Le guerre non scoppiano più?

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 Leggendo un saggio di Fabio Mini

da LIMES 1/2015 (prima parte)

 

Riprendo ampi stralci da un denso saggio del generale Fabio Mini apparso sul numero 1 del 2015 di LIMES, di cui riporto qui il sommario: I paradigmi bellici classici sono esauriti. Oggi siamo agli scontri per bande, in cui gli interessi privati dominano su quelli pubblici. Lo Stato Islamico, un caso di manipolazioni incrociate. Perché Russia e Occidente devono trovare un’intesa.

 

Già questi temi spiegano il mio interesse, che risale a diversi anni fa, quando cominciai a leggere gli scritti di questo “generale inconsueto”, tanto diverso da tutti quelli che avevo conosciuto personalmente, a partire da mio padre.

Naturalmente non sono sempre stato d’accordo con lui, e ho osservato più volte che è forse un po’ troppo indulgente verso gli Stati eredi del “socialismo reale”, dalla Cina in Tibet (vedi Il Tibet, la Cina e "l'unità dei comunisti"... ) alla Russia di fronte all’Ucraina.

Tuttavia Mini evita anche gli isterismi di quelli che aspettano “che da un momento all’altro scoppi la guerra in Europa”. Chi si aspetta che da un momento all’altro “personaggi come Obama, Putin, Hollande, Merkel, Cameron e Renzi decidano di dar fuoco alle polveri della violenza armata e trovino il coraggio di mobilitare truppe, aerei e carri armati per una guerra può aspettare invano.

Una delle affermazioni più significative di Mini è già esposta nel primo paragrafo: “Non è che la guerra non sia più lo strumento privilegiato della violenza politica o che sia stata bandita dal diritto internazionale o dalle coscienze. Anzi, il diritto ha finito per giustificare persino la guerra preventiva e sta chiudendo entrambi gli occhi sulle nuove forme di aggressioni e guerre coloniali. (corsivo mio).  Di fatto la guerra è penetrata come non mai nelle coscienze umane e nel tessuto politico e sociale globale. E anche se viene evocata a ogni piè sospinto per combattere il male di turno o per motivare gli interventi armati inutili o perseguire scopi inconfessabili, si fa ben attenzione a che non «scoppi». Nessuno infatti si prepara per la guerra, ma tutti si preparano a difendere la pace; nessuno fabbrica armi per la guerra ma per creare nuovi posti di lavoro; nessuno parte più per la guerra ma per missioni di pace, per operazioni di polizia internazionale, per risposte alle crisi.”

 

Sarebbe già sufficiente come denuncia. Ma Mini prosegue: “Per rendere più confusa la violenza si adottano la lingua e il lessico anglosassoni che utilizzano la guerra e l’idea della guerra per ogni contesa: da quella politica a quella commerciale o ludica. Le strategie di guerra, i concetti operativi e le operazioni militari parlano l’inglese un po’ per piaggeria e un po’ per pigrizia e ipocrisia. Ma la lingua straniera può tradire, come nel caso della pre-emptivewarche non previene ma anticipa lo scontro. O come il Jobs Act che ilnostro governo ha copiato da una proposta(bocciata) della Casa Bianca senza curarsi delle ambiguità anche boccaccesche che il termineJob assume quando èaccostato a degli stereotipi italiani. Job èaffare, appalto, mansione e l’Italian Jobnon è il lavoro, ma la truffa. Il Blow Jobnon è l’arte dei soffiatori di vetro, ma l’atto di sesso orale così caro ai disinibiti politici ed economisti.”

 

Il saggio, indubbiamente stimolante e ben scritto (anche per questo lo raccomando ai lettori), prosegue poi con una minuziosa classificazione delle “war generations” (a quanto pare dell’inglese non può proprio fare a meno neanche lui). Mini elenca ben cinque “generazioni” precedenti (la prima “iniziata con la falange oplitica (VI sec. a.C.) e durata fino al 1916”, la seconda iniziata nella Grande Guerra e basata sulle trincee e sul fuoco a distanza che prevale sullo scontro diretto, la terza che a partire dalla Seconda Guerra Mondiale ha puntato a obiettivi non solo militari, ecc. Interessante che la quarta generazione non è caratterizzata solo dalle armi nucleari, ma dai processi di decolonizzazione, seguiti con attenzione da Mini e quasi assenti invece nel dibattito politico odierno della sinistra. Ed è assolutamente asimmetrica. Mini spiega:

