IRAN CRISI DI REGIME E MOBILITAZIONI POPOLARI

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CRISI DI REGIME E MOBILITAZIONI POPOLARI

Babak Kia*

 

Grazie a un broglio elettorale pianificato e di grande ampiezza, il presidente uscente, Mahamoud Ahmadinejad è stato proclamato vincitore fin  dal primo turno, con un numero di voti inverosimile. Colmo dell’ironia, lo stesso potere ammette alcune irregolarità, per l’ammontare di 3 milioni di voti. Le cifre ufficiali danno, in 170 circoscrizioni elettorali, una partecipazione che va dal 95% al 140%!

Se il Consiglio dei Guardiani della Costituzione aveva autorizzato a concorrere quattro candidati, la “Guida Suprema” aveva già indicato il vincitore ben prima del primo turno. Con un colpo di Stato vero e proprio, volto ad allontanare dal potere le cosiddette fazioni “riformista” e “pragmatica”, vicine agli ex presidenti Khatami e Rafsanjani, Ahmadinejad e la “Guida Suprema”, Ali Khamenei, hanno aperto la crisi al vertice del regime. Di fronte a questa accelerazione del gioco politico, i candidati sconfitti – Moshen Rezai, storico dirigente dei Guardiani della Rivoluzione, Mehdi Karrubi, ex presidente del Parlamento, e Mir Hussein Musavi, ex Primo ministro (1981–1989) – hanno ingaggiato un braccio di ferro con la Guida e il suo pupillo. Il conflitto ha scatenato un nuovo episodio della lotta intestina tra le varie fazioni contrapposte. L’aperta frattura al vertice dello Stato ha aperto una breccia, nella quale si sono inserite le aspirazioni democratiche dei giovani, delle donne e dei lavoratori iraniani. La dinamica delle mobilitazioni destabilizza profondamente l’edificio della Repubblica islamica e la “Guida Suprema” è diventata per la prima volta il bersaglio dei manifestanti.

Sostenendo Ahmadinejad ben prima dello spoglio dei voti e definendo la sua rielezione un “miracolo divino”, Ali Khamenei ha appena inferto un notevole colpo alla sua stessa funzione. La Guida Suprema è, infatti, la principale figura dello Stato, che dirige gli organismi chiave del potere: l’esercito, soprattutto i corpi dei Guardiani della Rivoluzione (Sepah–e Pasdaran) e le milizie islamiche (Basiji), i mezzi di comunicazione statali, l’apparato giuridico, oltre a sorvegliare il potere esecutivo. La Costituzione della Repubblica islamica si basa sul Velayat–e faqih, il governo del clero, o meglio del giurista religioso, incarnazione del potere divino e del predominio della sfera religiosa su quella politica. In linea generale, la Guida, che traccia le linee direttrici della politica del regime, è chiamata ad arbitrare tra le varie fazioni. Tuttavia, partecipando al colpo di Stato contro il campo “riformista”, Khamenei ha gettato sul piatto della bilancia tutto il suo peso, esponendosi al rifiuto popolare. In tal modo, egli conforta la posizione di tutti/e coloro che pensano che il regime non sia riformabile.

 

 

Dinamica delle mobilitazioni popolari

 

La dinamica della mobilitazione, che si incentrava in un primo tempo sulla denuncia della massiccia frode elettorale, oggi tende a rimettere in discussone la Repubblica islamica nel suo complesso. Lo slogan “Morte al dittatore!” è rivolta sia ad Ahmadinejad sia a Khamenei. La sola speranza della “Mullahrchia”, tuttavia, è che l’opposizione legale al clan dei “conservatori” e “fondamentalisti” (Osul Garayan), diretto dalle Guida Suprema e da Ahmadinejad, non intenda rimettere in discussione le basi di fondo della Repubblica islamica. In realtà, la cosiddetta opposizione “riformatrice”, rappresentata da Mir Hossein Musavi e Karrubi, intende sorreggersi sull’ondata di contestazione popolare, ma contenendola entro il quadro istituzionale esistente. Lungi dal controllare la dinamica della piazza, i “riformatori” vorrebbero strumentalizzare  la mobilitazione popolare utilizzandola contro i loro avversari.

