Un “accordo del secolo” senza sorprese

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Un “accordo del secolo” senza sorprese

di Cinzia Nachira

da http://rproject.it

Il cosiddetto “accordo del secolo”, annunciato molti mesi fa da Donald Trump ed ora reso pubblico nel duetto con Benjamin Netanyahu di martedì 28 gennaio 2020 alla Casa Bianca, non riserva molte sorprese, almeno per coloro che non si aspettavano un improvviso sussulto di onestà da parte degli Stati Uniti; da sempre mediatori disonesti perché il loro primo obiettivo è sempre stato quello di preservare l’alleanza strategica con lo Stato di Israele e con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita. Anche nei momenti di maggior attrito tra le amministrazioni statunitensi e i diversi governi israeliani, mai gli Stati Uniti hanno fatto ciò che solo loro potevano fare: costringere l’élite politica israeliana, laburista o del Likud che fosse, ad accettare un piano negoziale minimamente dignitoso per i palestinesi.

Quanto è accaduto a Washington è stato solo l’ultimo atto, sicuramente non quello finale, in cui Israele e Stati Uniti hanno fatto chiarezza su un punto di fondo: la visione, come la pratica, riguardo alla questione palestinese non è filo-israeliana, ma è quella israeliana. Anzi, quella dell’estrema destra israeliana.

Mahmud Abbas, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, non poteva che dichiarare il rifiuto totale, almeno a parole, del progetto. Il vecchio leader palestinese è in una situazione più difficile di quella in cui si trovò Yasser Arafat nel 2000, quando Ehud Barak tentò di costringerlo a firmare gli accordi di Camp David, sotto gli auspici del presidente Bill Clinton, che altro non erano che l’anticamera di quelli attuali. Il rifiuto di Yasser Arafat all’epoca sorprese molti, ormai abituati come eravamo a vedere la leadership palestinese accettare qualunque accordo, sempre al ribasso, pur di preservare la propria esistenza politica e quella degli apparati dell’OLP e dell’ANP.

Ma c’è un limite anche al peggior opportunismo politico? Purtroppo no. Se all’epoca Yasser Arafat non poté accettare di firmare quell’accordo che avrebbe significato mettere fine ad ogni rivendicazione seppure minima, oggi Mahmud Abbas fa marcia indietro, pochi giorni dopo averla annunciata, sulla fine di ogni collaborazione con Israele e con gli Stati Uniti – con il primo anche in materia di sicurezza. Perché, in fin dei conti, ciò che sta a cuore alle due direzioni politiche palestinesi – l’ANP in Cisgiordania e Hamas a Gaza – è sempre e comunque la propria sopravvivenza e la salvaguardia di apparati politici, amministrativi e di sicurezza che, fin dagli accordi di Oslo del 1993, sono legati a doppio filo con la potenza occupante tanto da diventarne una componente strutturale.

L’annuncio di questo piano fa emergere in modo chiarissimo un elemento già presente nel conflitto israeliano-palestinese almeno dal 1967-68 – ossia da quando la resistenza palestinese si diede strutture autonome rispetto alla Lega Araba: l’ambiguità dei governi della regione nei riguardi dei palestinesi. Da molto tempo la solidarietà e l’appoggio ai palestinesi dei Paesi arabi, i cui governi spesso in questi ultimi nove anni hanno dovuto far fronte alle rivolte che in molti casi li hanno detronizzati, ha perso anche quell’alone ipocrita che li dipingeva come sostenitori della causa palestinese.

A Washington erano presenti alla kermesse organizzata da Trump e Netanyahu anche alcuni ambasciatori arabi negli Stati Uniti, tra cui quello degli Emirati Arabi Uniti (EAU), che in un primo momento si era espresso via Twitter in modo entusiastico verso “l’accordo del secolo” definendolo un’iniziativa seria ed elogiando “i continui sforzi degli Stati Uniti per giungere ad un accordo di pace palestinese-israeliano”. Lo stesso tono è stato usato dai dirigenti sauditi – senza alcuna sorpresa per coloro che non si fanno accecare dalla cortina fumogena sparsa a piene mani in questi giorni.

