Giù le mani da Guevara

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Giù le mani da Guevara!

Un tentativo di Casa Pound di impossessarsi del Che

 

Non è sorprendente che i fascisti di Casa Pound cerchino di appropriarsi del mito del Che. Il 9 ottobre celebreranno la morte di Guevara presentando un libro di Mario La Ferla, L’altro Che. Ernesto Guevara, mito e simbolo della destra militante, Stampa Alternativa, Roma, 2009.

Presentarsi a volte come rivoluzionaria, è una vecchia tecnica della destra, dal fascismo “diciannovista” di Mussolini ai nazionalisti serbi e russi che hanno cercato di penetrare nel movimento antiguerra in Occidente. Per giunta in questo caso non fanno nessuna fatica a utilizzare il libro di Mario La Ferla, che parla per poche pagine (e male, con sviste e sfondoni vari) del Che, e per il resto è una rifrittura di luoghi comuni su Catilina, D’Annunzio, Pavolini, Bombacci, Perón, in genere con banalità scaricate da internet.

La Ferla è stato spinto a interessarsi di Guevara da un articolo di Gabriele Adinolfi, presentato nel libro in termini così apologetici che si spiegano solo verificando su internet che l’autore ha semplicemente scaricato la presentazione del terrorista nero fondatore di Terza posizione dal suo sito…

Il libro rivela poche e superficiali letture, segnalate alla rinfusa. Ma da un libro, di Álvaro Vargas Llosa, figlio meno che mediocre del celebre scrittore peruviano (i cui meriti letterari non possono invece essere cancellati dal suo approdo a destra), ha imparato a truffare i lettori: anche il libro di “Alvarito”, Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, del Che parla per meno di 20 pagine … (vedi in appendice, la stroncatura di Luis Sepúlveda).

A Casa Pound non si sono sbagliati quindi a invitare La Ferla, che peraltro ha detto di non poter andare perché glielo ha vietato la sua casa editrice… Ma Baraghini non poteva pensarci prima e fare a meno di pubblicare una simile accozzaglia di banalità e di esaltazioni del fascismo?

Glielo lasceremmo proprio volentieri a casa Pound il La Ferla, con tutti gli altri invitati, infami o stupidi che siano, come quel tal Raffaele Morani, ex segretario del PRC di Faenza, oggi vendoliano, che si sente talmente “eretico” da cercare il “dialogo” col peggiore dei gruppi fascisti. Buon pro gli faccia!

 

Il libro di La Ferla esordisce tentando di accreditare un Che oggettivamente “fascista” perché influenzato da Perón, di cui evidentemente non sa nulla, e che considera tout court fascista. Tra l’altro raccoglie da non si sa chi l’ipotesi di un contatto diretto tra i due già durante il viaggio del 1959 nei paesi ex coloniali, con tappe tecniche in Europa, mentre il contatto vi fu ma nel 1964, ai margini del viaggio all’assemblea dell’ONU di Ginevra (riportiamo sul sito il suo discorso) e aveva ben altro senso.

Era stato preparato dai molti peronisti di sinistra che si addestravano a Cuba (e che formeranno successivamente i montoneros). Non il Che individualmente, ma la direzione cubana aveva offerto allora senza successo a Perón, ancora appoggiato da gran parte della classe operaia argentina, di trasferirsi a Cuba per prepararsi a un ritorno con la lotta. L’ambiguità di Perón si doveva chiarire – con la tragica svolta a destra - solo dopo il suo ritorno in patria. Su questo esistono decine di pagine del num. 3 dei “Quaderni della fondazione Guevara”, con preziose testimonianze di compagni argentini.

Comunque, a parte il fatto che Perón non era “fascista”, l’equivoco nasce dal fatto che Guevara – che pure non lo stimava - polemizzando con i genitori li aveva ammoniti sul carattere ultrareazionario della Revolución libertadora che lo aveva abbattuto nel 1955 e che loro sottovalutavano.