“La guerra asimmetrica vuole ottenere obiettivi concreti (territorio, sovranità, affermazione ideologica, politica ed economica) puntando sulla forza morale, ma continua a degenerare proprio nella morale. La guerra diventa decentralizzata, complessa e lunga, si combatte sui piani delle idee e delle risorse, contro obiettivi militari e civili, con attori statali e non statali, insurrezionali, metodi non tradizionali di lotta, il terrorismo su basi transnazionali, gli attacchi a organizzazioni e Stati falliti o Stati canaglia. […] Si estende su tutti i fronti: economia, politica, media, militari e civili. Si sfrutta l’imprevedibilità, il caos e la vulnerabilità dei potenti per seminare paura e con questa ottimizzare la guerra arcaica. In campo tecnologico avanzato sfrutta la complessità per provocare l’entropia, il collasso dei sistemi organizzati agendo sul tempo della decisione e dell’azione e sugli effetti differiti delle guerre. Le strutture militari tradizionali entrano in crisi non solo e non tanto perché dispongono di mezzi e strutture non adatte alla Quarta generazionema perché «non hanno la psiche»: non hanno la giusta mentalità per affrontarla e neppure la forza e resistenza psicologica per sostenerla.”

 

Secondo Mini, “una diramazione della guerra asimmetrica, che può essere considerata la Fifth generation,ha tolto alla guerra ogni vincolo concettuale”, e “impiega ogni mezzo, compreso quello finanziario, per imporre al mondo i propri interessi. La Quinta generazione deve celare la propria natura bellica e non deve essere percepita come guerra: deve rendere indifferenti nei confronti della guerra (elusione, mistificazione). Richiede l’abilità di estraniarsi dal proprio sistema di pensiero e valutare gli eventi da una prospettiva multipla. Oggi si disegnano piani di guerra all’insegna della combinazione sincronica o diacronica delle tre ultime generazioni. Possono scatenarsi per ogni motivo, vecchio e nuovo, ma con la criminalizzazione degli avversari, con il ricorso alla paura e con la divisione manichea tra buoni e cattivi, tra bene e male, tra religioni buone e blasfeme, si assiste al ritorno degli dei impersonali del denaro, dei miti della forza e della ricchezza, dei riti della imposizione della forza e dei sacrifici umani sugli altari dell’arroganza e della stupidità. E allora si è inaugurata la Sixth generationdella guerra: la guerra per bande che, specialmente in ambito occidentale, configura un sistema degradato e degenerato sul piano morale e istituzionale che contrasta con l’immagine dura e pura che l’Occidente vuole proiettare.

 

Le «bande» moderne tendono a deformare e scardinare le istituzioni senza ricorrere alle rivoluzioni o addirittura fingendo di farle. I mezzi delle bande si sovrappongono per nascondere l’illecito. Gli scopi delle bande sono esclusivamente privati e riguardano l’interesse politico della governance,il profitto economico e l’esercizio del potere, e perseguono la fine del monopolio statale dell’uso della forza e la fine del bene pubblico con l’appropriazione e spoliazione del patrimonio comune degli Stati o dell’umanità, tra cui i global commons(risorse marine, spazio, ciberspazio).

La descrizione è assai vicina a quella della sinistra “radicale” (nel senso usato da Syriza per autodefinirsi, non in quello usato a sproposito dalle ex sinistre italiane).

 

“La banda che prevale è quella più grossa e potente o quella che tra i propri poteri ha anche quello di controllare lo Stato e le istituzioni attraverso il controllo degli individui. […] La guerra per bande si avvale di agenti infiltrati, mezzi di corruzione, metodi d’intrusione, mercenari, sicari, proxiese milizie private. Ma anche di legali senza scrupoli, funzionari statali, amministratori pubblici, magistrati e politici corrotti, imprenditori, mafie e organizzazioni criminali locali.