Nonostante la repressione e il black–out dei media organizzati dal potere, la mobilitazione popolare prosegue. A Teheran e nelle città principali si cerca di organizzare le manifestazioni. Il regime tenta di imporre un notevole grado di violenza per soffocare la mobilitazione. Le grandi città subiscono lo stato d’assedio pressoché permanente, con il blocco delle principali arterie e il filtraggio della circolazione. I Guardiani della Rivoluzione e i Basiji occupano i punti nevralgici di Teheran. Per evitare lo scontro diretto con i miliziani e i Pasdaran, la popolazione escogita diverse forme di intervento, senza però cedere di un solo pollice. Si sono moltiplicati appelli allo sciopero, incluso lo sciopero generale, ma la loro estensione si scontra, finora, con la repressione e l’assenza di diritti sindacali e di sindacati autonomi. Alla testa di queste iniziative si sono ritrovati i lavoratori delle fabbriche e dei servizi che si sono mobilitati di più negli ultimi anni, ad esempio quelli della cooperativa di trasporto collettivo di Teheran (Sherkat–e Vahed) o di Iran Khodro (primo costruttore automobilistico del paese, con 60.000 dipendenti), come quelli della sanità o anche gli universitari. Contrariamente alla visione diffusa al di fuor dell’Iran dai sostenitori di Ahmadinejad, la mobilitazione sociale raccoglie i giovani, le donne e i lavoratori. Una delle caratteristiche dell’attuale movimento è che, al contrario di quello del 1999, gli studenti non sono i soli a scontrarsi con il potere. Se riescono a svolgersi, le manifestazioni a Teheran iniziano nella parte sud della città, nei quartieri popolari, e attraversano la capitale verso nord. La catena umana che gli abitanti hanno cercato di organizzare il lunedì 29 giugno doveva estendersi per 12 chilometri. L’iniziativa, di cui poco hanno parlato i mezzi di comunicazione, è parzialmente riuscita, malgrado l’aggressione delle forze antisommossa. Tutte le sere, per i tetti di Teheran risuonano gli slogan lanciati dalla popolazione, che si espone in tal modo alle regolari incursioni dei miliziani nelle abitazioni. Naturalmente, la mancanza di direzione rivoluzionaria e di organizzazione autonoma sul piano politico e sindacale costituisce un vero e proprio handicap. Tuttavia, la dinamica di mobilitazione e di radicalizzazione in atto non sarà priva di conseguenze perché, anche se il regime riuscisse a riprendere il controllo della strada, la sua perdita di legittimità apre una profonda e durevole situazione di instabilità.

Il popolo iraniano paga un pesante tributo opponendosi con coraggio alla Repubblica islamica: più di 200 morti, centinaia di feriti, oltre 2.000 arresti e circolano notizie di una serie di torture inflitte ai detenuti perché rilascino “confessioni” pubbliche sui “loro legami con lo straniero”.

 

 

Divisione delle élites al potere

 

Evento inconsueto, svariati grandi ayatollah quali Ali Montazeri, Nasser Makaram Chiraz, Assadollah Zanjani, Musavi Ardebili o il grande ayatollah Sanaie, hanno espresso la loro preoccupazione per la perdita di legittimazione del regime. Alcuni di loro, ad esempio il grande ayatollah Ali Montazeri, appoggiano i manifestanti. Ora, quelli che conoscono il mondo sciita sanno che l’autorità religiosa e morale di questi grandi Ayatollah è superiore a quella della "Guida". Nel sistema dottrinario sciita essi sono dei marjia, fonti di imitazione per i fedeli, cosa che non è Ali Khamenei, innalzato al ruolo di Ayatollah per poter accedere a quello di Guida). Le prese di posizione degli alti dignitari del clero dimostrano la rilevanza di questa crisi, che va largamente al di là della “semplice” frode  elettorale.