È poi inverosimile la notizia che Perón lo abbia presentato a Boumedienne: il rapporto del Che con l’Algeria era strettissimo, ma era con Ben Bella, con cui c’era una sintonia profonda. Il colpo di Stato di Boumedienne parve e fu una catastrofe per l’impresa congolese che stava per cominciare.

Comunque l’ignoranza del La Ferla non riguarda solo l’America Latina, ma gran parte degli argomenti su cui scrive (ad esempio sul “nazi-bolscevico” Limonov (quella che a Mosca ha messo una falce e martello nel cerchio bianco della bandiera nazista…).

La Ferla raccatta i pettegolezzi più incredibili e i falsi più spudorati: ad esempio il Che in Bolivia avrebbe avuto con sé i volumi delle opere di Primo de Rivera! Non sospetta nemmeno che siano state pubblicate le liste dei libri che il Che aveva portato, nonostante siano state trovate e curate a cura di Carlo Feltrinelli. E non manca di raccattare le insinuazioni di gruppi di gay fascisti su una presunta omofobia di Guevara (l’unica testimonianza in proposito è di Carlos Franqui, che con Guevara era stato spesso in disaccordo, e poi era diventato anche un oppositore in esilio, che riferisce dell’indignazione del Che per una battuta di Raúl sugli omosessuali). Va detto che tra i suoi eroi c’è perfino Andrea Insabato, che fu ferito mentre metteva una bomba al Manifesto…

 

Ma lasciamo da parte le polemiche con questo libro raffazzonato e perfettamente funzionale all’operazione di Casa Pound, che anche su questo piano pseudoideologico tenta di occupare gli spazi dei centri sociali di sinistra, per provocarli e possibilmente ottenere un intervento repressivo contro di loro.

 

Guevara lo devono lasciare stare…

 

La vera incompatibilità tra i fascisti di qualunque genere e il Che nasce da alcune caratteristiche essenziali del pensiero e dell’azione di Guevara. Prima di tutto dal suo internazionalismo, al tempo stesso etico (sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato in qualsiasi parte del mondo) e materialista (stabilire intese con altri paesi produttori di zucchero, per evitare di farsi la concorrenza…).

Altrettanto lontano dal fascismo il suo “dobbiamo saper essere duri senza perdere la tenerezza”, che difendeva come inevitabili le misure di autodifesa di una rivoluzione uscita da una lotta feroce, ma vigilava contro i pericoli di involuzione autoritaria. Esemplare un discorso severissimo del 1962  ai membri della Seguridad contro la tendenza a inventarsi nemici.

Un'altra caratteristica del Che, che lo rendeva diversissimo non solo dai politici borghesi (democratici o fascisti) ma anche da quelli del “socialismo reale”, era l’assenza di ogni indulgenza per i propri errori, in cui ricercava la prima causa di ogni male.

Ma basterebbe l’internazionalismo del Che a ridicolizzare ogni pretesa di annetterlo al fascismo di ogni sorta. Un internazionalismo che presto rifiuta ogni “campismo”, e cerca legami diretti con i movimenti di liberazione, non con gli Stati, e anzi ne vuole controbilanciare l’influenza. Basterebbe aver letto il Messaggio alla Tricontinentale e il Discorso di Algeri, con le sue critiche severe ai “paesi socialisti”, per capirlo. Va detto con tristezza che molta parte della sinistra, anche quando rende omaggio più o meno sincero al Che, ne ignora questa dimensione.

È vero che c’era anche chi cantava: “il Che Guevara ci piace si, perché invece di parlare spara”: se il Che fosse stato solo questo, ogni annessione sarebbe possibile. Ma Guevara non si limitava a sparare, parlava, anche se inascoltato (anche a Cuba), per la sua preziosa riflessione sulla crisi imminente di quello che si sarebbe arrogantemente proclamato il “socialismo reale”, l’unico esistente, l’unico possibile. Una critica severa, da un punto di vista marxista.

