevilacqua (da il manifesto)

All'ormai sempre più fitta letteratura sulla crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 – destinata a diventare sterminata, perché gli effetti del tracollo stanno ora sconvolgendo la società e la vita di gran parte dei paesi industrializzati - si è appena aggiunto un testo di due autori italiani degno di essere segnalato per più motivi. Il saggio di Marco Bertorello e Danilo Corradi, Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi (Edizioni Alegre, pp. 187, euro 16) costituisce un quadro essenziale e a mio avviso ineccepibile, dei «motori» fondamentali che hanno determinato il collasso cui oggi si cerca di porre rimedio con politiche classiste analoghe a quelle che l'hanno generato.
Già il titolo è in realtà una interpretazione della crisi. Tossici, vale dire generatori di squilibri insostenibili, non sono i prodotti finanziari, ma il capitalismo stesso, la macchina produttiva che regge le nostre società. Gli autori, infatti, disegnano con notevole chiarezza l'intero meccanismo di cui è figlia la situazione presente, e che non è certo il risultato della speculazione finanziaria, come vorrebbero far credere, o credono realmente, tanti analisti funzionari o frettolosi giornalisti. Una illusione ottica che già Marx aveva chiarito ai suoi tempi. Essi fissano il punto di partenza della crisi nella fine dei Trenta gloriosi, nel 1973-74, allorché si esaurisce il modello di sviluppo keynesiano. A quel blocco del processo di accumulazione il capitale risponde orchestrando un attacco di classe di grande portata, che oggi appare visibile con assoluta nitidezza.
Il primo passo è l'intensificazione dello sfruttamento operaio per riprendere i margini di profitto intaccati dalla lotte degli anni '60. È una scelta che si realizza attraverso le grandi ristrutturazioni industriali degli anni '80 e il ridimensionamento dello Stato sociale negli anni '90. Un insieme di iniziative che consegue più risultati: mentre rimette in moto la macchina dei profitti destruttura l'organizzazione sociale del lavoro, fiacca il potere antagonista degli operai e dei ceti medi, piega più strettamente le politiche statali ai propri bisogni strategici.
I risultati in termini strettamente economici sono enormi. Bertorello e Corradi ci forniscono due tabelle – relative all'evoluzione del saggio di profitto in Usa e Europa tra il 1960-2008 e all'andamento dei salari rispetto al Pil, nelle stesse aree – i cui grafici valgono più di decine di pagine analitiche. Esse costituiscono la rappresentazione plastica di una fase storica del dominio capitalistico che ha sconvolto le società di antica industrializzazione.
Ma come è stato possibile ottenere simili risultati economici e politici, deprimere così gravemente le dinamiche salariali, senza subire i contraccolpi di un indebolimento della domanda aggregata? Come tenere a bada l'antico mostro della sovraproduzione? La risposta è nota: l'indebitamento. Rispetto a tutte le crisi precedenti, la novità risiede in un insieme di strategie finanziarie di grande sofisticazione che hanno creato un «effetto ricchezza» e occultato la depressione pluridecennale dei redditi da lavoro.
«La finanza sregolata ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro.» Crollato il castello di carta di una «crescita a debito», il meccanismo dell'accumulazione reale è conflagrato. È lo spettacolo che abbiamo da tre anni sotto gli occhi. Un imballo sistemico a cui gli intellettuali del capitale non sanno trovare soluzioni, se non ripercorrendo lo stesso sentiero che ha portato alla crisi. Uno stallo – reso drammatico da inediti problemi ambientali – alla cui soluzione gli autori si forzano di dare alcune indicazioni di prospettiva.

