Polonia '80

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POLONIA, Agosto 1980

 

L’AUTORGANIZZAZIONE OPERAIA

Cyril Smuga*

 

 

Riprendo dal nn. 564-565 di Inprecor, agosto-settembre 2010, l’articolo pubblicato con il titolo “La victoire au bout de la grande grève” (La vittoria al termine del grande sciopero) nel n. 84 dell’11 settembre 1980 della stessa rivista. La scelta di riproporlo sul mio sito, su cui esistono già diversi saggi, tra cui la parte essenziale del mio libro Chiesa esercito e masse nella crisi polacca, è dettata dalla sua grande attualità: è una ricostruzione puntuale e dettagliata della dinamica dello straordinario sciopero, che una parte della “nuova sinistra” (in realtà vecchissima) rifiutò allora di riconoscere, aggrappandosi alla falsa convinzione che si trattasse di una ”manovra” congiunta della Chiesa e dell’imperialismo… Come alcuni – a volte gli stessi - continuano a interpretare ogni voce diversa proveniente da Cuba. Il testo conserva tutta la sua freschezza, e per questo l’ho inserito nella prima parte del sito, dedicata a Attualità e polemiche, anziché negli Archivi, che vengono spesso trascurati da parecchi visitatori.

L’articolo non poteva descrivere, naturalmente, l’involuzione successiva, dopo il golpe di Jaruzelsky, della maggior parte dei dirigenti di Solidarnosc, ma ne individuava alcune premesse, descritte lucidamente nella nota 12, che per facilitare il lettore ho evidenziato con un carattere diverso. Le note, quasi tutte utilissime, sono in fondo per ragioni tecniche.

 

*Cyryl Smuga era lo pseudonimo di Jan Malewski, all’epoca giornalista di Rouge, settimanale della Ligue communiste révolutionnaire (LCR - sezione francese della IV Internazionale). È ora redattore di Inprecor e membro dell’Ufficio Esecutivo della IV Internazionale.

 (La traduzione dal francese è di Titti Pierini. 17/9/10)

 

 

Il 1° luglio 1980, decidendo in sordina l’aumento dei prezzi della carne distribuita negli spacci aziendali, la burocrazia polacca innescava la crisi politica più grave dal 1948. Dopo i primi scioperi, più di un centinaio di fabbriche hanno sospeso il lavoro, spesso eleggendo propri rappresentanti. I bollettini ciclostilati dell’opposizione si facevano portavoce del movimento, divulgandone le rivendicazioni e le forme di lotta più avanzate.(1) Lublino, città industriale della Polonia dell’Est, a una cinquantina di chilometri dal confine sovietico, è stata paralizzata per alcuni giorni da uno sciopero generale. Il lavoro è però ripreso prima che le varie fabbriche fossero riuscite a organizzare una direzione comune dello sciopero. Alla fine di luglio i burocrati hanno cominciato a concedere le conquiste strappate dagli scioperanti a imprese non ancora coinvolte nel movimento e in cui si rischiava che si seguisse l’esempio delle vittorie di altri lavoratori. Questo è accaduto soprattutto a Poznan, dove i lavoratori di Cegielski (locomotive a vapore e motori di imbarcazioni) hanno strappato la vittoria per quasi tutte le fabbriche della città, come avevano già fatto nel giugno 1956. (2)

 

 

Controllare l’applicazione concreta delle rivendicazioni

 

Ciò che ha soprattutto contraddistinto il movimento fin dai primi giorni è stata la volontà dei lavoratori di controllare l’applicazione concreta degli obiettivi che avevano strappato. Alla Ursus (3), vicino Varsavia, la commissione operaia eletta durante lo sciopero è rimasta. A Lublino, i ferrovieri hanno ottenuto il rinnovo dei sindacati locali. A Bielsko-Biala e Tychny, i 15.000 operai della fabbrica automobilistica FSM (4), accortisi che le promesse fatte loro dopo un primo sciopero (il 16, 17 e 18 luglio 1980) non erano state mantenute, hanno ripreso la lotta. Stessa cosa per gli operai di WSK Swidnik (5) che, dopo aver scioperato e sottoscritto un accordo agli inizi di luglio, hanno sospeso di nuovo il lavoro due settimane dopo. Avevano capito che potevano ottenere di più del 7% di aumento salariale concesso loro, e hanno strappato il 15%

L’opposizione, soprattutto il KSS-KOR, diffondeva informazioni sul movimento, dimostrando che si poteva vincere. In altri casi, è stata la stessa incuria dei sindacati, preoccupati di concedere il meno possibile, a favorire l’estendersi degli scioperi. A Bierun Stary, ad esempio, in un’azienda di materiali sintetici in cui 170 operai su 2.000 avevano scioperato il 1° agosto, la direzione ha ceduto concedendo un aumento del 20%... ai soli 170 operai che avevano scioperato! La storia si è ripetuta in una vetreria di Walbrzych. A Varsavia, tutti parlavano della vittoria dei netturbini che, dopo avere ottenuto un aumento salariale di 700 zloty, chiedevano un premio per il lavoro nocivo. Del pari, il fatto che i ferrovieri di Lublino avevano ottenuto libere elezioni nel sindacato (ufficiale), con il diritto di presentare tutti i candidati che vogliono, è diventato un esempio anche altrove. In un paese in cui la “consuetudine” vuole che la direzione sindacale uscente presenti una lista bloccata, unica, in cui a volte – dimostrazione di alta democrazia! – vi sia un posto riservato alle proposte dell’assemblea, l’effetto è stato notevole.

In una dichiarazione del 10 agosto il KOR parlava di 150 fabbriche coinvolte dagli scioperi dall’inizio di luglio. Sottolineava la loro «buona organizzazione» e la «solidarietà» degli operai. Metteva in risalto la creazione in alcune fabbriche di «autentiche rappresentanze operaie», che preparavano nuove elezioni sindacali, «perché i lavoratori fossero realmente rappresentati nei consigli di fabbrica», chiamando i lavoratori «ad approfondire la loro solidarietà», «altrimenti –scriveva - le autorità cercheranno di soffocare spietatamente il movimento operaio, come è accaduto nel giugno 1976».(6) L’appello verrà raccolto.

 

 

Danzica, giovedì 14 agosto, alle 6 del mattino

 

Nel cantiere navale “Lenin” di Danzica, da alcuni giorni la situazione era tesa. Il 10 agosto la direzione aveva licenziato Anna Walentynowicz, militante del Comitato provvisorio per la costituzione dei sindacati liberi del litorale baltico, che era in malattia. Motivo del licenziamento: mancanza di professionalità. Ma i lavoratori sapevano che Anna pagava quel prezzo per lo sciopero contro l’aumento dei prezzi che aveva paralizzato agli inizi di luglio un reparto del cantiere navale. Fioccano le discussioni e ci si ricorda che Anna, trasferita nel dicembre 1979 dopo una manifestazione di più di 5.000 lavoratori in occasione dell’anniversario del massacro degli scioperanti del 1970, (7) era rientrata grazie alla solidarietà. Lo sciopero era nell’aria, mancava solo una spinta.