Gli strumenti istituzionali di cui si avvalgono le organizzazioni sovranazionali e gli Stati per il governo e le relazioni internazionali (organi d’intelligence, eserciti, polizie, diplomazia, magistratura, finanza, sistema bancario ed economico), consapevoli o ignari, servono le bande al potere o quelle più potenti che lo vogliono ottenere. Cadono nella rete delle mistificazioni delle varie declinazioni della guerra in guerra utile, guerra umanitaria, guerra per la legalità, per la libertà, per l’imposizione della democrazia, per l’apertura dei mercati. Ma sono sfruttati per interessi particolari fino alla loro consunzione. Le forze che vengono infiltrate e corrotte per prime sono quelle dell’apparato legislativo, governativo, amministrativo, giudiziario e quelle paramilitari addette al controllo delle attività economiche e criminali.”

Fabio Mini passa poi in rassegna tutta la gamma di definizioni (sempre in inglese) entrate in uso in questi anni, osservando che la “ridondante semantica bellica che caratterizza l’ultimo trentennio non è soltanto un vezzo di tendenza e non è casuale. Essa fa in modo che in ogni minuto e ogni luogo del pianeta appaia una guerra diversa, che ci sia una continua sovrapposizione di guerre con l’effetto di non poter più definire gli unici momenti importanti della guerra: l’inizio e la fine. E di non poterne valutare i risultati. Lo scoppio della guerra implicava infatti un’azione violenta, l’accumulo e il rilascio di energia compressa per vari fattori umani e politici (ingiustizie, dominazione, difesa, emancipazione eccetera). Per scoppiare, la guerra avevabisogno d’inneschi. I pretesti giusti o sbagliati, veri o falsi, servivano solo a questo. La guerra implicava perdite e distruzioni immani e altrettanto immani opere di ricostruzione. L’esplosione alterava gli equilibri internazionali e ne stabiliva di nuovi, ogni esplosione di guerra finiva con un vincitore e un vinto, anche senza vincitori e vinti, ma finiva per l’esaurimento dell’energia. Senza politiche che risolvessero i problemi di accumulo delle ingiustizie, i conflitti erano destinati a ripetersi dopo periodi di cessazione delle ostilità che convenzionalmente si chiamavano pace. I Balcani, ma in genere l’Europa, sono stati teatro di questo sistema per secoli e gli imperi europei ne sono stati gli esecutori, ma anche i moderatori.

Da almeno trent’anni nessun intervento militare e neppure quelle operazioni che sono state etichettate come guerre in senso reale o metaforico hanno avuto le caratteristiche e le conseguenze delle guerre «scoppiate».

[…] L’ultima guerra «esplosa» è stata quella delle Falkland tra Gran Bretagna e Argentina,che pure al tempo fu definita una guerra da operetta, una guerra ridicola per motivi ridicoli. Così almeno la definivano coloro che credevano in un mondo ormai privo di guerre e privo di motivi di conflitti che non fossero quelli legati alla contrapposizione dei blocchi. Era il 1982 e in tre mesi la guerra scoppiò. si sviluppò e finì con un vinto e un vincitore.”

 

L’analisi di Mini è severa: “A dispetto della proliferazione teorica di nuove guerre e della fantasmagorica produzione di metodi di guerra, il vero scontro globale è silente e si svolge, comesempre, sul piano della ricerca di un nuovo ordine mondiale. Non significa affatto che si cerchi l’ordine come disciplina globale che garantisca la stabilità e lo sviluppo pacifico. O che si voglia l’equilibrio di potenza a tutti i costi. Significa soltanto che si cerca di determinare chi comanda e chi obbedisce, chi sta con chi e come intende partecipare. La lotta si avvale di strumenti ideologici che non si riferiscono ai valori ideali tradizionali, ma agli interessi. Non è un paradosso che in questi ultimi anni non si riesca a pensare a qualcosa di diverso dalla contrapposizione dei blocchi. Ci sono però dei nuovi elementi da considerare:

A)Non esistono più ideologie in contrapposizione. Soltanto pochi e disinformati nostalgici parlano di comunismo e anticomunismo. Esistono i critici e i nemici della Russia e degli Stati Uniti, ma per motivi concreti. E non è detto che i critici siano nemici. Anzi. L’ideologia prevalente è quella del mercato che da luogo economico è divenuto lo spazio della deriva dell'ideologia della libertà: perché di fatto nulla è più chiuso, antidemocratico e illiberale del «libero mercato» in cui prevale la legge del più forte. L’ha detto chiaramente il presidente Clinton a West Point nel 1999 esplicitando l’idea della supremazia americana: «Nella democrazia di mercato prevale il più forte: e noi siamoi più forti». Concetto ripreso dal presidente Obama, che pure ne intuisce i rischi dello sbandieramento. In attesa che una nuova dirigenza statunitense ritorni alle guerre globali e ideologiche, gli strumenti militari adottati in questa fase sono quelli indiretti che si sposano perfettamente con le esigenze dei mercati e con la necessità di fare i propri interessi, che ormai sono esclusivamente interessi privati e privatistici di oligarchie informali di dimensione globale. L’ideologia del mercato non è solo la prevalente, ma è l’unica dominante ed è contrastata soltanto da pochi pensatori, peraltro anch’essi confusi e abbagliati dal denaro che in un modo o nell’altro li concupisce.

B)Le decisioni globali vengono prese in ambiti sempre più limitati e tendono a privilegiare gli interessi dei singoli. Il tempo della decisione, anche per la sofisticazione degli strumenti e la letalità delle armi, è sempre più limitato e presto le facoltà umane non saranno in grado di valutare e processare tutti i fattori che migliaia di sensori offrono alla politica o alla strategia.”

Il gen. Mini prospetta a questo punto uno sviluppo inquietante da fantascienza: “Già si stanno sviluppando sistemi d’integrazione uomo-macchina e di espansione cognitiva del cervello umano. Per governare macchine e sistemi sempre più complessi i nostri piloti e soldati si devono preparare a subire la lobotomia per farsi installare un microchip nel cervello che ne aumenti la capacità o a subire una serie di automatismi che toglieranno del tutto la consapevolezza di ciò che succede.”

E questo lo avevamo già visto delinearsi all’orizzonte. Ma Mini prevede che “presto anche i leader politici e i generali dovranno essere lobotomizzati o essere semplicemente in balia di fenomeni che non conoscono. Alla compressione del tempo e dello spazio si aggiunge la sovrapposizione degli ambiti di competenza e dei relativi stimoli alla decisione. Dai decisori politici ci si aspetta che si lascino guidare dalla razionalità, da quelli militari e operativi dalla probabilità, mentre dalle masse e dalla gente comune si aspettano decisioni dettate dalle emozioni. Oggi gli ambiti politici, strategici, operativi e tattici tendono a confondersi. Ci sono capi di Stato che vogliono stabilire come deve combattere un soldato, generali che danno ordini che competono ai tenenti e semplici cittadini che lanciano sfide politiche. Inoltre lo stimolo a decidere, a qualsiasi livello, viene quasi esclusivamente dall’emotività, reale o indotta con le operazioni d’influenza strategica, e dalla fretta di fare qualcosa. « Do something»è diventato l’unico imperativo al quale tutti obbediscono e quando viene lanciato raramente si ha una conoscenza razionale del da farsi. Quasi sempre si finisce per agire a prescindere dagli obiettivi, dagli scopi, dalle esigenze, dagli effetti, dai costi e dalle conseguenze.”

Mini osserva poi che anche “la geografia economica è cambiata e con questa sono cambiate le esigenze di sopravvivenza e sicurezza. Non è soltanto una questione di distribuzione fra produttori e consumatori, fra diversi gradi di evoluzione economica o di prevalenza di questo o quel settore economico. Si tratta di distribuzione della ricchezza, una branca che non ha regole e che finora è stata interpretata al contrario: favorendo la distribuzione della povertà e la concentrazione della ricchezza”.