 

 

3) Breve teoria della crisi attuale

di Hillel TICKTIN

Traduzione di Luigi Marini

 

Sommario

- Premessa: il punto di svolta

- L'analisi

- Le cause della crisi

- La situazione oggi

- Il concetto di 'capitalismo finanziario'

 

Questo articolo riassume e sviluppa argomenti già trattati in articoli scritti per la rivista "Critique" e per "Critique Notes". Ho omesso due questioni già discusse in quella sede; le argomentazioni contro la teoria della caduta del saggio di profitto [NdT_1] come causa unica o principale della crisi e la questione sul perché la classe dirigente abbia optato per le politiche di austerità. [NdA_1]

 

La teoria marxista della crisi ha languito dalla seconda guerra mondiale ad oggi, in gran parte perché non c'è mai stata una vera e propria crisi fino ad ora. Come noto, Marx scrisse: "La crisi del commercio mondiale deve essere considerata come il punto di congiunzione e di aggiustamento forzato di tutte le contraddizioni dell'economia borghese." [NdA_2]

 

Oggi invece siamo in presenza, non di una crisi ciclica di flessione-ripresa, bensì di una crisi reale e strutturale del sistema stesso. Le prime infatti si sono verificate spesso dal secondo dopoguerra ad oggi; le più recenti negli anni 1981-85 e 1989-93 seguite dal crollo delle cosiddette dot.com nel marzo 2000.

 

L'ultima di queste crisi, però, è stata diversa perché la ripresa successiva è stata molto limitata, e fortemente influenzata dagli attentati dell'11 Settembre e dalle guerre che sono seguite. La crisi del 2007 è di fatto la sua continuazione. Ma la differenza tra le crisi precedenti e quella del periodo 2000/2007 non è solo nella durata, nella profondità o nella sua portata globale.

 

La differenza fondamentale sta nel cambiamento a lungo termine dei rapporti di forza tra le classi sociali, con livelli molto alti di disoccupazione di lunga durata, attacchi diretti al tenore di vita della classe lavoratrice, attraverso il mercato immobiliare, le tasse, i salari e la riduzione del welfare. In Gran Bretagna l'attacco è stato totale. In Irlanda e Grecia non è solo stato totale, ma continuato.

 

Stiamo attraversando un periodo in cui le contraddizioni dell'economia capitalista stanno esplodendo, dopo essere state mediate per decenni dalla guerra fredda e più recentemente dal capitale finanziario.

 

Storicamente, il capitalismo dalla fine del 19esimo secolo ha utilizzato prima l'imperialismo e il capitale finanziario poi la guerra, la repressione e il fascismo, successivamente lo stalinismo e la Guerra Fredda, assieme al welfare state - e infine, il ritorno al capitale finanziario - come strategie per il contenimento delle forze che aspiravano al superamento del capitalismo come sistema economico.

 

Credo che queste strategie siano state abbandonate o siano implose, costringendo la borghesia a tornare alle forme classiche del capitalismo.

 

 

Premessa: il punto di svolta

 

Il punto di svolta decisivo è venuto negli anni settanta, quando fu chiaro che lo stato sociale e la piena occupazione stavano rendendo instabile il sistema. I lavoratori con contratti stabili e salari crescenti stavano chiedendo un maggior controllo sul proprio lavoro e sulla società. Dal momento che i lavoratori erano maggioranza nella società, anche la borghesia capì che non potevano essere tenuti nelle misere condizioni previste dai fondamenti del capitalismo. A parte l'uso della forza - che normalmente è rimasto in secondo piano almeno fino a quando il sistema non veniva minacciato  direttamente - il capitale, per rafforzarsi, ha usato ideologicamente e praticamente, la forma del feticismo delle merci ("consumismo"), come mezzo di controllo diretto.

 

Il ruolo crescente nell'organizzazione dell'economia da parte dei governi e delle multinazionali ha sfatato il mito che il mercato non potesse essere sapientemente controllato. Allo stesso tempo, si è visto che il settore pubblico e lo stato sociale non potevano essere organizzati solo sulla base del profitto. Il tentativo di gestire l'istruzione, la sanità, le carceri, con l'obiettivo di fare profitti, non ha funzionato. Questo è rimasto vero nonostante le alternative fossero spesso troppo burocratizzate e mal gestite.

 

Gli Stati uniti si sono discostati dall'Europa occidentale, nell'avere uno stato sociale più debole e nel minor peso del settore pubblico, ma la differenza è stata solo di grado.