L’elemento più scandaloso però nessun leader arabo l’ha sottolineato: l’esclusione dei palestinesi dal tavolo negoziale. L’accettazione o la contrarietà esplicita a questo accordo fino ad ora sono state espresse solo ed esclusivamente in base a degli interessi specifici in merito alle conseguenze dell’attuazione del piano.

La stessa riunione straordinaria dei ministri degli esteri della Lega Araba è stato l’ennesimo teatrino il cui scopo era quello di mostrare almeno una parvenza di unità rispetto a quella che, fino a qualche anno fa, era la questione dirimente in Medioriente. Ma le conclusioni di quel vertice di sabato primo febbraio 2020 in realtà non fanno fare alcun passo avanti ai palestinesi.

Ma nessuno, dotato anche solo del minimo buon senso, poteva attendersi qualcosa di diverso, per almeno due buoni motivi. Per un verso, come si è detto prima, per i governi arabi fin dalla guerra del 1947-49 la causa palestinese è stata usata soprattutto come un utile strumento di politica interna e per offrire all’esterno un’immagine dei vari regimi, dispotici e dittatoriali o relativamente democratici, più accettabile. In questa trappola propagandistica siamo caduti molto più noi occidentali che i popoli dei Paesi arabi. Ossia, per noi un regime è stato ritenuto accettabile in base alla posizione riguardo a Israele (fosse questa vera o presunta) anche quando si era di fronte a dittature sanguinarie e regimi oppressivi (i casi più eclatanti sono stati Saddam Hussein, Mohammar Gheddafi e la dinastia degli Assad). Non ci siamo mai posti nell’unica prospettiva che poteva farci comprendere cosa realmente avevamo di fronte: questo è il secondo buon motivo per cui chi cerca nei debolissimi distinguo della Lega Araba un filo di speranza non ha capito nulla della vera posta in gioco. Il destino dei palestinesi era già legato in passato, ma ora lo è indissolubilmente, ai cambiamenti necessari in senso realmente democratici nei Paesi arabi.

Il motivo essenziale è che l’impasse politica è dovuta al fatto che l’élite politica che oggi pretende di rappresentare i palestinesi è legata in modo organico alle leadership dei Paesi arabi che in buona sostanza sono l’eredità della divisione coloniale della regione alla fine della prima guerra mondiale. Queste direzioni politiche oggi temono molto più di prima che la causa palestinese possa tornare ad essere ciò che era tra gli anni sessanta e settanta del ‘900, ossia la punta di lancia di una rivoluzione araba che all’epoca non riuscì a esplodere, ma che invece dal 2011 esiste, pur con tutte le sue drammatiche contraddizioni e conseguenze.

Di questo sono coscienti esattamente tutti i governi arabi, più o meno falsi amici dei palestinesi; infatti le retromarce dagli entusiasmi iniziali di alcuni di questi verso il piano Trump-Netanyahu si spiegano con il terrore che l’ennesimo insulto aggiunga nuova linfa alle rivolte già in atto, mettendo a rischio monarchie o finte democrazie e non certo per le dichiarazioni di un leader ormai screditato come Abu Mazen o una leadership sempre più in difficoltà come quella di Hamas. Quest’ultima è probabile stia ragionando esattamente come l’ANP: approfittare di questo piano inaccettabile per riacquistare credibilità presso la propria opinione pubblica, sempre sperando, dal loro punto di vista, che il governo israeliano non sia così lesto nell’annettersi tutto ciò che gli si offre in questo momento.