Giovedì 14 agosto, ore 6 del mattino: i militanti del Comitato distribuiscono varie migliaia di volantini e l’ultimo numero del bollettino Robotnik, che riferisce sugli scioperi di luglio e racconta che quelli di Ursus si erano organizzati. (8) Fra questi c’era Lech Walesa, vecchio dirigente dello sciopero del 1970, ben noto nella fabbrica. Era stato licenziato anche lui. Pochi minuti dopo, i lavoratori del reparto K-3 si riuniscono in assemblea generale. Decidono di scioperare, confezionano uno striscione che esige il rientro di Anna Walentynovicz. Gli altri reparti si fermano uno dopo l’altro, formano un corteo che si reca davanti agli uffici della direzione. Gli scioperanti radunati di fronte al palazzo della direzione tengono un’assemblea generale, eleggono un comitato di sciopero, dopo aver discusso un elenco di rivendicazioni in 11 punti:

1.      rientro immediato di Anna Walentinowicz al suo posto di lavoro;

2.      2.000 zloty di aumento per tutti;

3.      assegni familiari uguali a quelli della polizia;

4.      allineamento del livello delle pensioni a quello più favorevole;

5.      pubblicazione di notizie esatte sugli scioperi, nella stampa, alla radio, alla TV;

6.      costruzione di un monumento in memoria dei martiri operai del dicembre 1970 davanti all’ingresso del cantiere navale,

7.      scioglimento del Consiglio di fabbrica del sindacato ufficiale;

8.      eliminazione della rete degli spacci “commerciali” [che tra l’altro vendevano carne e salumi al 100% in più del prezzo ufficiale];

9.      rientro e reintegro di Lech Walesa, precedentemente licenziato;

10.  scioglimento del sindacato ufficiale a livello nazionale;

11.  immediata liberazione di tutti i prigionieri politici.

 

Il direttore del cantiere navale “Lenin”, anche lui ex membro del comitato di sciopero del dicembre 1970 – simbolo dei mille e uno modi usati dalla burocrazia per distruggere qualsiasi rappresentanza operaia indipendente – ha ricevuto il comitato di sciopero. Ha promesso che gli organi di informazione avrebbero pubblicato notizie sullo sciopero. Un’auto messa a disposizione degli scioperanti dalla direzione è andata a cercare a casa Anna Walentinovicz. È stata cooptata nel comitato di sciopero, come pure Lech Walesa. Per il resto: «noi non possiamo decidere il resto, lasciateci il tempo di consultarci… Vi daremo la risposta entro 8 giorni»

Sotto gli occhi di tutti esplodeva la questione del potere centrale, il solo responsabile della situazione e l’unico abilitato a decidere: «Quella della nostra patria è una situazione difficile. Solo il lavoro paziente, intenso, la realizzazione degli obiettivi del piano, possono migliorarla. Riprendete il lavoro, noi continueremo a discutere con voi».

 

 

Discutere qui e subito

 

Il comitato di sciopero si è ripresentato di fronte all’assemblea generale verso le 16 pomeridiane. Le proposte del dirigente sono state accolte dai fischi degli operai: «È qui e subito che si deve discutere!», interveniva un operaio. Applausi. Tutti sentivano che la loro forza, di cui era la prova il rientro di Walentinowicz e Walesa, era basata sulla loro unità. Se si fossero divisi, se avessero ripreso il lavoro, avrebbero perso l’iniziativa. Si lanciava un’altra proposta, acclamata dalla folla: «Installiamo un sistema che consenta a tutti gli scioperanti, grazie alla rete di altoparlanti della fabbrica, di ascoltare le discussioni con LORO». È stato rieletto il comitato di sciopero, allargato, come pure un servizio d’ordine incaricato di garantire l’ordine e la sicurezza durante l’occupazione. I membri si riconoscevano da un bracciale giallo. Essi formavano i picchetti, controllavano tutti i camion all’ingresso e all’uscita dal cantiere. Si è presa una decisione storica: «Durante lo sciopero non si beve!».(9) In quel momento, nell’assemblea generale erano presenti circa 15.000 lavoratori, perché era arrivato il turno pomeridiano: erano le h 16,30.

Alle 17 è cominciata una nuova trattativa. L’amplificazione ha permesso a tutti i lavoratori in sciopero di seguirne lo svolgimento. Essi intervenivano spesso, per completare le spiegazioni dei membri del comitato di sciopero o per rispondere a quel che dicevano i burocrati. La direzione ha cercato di recuperare vantaggio: dall’alto delle proprie funzioni il direttore se ne è uscito: «vi concediamo 1.200 zloty di aumento per tutti e un punto in più di scala mobile dei salari. Riprendete il lavoro per…»; ma non riusciva a finire, interrotto dalle grida: «Sappiamo bene!», «Sempre così!». Il segretario di partito del cantiere si è impegnato per iscritto a non reprimere chi aveva scioperato, ha firmato l’accordo per il monumento e ha fatto appello a riprendere il lavoro, «in nome degli interessi della classe operaia, del paese…». Lo hanno rimesso al posto suo: «Siamo noi la classe operaia!». I negoziati si sono interrotti di nuovo, non avendo la direzione niente di più da proporre. «Ne discuteremo con le autorità competenti… lasciateci il tempo, un paio di settimane…». Tutto si è infranto sulla libertà delle elezioni sindacali.

Nuova assemblea generale con i membri del comitato di sciopero. Le richieste sono state precise:

·        ripresa immediata delle trattative;

·        il comitato di sciopero deve essere un organismo permanente e deve rimanere dopo la ripresa del lavoro;

·        tutti i licenziati dal 1970 devono essere reintegrati (circola un elenco, si ricordano i nomi dei compagni, e in pochissimo tempo l’elenco comprende già varie decine di nominativi);

·        si riformula il punto 10 delle richieste perché non vi siano equivoci di sorta: scioglimento del CRZZ.(10)

 

La trattativa riprende, poi si interrompe di nuovo alle h 23, per la notte. Cominciavano ad arrivare, fra gli applausi delegazioni di altre fabbriche cittadine. Quelli del Porto del Nord – immenso terminal per petrolio e idrocarburi, costruito agli inizi degli anni Settanta – spiegavano che anche loro erano in sciopero e proponevano uno scambio di rappresentanti tra i due comitati di sciopero. Poi sono arrivati i lavoratori degli autobus e dei tram per informare che avevano deciso di entrare in sciopero l’indomani. Il 15 agosto le fabbriche erano in sciopero una dopo l’altra, prima quelle che cooperavano con il cantiere navale (ad esempio, Elmor, che aveva già sospeso il lavoro ai primi di luglio), poi le altre. In serata, lo sciopero generale di Danzica cominciava ad estendersi alla regione.