 

Il ruolo dell'enorme settore militare, che è in sostanza un settore nazionalizzato dell'economia, che esternalizza gran parte della sua produzione, insieme ad un sistema sanitario, controllato dalle compagnie di assicurazione, ha svolto gran parte delle funzioni svolte dai governi nelle economie capitaliste controllate.

 

Il ruolo della Federal Reserve e del Tesoro è stato fondamentale dall'inizio della crisi. La rabbia mostrata contro queste due istituzioni fa capire come il capitale non può evitare di essere consapevolmente preso di mira oggi.

 

Non sorprende in questo contesto che la borghesia  abbia cercato di riportare indietro l'orologio attraverso l'allargamento dei mercati. Una seconda forma utilizzata per riottenere il controllo dei lavoratori è stata quella del ripristino dell'esercito industriale di riserva, come lo ha chiamato Marx, che non esisteva più dagli anni del dopoguerra almeno nell'Europa occidentale. Il ritorno della disoccupazione di massa è stato un processo difficile, ma essenziale per il ripristino della stabilità del sistema capitalista.

 

Dagli anni '60 e '70, per tornare al punto iniziale, la classe lavoratrice stava chiedendo concessioni e un maggior controllo sulle aziende e sull'economia. Paese dopo paese ci furono scioperi e manifestazioni che portarono il capitale a rivedere la sua strategia del dopoguerra. Il capitalismo ha adottato una serie di misure, cosidette "neoliberiste", che possono essere meglio comprese se messe in relazione alla svolta verso il capitalismo finanziario.

 

L'analisi

 

I riferimenti  di Marx alle contraddizioni dell'economia e della società capitalista forniscono un buon punto di partenza per qualsiasi analisi della crisi, ma sono particolarmente rilevanti in questo momento. È stato Trotsky a sostenere che tutti noi viviamo in un periodo di transizione tra il capitalismo e socialismo. Ciò non significa che ci siano sistemi realmente socialisti, ma che i sistemi capitalistici sono sempre in fase di cambiamento rapido e incontrollabile, che il capitale cerca in tutti i modi di mantenere.

 

In altre parole, la crescita della pianificazione dell'economia e della società da parte dei governi, le grandi corporations, i monopoli, il ruolo crescente delle compagnie di assicurazione e del settore pubblico riflettono la crescente socializzazione della economia e della società, ma in un quadro frammentario del sistema capitalista.

 

L'effetto è che il dominio del profitto (il "libero mercato" guidato dal profitto) è limitato nel suo raggio di azione e che le decisioni politiche sono spesso più importanti. Il Capitale però ha cercato di far tornare indietro la storia. Si parla  all'infinito di  piccole e medie imprese (NdT_2) e della cosiddetta classe media. Si cerca di privatizzare tutto il possibile e anche l'impossibile. Ma il problema è che queste misure non hanno l'effetto desiderato: il ceto medio è sempre più spremuto e proletarizzato, le piccole imprese sono controllate dal grande affare, la loro indipendenza è illusoria e la privatizzazione è limitata dalle regole dei governi.

 

Da questo punto di vista, il passaggio al dominio del capitale finanziario si è manifestata sotto forma di una serie di bolle, seguite da una grande bolla che infine è implosa su se stessa.

 

La realtà è che quella bolla era solo una tattica per ritardare l'inevitabile crisi. Alan Greenspan non si era sbagliato, aveva capito che aumentare troppo presto i tassi di interesse avrebbe stroncato la ripresa negli anni '90 e dei primi anni del nuovo secolo.

 

Così i capitali vennero spostati dall'industria alla finanza. Alcuni vennero esportati, generano ad esempio la bolla asiatica del 1997, ma la maggior parte fu utilizzata per le speculazioni.

 

I Leverage buyouts [NdT_3] trasformati in quote societarie (private equity), mutui rivenduti come obbligazioni (CDO: Collateralized Debt Obligations) o con maggior rischio (CDS: Credit Default Swaps). In pratica, i cosiddetti derivati hanno ridotto il valore dell'industria e dei salari.