Da molto tempo i palestinesi hanno un problema centrale: l’assenza di una alternativa credibile alle attuali direzioni politiche in campo e questo li rende ostaggi di una situazione senza via d’uscita. Ma una nuova direzione politica palestinese alternativa all’ANP e a Hamas potrà emergere solamente se la resistenza ai tentativi di cancellare la Palestina dall’agenda politica e geografica regionale e internazionale riuscirà a unirsi alle rivolte già in atto negli altri Paesi. Questo è un elemento fondamentale perché, soprattutto in Occidente, si ha l’abitudine di guardare alla Palestina come qualcosa di avulso dal contesto in cui vive. Questo approccio errato deriva dal fatto che, come abbiamo già sottolineato, la resistenza palestinese ha rappresentato per decenni la punta avanzata di quella sempre evocata, ma mai realizzata, rivoluzione araba che avrebbe dovuto rimettere in discussione le eredità coloniali. Questa è una posizione, però, che per un verso non fa i conti con la realtà mediorientale e, per altro verso, tende a nascondere che sia la leadership dell’ANP sia quella di Hamas (con il nulla in mezzo) sono legate a doppio e terzo filo a quelle potenze regionali e internazionali che dal 2011, anche a costo di massacri inenarrabili, la distruzione di interi Paesi (è il caso tremendo della Siria, dell’Iraq e della Libia), la dispersione di milioni di profughi e centinaia di migliaia di morti, stanno tentando di fermare quel movimento di massa che invece, malgrado tutto, rialza la testa in Libano e in Iraq (due Paesi inizialmente non toccati dalle rivolte del 2011). I movimenti di protesta che si sono imposti in Libano e in Iraq si dimostrano ben più maturi di ciò che si potesse immaginare e sperare, soprattutto quando in entrambi i Paesi le piazze invocano la fine della divisione confessionale.

Il rifiuto della divisione confessionale tra sunniti e sciiti è l’elemento che più di ogni altro terrorizza questi governi, dinastici o meno che siano, perché rappresenta invece il cardine su cui si è basata la politica delle potenze regionali, e non solo, nei Paesi dove grazie a questo sono state snaturate le rivolte.

Si potrebbe obiettare che in Palestina questo problema è marginale, ma questo è vero solo in parte. Perché se è vero che i palestinesi sono in gran parte sunniti, è vero anche che l’elemento religioso è stato spesso utilizzato come spiegazione, accreditato anche a sinistra negli ultimi anni, accettando di fatto la lettura sionista dell’origine del conflitto.

È il vecchio tentativo di cancellare la natura colonialistica del progetto statuale sionista che si basa sull’espulsione in massa degli autoctoni, facendone restare una minima parte per salvaguardare le cosiddette radici “democratiche” dello Stato. È il progetto di Yigal Allon che lo ideò nel luglio 1967. Si può, anzi, dire che tutte le vicende che si sono succedute tra le leadership palestinesi e quelle israeliane dal 1993, l’anno della firma degli accordi di Oslo, ad oggi altro non sono che l’attuazione diluita nel tempo di quel piano. Negli anni ’80 del ‘900, tra la guerra in Libano del 1982 e la Prima Intifada del 1987, i palestinesi erano giunti ad una duplice svolta, soprattutto nel secondo periodo. Da un lato, in Cisgiordania e Gaza, ancora formalmente occupate, nacquero delle direzioni politiche alternative all’OLP (la cui direzione era in esilio in Tunisia), grazie all’unione realizzata sul campo dalle organizzazioni che dell’OLP facevano parte. Tuttavia questo importante obiettivo raggiunto, nei fatti era una smentita esplicita della direzione all’estero. Dall’altro lato, accrescendo ciò che era nato nel 1982, ossia una saldatura tra l’opposizione anti-sionista in Israele e le istanze e le rivendicazioni palestinesi, nella Prima Intifada il movimento di massa e pacifico poneva l’intera società israeliana, ma soprattutto gli ambienti di estrema sinistra, di fronte alle proprie contraddizioni. Nei fatti, gli accordi di Oslo chiudono questo ciclo, riaprendo, con il trucco delle “concessioni”, quello dell’appianamento dello scontro, con l’aggravante dell’assunzione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese delle responsabilità “in materia di sicurezza”. In altri termini, fin dal 1994 l’ANP si è assunta l’onere di reprimere qualunque tentativo di superamento di quegli accordi. In buona sostanza determinando le condizioni per le tristi conclusioni di questi giorni.

Israele famelico…finirà per divorare se stesso

Ma come ogni piano arrogantemente e spudoratamente coloniale, quella che sembra ai due alleati – Stati Uniti e Israele – un’autostrada spianata di fronte a loro, è assai possibile che si riveli ben più tortuosa.

