L’IS, spauracchio di turno

Stampa

Gran parte degli italiani, oggi, sono angosciati dalla minaccia incombente dell’IS, lo Stato Islamico. Non potrebbe essere altrimenti, dopo alcuni mesi di informazione a senso unico, che ha rifritto per giorni alcune notizie più o meno fantasiose, e ha creato un clima di isteria antiislamica che ha portato anche ad assalti a gruppi di migranti, seminando l’allarme nelle comunità islamiche meglio inserite, che hanno dovuto cominciare una campagna di controinformazione.

Contemporaneamente l’allarme mediatico sul virus Ebola, presentato in modo tale da giustificare l’invio di migliaia di marines in Africa … per tenere sotto controllo i territori infetti, ha alimentato altre polemiche della destra (a cui si è unito irresponsabilmente Beppe Grillo) sui pericoli di contagio rappresentati dai chiedenti asilo provenienti dall’Africa. Di quelli in arrivo da Siria, Iraq e Palestina, nessuno si preoccupa, e nessuno parla. Forse perché è più difficile presentarli come possibili “untori”.

L’informazione sui grandi quotidiani è pessima e affidata spesso a pennivendoli come Gianni Riotta o PG Battista. La maggior parte degli italiani di conseguenza percepisce vagamente un pericolo, accetta che lo si fronteggi con mezzi militari, ignora tutto, fuorché il nome, dei paesi in cui mettiamo il naso, per impossessarci delle loro risorse energetiche, o per tenerli a bada addestrando le loro forze di polizia.

Ci sono naturalmente alcune lodevoli eccezioni, che meritano per questo di essere segnalate. La prima è quella di un denso volume di Limes (n.° 9, settembre 2014, 240 pagine) dedicato a Le maschere del Califfo, che fornisce preziose informazioni e smonta le mistificazioni più diffuse. Ad esempio, già nella presentazione (come al solito non firmata) del numero, si dice francamente fin dalle prime righe che “lo Stato islamico (IS) non è l’apocalisse dipinta dal coro dei media internazionali e da leader di ogni colore, non solo occidentali”. Il suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, è un «califfo» molto virtuale. Ma giustamente si aggiunge che “lo Stato islamico (…) non vale tanto per quel che è, ma per come viene percepito, reinterpretato e usato dalle potenze locali, regionali e globali”.

Limes prosegue spiegando che non deve ingannare il modesto peso specifico dello Stato islamico, dato che “nel caos contemporaneo le scorribande del «califfo» possono però produrre effetti sistemici grazie alla formidabile confusione nella sua area di operazioni, alla delegittimazione dei regimi sopravvissuti alla prima fase della cosiddetta «primavera araba» o da essa prodotti, al vuoto strategico di ciò che residua dell’Occidente”.

Anche perché l’IS è scaltro nel cavalcare le nuovissime tecnologie dell’informazione  con messaggi calibrati sulle varie audiences, sfruttando il riflesso giornalistico che lo presenta come il mostro di stagione.

Il testo prosegue raccomandando “un’analisi fredda dello Stato islamico” e chiede di non fissare lo sguardo solo sulle modalità volutamente efferate delle sue azioni, peraltro “non così straordinarie in quel contesto”. Ad esempio le decapitazioni pubbliche sono prassi corrente in Arabia Saudita, ma vengono taciute perché quel paese è parte essenziale del “fronte antiterroristico a guida americana” (insieme a Israele, alleata di fatto da tempo dell’Arabia Saudita pur senza avere relazioni diplomatiche, unico caso nella storia…). In qualche modo è stato coinvolto anche quello che finora era il nemico giurato della dinastia saudita, l’Iran, a cui sono dedicati molti saggi interessanti della seconda parte della rivista. Fa eccezione la piccola sezione dedicata alla questione palestinese, che contiene testi ambigui o più che discutibili.