 

Tutte le crisi finiscono con una crisi bancaria, dal momento che il capitalista o il lavoratore indebitato cerca di ottenere prestiti sempre maggiori che alla fine non riesce a pagare. L'aumento dei tassi di interesse, a quel punto, fa scoppiare la bolla.

 

Le cause della crisi

Alcuni marxisti attribuiscono la crisi ai bassi consumi, altri alla caduta del saggio di profitto, altri ancora agli squilibri di bilancio che riducono gli investimenti produttivi. Un quarto punto di vista pone l'accento in particolare sul fallimento finanziario come causa fondamentale. Altri pensano che siano tutte queste cose messe assieme. A mio avviso, tutte le crisi vengono causate da tutti questi elementi insieme, ma c'è sempre un evento scatenante o una causa principale.

 

Questo non significa, tuttavia, porre fine alla discussione dal momento che è ovvio che i governi hanno svolto un ruolo centrale nelle recenti crisi. Probabilmente è più corretto dire che le classi dirigenti e i vari governi sono stati al centro della crisi. A questo proposito è chiaro che la classe dominante ha messo in pratica una particolare strategia in questa fase, che ha clamorosamente fallito - quella della finanziarizzazione, che ha coinvolto in particolare le politiche sul lavoro.

 

Sicuramente c'è stata anche la necessità di risolvere un problema tecnico nell'individuare forme di investimento per risolvere gli squilibri dei bilanci in un periodo in cui la fine della Guerra Fredda aveva reso instabile il sistema. Non possiamo però  guardare alle crisi semplicemente in termini di contraddizioni innate del capitalismo. Dobbiamo anche capire la reazione della borghesia e dei governi per comprendere la natura di questa crisi in particolare.

 

In altre parole, ci sono alcuni elementi della crisi attuale che generano un surplus di  prodotto o plusvalore. La forma stessa riflette il declino del capitalismo come sistema. Ci sono due aspetti di questo declino: uno è il sistema finanziario, l'altro è l'intervento diretto della classe dirigente, come classe, attraverso le politiche dei governi e altri mezzi.

 

Per quanto riguarda il secondo: quando una società si avvicina al suo superamento, gli scenari futuri si manifestano, ma in forme altamente distorte - in questo caso attraverso il controllo cosciente dell'economia capitalista. Il "socialismo invasore", ha osservato Friedrich Engels, è stato attivato a vantaggio del capitale, per quanto possibile. Rudolf Hilferding (il teorico dei primi del ventesimo secolo del Capitalismo finanziario") aveva ragione quando scriveva che il capitale finanziario offre una forma organizzativa alla classe dominante. Non abolisce la concorrenza, ma l'interesse collettivo della classe dominante può esprimersi quando è necessario e soprattutto quando è minacciato.

 

Durante la guerra fredda, tale espressione si è manifestata attraverso le politiche degli Stati Uniti come potenza imperiale dominante, che di fatto ha coordinato la classe dirigente attraverso una serie di istituzioni. La fine della Guerra Fredda e il declino degli Stati Uniti ha creato problemi alla classe dominante in questo senso.

 

Per quanto riguarda il primo punto, la finanza è stata effettivamente la strategia adottata a partire dalla fine degli anni settanta.

 

Il problema, all'inizio della crisi, è stato che la grande crescita del capitale in relazione al lavoro, ma le enormi concentrazioni di capitale accumulate non potevano essere reinvestite, se non come capitale fittizio, sotto forma di vari tipi di  prestiti e loro derivati. Il denaro non può produrre più soldi in sé o produrre valore senza l'intervento del lavoro. Il denaro, se non passa attraverso il lavoro, non riesce a chiudere il cerchio e a produrre altro capitale.

 

Concretamente, la borghesia non ha potuto reinvestire perché non c'erano imprese su cui investire, per cui hanno versato denaro negli investimenti finanziari - derivati,  borsa, immobili, immobili commerciali. Un cifra imponente che ha causato l'aumento dell'inflazione.

 

La spiegazione borghese di questo fenomeno è che i cinesi e gli altri paesi asiatici hanno acquisito un surplus esterno pari al deficit degli Stati Uniti e sadicamente i cinesi si rifiutano di spendere il loro denaro per alzare il livello di vita della propria popolazione. Questo argomento è fragile- o meglio ancora, non ha senso.