 

 

Da Danzica a tutto il litorale baltico, sciopero generale

 

Le fabbriche in sciopero, come quelle del Porto del Nord, hanno cominciato a inviare loro rappresentanti al cantiere navale “Lenin”, per condurre trattative in comune se i delegati erano stati eletti e avevano un mandato, o «per vedere come si deve fare» nel caso di gruppi di lavoratori senza la stessa tradizione di lotta. «I primi tre giorni sono stati i più duri», spiega un delegato del cantiere navale “Comune di Parigi” di Gdynia. «Nessuno sapeva davvero come fare. Il 17 agosto, un gruppetto di giovani si è riunito e ha fatto il giro dei reparti. Si sono messi subito in contatto con quelli di Danzica, hanno adottato le stesse richieste e sono stati eletti delegati in tutti i reparti».(11)

Quando le comunicazioni telefoniche tra Danzica-Gdynya-Sopot (la “tri-città”) e il resto del paese sono state interrotte, il 15 agosto verso le h13, la regione registrava già oltre 50.000 scioperanti. La ripresa delle comunicazioni è diventata subito l’ultimatum dei lavoratori in sciopero; senza di questa, si rifiutavano di proseguire le trattative. «Siamo fermamente decisi a continuare il nostro movimento fino all’ottenimento dei nostri obiettivi», spiegava Anna Walentinowicz, sintetizzando lo stato d’animo generale. Il comitato di sciopero passava dalle 10 persone dell’inizio del movimento a più di 100. La parola d’ordine dello sciopero diventava: “democrazia”, dapprima come obiettivo – è il senso di tutte le precisazioni apportate alle richieste iniziali – ma anche come lo strumento di lotta più efficace, scoperto in massa dai lavoratori.

Sabato (16 agosto) riprendevano le trattative, malgrado il blocco telefonico. Un vice-Primo ministro, Tadeusz Pyka, era arrivato da Varsavia per condurre i negoziati affiancato dalla direzione e da Tadeusz Fiszbach, segretario dipartimentale del Partito.  Essi hanno proposto 1.500 zloty di aumento, se si riprendeva il lavoro. Il Comitato di sciopero ha rifiutato. Ma i delegati di reparto, eletti la vigilia su richiesta del direttore «perché la vostra sia una rappresentanza più democratica» (sic), esitavano: 1.500 zloty non sono pochi! Fuori, l’assemblea generale in ascolto della trattativa ha espresso la propria disapprovazione: - “Duemila! Duemila!” – e la sua approvazione per colui che è diventato la figura centrale del comitato di sciopero: - “Walesa! Walesa. Lunga vita a Walesa!” (grido che diventerà, tra l’altro, il ritornello del movimento, il modo più chiaro per esprimere la rappresentatività del comitato di sciopero). Di nuovo trattative sospese; cominciava una movimentata assemblea generale.

«Se riprenderete il lavoro, altrove nessuno otterrà qualcosa, spiegava un rappresentante di un deposito degli autobus. Poi rivelava ai lavoratori del cantiere che lo stesso vice-Primo ministro aveva proposto loro 2.100 zloty di aumento a condizione  che riprendessero il lavoro senza informare di questo gli altri. Walesa ha ripreso l’argomento: «Non abbiamo il diritto di abbandonare quelli che sono entrati in sciopero per sostenerci. Dobbiamo continuare lo sciopero fino alla vittoria di tutti!». Applausi scroscianti. Ha anche proposto l’elezione di altri delegati di reparto, perché i primi non rappresentavano più il movimento. Nuovi applausi. I lavoratori del cantiere navale avevano appena riannodato i fili di una vecchia tradizione del movimento operaio: il principio di revoca dei rappresentanti in qualsiasi momento.

Quando i negoziatori governativi sono spariti, lo sciopero, che aveva dovuto fermarsi, riprendeva fiato di nuovo. Per tagliare l’erba sotto i piedi di ogni manovra di divisione – perché dappertutto le direzioni annunciavano che il “Lenin” aveva ripreso a lavorare – si è proposta una nuova forma di organizzazione. Le delegazioni delle altre fabbriche, accorse alle notizie, l’hanno approvata. Si sarebbero creati una piattaforma comune e un comitato centrale di sciopero, che prenderà il nome di Comitato di sciopero interfabbriche (MKS).

Al cantiere “Lenin” un migliaio di esitanti sono tornati a casa. Per tutti era chiaro, infatti, che il livello delle trattative era cambiato: i lavoratori si scontravano direttamente con il governo. Gli obiettivi di salari, prezzi, pensioni – all’origine dello sciopero – passavano in secondo piano. Erano soprattutto le garanzie politiche della loro concreta realizzazione quello che i lavoratori esigevano a partire da quel momento.

In tarda notte faceva la sua comparsa la piattaforma comune di rivendicazioni:

·        diritto di sciopero;

·        rispetto delle libertà di opinione, di espressione e di pubblicazione;

·        applicazione delle Convenzioni internazionali sulle libertà sindacali (ratificate dalla burocrazia polacca);

·        libere elezioni con la garanzia della rappresentanza di tutte le tendenze politiche;

·        liquidazione degli spacci “commerciali”;

·        liquidazione dei privilegi degli apparati e delle forze repressive;

·        libero accesso di tutte le Chiese ai mezzi di comunicazione di massa;

·        discussione nazionale sui modi per uscire dalla crisi economica;

·        rispetto dell’autonomia del potere giudiziario:

·        garanzia di approvvigionamento del mercato, quindi esportazione delle sole eccedenze.

Dell’elenco delle 21 richieste [vedi Scheda seguente], solo 3 erano specificamente materiali: 2.000 zloty di aumento uguale per tutti; rimborso spese per spostamento professionale; scala mobile dei salari. I militanti dell’opposizione - tra cui persone come Anna Walentynowicz, Lech Walesa, e Andrzej Gwiadza, membri del comitato di sciopero o, come Bogdan Borusewicz, uno dei fondatori del KOR - godevano di una stima reale fra i lavoratori, eppure venivano scavalcati ed erano spaventati.

 

Scheda

LE 21 RICHIESTE DEL COMITATO DI SCIOPERO INTERFABBRICHE (MKS)

1.        Riconoscere sindacati liberi e indipendenti dal Partito e dai datori di lavoro, in base alla Convenzione n. 87 dell’OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro), ratificata dalla Polonia.

2.        Garantire il diritto di sciopero, la sicurezza degli scioperanti e delle persone che li sostengono.

3.        Rispettare le libertà di espressione, di pubblicazione e di stampa, garantite dalla Costituzione. Bloccare la repressione delle pubblicazioni indipendenti e accesso di tutte le Chiese ai mezzi di comunicazione di massa.

4.        Ristabilire i diritti di chi è stato licenziato in seguito agli scioperi del 1970 e del 1976, come pure degli studenti espulsi dalle scuole superiori per le loro opinioni politiche; liberazione di tutti i prigionieri politici, compresi Edmond Zabrozynski, Jan Kozlowski e Marek Kozlowski e cessazione delle rappresaglie per motivi di opinione.

5.        Diffusione da parte mezzi di comunicazione di massa della notizia della creazione del comitato di sciopero interfabbriche e pubblicazione delle sue rivendicazioni.