È più che evidente il fatto, tanto per Donald Trump quanto per Benjamin Netanyahu, che questo pezzo teatrale indecente sia l’apoteosi dell’uso personalistico del proprio ruolo politico. Entrambi, infatti, puntano a farsi rieleggere: il primo in una prospettiva più lunga del secondo e quest’ultimo in guai sicuramente più grossi di Trump. Se Netanyahu non venisse rieletto alle prossime elezioni anticipate (le terze in Israele in un anno) l’accusa di corruzione per lui e alcuni membri della sua famiglia potrebbe significare l’arresto e il giudizio penale. In ogni caso la sua ingloriosa fine politica.

Benjamin Netanyahu ha fretta di annettere le parti della Cisgiordania per potersi presentare ai suoi alleati dell’estrema destra religiosa e ai coloni, come colui che alla fine corona il sogno della Grande Israele, praticamente senza fare alcuna “concessione”. Ma è indicativo il fatto che Avigdor Lieberman, suo alleato privilegiato dell’estrema destra fascisteggiante ma laica, fino ad ora non ha consentito a Netanyahu di formare un governo, proprio perché non si fida dei partiti religiosi per quanto di estrema destra possano essere. Avigdor Lieberman rappresenta, infatti, la stragrande maggioranza dell’elettorato proveniente dall’immigrazione russa degli ultimi trentacinque anni che con la religione e il rispetto delle sue imposizioni ha un rapporto quanto meno ambiguo e contraddittorio.

Il 24 gennaio scorso, quindi quattro giorni prima dell’annuncio dell’“accordo del secolo” alla Casa Bianca, il Tribunale Supremo ha rigettato un ricorso di Lieberman contro la richiesta di una parte del rabbinato di Israele di effettuare il test del DNA prima del matrimonio sugli immigrati dall’ex Unione Sovietica per stabilire se sono effettivamente ebrei o meno. Questo test dovrebbe, inoltre, riguardare non solo gli sposi o le spose ma anche le loro famiglie.

Potrebbe sembrare che tutto questo abbia poco a che fare con la svolta che rappresenta l’annuncio del piano Trump-Netanyahu, ma non è così. Infatti, il primo ministro israeliano si è fatto ritrarre in una foto tra due rabbini tradizionalisti subito dopo che la Corte Suprema aveva accettato di fatto che sia possibile stabilire geneticamente chi è ebreo e chi no. Le implicazioni di questa decisione sono molteplici e molto pericolose, perché l’annessione di gran parte della Cisgiordania e il rifiuto definitivo di ogni diritto al ritorno dei profughi palestinesi espulsi nelle diverse guerre di svuotamento dal 1947 al 1967, associate ai muri di separazione unilaterali e alla ricerca della “purezza della razza o razze ebraiche” che diventano leggi dello Stato, ci restituiscono l’immagine di Israele come il più grande e oscurantista ghetto della storia ebraica. Con l’aggravante, non da poco, che mentre i ghetti in cui per secoli in Europa e altrove hanno vissuto gli ebrei erano una costrizione, un’esclusione voluta da altri, oggi diventa una loro scelta.

Lo storico Sylvain Cypel, giustamente dà l’allarme su questa tendenza:

Dietro la crescita di adesioni alle tesi suprematiste bianche, che in Israele restano limitate agli ambienti coloniali più attivi, si profila un fenomeno in forte espansione: l’idea della salvaguardia della purezza razziale. Questa idea è evidentemente legata al desiderio profondo del sé, concepito come un vero ideale di vita. Il 9 febbraio 2016, Netanyahu annunciava in questo modo “un piano pluriennale per circondare Israele di cordoni di sicurezza”. Sapendo che questa idea avrebbe avuto un’accoglienza molto favorevole nell’opinione pubblica, proseguì: “In fin dei conti, lo Stato di Israele per come lo vedo io sarà interamente chiuso. Mi si dirà: è ciò che lei vuole, proteggere la villa? La risposta è sì. Nell’ambiente in cui viviamo, dobbiamo difenderci dalle bestie feroci”. La metafora “della villa nella giungla”, di Israele come unico Stato civilizzato circondato da animali selvaggi, era stata già utilizzata, dopo il fallimento dei negoziati di Camp David nell’estate del 2000, dal primo ministro laburista dell’epoca, Ehud Barak. (1)