 

C'è stata e c'è ancora un enorme quantità di denaro depositata presso diversi enti finanziari - nel 2007 erano 18 miliardi di dollari, nove volte il giro di affari delle aziende cinesi all'estero. C'era qualcosa come 110.000 miliardi di dollari nelle casse di istituzioni finanziarie come i fondi pensione, compagnie di assicurazione, private equity che dovevano (e devono) essere investite. Il tasso di crescita industriale in Occidente è troppo basso per assorbire questi soldi. Il risultato è stato una serie di bolle - prima la bolla dell'Asia orientale, poi l'implosione del Long Term Capital Management (NdT_4), seguita dallo scoppio della bolla dei dot.com.

 

Le guerre recenti hanno fornito un sollievo temporaneo per il sistema fino a quando non è crollato. Il denaro è stato spostato nel terzo mondo, in particolare verso la Cina, ma resta al di sotto del suo potenziale. Il capitale non si fida a investire denaro in paesi nei quali ha un controllo limitato. Le nazioni di Asia, Africa e America Latina non sono più colonie, e possono e hanno proprietà nazionalizzate e ad esempio l'Argentina ha rifiutato di pagare i propri debiti.

 

 

 

La situazione oggi

La situazione non è sostanzialmente cambiata. Il flusso di denaro si è spostato verso le cosiddette economie emergenti, dove i tassi di interesse sono più elevati, come nel caso del Sud Africa, dove sono all’8%.

 

I conti delle aziende, infatti, sono andati particolarmente bene l'anno scorso e grazie alla possibilità di licenziare i lavoratori e di pagare salari più bassi, hanno aumentato la produttività e i profitti.

 

La recente crescita dell'offerta monetaria negli Stati Uniti - dovuta all'alleggerimento quantitativo [NdT_5] è stata tecnicamente superflua dato che le società avevano già riserve di utili. Il  motivo per cui la Federal Reserve ha immesso altro denaro nel sistema è dovuto al fatto che le aziende non stavano investendo. Con l'immissione di moneta si è tentato di far ripartire gli investimenti. Tuttavia, se nessuno investirà o spenderà denaro in modo produttivo, questo intervento non raggiungerà l'obiettivo.

 

I critici sostengono che l'emissione di denaro aumenterà l'inflazione globale. Alcuni, a  sinistra come a destra, concordano. Non esistono basi per questa teoria. Il flusso di denaro verso i paesi in via di sviluppo va in gran parte in investimenti di portafoglio o di titoli di Stato piuttosto che in investimenti diretti. I tassi di interesse sono elevati in quei paesi e possiamo aspettarci che il denaro venga ritirato non appena i tassi di interesse si saranno ridotti. Altri investimenti speculativi vengono fatti sulle materie prime. In effetti, c'è una nuova bolla sulle materie prime e alimentari, che scoppierà di certo a breve.

 

Ma se c'è un Capitale che non investe, cioè che non fa il Capitale - perché non lo fanno gli stati? Un editoriale del Financial Times scriveva: "Allo stesso tempo, le aziende sono in forma smagliante. Hanno molto denaro contante dopo aver usato la recessione per fare scorta di liquidità a buon mercato e razionalizzare il loro business - licenziando lavoratori e migliorando la loro produttività: quindi sono previsti 18 mesi di crescita e profitti, ma non nuovi posti di lavoro ".

 

Quindi perché non usano i loro soldi per aumentare il loro capitale?  Il FT dice poi: "l'incertezza negli affari si nutre di se stessa: le multinazionali cercano di rinviare il più possibile gli investimenti aspettando la crescita della domanda, ma più aspettano, più a lungo si dovrà attendere che la ripresa inizi a materializzarsi. In economia come altrove, la cosa che fa più paura è la paura stessa. Ci sono ragioni per sperare che le imprese americane torneranno ad essere di nuovo propense al rischio." [3]

 

Quindi il problema, secondo gli editorialisti del Financial Times, è che gli imprenditori hanno paura di rischiare i loro capitali. L '"incertezza" è troppo grande. Naturalmente l'economia borghese sostiene assurdamente che i profitti sono la ricompensa di rischio. Quindi, la classe capitalista, secondo loro, ha paura di rischiare il suo capitale, anche se questa è la funzione del capitale stesso. In realtà, il capitalismo tende a ridurre il rischio al minimo assoluto, piuttosto che perdere il loro capitale o profitto potenziale. Ma di che cosa hanno paura?