6.        Promozione di concrete iniziative per far uscire il paese dalla crisi, ad esempio: diffusione pubblica di tutte le notizie sulla situazione socio-economica della Polonia e possibilità per tutti gli ambienti e gli strati sociali di partecipare alla discussione sul programma di riforme.

7.        Pagare tutti gli scioperanti come si pagano le ferie.

8.        Aumento mensile di 2.000 zloty del salario base di tutti i lavoratori, a compensazione dell’aumento del prezzo della carne.

9.        Scala mobile dei salari.

10.     Garanzia del rifornimento del mercato interno in prodotti alimentari e limitazione delle esportazioni alle eccedenze.

11.     Introduzione di tessere di razionamento per la carne, fino alla stabilizzazione del mercato.

12.     Eliminazione dei prezzi commerciali e delle vendite in divise straniere sul mercato interno.

13.     Nomine dei dirigenti sulla sola base della loro qualifica e non dell’appartenenza al Partito. Eliminazione dei privilegi della polizia (MO), della Sicurezza (SB) e dell’apparato del Partito, con parità degli assegni familiari e l’eliminazione delle vendite speciali.

14.     Diritto alla pensione dopo 35 anni di lavoro, a 50 anni per le donne e a 55 per gli uomini.

15.     Eliminazione delle disparità tra i sistemi pensionistici e livellamento a quello più favorevole.

16.     Miglioramento delle condizioni di lavoro della sanità, per garantire ai lavoratori i servizi di cui hanno bisogno.

17.     Creazione di nidi e scuole materne in numero sufficiente per i figlidelle madri che lavorano.

18.     Estensione a tre anni del congedo materno remunerato.

19.     Riduzione del periodo di attesa per l’assegnazione di alloggi.

20.     Aumento delle indennità di trasferimento, da 40 a 100 zloty, e dell’indennità di separazione.

21.     Compensazione della mancanza del sabato libero per le aziende che lavorano a pieno ritmo, con l’allungamento del periodo di congedo o con l’introduzione di giornate di ferie ad hoc.

 

«Questo non lo accetteranno mai!»

L’elenco delle richieste fissate significava lo scontro politico diretto con la burocrazia, e quei personaggi non si sentivano abbastanza forti né preparati a un’eventualità del genere. Il KOR non aveva sostenuto da sempre che occorreva organizzare la società senza curarsi del potere?

Walesa interveniva per primo: «Non accetteranno mai! Non possono essere condizioni sine qua non per riprendere il lavoro!». Lo avevano ascoltato e approvato, ma avrebbe vinto la speranza di veder formulare un programma alternativo, che tracciasse la via di un’altra Polonia senza l’odiato potere dei burocrati. Si intrecciavano due livelli di discussione: : quello della tattica e quello della strategia complessiva della trasformazione. «Sì. È vero, non accetteranno. Ma è quello che vogliamo, bisogna dirlo! Chi lo farà, altrimenti?», se ne usciva un operaio nella massa. «Sì, ben detto!», si sentiva approvare intorno a lui. La discussione è stata difficile. I lavoratori approvavano tutto sul posto: il contenuto della società cui aspiravano e la tattica di lotta? Sono venuti fuori argomenti forti. Bogdan Borusewicz: «Chiedere elezioni pluraliste è massimalismo. Se il Partito cedesse interverrebbe Mosca. Non c’è bisogno di richieste che o costringano il Partito alla violenza, o ne comportino il disfacimento. È stata l’eliminazione della censura a provocare l’intervento a Praga. Dobbiamo lasciargli una via d’uscita!». Un delegato lo interrompeva: «Una porta d’uscita gliela lasciamo, perché li lasciamo governare!». E Borusewicz: «Servono più obiettivi economici e rivendicazioni politiche trattabili, ad esempio la liberazione dei prigionieri politici, fornendone noi i nomi». (12)

Parallelamente all’elaborazione degli obiettivi, procedeva in ogni fabbrica l’organizzazione dello sciopero. Si eleggevano ovunque comitati di sciopero, e tutti inviavano una rappresentanza al cantiere “Lenin”, ed è lì che l’assemblea dei rappresentanti ha costituito il Comitato di sciopero interfabbriche (MKS), forte di circa 400 membri. I delegati facevano la navetta tra il “Lenin” e la loro fabbrica, riferivano sull’andamento dello sciopero e delle trattative. Erano revocabili in qualsiasi momento. Si è generalizzato l’impiego di registratori a cassetta, in modo che in ogni fabbrica i lavoratori potessero seguire lo svolgimento dei lavori del MKS e delle trattative.

Il MKS aveva tutte le prerogative per guidare lo sciopero. Creava commissioni di lavoro – sostentamento, informazione, rapporti con i giornalisti presenti sul posto, sicurezza – e decideva se certe fabbriche dovessero continuare a lavorare per garantire i bisogni di quelle che scioperavano. Ad esempio, la raffineria produceva, al rallentatore, la benzina necessaria ai trasporti, autobus e tram circolavano, l’industria alimentare superava i ritmi di lavoro più alti (fissati in precedenza dai burocrati) per garantire l’approvvigionamento della popolazione.  La “tri-città” (Danzica, Gdynya e Sopot) viveva al ritmo dello sciopero, al ritmo deciso da chi scioperava.

Per condurre le trattative e guidare lo sciopero di ora in ora, il MKS aveva eletto al proprio interno un presidio di 13 persone. Via via che il movimento si estendeva – il 18 agosto era già in sciopero un settore del perimetro di 100 chilometri intorno a Danzica – il MKS cresceva. Alla fine dello sciopero si conteranno circa 1.000 delegati.

Il lunedì 18 agosto, quando il vice-Primo ministro incaricato delle trattative si era chiuso in prefettura, attaccato alla linea diretta con Varsavia, al cantiere non lo aspettava più nessuno. Esplodevano le discussioni: sulla piattaforma, ma anche su tutto quello che aveva fatto scoprire lo sciopero: la democrazia, il sindacalismo, il ruolo dei lavoratori nel fare andare avanti il paese. I militanti del Comitato provvisorio per la costituzione dei sindacati liberi (13) – che si chiama “Sindacato libero” dal sabato 16 agosto, quando se ne è ufficialmente annunciata la fondazione durante un’interruzione delle trattative – impartiscono lezioni di formazione sindacale. Così, il cantiere navale somigliava alla Sorbona del maggio 1968.

 

 

Il sindacato libero è il controllo

 

Sugli obiettivi erano tutti d’accordo: «La cosa più importante  è il sindacato libero!». Ma tutte le speranze frustrate delle 21 rivendicazioni riemergevano nelle discussioni sul ruolo del sindacato. «Il sindacato libero è il controllo delle scelte economiche a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale. Occorre un nuovo piano ed è così che lo faremo».