Inquietanti anche le considerazioni sul cambiamento dei “detentori della potenza. La guerra fredda ha introdotto la deterrenza nucleare e davanti al rischio immanente della distruzione globale le altre guerre sono passate quasi inosservate. Il potere nucleare ha poi fatto nascere il potere dei grandi Stati e dei grandi blocchi. I detentori della potenza nucleare sono diventati i detentori di tutto, i legittimi e leciti proprietari del mondo. Quest’arma per tutta la guerra fredda è stata detenuta e controllata dagli Stati. […] La preminenza strategico-militare degli Stati è rapidamente decaduta con la decadenza dell’opzione nucleare e le altre forme di guerra (economica, finanziaria, cibernetica eccetera) sono divenute le principali. Il problema è che tali forme non sono gestite direttamente dagli Stati o asservite agli interessi nazionali o di coalizione, ma servono gli interessi privati di attori non-statali. Anzi, gli Stati e gli strumenti dello Stato sono stati messi al servizio di tali interessi. Oggi gli eserciti non si dovrebbero interrogare sul nemico da affrontare e sulle strategie da adottare, ma dovrebbero chiedersi per chi lavorano e perché.” (la sottolineatura è mia)

Fabio Mini osserva che oggi “la proliferazione e la privatizzazione degli interessi hanno reso lo scontro globale ancora più sotterraneo, subdolo e letale, impercettibile, irriconoscibile, confuso, sconnesso e apparentemente irrazionale. Il lessico geopolitico e militare si è trovato a dover abusare di vocaboli come «incertezza, fragilità, instabilità», che fanno aumentare l’insicurezza, alimentano la paura e giustificano un perenne stato di tensione ed emergenza. Sono proprio questi elementi a far accettare ai popoli le leggi inique, le eccezioni etiche, le tasse e le ridondanze di strumenti militari con le quali gli Stati e le istituzioni pubbliche si svenano e si delegittimano mentre frotte di agenti privati, antistatali e anti-istituzionali ingrassano e si espandono. La corruzione, in particolare, cresce con la deregolamentazione pubblica e con la regolamentazione dell’emergenza che di fatto elimina le garanzie di correttezza e legalità.” (Idem).

Credo di aver chiarito abbastanza le ragioni del mio interesse per questa riflessione, che viene imprevedibilmente da un militare di carriera da cui non ci si aspetterebbe tanta franchezza, dato che tra le “virtù” richieste a un ufficiale superiore c’è anche la diplomazia, anzi, più spesso, la reticenza. Forse questi toni sono possibili perché Fabio Mini non è più in servizio attivo, ma collocato “nella riserva”, e ha il tempo e la voglia di mettere a frutto quel che aveva capito quando era stato incaricato di vari compiti importanti. Dopo aver seguito le esercitazioni della 4Divisione meccanizzata USA, ha ricoperto anche l’incarico di addetto militare in Cina (e ne ha approfittato per studiare i grandi strateghi cinesi del passato e del presente), e quelli di direttore dell’Istituto superiore di Stato maggiore Interforze e di capo di Stato maggiore del comando Nato delle forze alleate nel Sud Europa. Ha anche comandato per un anno l’operazione detta di peace-keeping NATO in Kosovo. Insomma ha accumulato una bella esperienza diretta.

Ma oggi, soprattutto, ragiona come cittadino libero, che sa indignarsi verificando ad esempio che “le nuove potenze”sono rifiutate «a prescindere». […] “Paesi di dimensioni continentali come India e Brasile sono ancora visti come terreni di conquista e sfruttamento dai paesi sviluppati. Per oltre mezzo secolo si è voluto immaginare un mondo senza Cina e ora ci si meraviglia che Pechino voglia assumere un ruolo globale. Negli ultimi venticinque anni si è voluta immaginare un’Europa senza Russia, anzi si è voluta creare un’Europa contro la Russia. Si è sacrificata la geografia all’acquiescenza politica. La Russia culturalmente, geograficamente e politicamente è stata sempre europea e ha sempre costituito un ponte con l’altra metà della sua configurazione continentale: l’Asia. Per buona parte della sua storia è stata preda delle invasioni da nord e da oriente e per altrettanta buona parte è stata baluardo della resistenza alle invasioni. C’era perciò un senso antistorico e fortemente ideologico nella pretesa occidentale di snobbare Mosca dopo l’implosione sovietica e sottrarle a morsi voraci brandelli di territorio. L’Europa, attraverso i suoi consessi più qualificati (Unione e Nato) ha assecondato di buon grado la politica americana inebriata dalla presunta vittoria della guerra fredda.  Una politica tesa ad affermare il modello unipolare del nuovo ordine mondiale e a espandere l’Europa occidentale a scapito di quella orientale. C’era tuttavia un analfabetismo di ritorno nella geopolitica continentale che ha sempre visto l’Europa estendersi dall’Atlantico agli Urali. L’ordine unipolare non ha avuto né il coraggio né l’opportunità di realizzarsi non tanto a causa della Russia, ma della Cina. D’altra parte l’Europa occidentale ha perso un’occasione storica per compattarsi accettando l’imposizione statunitense di respingere la Russia. Si è di fatto rinunciato a formare la vera Europa politica cooperando con la Russia per intraprendere la strada più pericolosa, meno vantaggiosa e più violenta della sottrazione di pezzi di Europa orientale all’influenza russa nel momento in cui Mosca tentava di arginare il disfacimento con la creazione della Comunità di Stati Indipendenti (Csi). Oggi pochi ricordano che la Csi nata nel 1991 con l’accordo fra Federazione Russa, Bielorussia e Ucraina (alla quale si associò la Georgia nel 1993) non voleva essere l’erede né dell’Unione Sovietica né del Patto di Varsavia, ma intendeva sostenere paesi che non erano mai stati indipendenti né politicamente né economicamente e che l’Occidente si rifiutava di aiutare se non in cambio di sudditanza economica e proiezione antirussa. Oggi pochi rammentano che né l’Europa né la Germania possono sostenere Polonia, Ucraina, Finlandia e Stati baltici senza la Russia.”