 

Il Financial Times sembra voler dire che il problema è temporaneo, ma in realtà è proprio questo problema che ha prodotto la crisi. Apparentemente, le banche stavano facendo del loro meglio per prestare soldi a  tutti quanti, il che non è solo rischioso, ma anche stupido.

 

Quindi la versione ufficiale è che le banche sono state avide, non solo avide, ma stupidamente avide. Hanno corso rischi elevati, per guadagni molto grandi.

 

Anche un bambino di 10 anni può capire che questa è una sciocchezza. Le banche non hanno investito nell'industria, ma in mutui e derivati - o in altre parole in prestiti e prestiti derivati - mentre l'economia aveva pochi investimenti al di fuori della finanza. Una volta tolta la finanza dalle statistiche, il tasso di crescita è molto basso.

 

Allora perché la classe capitalista in Occidente ha preferito investire in settori improduttivi ed esportare il proprio capitale ad Est? Come accennato in precedenza, i paesi del Terzo Mondo come il Brasile stanno soffrendo per l'eccesso di capitale occidentale investito. Come risultato si stanno prendendo provvedimenti per limitare l'afflusso.

 

Ci sono due punti da sottolineare. In primo luogo, è chiaro che ci sono ingenti somme di denaro che sono alla ricerca di imprese, in quanto vi erano prima della crisi e in secondo luogo la maggior parte, anche se non tutti, degli investitori non sono disposti a investire il loro denaro in società di produzione reale.

 

L'enorme quantità di capitale è alla ricerca di profitti a breve termine. Il  suo valore è sceso durante la crisi, ma si sta muovendo di nuovo. Ovviamente un modo di spendere soldi è quello di sprecarli, come nella recente costruzione del palazzo più costoso del mondo a Hyde Square 1 a Londra, dove un appartamento costa 200 milioni di dollari, oppure nella costruzione di yacht.

 

 

Il concetto di capitalismo finanziario

 

Quindi, cosa sta succedendo in termini più teorici? Un modo di vedere la cosa è parlare di uno sciopero del capitale, come hanno fatto alcuni gruppi a sinistra, ma questo implica che essa sia un'azione a breve termine, mentre si tratta di una strategia a lungo termine. Il concetto di Capitalismo finanziario è fondamentale. È il capitale astratto, scollegato da qualsiasi impresa produttiva in particolare, che è necessariamente a breve termine, improduttivo e predatorio, [4], ma che è riuscito a spostare i termini della lotta di classe a vantaggio del capitale.

 

In Europa e negli Stati Uniti, la logica di una soluzione keynesiana o popolare alla crisi porterebbe verso l'espansione monetaria e la crescita delle industrie nazionalizzate. Eppure le imprese private hanno difficoltà a fare investimenti su vasta scala per lunghi periodi di tempo. Ormai regolata dal capitalismo finanziario, ragionano necessariamente a breve termine.

 

Nessuna legge può cambiare il fatto che i ricchi investitori, che hanno i fondi necessari, vogliono guadagni immediati e sono restii ad assumersi i rischi connessi alla ricerca e sviluppo per lunghi periodi, senza l'appoggio del governo. D'altro canto, una parte considerevole del capitale ha paura di lasciare al governo un ruolo maggiore in economia e di ridare fiato all'economia aumentando il tasso di crescita.

 

Alcuni esperti sostengono che la crescita e l'innovazione proviene da aziende di piccole e medie dimensioni, che devono essere aiutate da investimenti "pianificati" dallo Stato. L'argomento non ha alcun fondamento, essendo le PMI a se stanti e di poca importanza.