«Un nuovo sindacato indipendente dallo Stato e dal governo, con un proprio giornale, è l’unica via per fare uscire il paese dalla crisi. Certo, la situazione economica è molto complicata… ma chi se non i lavoratori può dire chi ha ragione? Un nuovo sindacato eviterà tanti errori!». «Facciamo investimenti improduttivi, spendiamo male il nostro denaro. I lavoratori, i polacchi tutti, devono poter decidere tutto ciò che è necessario. Alcune riforme economiche saranno forse dure, ma un sindacato libero e il suo controllo su tutte le attività economiche del governo sono le uniche garanzie di poterne uscire». «Un’industria di prefabbricati qui vicino lavora al 50%. Il governo ha deciso di costruirne un’altra vicino a questa. È assurdo. È inutile. Può darsi che il Comitato centrale [del Partito] lo ignori, ma noi operai lo vediamo tutti i giorni». Tutte queste idee, avanzate il 26 agosto in occasione delle trattative con il nuovo esponente del governo, il vice-Primo ministro Miekzyslav Jagielski, sono nate da quelle discussioni, spesso a pezzi e bocconi, durante i primi giorni di occupazione.

In quei giorni, durante i quali la burocrazia, visibilmente divisa, era incapace di arrivare a una decisione (cedere o reprimere), in cui i giornali polacchi cambiavano tono di giorno in giorno a seconda dei rapporti di forza in seno al Comitato centrale, (14), gli scioperanti prendevano sempre più coscienza del significato della loro lotta: qualunque fosse la soluzione finale, il compromesso da fare, questo sciopero è solo l’inizio. Dopo, con il sindacato, bisognerà continuare. Fino a dove? La domanda restava in sospeso.

Le notizie sull’estendersi degli scioperi erano seguite con un’attenzione tutta particolare. Si prendevano d’assalto le postazioni in grado di captare le radio straniere. A Danzica tutti si potevano rendere conto del rafforzarsi del movimento. Quelli che, esitando per un attimo, si erano allontanati dal cantiere, sono ritornati a occuparlo. Ma dalle altre parti? Solo il martedì 19 agosto a Danzica gli scioperanti hanno saputo con certezza che a Stettino lo sciopero era altrettanto generalizzato dopo tre giorni e che, sul modello di Danzica, si era costituito un MKS e che anche lì gli scioperanti avevano respinto le prime, insignificanti, proposte del potere e avevano messo al primo posto la questione del sindacato libero.

Segnali di solidarietà erano attesi con la massima impazienza. Lo attesta l’accoglienza riservata a Claude Sardais, esponente della CFDT, acclamato e portato in trionfo quando è arrivato portando un messaggio di solidarietà e 11.000 franchi di sostegno. Ed era lo stesso il tono quando è arrivata una delegazione di una miniera di carbone della Slesia per informarsi e chiedere consiglio. E, il 20 agosto, mentre a Varsavia il KOR annunciava 300.000 scioperanti in tutto il paese, a Danzica gli scioperanti aspettavano ancora impazienti che arrivasse a portare notizie qualche delegazione sfuggita allo Stato di polizia.

In ogni caso, dopo il discorso televisivo del segretario del Partito, Edward Gierek, il 19 agosto, il movimento di sciopero si era esteso. Oltre a Stettino, la città di Elblag(15) si era munita di un MKS. E l’intero litorale baltico tra Danzica e Stettino – circa 100 chilometri – era in ebollizione. In tutta la Polonia si moltiplicavano interruzioni del lavoro in segno di solidarietà.

Nelle miniere della Slesia, avevano fatto la loro comparsa «consigli operai» semiclandestini, pronti a dichiararsi apertamente nel caso che quelli di Danzica avessero avuto bisogno del loro aiuto. Anche se Gierek si era dimostrato incapace di offrire ai lavoratori in lotta nient’altro che discorsi vuoti, la sua sola comparsa ha fatto sentire la gravità della situazione. Un segretario che si fa l’autocritica e parla degli scioperi, annunciando che alcuni degli obiettivi sono giusti mentre altri li rimettono in forse, che “consiglia” di non andare troppo in là perché ci sono cose su cui non esiste possibilità di compromesso – in breve, manifestando la paura della sua casta - questo non era dato vederlo in TV tutti i giorni. I lavoratori, consapevoli della propria forza, non si lasciavano più prendere in giro dal discorso cinico di un burocrate senza vie di scampo. L’arresto dei militanti del KOR e i minacciosi editoriali sugli «elementi antisocialisti» hanno fatto il resto. La maggioranza degli operai polacchi aveva capito che c’era nell’aria una prova di forza, il cui sbocco poteva essere favorevole a loro.

Eppure la situazione restava incerta. La TV polacca menzionava spesso «gli scioperi di Danzica e di Stettino», che ormai era diventato impossibile nascondere, sottolineando che spaventavano «la gente comune», con gli impiegati che dovevano alzarsi due ore prima per recarsi al lavoro, le madri che non riuscivano a fare la spesa (come se fosse cambiato qualcosa al riguardo!), gli studenti che volevano andare a scuola, ecc. Presentava lunghe interviste di operai al lavoro in altre parti della Polonia, che spiegavano che lavorare è l’unico modo per migliorare «la situazione disastrosa del paese». Ha riportato anche un’omelia molto ambigua (e resa ancor più ambigua dal censore) del cardinal-primate di Polonia, Stefan Wyszynski, che cercava di mettere insieme il lupo con le pecore. Ma i lavoratori non erano scemi. Vedevano che lo sciopero generale era possibile, e aspettavano il segnale.

Ma il segnale non verrà. A Danzica il MKS non si prestava a nessuna avventura. Sicuro di vincere o non volendo far vedere la propria incertezza, attendeva con calma proposte costruttiva dal potere. Riforniva addirittura di benzina, con il contagocce, la polizia. Come dirà più tardi Walesa all’ultima tornata di trattative, parlando del Comitato centrale del Partito: «Io dico che in questo momento non è l’istanza politica più elevata», sintetizzando così quel sentimento che si andava affermando a mano a mano che lo sciopero perdurava e la direzione del Partito rivelava la propria incapacità. C’era anche stato il problema – dopo che Tadeusz Pyka, «chiamato ad altri incarichi a Varsavia», era stato sostituito come capo della commissione governativa per la trattativa da un altro vice-Primo ministro, Myeczyslaw Jagielski, e che quest’ultimo aveva ripreso la contrattazione con il MKS il 21 agosto – del lancio di un appello del comitato di sciopero ai lavoratori polacchi: «Non siamo favorevoli all’estendersi degli scioperi, che rischiano di spingere il paese sull’orlo del precipizio; non intraprendete altri scioperi», diceva in sostanza il comunicato, prima però di precisare: «Se non otteniamo risultati entro tre o quattro giorni, allora, si estendano pure gli scioperi!». E ripeteva che il problema principale era quello del sindacato libero. All’ultimo minuto, temendo che tutti avrebbero interpretato il comunicato nel senso che il potere si era trasferito da Varsavia a Danzica, dal Comitato centrale al MKS, il governo si è opposto alla sua diffusione televisiva.

 

 

Myeczyslaw Jagielsi: «Accetto, firmo!»

