Altri libri sulla Grande Guerra: 2) Ferguson, il grido dei morti

Stampa

 

Un altro libro abbastanza celebrato è quello dello scozzese Nial Ferguson, Il grido dei morti. La prima guerra mondiale: il più atroce conflitto di ogni tempo, Mondadori, Milano, 2014. Anch’esso si presenta come uno studio controcorrente che dovrebbe consegnarci “un’unica, terribile verità: la prima guerra mondiale non fu soltanto una tragedia. Fu il più grave errore della storia moderna”. Ovviamente, di fatto questa “verità” è tutt’altro che originale: la tesi che la guerra non fu colpa di nessuno è la più diffusa in questa fase.

Più ancora di Clark, Ferguson fornisce un notevole campionario di dichiarazioni contro la guerra di uomini politici di tutti i paesi che la guerra poi avallarono. D’altra parte anche i pacifisti borghesi che si erano divisi tra loro i primi premi Nobel per la pace, si schierarono poi ciascuno col proprio imperialismo. Ne avevo parlato in una recensione a un bel libro di Procacci, che ho poi riproposto più volte, ad esempio in appendice all’articolo su Lo scandaloso premio Nobel a Kofi Annan e all’ONU, poi inserito nel sito.

Ferguson pensa di aver scritto un libro contro la guerra, anche stimolato dal ricordo del nonno che combatté e fu ferito in Francia, ma alle sue buone intenzioni non corrispondono adeguate qualità: stenta a cogliere chi era stato veramente contro la guerra, e presenta sempre in modo approssimativo  le posizioni dei bolscevichi confondendole con quelle dei socialdemocratici filo imperialisti alla Ebert. E pur avendo il merito di fare costantemente una rassegna dell’enorme pubblicistica che preparò, accompagnò e commentò la guerra, stenta a distinguerne la parte puramente propagandistica.

Così mescola dati reali e commenti ideologici che pensano di liquidare “l’interpretazione marxista delle origini della guerra”, come conseguenza dell’imperialismo, asserendo che “può essere buttata nella pattumiera della storia, insieme ai regimi che l’avevano sostenuta con tanta passione” (in particolare allude alla RDT). Ma lui stesso fornisce dati che lo contraddicono, esemplificando i legami tra la filiale britannica della Banca Rothschild e la Maxim-Nordenfelt, produttrice delle famose mitragliatrici che si riveleranno decisive per l’esito del conflitto; oppure tra la Rothschild di Vienna e l’industria austriaca degli armamenti. E ancora cita lo strapotere di un gruppo ristretto di società private che asseconda l’inutile e costosissimo programma navale dell’ammiraglio tedesco von Tirpitz, accaparrandosi la costruzione di 63 navi su 86, ecc. Avrebbe potuto fornire altre centinaia di esempi di affari d’oro fatti con la preparazione della guerra: la FIAT che fornisce alla Germania motori per sommergibili, consegnandoli quando l’entrata in guerra dell’Italia era già decisa; la Krupp viceversa che consegna cannoni all’Italia negli stessi giorni; le industrie finalizzate alla produzione bellica che decuplicano i dipendenti; la produzione di aerei che passa da poche centinaia suddivise tra tutti i paesi belligeranti a 200.000 alla fine della guerra, con profitti favolosi, ecc. ecc.)

Ma poi Ferguson conclude bizzarramente:

Tuttavia, come a smentire la teoria marxista, non c’è quasi nessuna prova che questi uomini d’affari legati ai propri interessi, volessero una grande guerra europea. A Londra la stragrande maggioranza dei banchieri era terrorizzata da questa prospettiva, soprattutto perché la guerra minacciava di bancarotta quasi tutti gli istituti di sconto che finanziavano il commercio internazionale. I Rothschild cercarono invano di evitare un conflitto anglo-tedesco, e per questi loro sforzi furono accusati […] “di un losco tentativo giudeo-tedesco per costringere [la Gran Bretagna] a sposare la causa della neutralità”.

In poche parole Ferguson confonde lo scontro sull’orientamento della Gran Bretagna (che vedeva al suo interno molte forze ostili alla partecipazione a una guerra a cui era effettivamente impreparata militarmente, ma anche interessate un capovolgimento di alleanze tutt’altro che impensabile) con l’ostilità alla guerra in quanto tale. La guerra come ci fu realmente non era desiderata da nessuno, ma era inevitabile conseguenza delle misure considerate da ciascun paese “difensive” e che si concretizzavano in una folle corsa all’accelerazione del riarmo. Comunque, se ci si basasse sulle dichiarazioni pubbliche, prendendole sempre sul serio, si dovrebbe concludere che la guerra non c’è stata…

Ferguson ammette più volte che il presunto patriottismo popolare era un fenomeno estremamente ridotto, che riguardava una percentuale modestissima della popolazione, ma non indaga troppo sulle forze che l’hanno amplificato e presentato come maggioritario. Si occupa soprattutto del suo paese, ma il discorso vale per tutti gli altri, a partire dall’Italia, dove l’alto tasso di analfabetismo riduceva ulteriormente l’influenza dei fogli più accesamente a favore della guerra.