 

L'industria automobilistica, l'industria aeronautica, l'industria militare, l'industria farmaceutica e chimica sono dominate da grandi aziende come General Motors, Boeing, Pfizer e simili, che hanno in mano gran parte del mercato. Le aziende più piccole sono effettivamente controllate dai loro acquirenti quasi sotto ogni aspetto.

 

Questa vetrina ha il solo scopo di nascondere le reali intenzioni dietro il programma di austerità permanente. Il significato della crisi è che la strategia del capitale finanziario è ormai implosa e la classe capitalista non ha più una strategia se non quella del ritorno al capitalismo classico, con la disoccupazione di massa e uno stato sociale minimo.

 

Hillel Ticktin

 

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Note dell'Autore:

 

[1] Hillel Ticktin, ”The Crisis and the Capitalist System Today,” Critique 53, 355-371, ripubblicato da Routledge 2011, in Hillel Ticktin (ed) : Marxism and the Global  Financial Crisis. Hillel Ticktin, “The Transitional Epoch, Finance Capital and Britain,” Critique 16, 1983, 23-42 & Hillel Ticktin, “Towards a Theory of Finance Capital,” Critique 17, 1-16, 1986. Recentemente discusso in: Hillel Ticktin, “A Marxist Theory of Capitalist Instability and the Current Crisis,” Critique 47, February 2009, 13-30, e su "Critique Notes" negli ultimi 2 anni.

 

[2] Karl Marx, Theories of Surplus Value, Vol. 2, Lawrence and Wishart, London 1969, Progress Publishers, Moscow 1968, 510.

 

[3] “Something Stirring in the US Economy.” Financial Times, Saturday 8th January 2011, 10.

 

[4] For a discussion of Finance Capital see : Hillel Ticktin, “The Transitional Epoch, Finance Capital and Britain,” and “Towards a Theory of Finance Capital,” op. cit.

 

* From Against the Current, July/August 2011, ATC 153.

Mis en ligne le 8 août 2011

 

 

Note del Traduttore:

[1] La caduta tendenziale del saggio di profitto è una formula dell'analisi economica marxiana. Con caduta tendenziale del saggio di profitto Karl Marx ne Il Capitale identificò quel fenomeno secondo cui l'aumento progressivo degli investimenti sui macchinari a scapito degli investimenti sui salari avrebbe prodotto come risultato tendenziale del processo produttivo un saggio di profitto sempre minore. Marx giunse a questa conclusione sulla base della teoria del valore: essendo il capitale sotto forma di salari (capitale variabile) ad essere l'unica fonte di plusvalore, l’aumento della composizione organica del capitale riferita agli investimenti sulle macchine e sul  continuo aggiornamento tecnologico (capitale costante) avrebbe dato come risultato del processo produttivo dei profitti progressivamente decrescenti in proporzione agli investimenti complessivi.

In particolare il saggio del plusvalore è nella teoria marxiana il rapporto tra plusvalore e capitale variabile, e il saggio di profitto è invece il rapporto tra il plusvalore e l’insieme del capitale investito, ovvero capitale variabile e costante (salari più macchinari,materie prime e ausiliarie). In formule:

 

Saggio del plusvalore = Plusvalore/Capitale Variabile

 

Saggio di profitto = Plusvalore/(Capitale Variabile + Capitale costante)

 

[2] SMEs: small and medium size enterprises

 

[3] LBO o Leverage buyouts, ovvero le acquisizioni di società attraverso NewCo costituite ad hoc

[4] Il fondo Long Term Capital Management (LTCM) era un fondo speculativo nel cui board figuravano grandi protagonisti del mondo economico.

Fu istituito nel 1994 da Meriwether ed il suo team proveniente dalla Salomon Brothers e si basò sui modelli matematici creati dai premi Nobel Robert C. Merton e Myron Scholes. Compiva, perlopiù, operazioni di arbitraggio economico.

 

[5] QE2 o "quantitative easing", ovvero la creazione di moneta da parte della banca centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto nel sistema finanziario ed economico

 

Traduzione e note di Luigi Marini

 



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