 

Nominato il 21 agosto capo della commissione governativa, mentre il Primo ministro Edward Babiuch era appena saltato, Jagielski ha fatto a Danzica un ingresso che si è notato, annunciando alla radio locale: «Possiamo accogliere subito alcune vostre richieste. Quanto alle altre, spiegheremo perché ci è impossibile farlo». Ha anche accettato di recarsi al cantiere navale per trattare con il MKS. Attorniato da “esperti”, ha facilitato l’arrivo a Danzica di intellettuali indipendenti, accettati dagli scioperanti come “esperti” che potevano aiutarli, soprattutto per le questioni giuridiche. Il potere sperava che tra “esperti” dello stesso mondo ci si potesse intendere più facilmente. Invano: il MKS non si è lasciato sfuggire in alcun momento la direzione dei negoziati e ha utilizzato gli esperti per spiegare ai lavoratori i problemi giuridici più complicati.

Il negoziatore governativo, comunque, si mostrava intransigente sul punto del sindacato libero, tentando di spostare il problema verso la «liberalizzazione» dei sindacati ufficiali. Nell’apparato, dove il vice-Primo ministro Babiuch era stato sostituito, si era ormai in assetto di combattimento. Già all’entrata in sciopero del cantiere navale, quando il MKS ha preso in mano il funzionamento della “tri-città”, si erano verificate isolate diserzioni di burocrati spaventati, come nel caso di quel signore, numero due del servizio del personale del cantiere “Lenin”, padrone prima dello sciopero della sorte di 17.000 lavoratori, che era salito alla tribuna per spiegare che «stava con i lavoratori in sciopero» e che «aveva sempre dimostrato simpatia per loro». Temendo però sia i lavoratori, sia i propri «compagni», la maggioranza dei quadri d’apparato era rimasta in silenzio.

Tuttavia, scontri durissimi avevano ormai visto la luce in seno allo stesso apparato centrale, tra i sostenitori della “maniera dura”, che avevano spedito a Danzica rinforzi di polizia antisommosse e gas paralizzanti, predisponendo l’aggressione del cantiere con la forza, e quelli che pensavano ancora di poterne uscire temporeggiando. Il V Plenum del Comitato centrale, tenutosi il 30 agosto, è stato particolarmente diviso. Tutto a porte chiuse, neanche le stenografe potevano entrare. Se quel Plenum non annunciava (ancora) le dimissioni di Gierek, questo si doveva alla sua posizione internazionale e al tempo necessario a trovargli un sostituto gradito ai diversi settori della casta al potere. Bisognava anche evitare di dare l’impressione di prendere una decisione del genere “a caldo”, sotto la spinta degli avvenimenti, cedendo cioè di fronte a uno sciopero potenziale.

Alla fine, l’effervescenza era forte anche fra la base del Partito operaio unificato polacco (POUP, al potere). Vi circolava un manifesto che esigeva il rinnovamento e aveva già raccolto parecchie firme. Si pensava, del resto, che il 40% dei delegati del MKS avessero in tasca la tessera del partito. Ed erano state annullate parecchie riunioni di cellula o di quadri di partito: avevano «paura di non poter rispondere alle domande» della base.

Negli ultimi giorni si sono aperte alcune brecce anche nelle forze di repressione. Ad esempio, gli scioperanti hanno reso pubblica una comunicazione tra poliziotti captata via radio, in cui questi annunciavano che alcuni ufficiali dell’esercito distribuivano un volantino di sostegno agli scioperanti. Del resto, il bollettino quotidiano del MKS, Solidarnosc, era entrato in alcune caserme. Il 31 agosto si era recata al cantiere navale una delegazione di soldati, che annunciava che i militari facevano lo sciopero della fame in solidarietà con gli scioperanti.(16)

Dopo due giorni di accese discussioni, durante le quali Jagielski cercò invano di svuotare di contenuto le richieste politiche, di attenuarne il significato, arrivando anche a cercare di far firmare una copia in cui era sparito il termine «indipendente» a proposito del sindacato autogestito, la burocrazia cedeva su tutta la linea. Era sorto il sindacato libero, otteneva sedi ufficiali, si apprestava a pubblicare un giornale.(17) Si riconosceva il diritto di sciopero. Gli scioperanti e «le persone che li sostenevano» si vedevano garantire l’impunità. I prigionieri politici dovevano essere liberati. Il presidio del MKS si trasformava in direzione provvisoria del sindacato.

Se, sui problemi concreti, l’accordo non era troppo preciso, il governo si impegnava comunque a presentare entro una precisa scadenza un programma particolareggiato per la concreta realizzazione delle richieste, riconoscendo in tal modo un’autorità superiore alla propria.

Si vedeva, del pari, costretto ad accettare un dibattito nazionale sui modi di tirar fuori il paese dalla crisi.

Per tutti i lavoratori la vittoria era completa. Il riconoscimento di sindacati indipendenti dal potere, non limitati geograficamente, inaugurava per le loro vite e le loro lotte una fase nuova. Potevano accumulare le loro forze e preparare nuovi scontri. Meglio, avrebbero potuto controllare passo per passo le pratiche del governo e, all’occorrenza, censurarlo. Il contenuto dell’accordo corrispondeva a questo livello di coscienza: se i lavoratori si erano ritratti all’idea della presa del potere e sostenevano che il loro non era uno sciopero politico, ritenevano al tempo stesso che le prerogative sindacali rappresentassero la maggior parte delle funzioni del potere operaio reale. «Una volta siglato l’accordo, non si è chiuso niente, tutto continua», proclamava Walesa.

In ogni parte della Polonia, delegazioni operaie chiedevano la registrazione di una nuova associazione. Il nome? “Sindacato indipendente autogestito”. La sede? “via Marchlewskiego, 13, Danzica”.(18)

Era cominciata in Polonia la rivoluzione politica. Il potere, allo sbando, ha ceduto una prima volta. Prossima scadenza: il Congresso nazionale del “Sindacato indipendente autogestito”, che il MKS di Danzica prepara per le prossime settimane.(19)

 

 

La vittoria dei minatori della Slesia

 

Molte delegazioni di minatori della Slesia si erano recate al cantiere navale “Lenin” di Danzica durante la seconda settimana di sciopero, a portare la loro solidarietà ma anche a chiedere se dovevano entrare in sciopero anche loro. Nonostante i consigli di moderazione ricevuti, prima che a Danzica fosse stato firmato l’accordo in Slesia sono scoppiati alcuni scioperi. Il 28 agosto la miniera di Jastrzebie si metteva in moto, seguita nel giro di due giorni da altre 28 miniere e 27 fabbriche. Seguendo l’esempio di Danzica, 300.000 scioperanti costituivano un comitato di sciopero interfabbriche.

L’Alta Slesia, regione di antica industrializzazione, conosceva un movimento simile per la prima volta da decenni. Prima della guerra, i sindacati controllati dalla Democrazia cristiana erano poco inclini a scioperare. In seguito, i salari elevati e le misure sociali avevano messo la regione al riparo dal 1956, dal 1970 e dallo sciopero del 1976. Nel giugno 1980, la burocrazia aveva concesso un consistente aumento salariale ai minatori e ai siderurgici, smorzando in anticipo il malcontento causato dall’aumento dei prezzi del 1° luglio.