Senza dilungarmi nell’elencazione degli articoli principali, quasi tutti ricchi di notizie, (ad esempio Alberto Negri sottolinea la inspiegabile benevolenza degli USA nei confronti di al-Baghdadi, catturato e poi rilasciato) vorrei sottolineare ancora un passo dell’introduzione in cui si segnala tra le cause dell’improvviso successo dell’IS il vuoto lasciato dalle primavere arabe:

“È di moda archiviare la «primavera araba» - marchio davvero sfortunato, istruttivo caso di sovrapposizione orientalista alle dinamiche endogene – come «inverno arabo», o «islamico». Errore grave. Le rivolte esplose quasi quattro anni fa in Tunisia e in Egitto, presto diffuse dalla Libia alla Siria, dal Bahrein allo Yemen e oltre, contro cui si è mobilitato un fronte controrivoluzionario centrato sull’Arabia Saudita e sui suoi emirati satelliti, non hanno affatto esaurito la loro spinta propulsiva. Se è vero che quel turbine sorgeva dai profondi mutamenti geopolitici, economici, culturali e sociali sopra accennati, conviene attendere prima di emettere sentenze affrettate.”

 

La seconda eccezione è il meritorio lavoro di organi on line come East Journal. Da cui riprendo volentieri un recentissimo articolo ben informato sulla galassia delle organizzazioni curde, di cui alcune sono ancora inserite assurdamente nella lista di quelle “terroriste”, mentre sono diventate improvvisamente beneficiarie della nostra attenzione e di modeste (a volte misere) forniture di armi. Per usarle come?  (a.m.22/9/14)

--- --- ---

Appendice

Chi sono i curdi a cui diamo le armi?

da East Journal

Durante la conferenza di Parigi, in cui si è delineata un'ampia alleanza per fronteggiare l'ISIS, si è deciso di inviare armi ai curdi, gli unici che nella regione hanno la capacità di opporsi ai fondamentalisti grazie alla lunga esperienza militare maturata in anni di guerriglia. Ma inviare armi ai curdi vuol dire tutto e niente: quali curdi? Gli Stati Uniti e l'Unione Europea comprendono, nella loro lista nera delle organizzazioni terroristiche, anche il PKK, il noto partito curdo dei lavoratori, di ispirazione marxista, che per anni si è opposto alla repressione turca rispondendo alla violenza con altrettanta violenza, in un circolo vizioso che ha impedito qualsiasi possibilità di sviluppo alla regione.

I turchi, nemici giurati del PKK e responsabili di avere - nei passati decenni - operato una sorta di "apartheid sociale" nei confronti della minoranza curda, sono oggi favorevoli all'invio di armi ai curdi impegnati nella lotta contro l'ISIS. Ma i curdi non sono solo il PKK.

Le formazioni curde in Siria

I curdi da sempre lottano per la creazione di uno stato curdo che nella storia non è mai esistito (salvo la breve esperienza della Repubblica di Ararat tra il 1927 e il 1930) ma che dovrebbe comprendere le aree in cui la popolazione curda è diffusa, a cavallo tra Turchia, Iraq, Siria e Iran. In questi paesi si trovano oggi i soldati curdi, impegnati su più fronti nella difesa della regione, consapevoli che l'avanzata del fondamentalismo islamico in Kurdistan significherebbe l'annientamento del loro popolo.

In Siria si trovano le Unità di Protezione Popolare (YPG -  Yekîneyên Parastina Gel) , braccio armato del Partito democratico curdo, una formazione d'ispirazione marxista vicina al PKK turco. Il Partito democratico curdo di Siria fa parte del NCC, il "Blocco delle forze democratiche del cambiamento" che raccoglie tutti i partiti di estrema sinistra siriani che si oppongono al presidente al-Assad. Grazie alla collaborazione con le milizie Sutoro, espressione dei cristiani siriaci, i curdi del YPG hanno finora difeso le aree a maggioranza curda dall'aggressione dei fondamentalisti di al-Nusra. Nelle loro fila ci sono anche arabi, cristiani, e donne combattenti.

I curdi in Iraq

I combattenti curdi dell'Iraq sono detti "peshmerga", nome che risale a un secolo fa - quando i curdi si organizzarono militarmente a seguito della caduta dell'Impero Ottomano - ma che oggi si riferisce alle forze che obbediscono al governo regionale del Kurdistan iracheno. Esiste di fatto una linea di continuità tra i peshmerga del secolo scorso e quelli di oggi, ed è rappresentata da un nome: Barzani.

Mahmud Barzanifu il primo capace di organizzare una milizia curda quando, alla fine della Prima guerra mondiale, i curdi della regione si opposero al dominio britannico. A lui si unirono le tribù curde dell'Iraq e dell'Iran fino a che non fu arrestato dagli inglesi ed esiliato in India. Ma il messaggio nazionalista e religioso di Barzani aveva ormai fatto presa e durante il suo esilio fu Massoud Barzani, già luogotenente di Mahmud, a guidare le operazioni militari che portarono nel 1923 alla conquista di Dyarbakir, in Turchia.