L’attuale situazione non costituisce se non lo sbocco di un lungo e complesso processo avviatosi in seno al regime, da un lato, e nella società iraniana, dall’altro.

Con l’usurpazione della Rivoluzione del 1979 ad opera dell’Ayatollah Khomeini e l’instaurazione della Repubblica islamica, si è costituito un sistema istituzionale bicefalo. A due teste, ma con un’ipertrofia delle istituzioni e delle funzioni religiose. Così, accanto alla natura teocratica del regime esistono istituzioni di carattere repubblicano. In Iran, le elezioni (comunali, parlamentari e soprattutto presidenziali) non hanno come scopo la rappresentanza, dal momento che non sono evidentemente democratiche. Coloro che si oppongono alla Repubblica islamica non hanno il diritto di esistere politicamente e i candidati sono previamente selezionati dall’istanza suprema del regime, in questo caso il Consiglio dei Guardiani della Costituzione. In compenso, le elezioni hanno un altro obbiettivo, ben più di fondo: la legittimazione di un potere “rivoluzionario” con la pretesa di essere popolare e che si presenta come sorretto in massa dai cittadini. Orbene, esiste una tensione permanente tra un potere che, in attesa della ricomparsa del Mahdi (il dodicesimo imam, scomparso nell’874) si definisce come l’emanazione di Dio (il Velayat–e faqih) e istituzioni e funzioni “rappresentative” (Parlamento, Presidente della Repubblica “emersi dalla sovranità popolare”…). Dalla destituzione di Bani Sadr ad opera di Khomeini (a un anno di distanza dalla sua elezione nel 1981), al conflitto permanente tra Khatami e Khamenei (dal 1997 al 2005) la contraddizione perdura e, questo, fin dagli inizi della Repubblica islamica.

In Repubblica islamica, sia il clero sia i laici, alla maniera di Ahmadinejad, giustificano regolarmente le loro azioni con “teorizzazioni” religiose. Ciascuna delle funzioni sviluppa così le sue specifiche spiegazioni, che possono evolvere a seconda della congiuntura e secondo le inversioni delle alleanze. Tuttavia, da più di un decennio un profondo dibattito attraversa il clero iraniano. Esso è connesso all’aspetto bicefalo del sistema politico iraniano e alle spinte delle aspirazioni democratiche e sociali della popolazione.

Alcuni dignitari religiosi, molto minoritari, caldeggiano la separazione tra sfera religiosa e sfera politica. La loro preoccupazione muove dalla volontà di proteggere l’islam dai rischi del potere politico. Queste idee hanno influenzato alcuni circoli studenteschi attivi.

Altre impostazioni, introdotte nel palazzo del potere soprattutto da Mussavi e Karrubi, pongono l’accento sulla “sovranità popolare”. Le cosiddette fazioni “riformatrici” ritengono che il Velayat–e faqih debba essere elettivo e che il suffragio universale e la scelta popolare costituiscano la base di fondo dello Stato islamico.

 

 

Cosa rappresenta Ahmadinejad?

 

Di fronte a questa lettura, Ahmadinejad, ispirato da alcuni influenti membri del clero quali l’Ayatollah Mesbah Yazdi o l’Ayatollah Mahdavi Kani, ritiene che il governo islamico debba basarsi sui principi della fede islamica. Ad esempio, nel 1998, Mahdavi Kani non esitava a dichiarare: «secondo noi, ogni governo il cui governante è designato e stabilito da Dio è legittimo anche se la popolazione non l’accetta e, viceversa, ogni governo il cui governante non è designato da Dio è illegittimo ed usurpatore, anche se la popolazione lo accetta». Questi Ayatollah non parlano di Repubblica islamica bensì di governo islamico. La cosiddetta fazione “pragmatica” incarnata da Rafsanjani, l’uomo più ricco d’Iran e considerato il più corrotto, sostiene una posizione intermedia, assegnando il primato alla Guida, pur insistendo sulla "partecipazione popolare”.