In seguito, «ha giocato il clima di Danzica. Siccome perdurava, questo ci ha consentito di riflettere sui sindacati liberi e sulla libertà di espressione, di capire che cosa pensassimo nel profondo di noi stessi. Poi la cattiva gestione, l’inflazione» che si mangia gli straordinari, «hanno fatto sì che i lavoratori dicessero “No!”».(20)

Fatto significativo, fra i dirigenti dello sciopero c’erano parecchi membri del Partito. B. Guetta, l’inviato speciale di Le Monde a Jastrzebie, riferisce il seguente dialogo: «Allora siete un traditore del Partito? - No di certo, sono fedele al Partito ma, come diceva Lenin, che non è un idiota, l’obiettivo finale è quello di dare il potere alla classe operaia. Io non voglio comperarmi una Mercedes e nemmeno una Volskwagen, ma voglio che le mogli degli scioperanti non debbano fare la coda davanti ai negozi e che la gente viva decentemente». E un altro soggiungeva: «Il sistema in quanto tale è il migliore che si possa immaginare. Ma va cambiato il modo in cui si esercita il potere e occorre che quella gente che ha conti in banca in Occidente la smetta di arricchirsi e cominci a riflettere su cosa si deve fare perché il paese sia quello che dovrebbe essere».

Una rivendicazione particolarmente esplosiva nella Slesia, dove già da lunga data i burocrati erano abituati ad arricchirsi abusando dei beni collettivi. Gierek aveva esteso l’abitudine al complesso della Polonia solo nel 1971 ma, come segretario del Partito in questa regione dal 1957, vi godeva di una reputazione certa e fondata.

Il 4 settembre, il potere concedeva al MKS della Slesia le 21 richieste di Danzica. In aggiunta, i lavoratori ottenevano il sabato libero a partire dal 1981, la pensione a 50 anni per chi lavorava sottoterra, l’eliminazione del lavoro in «4 turni di 6 ore», l’aumento degli assegni familiari al livello di quelli della milizia e lo scioglimento del locale sindacato ufficiale, il cui fondo cassa passava al sindacato libero.

Erano all’ordine del giorno il coordinamento con gli operai del litorale e la costituzione di un sindacato indipendente su scala nazionale.

 

 

 

NOTE

(1) L’opposizione polacca - organizzata allora in seno al Comitato di difesa degli operai (KOR) diventato Comitato di difesa sociale (KSS-KOR), al Movimento di difesa dei Diritti dell’uomo e del cittadino (ROPCiO) e alla Confederazione della Polonia indipendente (KPN) – pubblicava clandestinamente dal 1976 vari bollettini ed anche libri. Il bollettino del KOR rivolto ai lavoratori, Robotnik (“Operaio”), in un numero speciale distribuito a fine 1979-inizio 1980, aveva pubblicato in varie decine di migliaia di copie un programma d’azione che si concludeva con la rivendicazione di sindacati liberi.

(2) Lo sciopero e la manifestazione dei lavoratori di questa fabbrica (che si chiamava allora ZISPO -Impresa metallurgica Josef Stalin di Poznan e produceva locomotive a vapore) , dapprima duramente repressi – il Primo ministro Cyrankiewicz, ex socialdemocratico che aveva organizzato l’inserimento del Partito socialista polacco nel partito unico stalinista nel 1948, aveva allora dichiarato: «Chi alza la mano sul potere popolare deve sapere che gli verrà tagliata!» - avevano innescato il processo della rivoluzione dei consigli operai, culminata nell’ottobre 1956 (l’“Ottobre polacco”).

(3) Questa fabbrica di trattori, che occupava svariate decine di migliaia di lavoratori e il cui sciopero del giugno 1976 – duramente represso – ha indotto gli intellettuali dell’opposizione a creare il KOR nel settembre dello stesso anno, è diventata il bastione del sindacalismo indipendente nel corso degli anni Ottanta. È stata liquidata negli anni Novanta, dopo la restaurazione del capitalismo.

(4) La FSM produceva su licenza la Fiat 126p, ed è stata poi privatizzata nel 1992, a vantaggio della FIAT.

(5) Fabbrica di elicotteri i cui scioperanti, insieme ai ferrovieri, sono stati all’origine dello sciopero generale della regione di Lublino nel luglio 1980. Nel gennaio 2010 è stata privatizzata a pro dell’Augusta-Westland, che ha acquisito l’87,62% delle azioni per 82,2 milioni di euro (pari all’incirca alla cifra d’affari della fabbrica nel 2009).

(6) Nel giugno 1976 erano scoppiati scioperi contro l’aumento dei generi alimentari alla Ursus (trattori) - dove i lavoratori hanno bloccato la linea ferroviaria internazionale Parigi-Mosca - e alla Radom (industria meccanica), o si erano verificati cortei e scontri di piazza con la polizia, come alla Plock (petrolchimica). Le autorità hanno ceduto sui prezzi, ma moltiplicato gli arresti e le condanne dei lavoratori che avevano scioperato. Allora gli intellettuali d’opposizione hanno assunto la difesa dei lavoratori.

(7) Nel dicembre 1970, in seguito all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, sono scoppiate manifestazioni nei porti del Baltico, a Danzica, Gdynia e Stettino. Radunatisi davanti alle sedi di dipartimento del partito al potere, i lavoratori le hanno occupate di forza quando i burocrati si sono rifiutati di trattare. La polizia (5.000 persone) e l’esercito (27.000 soldati, 500 carri armati e 700 blindati) hanno sparato, uccidendo almeno 39 manifestanti e ferendone 164. Oltre 3.000 sono stati gli arresti. Il Segretario del Partito, Wladyslaw Gomulka (portato al potere nell’ottobre 1956), è stato destituito il 20 dicembre 1970 e sostituito da Edward Gierek. Quest’ultimo si è incontrato a Danzica e Stettino con gli scioperanti (gennaio 1971), riuscendo a convincerli che non si poteva annullare l’aumento dei prezzi, perché i generi alimentari mancavano essendo ferma la produzione. Nel febbraio 1971 gli operai dell’industria tessile di Lodz hanno scioperato, rifiutandosi di trattare finché non fosse stato annullato l’aumento dei prezzi. Vinsero loro: i prezzi dei principali generi alimentari sono stati bloccati al livello precedente l’aumento.

(8) Il resoconto di Robotnik dello sciopero della Ursus è stato pubblicato in Inprecor (nn. 82-83, 31 luglio 1980).

(9) Questo illumina singolarmente la replica dei burocrati sull’ubriachezza degli operai…Appena essi hanno cominciato a svolgere il proprio ruolo, a occuparsi degli affari del paese, sparivano “alcoolismo” e “disperazione”. Nei 18 giorni di sciopero, i lavoratori del cantiere (dai 15.000 ai 17.000) non hanno bevuto un goccio di alcool. È stata invece la volta che a bere sono stati i burocrati! Nel 1980 e 1981 il consumo di alcool si è ridotto a un terzo. È aumentato molto dopo il colpo di Stato del 13 dicembre 1981.