Gli va reso onore solo per aver smontato le tesi (prevalenti nella storiografia del suo paese e di tutti quelli dell’Intesa) di una responsabilità principale della Germania nell’esplosione del conflitto. Ed è impietoso nel ricostruire l’inadeguatezza dei dirigenti britannici. Di Grey, di cui avevo già ricordato la refrattarietà allo studio delle lingue, sorprendente in un ministro degli Esteri che si presume debba seguire anche direttamente la stampa di paesi alleati come di quelli nemici, e di cui già Clark sottolineava che la sua produzione intellettuale più importante era un manualetto sulla pesca con la mosca, Ferguson traccia questo ritratto, ricavato da un articolo postumo di Lloyd George:

Grey possedeva “una notevole intelligenza… ma intessuta di luoghi comuni”. I suoi discorsi erano “chiari, corretti e ordinati”, ma “privi di eleganza linguistica e di profondità di pensiero”. […] Era “un pilota con le mani che tremavano paralizzate dalla paura, incapaci di afferrare i comandi e azionarli con un obiettivo chiaro e deciso … in attesa che l’opinione pubblica decidesse al posto suo la direzione da prendere”.

Il ritratto proseguiva descrivendo l’uomo di pace e il filantropo alle prese con la guerra, che tendeva a ritirarsi quando si trovava di fronte all’inspiegabile. Insomma un uomo che non aveva proprio le carte in regola per guidare un impero in difficoltà nella battaglia per arginare il suo declino.

Ferguson dedica molto spazio alla letteratura, con una particolare propensione per quella che gli sembra aver anticipato la guerra alla Germania creando il panico con le descrizioni di improbabili sbarchi tedeschi, senza coglierne il carattere grossolanamente propagandistico. E il capitolo dedicato alla stampa rivolta ai combattenti mette in secondo piano la questione della censura rivolta a tutti i mezzi di informazione, e non solo a quelli destinati alle trincee, e non tiene conto soprattutto della censura interna agli stessi giornali, che privava di un’informazione adeguata l’insieme dei cittadini.

Il libro è nel complesso farraginoso e pieno di sviste e di incongruenze: ad esempio attribuisce al carattere nazionale il fatto che “il soldato russo era stato il più pronto ad arrendersi anziché continuare a combattere”, ma poi ovviamente non si spiega perché “in nessun altro luogo come in Russia la violenza si era maggiormente diffusa dopo la presunta fine del conflitto. Durante la guerra civile persero la vita più russi di quanti ne morirono nel corso della prima guerra mondiale”.

Non se lo può spiegare, perché ignora il ruolo della Gran Bretagna nella regia dell’attacco internazionale alla giovane repubblica sovietica. La guerra civile non era stata una scelta dei bolscevichi ma un impegno di tutti i principali paesi imperialisti, uniti contro i soviet mentre erano ancora in guerra tra loro. Per Ferguson invece sarebbe stata dovuta “alla sete di sangue di uomini che non avevano sparato un colpo durante la Grande Guerra”, in particolare a due “verbosi intellettuali” come Lenin e Trockij. A rinforzo cita il pennivendolo Dmitri Volkogonov, “storico ufficiale” sotto Stalin, Breznev, Gorbaciov e Eltsin, sempre utilizzabile per questi casi.

Per fortuna, anche in un libro simile, si trovano a volte informazioni interessanti:  ad esempio, per osservare che l’entrata della Gran Bretagna in una alleanza franco-russa non era inevitabile, Ferguson ricostruisce i molti punti di attrito tra la Gran Bretagna e la Russia ereditati dal passato e che solo in vista della guerra vengono accantonati: in particolare si arriva a un tacito accordo per la spartizione delle zone di influenza in Persia, in Afghanistan, nel Tibet. Ma non è l’unico caso di intesa interimperialista: anche con la Germania pochi anni prima era stato realizzato un accordo che prevedeva prestiti congiunti al Portogallo per le sue colonie, dietro garanzia dei suoi possessi africani, ma con una clausola segreta che suddivideva i territori portoghesi in sfere di influenza. E non a caso questi saranno nuovamente al centro sia di combattimenti durante la Grande Guerra, sia di mire fameliche di vari paesi tra cui l’Italia al momento dei trattati di pace. Nel 1902 Germania e Gran Bretagna si erano accordate anche sulla questione del debito del Venezuela, che ritornerà successivamente anche per il problema dei confini tra Venezuela e Guyana britannica, che provocherà tensioni con gli Stati Uniti, che consideravano un loro protettorato de facto lo Stato venezuelano, in una fase in cui imponevano senza ritegno la loro autorità in gran parte dell’America Latina (risalgono a quegli anni gli interventi armati diretti in Nicaragua, Repubblica Dominicana, Haiti e Messico, senza che nessuna potenza europea trovasse da ridire).