Ma quando in Iraq - dove i curdi avevano la loro base operativa - andò in scena il colpo di stato del 1958, guidato dal maresciallo Qadim, i curdi si rivolsero contro le autorità irachene. In quel periodo Massoud Barzani, che trascorse un periodo di formazione in Unione Sovietica, divenne il leader della moderna causa nazionalista curda. Fu solo con l'avvento di Saddam Hussein che i curdi poterono uscire dalle montagne in cui si erano dovuti ritirare. Gli accordi tra Barzani e Saddam Hussein, che portarono al "manifesto di marzo" prevedevano la creazione di una regione autonoma curda. Ma una volta preso il potere Hussein cercò di arabizzare la regione scatenando la rivolta curda. Gli iraniani, allora guidati dallo scià Reza Palevi, appoggiarono i curdi e questo fu tra le cause della guerra tra Iran e Iraq in cui i curdi appoggiarono il nuovo regime teocratico di Teheran.

Il resto è storia nota:alleati americani  fin dalla Prima guerra del Golfo, i curdi hanno ottenuto finalmente l'agognata autonomia con la creazione di una regione autonoma nel ricco nord Iraq. Presidente del Kurdistan iracheno è Masoud Berzani, figlio di Massoud, emerso come leader a seguito della guerra civile curda (1994-1997). Il suo Partito democratico curdo è una formazione nazionalista e populista che ha, nell'alleanza americana, il suo punto di forza.

Oggi a combattere i fondamentalisti dell'ISIS sono le forze fedeli al governo e a Barzani, ma ci sono anche gruppi armati del PUK, unione patriottica curda, d'ispirazione marxista e nemici giurati di Barzani.

Le formazioni curde attive in Turchia

Il Kurdistan turco, dove il governo di Ankara ha combattuto per anni una guerra politica ed etnica contro i curdi, è da lungo tempo teatro delle operazioni del PKK, il partito curdo dei lavoratori fondato dal noto Abdullah Ocalan (ora in carcere in Turchia). Il PKK è considerato un gruppo terroristico da Stati Uniti e UE eppure oggi, che la minaccia dell'ISIS sembra avere riunito tutte le forze curde contro il nemico comune, potrebbero essere degli utili alleati. Le truppe del PKK hanno infatti da tempo fatto base in Iraq (da cui gestiscono anche traffici illeciti) e si sono unite ai peshmerga governativi nella lotta contro l'ISIS. In Turchia i curdi hanno dato vita, negli ultimi anni, a un partito moderato, il BNP, molto forte nel Kurdistan turco, e oggi rappresentano una solida base di consenso per Erdogan che ha anche prodotto una sorta di appeasement con il PKK 

L'opportunismo dell'occidente

E' difficile negare che l'ISIS sia un prodotto indiretto dell'intervento americano in Medio Oriente. Il fondamentalismo, pur avendo radici antiche, ha trovato nuova linfa nell'opposizione a quella che ritiene essere una "perversa occidentalizzazione" delle società islamiche. La condotta militare americana - non proprio specchiata - ha poi dato argomenti al proselitismo dei fondamentalisti. Infine, le becere retoriche anti-islamiche dell'occidente, unitamente all'ingiustizia sociale, hanno convinto molti musulmani di terza generazione residenti in Europa che quella del fondamentalismo fosse una giusta causa, una necessaria rivincita.

Oggi, nella battaglia contro l'ISIS - una battaglia che si ha poca voglia di combattere - risulta più facile dare qualche arma spuntata ai curdi con una cartolina di auguri di buona riuscita. Quegli stessi curdi che la Turchia ha oppresso, di cui gli occidentali hanno ignorato lo sterminio in Iraq, "terroristi" persino, oggi sono l'antemurale al fondamentalismo islamico, i "guardiani" dell'occidente,

Vedremo cosa guadagneranno dal loro sacrificio.

Sacrificio che, per inciso, il nostro paese supporta con l'invio di cerbottane e fucili di cartone, micidiali armi per combattere i fondamentalisti. A voler pensar male sembra che a Roma - ma non solo - la linea sia quella del "ammazzatevi a vicenda". Poi più nessuno potrà accampare pretese sui pozzi petroliferi dell'Iraq del nord.

 



Tags: IS  LIMES  primavere arabe