L’attuale crisi politica riflette il tentativo del campo Khamenei–Ahmadinejad di disfarsi del suffragio universale che, fino a queste ultime elezioni consentiva alle diverse fazioni di condizionare il potere e di spartirselo. “Liberandosi”, il clan Ahmadinejad intende controllare completamente l’apparato statuale, nonché i mezzi economici e finanziari. Le teorizzazioni sul governo islamico hanno un’unica funzione: giustificare il sequestro delle ricchezze del paese ad opera dei Pasdaran e di parte del clero, inasprire ulteriormente il regime per arginare la ripresa delle lotte sociali e democratiche ed estromettere dal potere tutte le altre fazioni. Infatti, nella competizione che infuria in seno al palazzo, la volontà dei “riformisti”, vicini al settore industriale privato, di aprire maggiormente il mercato iraniano agli investitori stranieri, da un lato e, dall’altro, di annullare certi monopoli in mano ai Pasdaran, acuisce lo scontro per il controllo del potere. La spinta popolare che non si smentisce e la guerra ingaggiata dai vari clan e dalle frange borghesi che questi rappresentano si sono intensificate sotto la pressione della crisi mondiale del capitalismo. Fautori del liberismo economico e del rafforzato inserimento dell’Iran nella mondializzazione capitalistica, i “riformisti” si scontrano con gli interessi mafioso–burocratici dei Guardiani della Rivoluzione.

L’ascesa dei Guardiani della Rivoluzione è avvenuta gradualmente. Ridurre questo corpo a un esercito ideologico ed elitario devoto alla Guida sarebbe eccessivo. La direzione del Sepah, che ha assunto un ruolo politico ed economico preponderante, intende dirigere lo Stato ed asservirlo ai propri interessi specifici. I Pasdaran sostengono attivamente Ahmadinejad, che ha fatto parte di questo corpo scelto. Egli ne rappresenta gli interessi al vertice dello Stato. La vera e propria base sociale di Ahmadinejad è costituita dagli strati tradizionali vicini al Bazar che svolgono un ruolo economico ineludibile, dai Basiji e dalla loro famiglia, da una parte dell’alta burocrazia statale e da tutti/e coloro che fanno parte delle organizzazioni civili dirette o finanziate dai Pasdaran. Questi ultimi controllano svariate attività economiche e finanziarie. Dall’edilizia alle attività ricreative, passando per il settore petrolifero e per quello degli armamenti, non vi è nulla che sfugga ai Pasdaran. Il loro campo di intervento non ha limiti e sono di loro competenza anche il contrabbando e l’organizzazione di reti di prostituzione per le monarchie del petrolio del Golfo. Hanno in mano, a parte la potenza di fuoco, una considerevole forza finanziaria. Grazie al loro completo controllo delle Fondazioni (Bonyad) – gli organismi creati dopo la Rivoluzione del 1979 per amministrare i beni espropriati ai dignitari della Monarchia – la direzione dei Pasdaran è uno dei principali protagonisti della vita economica. Le Fondazioni sono vere e proprie holding dalle più svariate attività e rientrano fra le più potenti società del Medio Oriente. Esse rappresentano oltre il 40% del PIL, escluso il reddito petrolifero. Veri e propri Stati nello Stato, le Fondazioni sfuggono al controllo dell’amministrazione e sono veicoli di corruzione e di clientelismo. Solo poche persone, tra cui la Guida Ali Khamenei, sono al corrente della loro attività e di quella dei Pasdaran.