Difficile ovviamente in questo spazio ricostruire la complessità del pensiero del Che, ma una trattazione ben più ampia può essere scaricata dal mio sito: http://antoniomoscato.altervista.org/, che contiene anche alcuni testi inediti, che dimostrano che Guevara non era un generico ribelle.

Anche se non è stato un grande pensatore originale, paragonabile a Lenin, Rosa o Trockij, è stato un grande riscopritore del marxismo critico , “senza calco né copia”. E non era un compito facile, dopo decenni di mistificazioni socialdemocratiche o staliniste.


Appendice

I deliri sul Che del piccolo Alvarito Llosa

Il figlio di Vargas Llosa riscrive la storia di Ernesto Guevara, dipingendolo come un criminale. Ignorando che la principale preoccupazione del Che fu quella di evitare alla popolazione civile di finire ostaggio della guerra

di Luis Sepúlveda

 

 

Ci sono tipi che, a leggere quello che scrivono o a sentire quello che dicono, ci spingono a porci una domanda cruciale: da che uovo è uscito quel passerotto? Senza offesa per i passeri e gli ornitologi, Alvaro Vargas Llosa, «Alvarito», è un passerotto uscito dall'uovo della frustrazione sofferta da quelli che hanno un papà che è un grande scrittore e vogliono mettersi in luce anche loro come letterati o giornalisti.

Alvarito si trova bene a Miami, papà gli ha trovato un lavoro da giornalista e lui dalla terra di Jeb Bush scrive, o almeno così assicura dalla sua singolare mediocrità di tonto viziato dall'editoriale che è poi la stessa in cui papà pubblica i suoi libri. Stranamente è un'impresa che, in questi tempi di concentrazione dei mezzi di comunicazione in pochissime mani, appartiene allo stesso proprietario di radio spagnole in cui il papà di Alvarito, e lo stesso Alvarito, commentano gli accadimenti da un punto di vista il più possibile di destra e, altra curiosità, appartiene allo stesso proprietario della Cnn in spagnolo e al giornale di maggior tiratura in cui il papà di Alvarito e lo stesso Alvarito scrivono le loro odi ultraconservatrici in nome del «liberalismo» e della libertà di mercato come unica etica possibile.

Qualche anno fa Alvarito ebbe con suo papà un interessante scambio intellettuale, di alto livello. «Papi, voglio diventare scrittore, dammi una mano». Papà gli diede una mano e il pargolo pubblicò un oggetto, con forma di libro, intitolato «Manuale del perfetto idiota latinoamericano».

Nelle sue pagine piene di errori, tutti noi che abbiamo preso le difese dei valori democratici in America latina, da Garcia Marquez e Cortazar fino alle vittime delle dittature, eravamo qualificati come «idioti al servizio del castrismo». Adesso, da Miami, Alvarito scrive sul Che. Su Ernesto Guevara. Sul comandante Ernesto Che Guevara, che è molto più di una moda, di una marca o di una maglietta.

Sostiene Alvarito, in un articolo pubblicato su The New Repubblic, che è normale che i fedeli di un culto non conoscano la vera storia dell'eroe che ha fondato quel culto. E sembra che lui sì che la conosca, grazie alle straordinarie fonti di informazione offerte da Miami e dai gusanos della Fondazione Cubano-Americana.

La spazzatura scritta da Alvarito non merita risposta, neppure i suoi tentativi di infangare con i dubbi - semina dubbi che qualcosa rimane, deve aver detto Goebbels - Frei Betto e Leonardo Boff, dal momento che entrambi hanno alle spalle un valore etico che parla da solo.

Invece conviene soffermarsi su questo nuovo tentativo - uno in più - di screditare l'immagine e il ricordo del comandante Ernesto Che Guevara, un uomo che, anche se questo pesa molto a tutti gli Alvaritos del revisionismo storico, è un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che credono in un altro mondo possibile, in un'altra realtà possibile, in una società più giusta e più generosa.