Sul tema dell’Europa che è cambiata Mini insiste molto e con una critica dura alla “faccia feroce della Nato” che nasconde il progetto tutto geopolitico dell’allargamento a est e della limitazione dell’influenza russa sui suoi stessi territori. È questa la vera minaccia per la Russia. Una minaccia alla quale nessun russo e neppure nessun europeo darebbe credito se la Polonia, gli Stati baltici e la Finlandia non pretendessero di costituire assieme all’Ucraina e agli altri paesi dell’ex Unione Sovietica la Nuova Europa, quella che deve smontare la vecchia e indurla a una prova di forza contro la Russia. […] Oggi, anche il rischio di vedere i propri territori sotto occupazione russa è uno strumento per sollecitare l’intervento armato. I piani militari si affidano perciò alle componenti non terrestri: vale a dire ai missili, ai bombardieri e alle armi nucleari. La Nuova Europa intende perciò assistere a un conflitto da comode sdraio nelle proprie villette guardando il traffico e le scie luminose delle nuove armi a distanza. Paesi come la Polonia e i baltici credono talmente a questo scenario che hanno già offerto agli Stati Uniti le basi avanzate per i sistemi missilistici e gli aerei da realizzare a ridosso dei confini russi. I loro territori non saranno del tutto sicuri ma meno sicuri saranno comunque i paesi della Vecchia Europa detentori di armi nucleari e soggetti alle minacce a medio raggio dei missili e bombardieri russi. Non esiste motivo o vantaggio razionale che giustifichi tale scenario.”

 

Fabio Mini conclude la prima parte del saggio, osservando che “alla luce di tali elementi risulta evidente che la guerra globale per l’ordine mondiale che si svolge nell’ombra è forse la parte più «nobile» e più importante, ma è anche quella più inconcludente. Nella stessa dimensione sotterranea e strisciante si svolge però la guerra degli interessi particolari, delle speculazioni, dei poteri criminali e anti-istituzionali che invece ottiene grandi successi per pochi a scapito di tanti. Nessuno dei conflitti avviati dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica e nessuno di quelli in atto, visibili e riconoscibili come tali, tende alla realizzazione di un nuovo ordine globale. L’Afghanistan è ancora il retaggio di un potere unipolare che si vendica di un affronto, di una ribellione di criminali”.

Inutile sottolineare che questa analisi contrasta totalmente con il tono generale della propaganda bellicista costruita intorno alle nostre “missioni umanitarie”. Ma ne riparlerò commentando la seconda parte del saggio dedicato all’integralismo islamico. La suddivisione in due parti è mia, e oltre a uno scopo pratico (evitare che mettendo in una volta sola troppa carne al fuoco una parte finisse per passare inosservata) ha l’obiettivo di esaminare insieme altri articoli dello stesso volume di LIMES e di uno precedente dedicato esclusivamente allo Stato Islamico. A presto!

(a.m.1/2/15)

 



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