L’argomento secondo cui Ahmadinejad sarebbe il rappresentante degli strati più disagiati non è suffragato da alcun elemento minimamente tangibile. Come dimostrano numerose inchieste, la sua vittoria, alle elezioni presidenziali del 2005, non è stata il frutto del voto degli “emarginati”, come si sente dire troppo spesso, incluso dalla sinistra occidentale. Accostando i dati del voto ad Ahmadinejad nel 2005 a quelli del tasso di disoccupazione per dipartimento o ai dati delle regioni meno sviluppate o del mondo contadino, ci si accorge facilmente che il risultato ottenuto è mediocre. Mahamud Ahmadinejad, infatti, ha vinto, nel 2005, appoggiandosi sulla delusione popolare nei confronti dei “riformisti” e grazie alla rete territoriale garantita dai Basiji e dai Pasdaran, nonché ai legami con le attività economiche e militari dei Guardiani della Rivoluzione.

Il suo primo mandato è stato contrassegnato da un massiccio piano di privatizzazioni che ha avvantaggiato quelli vicini a lui, ma anche da una vertiginosa impennata dell’inflazione (30% annuo) e da un forte aumento della disoccupazione. Non è stata sufficiente l’utilizzazione clientelare della rendita petrolifera (in questo campo l’Iran non è un caso a sé), che consente di garantire un qualche sostegno a determinati strati depauperati. Questi ultimi, in realtà, hanno perso ben di più attraverso l’inflazione di quanto non percepissero con l’arbitraria redistribuzione di parte della manna del petrolio. L’aver dilapidato le rendite petrolifere, che costituiscono l’85% degli introiti da esportazione e il 75% delle entrate di bilancio, ha impedito qualsiasi ammodernamento delle infrastrutture. In mancanza di capacità di raffinazione, l’Iran importa il 40% del suo consumo di benzina. I salari non sono mai stati così compressi e, questo, nonostante l’aumento del prezzo del barile e delle rendite petrolifere del paese. Per ottenere il pagamento dei propri salari i lavoratori, sia del settore pubblico sia di quello privato, sono stati costretti a moltiplicare i movimenti di sciopero. Ogni volta, Ahmadinejad e i suoi hanno risposto con la repressione e con arresti. Ben lungi dal minare la determinazione dei lavoratori, la repressione ha provocato l’accresciuta radicalizzazione fra i giovani, le militanti femministe e la classe operaia in genere.

In un paese di circa 71,2 milioni di abitanti, in cui i giovani rappresentano il 67,9% della popolazione, la mancanza di prospettive sociali e di spazi di libertà costituisce una miscela esplosiva per il potere. La corruzione del clero e dei Guardiani della Rivoluzione, la violenza politica, economica e sociale imposta dal regime dei mullah hanno largamente contribuito alla perdita di legittimazione della Repubblica islamica. La sequenza politica in atto, con la manipolazione delle elezioni, il sostegno della Guida ad Ahmadinejad e la violenza della repressione, accentua i fattori di rigetto dell’ordinamento vigente.

 

 

“Antimperialismo degli imbecilli”

 

Rifiutata in massa nella sua dimensione simbolica, ideologica, sociale e politica, la Repubblica islamica regge solo grazie all’esercizio della violenza. Ormai – lo provano le manifestazioni delle ultime settimane – è crollata la paura di denunciare il regime nel suo complesso. Di fronte all’ampiezza della mobilitazione, i discorsi di Khamenei e di Ahmadinejad cercano di fare appello al sentimento nazionale degli iraniani. Denunciando il complotto straniero, il clan al potere tenta di isolare i manifestanti e di lasciarsi mano libera per una repressione cieca, in nome della difesa degli interessi della nazione. Naturalmente, in Iran questo tipo di discorso non ha più effetto. Non si tratta, evidentemente, di lasciarsi ingannare. Da sempre le potenze imperialiste hanno di mira le ricchezze del paese. Se potessero intervenire ed instaurare un regime più favorevole ai loro interessi lo farebbero. Tuttavia, va notato che, a questo stadio, nessuna potenza imperialista propone una rottura diplomatica con la Repubblica islamica. Quanto ad Obama, egli persegue la sua politica della “mano tesa”.