Ma come giustamente osserva ancora Sylvain Cypel, questa tendenza è assai pericolosa perché maschera da questione teologico-genetica il nazionalismo più oltranzista e, come dimostra il ricorso di Avigdor Lieberman, arriva ad un esclusivismo razziale che straborda nel razzismo biologico. Se questo fosse limitato ad escludere i palestinesi per Avigdor Lieberman, campione ineguagliato di razzismo anti-palestinese e promotore della colonizzazione più selvaggia, non rappresenterebbe nessun problema; ma visto che invece mette in dubbio l’ebraicità degli immigrati russi è da combattere. A volerla dire tutta e chiaramente, quest’approccio significherà sul medio e lungo periodo rimettere in discussione l’omogeneità identitaria israeliana per come l’avevano concepita i cosiddetti padri fondatori. Ossia, quell’unità identitaria basata sul “nuovo ebreo” che si riscattava contemporaneamente dalle persecuzioni, ma anche da tutti quegli aspetti di sottomissione che per molti erano proprio da addebitare alla religione. O ancora, un passaggio dal pionierismo all’esclusivismo religioso. Non che il primo sia migliore del secondo, ma sicuramente rappresenta sia una sorta di rivincita degli ambienti religiosi, sia una mina vagante che mette a rischio la stessa “pace sociale” in Israele.

Quest’ultima, diversamente che altrove, non si basa tanto sulla capacità dello Stato di ridurre i divari economici tra le diverse fasce sociali (proprio il primo governo Netanyahu nel 1997 fece delle manovre economiche lacrime e sangue aumentando moltissimo il livello di povertà tra gli stessi ebrei-israeliani), quanto sulle pulsioni di paura sociale e collettiva sfruttando strumentalmente come collante sociale un presunto eterno pericolo di essere sterminati.  Se il concetto di “nemico” verrà, per legge, allargato al “vicino di casa” allora il rischio di uno scontro interno, di cui è impossibile prevedere le conseguenze anche a livello regionale, non sarà più un esercizio accademico.

Non è la prima volta che in Israele esplode il problema del razzismo “interno” agli ebrei-israeliani. Negli anni settanta migliaia di bambini figli di immigrati yemeniti furono letteralmente rapiti dalle proprie case e dati in adozione (alcuni dicono venduti) a coppie ashkenazite che non potevano avere figli. L’argomento era che gli ebrei yemeniti erano “troppo arabi” per essere genitori degni di allevare i propri figli come buoni israeliani; ne derivò un enorme scandalo e solo alla fine degli anni novanta del secolo scorso quelle coppie yemenite cui fu sottratta la prole furono “riabilitate”, ma ormai i figli erano persi…

Successivamente, all’inizio degli anni novanta, in pieno panico mondiale per la diffusione dell’AIDS, fu vietato dalle autorità sanitarie israeliane agli ebrei etiopi di donare il sangue, perché in quanto africani era dato per scontato che fossero sieropositivi/HIV positivi. All’epoca ci furono moltissime e violente manifestazioni in cui gli ebrei etiopi si scontrarono con la polizia, prima che quel decreto discriminatorio fosse ritirato.

La chiusura progressiva e quasi inarrestabile della società israeliana ha avuto il suo apice con la legge votata dal parlamento nel luglio del 2018 che pretende di far diventare Israele lo “Stato-Nazione del popolo ebraico”, quindi lo Stato per i soli cittadini ebrei. Evidentemente, questa legge intende colpire quel 20% della popolazione palestinese-israeliana ancora residente all’interno della Linea Verde. Ma, se si guarda questa tendenza alla luce della decisione della Corte Suprema dello scorso 24 gennaio sull’imposizione del test del DNA agli ebrei russi, è d’obbligo dire che Israele si sta avviando definitivamente a formalizzare il suo essere uno Stato segregazionista in cui l’apartheid diventa legge. Ovviamente, non si intende qui sottovalutare la gravità della segregazione vissuta dai palestinesi-israeliani fin dalla autoproclamazione di Israele, ma cogliere l’aggravante della sua generalizzazione e legalizzazione.