Assurdamente Ferguson nelle conclusioni insiste sulla sua tesi fantasiosa che “nell’Europa del 1914 l’antimilitarismo era ovunque la dominante politica”, al punto che perfino “i mercanti di morte come Krupp non erano interessati a una grande guerra europea”. Duplice sciocchezza: l’antimilitarismo delle classi popolari era diffuso ma disorganizzato dalla scoperta del cinismo dei suoi vertici; quanto ai Krupp, probabilmente “non erano interessati” solo nel senso che speravano di poter continuare a vendere armi a tutti mantenendo le guerre a livello locale. In fondo neanche Hitler aveva deciso nel 1939 di innescare un conflitto mondiale, ma pensava di poter continuare a impossessarsi dell’Europa come se fosse un carciofo, mangiandolo foglia a foglia impunemente…

In definitiva, un libro poco utile e anche dannoso, perché impedisce di cogliere l’intreccio tra le aspirazioni a una nuova spartizione del mondo e l’esigenza della grande industria pesante di contare su un flusso illimitato di capitali forniti da ogni Stato per assicurarsi una superiorità militare sull’avversario. E soprattutto di cogliere che quella guerra fu possibile solo per il successo dell’infame tradimento operato dai vertici della socialdemocrazia, che impedirono alla maggioranza ostile alla guerra di usare la sua forza in tempo.

Appendice

Un libro che non avrei mai comprato online…

Per fortuna esistono ancora (anche se sempre meno, però) le librerie. Solo così ho evitato di farmi trarre in inganno dal titolo di questo libro: Alberto Rosselli, Storie segrete della grande guerra, Mattioli 1885, Fidenza.

In realtà nessun retroscena, nessun “segreto” in più di quelli contenuti nei documenti della diplomazia segreta che abbiamo conosciuto grazie ai tanto vituperati bolscevichi. Il titolo forse voleva attrarre i cultori del gossip, che invece non saranno stati attratti dal titolo del libro di Ferguson, che di pettegolezzo ne contiene tanto. Il libro di Alberto Rosselli è interessante perché integra la maggior parte delle storie della guerra con agili capitoli dedicati a aspetti abitualmente ignorati per il consueto eurocentrismo della nostra storiografia, e per la scarsa attenzione, soprattutto in Italia, alla storia coloniale.

Il libro ha dunque un capitolo sul Tanganika tedesco alla vigilia della guerra, ai conflitti navali nei mari e anche nei laghi di quell’area.

Altra campagna non segreta ma piuttosto ignorata riguarda il Camerun, anch’esso allora colonia tedesca, e l’Africa del sud-ovest, oggi Namibia. Altri capitoli sono dedicati all’assedio giapponese della guarnigione tedesca di Tsingtao, nella penisola dello Shantung, alla lunga e incerta campagna di Mesopotamia, all’intervento turco tedesco in Persia e nello Yemen. Una panoramica della partecipazione del Portogallo alla guerra, fa capire che partecipava solo per difendere le sue colonie dalle aspirazioni tedesche. La guerra in Africa è pochissimo conosciuta, e fu combattuta anche in colonie come il Congo, con il sacrificio di decine di migliaia di indigeni arruolati come ascari o precettati a forza come portatori. Ne parla David van Reybrouck nel suo fluviale libro  Congo  pubblicato di recente da Feltrinelli, su cui ritornerò.

Relativamente più conosciute le vicende sfortunate dell’esercito italiano in Libia e nel Sahara nel corso della Grande Guerra, e la partecipazione alla spedizione dell’Intesa a Salonicco.

 

Ma sorprende scoprire che nei tentativi di ottenere qualcosa ai tavoli della pace, piccoli contingenti italiani hanno partecipato alla campagna britannica nel Sinai, e sono arrivati a Rafah, la porta di Gaza, e poi a Damasco e Gerusalemme. Più reticenti i capitoli che riguardano la legione russa sul fronte francese, e la spedizione della Royal Navy nel Mar Caspio, seguita solo sul terreno strettamente militare, accennando appena al ruolo attivo a sostegno della controrivoluzione a Baku e nel Caucaso. Troppo sintetica la ricostruzione della tragedia armena.

In ogni caso, questo libro rappresenta una finestra aperta sulla dimensione extraeuropea del conflitto, che è stato veramente mondiale.

(a.m.5/12/14)



Tags: Guerra  pace  Africa  Congo