Il modo migliore di contrastare i progetti imperialisti non è quello di appoggiare Ahmadinejad e soci, ma piuttosto di costruire un movimento di solidarietà internazionale con il popolo iraniano. Sarebbe aberrante analizzare la crisi apertasi oggi in Iran come l’espressione di un complotto imperialista, o vedere le mobilitazioni contro la frode elettorale come il sostegno a una fazione filo-imperialista, giustificando anche la repressione. Se il popolo iraniano rifiuta qualsiasi ingerenza imperialista, non è neppure disposto ad accettare oltre un potere teocratico reazionario, brutale e corrotto. Ha sufficienti motivi di scendere in piazza. I giovani, le donne, i lavorator non smettono di battersi per l’uguaglianza, la giustizia sociale e per alcuni diritti democratici. Sulla scia delle posizioni prese dai militanti iraniani di sinistra, occorre appoggiare le mobilitazioni popolari, offrire una sponda a quanti/e si battono in Iran, senza avallare questa o quella fazione. Nella sinistra internazionale, alcuni sostengono che i milioni di persone (3 milioni di manifestanti per le strade di Teheran il 15 giugno, stando alle stime al ribasso del municipio di Teheran, vicino ad Ahmadinejad) che si oppongono fisicamente alle forze antisommossa e ad altri corpi del regime sarebbero manipolati dagli Stati Uniti, da Israele e dalla Gran Bretagna. La teoria del complotto ignora le basi reali della crisi, che dipendono in primo luogo da fattori interni. Essa non tiene conto neanche delle specifiche condizioni di politicizzazione in un contesto in cui la dittatura ha smantellato tutte le organizzazioni politiche e sindacali.

Tali posizioni imboccano una china pericolosa, già perlustrata in altri tempi e che ha provocato parecchi danni in seno al movimento operaio internazionale. La teoria consistente nel ritenere che “i nemici dei miei nemici sono i miei amici” ha portato alcuni settori militanti ad appoggiare i crimini dello stalinismo, o a ricercare alleanze contro natura, a volte con la stessa estrema destra. Per fare un esempio a noi più vicino, è inconcepibile per dei militanti antimperialisti e antisionisti denunciare lo Stato di Israele facendo concessioni di qualsiasi genere ai discorsi di tipo antisemita.

Accreditare l’idea che Ahmadinejad sia un dirigente antimperialista significa dimenticare il ruolo svolto dal regime iraniano nella relativa stabilizzazione dell’Iraq. La Repubblica islamica d’Iran è uno dei puntelli del ministro fantoccio iracheno Al Maliki, insediato dall’imperialismo statunitense. Oggi la Repubblica islamica partecipa, su invito degli Stati Uniti, alle conferenze internazionali sulla stabilizzazione dell’Afghanistan. Quale sarebbe questo presunto antimperialismo che collabora con le forze di occupazione? L’amministrazione statunitense sa che tutti i dirigenti della Repubblica islamica condividono la stessa posizione sul dossier nucleare. Ahmadinejad, come gli altri candidati alla presidenza, può mantenere un linguaggio duro di facciata, per poi trattare nei corridoi. Del resto, in fatto di politica estera non esistono differenze profonde tra le varie fazioni. Il primo mandato di Ahmadinejad, in questo campo, non si è differenziato da quello dei suoi predecessori. La politica estera della Repubblica islamica è dettata tanto dai suoi interessi sulla scena regionale e internazionale quanto dall’esigenza del regime di saldare la propria base sociale intorno a un discorso populista dagli accenti nazionalisti.