Chi pensa che questo non inciderà sulla convivenza appena civile tra gli stessi ebrei-israeliani, illudendosi con l’argomento che questo corpus legislativo è pensato innanzitutto in funzione anti-palestinese come strumento per nuove espulsioni legalizzate e di massa, commette un errore molto grande. L’apartheid de facto che subiscono i palestinesi israeliani – che dopo il piano Trump-Netanyahu si aggiungeranno a quelli delle aree della Cisgiordania che saranno formalmente annesse a Israele –, diventando legge eliminerà quella “democrazia” parziale di cui hanno goduto fino ad oggi i soli ebrei israeliani. Già sono stati di fatto introdotti, o reintrodotti, i reati d’opinione che colpiranno chiunque tenterà di esprimersi contro queste derive. Sarebbe interessante, ma troppo lungo in questa sede, approfondire anche l’aspetto economico, visto che le sacche di povertà crescono anche fra gli ebrei israeliani e molte proteste ci sono state negli anni scorsi per le difficoltà soprattutto di avere un alloggio a prezzi ragionevoli.

Un altro aspetto è che Israele sia riconosciuta come una delle nazioni in cui è altamente sviluppata la cosiddetta industria hi-tech; ovviamente e soprattutto in ambito militare, ma non solo. Ci chiediamo se questo correre verso uno Stato chiuso in se stesso ermeticamente, non produrrà in tempi neanche così lunghi un effetto che potremmo definire “sottovuoto” togliendo ossigeno ad un economia sempre più legata agli scambi internazionali. In altri termini, Israele potrà, forse, fare l’impossibile per essere lo Stato degli “ebrei puri”, ma ciò rappresenterà un arretramento inevitabile dal punto di vista non solo civile e culturale, ma anche sociale ed economico. Fino a che punto saranno disposti ad arrivare gli ebrei-israeliani prima di pentirsi e di rendersi conto che tornare indietro sarà sempre più difficile?

Questo interrogativo è per molti versi il punto centrale perché queste scelte sciagurate vengono fatte in un contesto internazionale che rischia di diventare moltiplicatore di mostri. In definitiva, Israele si avvia a somigliare moltissimo al suo celebrato nemico numero uno l’Iran degli ayatollah e a molte monarchie e dittature arabe, con le quali invece cerca alleanze, appunto, in funzione anti-iraniana.

Ancora una volta il recente testo di Sylvain Cypel conferma questa preoccupazione quando giustamente dice:

In realtà, la storia ancora in via di scrittura è quella di nuove leggi, di decreti, di progetti di legge, di regolamentazione in ogni ambito che, con l’avallo o nell’indifferenza della maggior parte della popolazione, già si impongono o potranno imporsi domani ai cittadini israeliani. Il loro numero crescente fa girare la testa. Il loro obiettivo è quello di instaurare una vera e propria polizia del pensiero e di mettere al bando ogni “devianza” da una visione ideologica riguardo ad argomenti come la natura dello Stato di Israele, la sua storia o quella del sionismo. (2)

Quindi, per riprendere la metafora di Ehud Barak, la villa dopo aver cacciato e “sconfitto” le “bestie feroci” dovrà difendersi e annientare i nemici interni, le quinte colonne che saranno rappresentate da chiunque esprimerà un’opinione liberamente, oppure non sarà considerato geneticamente puro al cento per cento. Siamo convinti che una società così concepita e asfittica da ogni punto di vista sarà inospitale e non potrà durare a lungo.

Anche se a livello internazionale Benjamin Netanyahu potrà contare sull’appoggio incondizionato di personaggi come Donald Trump, Orban l’ungherese che è dichiaratamente antisemita e ammiratore nostalgico delle Croci Ferrate e del nazismo, Matteo Salvini e Giorgia Meloni in Italia o Marine Le Pen in Francia, come Farage o Johnson in Gran Bretagna, prima di quanto si immagini questa follia identitaria, che ora sembra avere anche il coronamento territoriale e religioso, si ritorcerà non solo contro di lui, cosa che importa veramente poco in tutta onestà, ma contro coloro che questo personaggio ai limiti della realtà pretende di rappresentare.