Il Che partecipò alla guerra rivoluzionaria a Cuba, combatté insieme ai cubani - non insieme ai russi o ai cinesi o i marziani - contro la dittatura di Fulgencio Batista, un dittatore inventato dal dipartimento di Stato degli Stati uniti. In guerra si uccide o si muore - che ci piaccia o no - e lo stesso Che si incaricò di ricordarlo a una maestra rurale che andò a visitarlo nella scuola di Vallegrande, in Bolivia, poche ore prima che lo assassinassero, per ordine degli Stati uniti.

Se Alvarito e tutti gli Alvaritos della new age fossero dotati di una minima capacità di intendere, nonché di leggere i trattati della guerra rivoluzionaria e i diari scritti dal Che, scoprirebbero che la sua grande preoccupazione fu quella di rendere meno cruenta la guerra di liberazione; che la guerra di guerriglia concepita dal genio strategico del Che cercava di evitare, prima di tutto, che la popolazione civile finisse come ostaggio degli eserciti mantenuti e diretti da ufficiali degli Stati uniti.

 

Il Che è stato l'uomo più universale dell'America latina. Gli toccò vivere l'epoca atroce in cui le prospettive di vita della popolazione del Centramerica e dei Caraibi arrivavano appena ai 40 anni, l'epoca in cui la denutrizione era endemica e l'analfabetismo era accettato come il prezzo da pagare per il fatto di vivere in una società divisa in classi. E agì di conseguenza. Si mise in gioco. Morì in un'azione di coerenza etica.

Oggi, a più di trent'anni dalla sua morte, possiamo essere d'accordo o no con le sue analisi della società latinoamericana o africana, ma nessuno può negare che il Che ha marcato più di una generazione ridando loro un orgoglio che gli Alvaritos non possono capire: l'orgoglio di vivere in piedi, l'orgoglio di essere padroni del proprio destino, l'orgoglio di essere protagonisti attivi della propria storia.

Per infangare la memoria del Che, gli Alvaritos si avvalgono di testimonianze che loro stessi sono andati a cercare fra la gente dell'esilio cubano - lamentabile come tutti gli esili -, ma ignorano le testimonianze di quelli che l'accompagnarono e che sarebbero disposti ad andare di nuovo in montagna con lui.

Conosco due persone in Cile, sono figli di Augustin Carrillo, il «Comandante Gonzalo» dell'Esercito di liberazione nazionale della Bolivia, morto in combattimento contro i Rangers sulle montagne del Teoponte. Venerano il ricordo di loro padre, che perdettero quando avevano tre e cinque anni. Ma i loro visi si riempiono d'orgoglio quando dicono: «Mio padre ha combattuto con il Che».

In ogni giovane che crede che un altro mondo è possibile, in ogni individuo che crede in una società migliore, più giusta e più etica, lì sta l'esempio del Che, molto di più che un'icona culturale di sinistra o una figura romantica. Il suo esempio si traduce in un breve paragrafo dei «Passaggi della Guerra rivoluzionaria»: «Il livello più alto dell'umanità è la dedizione, è la rinuncia al benessere personale quando la maggioranza vive nella miseria, è capire che la rivoluzione è un atto trasformatore della società perché le sue decisioni future siano orientate verso il benessere della specie umana. Quando si capisce questo e si raggiunge quel livello più alto della specie umana, allora si è un rivoluzionario. E il dovere di ogni rivoluzionario è fare la rivoluzione».

Il comandante Ernesto Che Guevara è ancora qui e ci resterà fino a che la società avrà bisogno di trasformazioni. I miserabili e gli Alvaritos saranno dimenticati, per molto che scrivano e siano i figli viziati del potere monopolistico delle comunicazioni.

 

(Luis Sepúlveda, Il manifesto, 17 luglio 2005)

 

 



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