Dalla faccenda della fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie passando per i discorsi di Ahmadinejad che negano l’olocausto, ogni volta che la Repubblica islamica ha attraversato una fase difficile i suoi dirigenti hanno cercato di creare una tensione sul piano internazionale per nascondere la gravità della crisi. La virulenza di Khomeini nel corso degli anni Ottanta nei confronti del “Grande Satana” e dei suoi alleati israeliani non ha impedito che la Repubblica islamica acquistasse armi dall’imperialismo statunitense e se le facesse consegnare dallo stato sionista. La visione secondo cui una crisi del potere o un cambiamento di regime in Iran significherebbe una sconfitta per la resistenza libanese e palestinese e farebbe il gioco di Israele, ha a che fare con “l’antimperialismo degli imbecilli”.

Lo Stato di Israele non ha nulla da temere dalle vociferazioni antisemite di Ahmadinejad. Al contrario, i dirigenti israeliani si impossessano dell’emozione suscitata dalle proclamazioni del presidente iraniano per giustificare ed accentuare la loro politica coloniale contro il popolo palestinese. Non è sufficiente finanziare questa o quell’organizzazione della resistenza palestinese per guadagnarsi i galloni dell’antisionismo o dell’antimperialismo, altrimenti andrebbero classificati in questa categoria anche molte monarchie del Golfo e tanti regimi arabi corrotti.

Un antimperialista come James Petras non esita a denunciare una pseudo–coalizione che raggrupperebbe «i neoconservatori, i conservatori libertari e i trotskisti», che avrebbero «aggiunto la loro voce a quelle dei sionisti, salutando i protestatari dell’opposizione iraniana, volendovi scorgere l’avanzata di non si sa bene quale “rivoluzione democratica”». Senza dire una parola sulle contraddizioni in atto in Iran, senza dire nulla sulla legittimità delle mobilitazioni e delle aspirazioni a diritti democratici e sociali, per l’uguaglianza tra uomini e donne, James Petras e tanti altri si lasciano purtroppo accecare dalle grottesche rodomontate di Ahmadinejad.

Accentuando la confusione, le prese di posizione di Hugo Chávez a sostegno di Ahmadinejad riflettono un approccio alla costruzione dei rapporti di forza che si basa più sulla cinica diplomazia degli Stati che non sulle mobilitazioni popolari. Esse fondamentalmente rimandano a una concezione angusta in cui la padronanza dei corsi del petrolio sembra un’arma economica strategica nel rafforzamento delle posizioni acquisite di fronte all’imperialismo, mentre l’unica strada seria e progressista sta nello sviluppo delle mobilitazioni popolari, sociali e democratiche.

 

Sappiamo bene che l’antimperialismo conseguente deve collocarsi al fianco dei popoli che si battono per la propria emancipazione. La nostra battaglia antimperialista non può dissociarsi da quella per la giustizia sociale, per la sovranità dei popoli e contro ogni forma di oppressione e di sfruttamento. La realpolitik e la denuncia selettiva non devono rientrare nelle nostre griglie analitiche e nei nostri metodi di lotta. Sono armi della borghesia. In proposito, vale la pena di salutare l’appello sottoscritto da un buon numero di intellettuali–militanti di sinistra che, da Daniel Bensaïd a Noam Chomsky o ad Alain Badiou, hanno recato un sostegno leale al \popolo iraniano nella sua lotta contro la dittatura, senza fare la minima concessione alle potenze imperialiste. Il popolo iraniano non deve rimanere isolato. Ha bisogno della nostra solidarietà.

(4 luglio 2009)

 

AL FIANCO DEL POPOLO IRANIANO!

Dichiarazione dell’Ufficio Esecutivo della IV Internazionale

 

 

Dal 13 giugno, all’indomani delle elezioni presidenziali truccate, milioni di iraniani manifestano la loro indignazione al grido di “Abbasso la dittatura!”. La loro mobilitazione acuisce la crisi del regime. La feroce repressione ha già provocato centinaia di morti e feriti. Il nostro posto è al fianco del popolo iraniano!