(10) Nome della centrale ufficiale unica dei sindacati. Nell’apparato burocratico si distingueva per la sua funzione di parcheggio dei burocrati allontanati dalla direzione: essi conservavano i loro privilegi, le loro onorificenze, ecc., e… potevano dedicarsi al loro hobby preferito.

(11) Intervista a Rouge, n. 933,29 agosto 1980. Jean-Yves Touvais (pseudonimo di Jean-Yves Potel), giornalista di Rouge, si trovava al cantiere “Lenin” di Danzica nell’agosto 1980 e ha permesso al giornale della LCR di informare i lettori e le lettrici sugli sviluppi di questo storico sciopero nel modo più completo rispetto alla maggior parte dei quotidiani (Le Monde, con Bernard Guetta, suo inviato speciale presente nel cantiere navale, ha costituito una notevole eccezione). Jean-Yves Potel ha pubblicato nel 1981 un considerevole saggio/reportage sugli scioperi di agosto 1980: Scènes de grève en Pologne [“Scene di sciopero in Polonia”], Éd. Noir sur Blanc, Losanna-Parigi, 2000).

(12) La discussione è stata riportata da Bernard Guetta, in Le Monde, 19 agosto 1980. Da notare come Bogdan Borusewicz, militante sperimentato, nell’opposizione dal 1968, dimostrasse i limiti di quell’esperienza, guardando al passato di fronte al brusco cambiamento della situazione (intervento in Cecoslovacchia nel 1968), laddove il rapporto di forza tra la burocrazia e la classe operaia stava cambiando bruscamente: i lavoratori imparavano in un giorno più di quanto non avessero fatto per anni, scoprendo la loro forza fino ad allora solo potenziale, e lo sciopero generale era nell’aria; l’URSS era impegolata nella guerra in Afghanistan...

Borusewicz aveva appena espresso «il timore dell’intervento sovietico» che, nei sedici mesi successivi, avrebbe portato i militanti del KOR, fino ad allora con un ruolo di avanguardia, a cercare di imporre «l’autolimitazione» alla rivoluzione polacca, a contrapporsi alla dinamica del movimento di massa, a frenare l’iniziativa spontanea o proposta da altri militanti (lo «sciopero attivo», vale a dire: la presa del controllo della produzione e della distribuzione da parte dei lavoratori autorganizzati; il problema della presa del potere centrale ad opera delle masse organizzate nel poderoso movimento sociale e sindacale che avrebbe fondato il sindacato indipendente autogestito Solidarnosc e in quello dei consigli operai che si sarebbe coordinato su scala regionale e nazionale nel 1981; l’esigenza di far penetrare il movimento nelle caserme, imponendo il diritto dei soldati a organizzarsi sindacalmente…) e, per finire, a rivelarsi incapaci di preparare il movimento allo scontro inevitabile, lasciando alla burocrazia la possibilità di scegliere la data, di riprendersi l’iniziativa e instaurare lo stato di guerra il 16 dicembre 1981.

Il programma d’azione elaborato dai militanti del KOR e pubblicato in Robotnik culminava infatti nella rivendicazione del sindacato libero ma, una volta realizzato questo obiettivo, il KOR restava senza programma, mentre non era più possibile a lunga scadenza la coabitazione tra un potere operaio nascente e il potere della burocrazia, sempre più ristretto al suo apparato repressivo.

(13) Il comitato contava, prima dello sciopero, una ventina di militanti più o meno attivi (Lech Walesa, ad esempio, partecipava poco alle riunioni di discussione e formazione, ma era il primo a lanciare i volantini dall’alto di un tetto…) e una rete di contatti, ma è stato in grado di organizzare manifestazioni (vietate) con svariate migliaia di partecipanti.

(14) Pur mantenendo la costanza: «Secondo l’Agenzia PAP, nella giornata odierna, in alcune fabbriche della “tri-città” continuano le interruzioni del lavoro» (cosa che a Danzica si riportava come una battuta).

(15) A meno di 100 chilometri a Sud-Est di Danzica, con allora 110.000 abitanti, nonché prefettura dell’omonimo dipartimento.

(16) Purtroppo i legami con i soldati di questo importante esercito di leva non sono stati curati dai dirigenti del sindacato uscito dallo sciopero. La durata del servizio militare è stata prolungata dal governo per evitare che la truppa fosse infiltrata dalla nuova generazione che aveva conosciuto i primi mesi della rivoluzione e per lasciarvi quelli che, isolati nelle caserme, non hanno avuto modo di sentire il vento della libertà che aleggiava nel paese. Il sindacato Solidarnosc si è rifiutato – per l’influenza della tesi della necessaria autolimitazione avanzata dai militanti del KOR – di rivendicare il diritto sindacale nelle caserme. La burocrazia ha così potuto contare sul suo esercito per effettuare il colpo di Stato e spezzare il movimento, nel dicembre 1981.

(17) Immediatamente, sono comparsi migliaia di bollettini sindacali – distribuiti internamente, anche se il sindacato Solidarnosc aveva raggiunto molto rapidamente 10 milioni di iscritti (su 14 milioni di persone in età lavorativa) – nella maggior parte delle grandi fabbriche e nelle strutture regionali del sindacato (che ha ripreso la struttura dei comitati di sciopero interfabbriche in tutto il paese). Bisognerà tuttavia attendere vari mesi perché esca, sottoposto alla censura, il settimanale del sindacato. Quanto al quotidiano, vedrà la lice solo nel 1989, dopo un’intesa sulla restaurazione del capitalismo e della democrazia parlamentare tra una direzione sindacale già ampiamente autonomizzatasi dalla base e la burocrazia statale che trasformava i propri privilegi di funzione (instabili) in privilegi proprietari…

(18) L’indirizzo della prima sede del sindacato libero a Danzica

(19) Così terminava l’articolo scritto il 2 settembre 1980. Il seguito è un post scriptum della sera del 4 settembre, aggiunto all’ultimo momento nel n. 84 di Inprecor. La prima riunione nazionale dei delegati dei sindacati liberi in corso di costituzione si è svolta a Danzica il 17 settembre. Durante quell’incontro, Karol Modzelewski, oppositore da lunga data e autore insieme a Jacek Kuron di un vero e proprio “programma di rivoluzione antiburocratica” [tr. it.:J. Kuron, K. Modzelwski, Lettera aperta al POUP, Samonà e Savelli, Roma 1967], è riuscito a convincere i presenti che occorreva costruire un sindacato nazionale unificato, proponendo il nome di Solidarnosc. Il sindacato, dopo altre lotte, sarà registrato ufficialmente il 10 novembre 1980. Il suo primo congresso nazionale si è tenuto in due tempi - dal 5 al 10 settembre 1981 e dal 26 settembre al 7 ottobre  - a Danzica.

(20) Questa e le successive citazioni sono ricavate dal reportage di Bernard Guetta, in Le Monde, 15 settembre 1980.

 

 

 



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