Se Israele completerà di percorrere questa via senza uscita che ha intrapreso sarà responsabile, anche più di prima, della deriva antisemita cui oggi assistiamo in Europa e negli Stati Uniti.

Una via d’uscita esiste. Questa ad alcuni apparirà senz’altro un peccato di ingenuità. Ma per non cedere alla disperazione individuale in un mondo sempre più caotico e che sembra destinato alla distruzione in pochi anni, è necessario recuperare delle utopie necessarie. Siamo coscienti che moltissimi di coloro che di fatto accettano lo statu quo sostengono che l’utopia equivalga ad un sogno ad occhi aperti; ma se così fosse staremmo ancora a trascinare massi enormi per costruire piramidi, ma non è così grazie a coloro che hanno avuto il coraggio di immaginare un mondo diverso e di imboccare vie inesplorate e percorrerle, consapevoli dei pericoli e delle difficoltà che avrebbero dovuto affrontare.

Tutto questo per dire che tanto i palestinesi quanto gli israeliani non hanno alternative al rivoltarsi contro i propri governi che li costringono ad una condizione di vita impossibile. Questa strada, per altro, non è del tutto sconosciuta, l’hanno aperta i popoli arabi nove anni fa e, presto o tardi (come recentemente è avvenuto in Libano, Iraq e nello stesso Iran, per fermarci solo alla regione mediorientale), le ricadute arriveranno anche in Palestina e in Israele. Se le stagioni del tentativo di far convergere le rivendicazioni di questi due popoli sono chiuse, nelle forme che hanno conosciuto negli anni ottanta del secolo scorso, ora, in forme sicuramente diverse dalle precedenti, tornano ad imporsi come una necessità. Per uscir di metafora: quando gli israeliani si renderanno conto che le loro condizioni economiche, sociali, nonché politiche e culturali sempre più degradate non sono tali per responsabilità del destino cinico e baro e ancor meno per colpa dei palestinesi o degli iraniani, vorrà dire avranno fatto un passo in avanti verso la possibilità di evitare una catastrofe enorme, altrimenti scritta nelle cose e che più passerà il tempo più avrà conseguenze drammatiche.

Ma è noto che le prediche moralistiche servono a ben poco, molto più utile è l’esempio pratico, che è quello che stanno mostrando appunto gli iracheni, i libanesi e gli stessi iraniani. Soprattutto dopo che l’assassinio di Qassem Soleimani da parte statunitense il 3 gennaio scorso sembrava aver contribuito a chiudere la nuova stagione di rivolta.

(…) Il pasticcio di Teheran in merito all’aereo civile ucraino abbattuto per errore dai pasdaran (176 morti) l’8 gennaio ha tuttavia riacceso una protesta anti-regime che, pur non raggiungendo i livelli della mobilitazione attorno alle spoglie del capo della forza Al-Quds, ha comunque il merito di sfidare la repressione. La mobilitazione anti-statunitense non è riuscita invece in alcun modo a soffocare le proteste in Iraq, rivolte egualmente contro Washington e contro Teheran. La maggioranza degli iracheni è esasperata dal modo in cui la sovranità del loro Paese viene costantemente violata da due Stati che, schierati l’uno contro l’altro, mirano al dominio dell’area e hanno scelto l’Iraq come terreno di scontro. Per l’avvenire iracheno, l’insorgere di questa protesta popolare che trascende la differenza confessionale tra sciiti e sunniti è probabilmente l’evento più decisivo del tempo presente. (3)

Aggiungiamo noi: questo evento è decisivo per tutti noi, ovviamente palestinesi e israeliani compresi, perché ci dobbiamo rifiutare di credere che questi popoli siano più stupidi degli altri o talmente suicidi da voler proseguire entrambi in un vicolo cieco.

Cinzia Nachira

NOTE

1) Sylvain Cypel, L’Etat d’Israël contre les Juifs, La Découverte, Parig, febbraio 2020, p. 119

2) Sylvain Cypel, op. cit., p. 156

3) Gilbert Achcar, La danza delle spade tra l’Iran e Gli Stati Uniti, in Le Monde Diplomatique, versione italiana, 14 febbraio 2020, p. 11

 

 



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