Con l’annuncio della rielezione di Ahmadinejad, la guerra larvata tra le varie fazioni al potere si è trasformata in scontro aperto. Sono stati autorizzati a concorrere quattro candidati: quattro dignitari del regime, responsabili del sanguinoso bilancio di trent’anni di Repubblica islamica. La Guida Suprema e il clan al potere, tuttavia, hanno designato il vincitore ben prima del primo turno. Nel quadro di forti tensioni tra fazioni, di crisi e di instabilità sociale, era inimmaginabile che la Guida venisse sconfessata dal popolo. Del pari, gli enormi interessi economici e finanziari dei Pasdaran e la loro intenzione di impossessarsi dei principali settori dell’economia, controllati dal clan dell’ex presidente della Repubblica, Rasfanjani, impedivano ad Ahmadinejad e ai suoi di abbandonare il potere e i privilegi connessi. In questo scontro per il controllo della rendita petrolifera, delle ricchezze del paese e del potere, Khamenei ed Ahmadinejad hanno effettuato un vero e proprio colpo di Stato, volto ad eliminare i rivali.

 

Per le libertà democratiche e le rivendicazioni del mondo del lavoro

 

Di fronte alle crescenti difficoltà economiche, alla disoccupazione, all’inflazione galoppante, corruzione e nepotismo sono diventati sempre più intollerabili. La volontà decisa della popolazione di sollevare la soffocante cappa di piombo del regime dei mollah e di farla finita con la quotidiana repressione dei giovani e delle donne che si battono per i propri diritti si salda in misura crescente con le specifiche rivendicazioni dei lavoratori. La coraggiosa mobilitazione del popolo iraniano accentua le divisioni in seno al potere e indebolisce il regime.

Il potere risponde alle legittime aspirazioni della popolazione con una sanguinosa repressione, arresti massicci, estromissione dei giornalisti e interruzione delle reti telefoniche e di Internet. Quello imposto dalla Repubblica islamica è un vero e proprio stato d’assedio. A Teheran, i Basij, le forze antisommossa e le brigate dei Pasdaran si sono impadroniti della città per soffocare la contestazione. Ma non c’è niente da fare. Il rigetto del potere è profondo e le modalità del movimento di contestazione assumono aspetti diversi.

Non sarà la repressione a spegnere l’indignazione e la determinazione del popolo iraniano!.

 

Una nuova fase di lotta

 

In Iran si è aperta una nuova fase di lotta. Tutto il nostro appoggio va alle donne, ai lavoratori ed ai giovani, a tutti i manifestanti che sfidano la Repubblica islamica senza esitare a rischiare la propria vita. In parecchie fabbriche sono esplosi scioperi spontanei, soprattutto a Teheran, e si moltiplicano gli appelli allo sciopero. Si pone il problema decisivo dello sciopero generale, ma non per Musavi, che cerca di cavalcare la contestazione. L’arrivo della classe operaia in questi movimenti può fornire la coesione e la forza indispensabili per rovesciare la Repubblica islamica ed instaurare una nuova repubblica democratica e sociale, che contrasti gli attacchi dell’imperialismo e del sionismo. La lotta per reali obiettivi democratici, per il diritto di sciopero, per il diritto a libere elezioni, per costruire sindacati liberi e partiti politici, nonché quella per la giustizia sociale e l’uguaglianza tra donne e uomini, deve basarsi sulla solidarietà internazionale. La loro lotta è la nostra lotta!

 

Parigi, 27 giugno 2009

 

 

Traduzione di Titti Pierini, da "Inprecor" n.551/552, juillet août 2009.



* Babak Kia (pseudonimo) è militante del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) francese e della IV Internazionale. Ha numerosi contatti con l’Iran.



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