Scambi di cortesie tra Italia e Israele

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Scambi di cortesie tra Italia e Israele

 

Ogni tanto negli ultimi tempi ho inserito qualcuno degli articoli ricevuti da Antonio Mazzeo, che mi sono sempre sembrati particolarmente puntuali e documentati. Ad esempio, recentemente, quello su Obama: Spese militari e costi umani. Un mio lettore attento, nonché mio prezioso consigliere per il sito, mi aveva suggerito anche un modo per inserirli tutti automaticamente, ma ho esitato perché a volte alcuni articoli mi erano parsi relativamente legati a una situazione locale (sia pure importante come quella siciliana), a volte molto “tecnici”. E in ogni caso il sito Movimento operaio doveva essere in origine solo l’archivio di quel che avevo scritto io in passato, anche se poi la necessità di commentare giorno per giorno mi ha preso un po’ la mano, e mi ha spinto a riprendere articoli presi da altri siti e del tutto condivisibili. L’ultimo articolo ricevuto da Antonio Mazzeo sulle forniture di elicotteri ai generali egiziani assassini (da chi devono difendersi, se non dal loro stesso popolo? O servono per proteggere gli interessi di Israele?), che inserisco qui di seguito, mi ha spinto a riprenderne altri due, ricevuti in passato, in cui il fornitore di attrezzature pericolose era invece Israele. Tra questi, non perdetevi il terzo, che è di un paio di mesi fa, ma che è bene ricordare, anche per valutare su quanti piani il presidente Napolitano riesce a fare danni… (a.m. 15/7/11)

P.S. Chi fosse interessato a riceverli direttamente dall’autore, può scrivergli a questo indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

 

 

1)   L’Egitto in fiamme acquista elicotteri made in Italy

 

di Antonio Mazzeo

 

 

Nuovi affari in Egitto per i piazzisti d’armi mentre le forze armate continuano a reprimere brutalmente le manifestazioni per il pane, la libertà e la democrazia. Due elicotteri AW139 in configurazione ricerca e soccorso SAR della società AgustaWestland (gruppo Finmeccanica) saranno trasferiti all’aeronautica militare egiziana via Stati Uniti d’America. Il contratto, per un valore di 37,8 milioni di dollari, è stato sottoscritto dall’azienda italiana con U.S. Army Aviation and Missile Command (AMCOM), il comando aereo e missilistico dell’esercito USA che poi girerà all’Egitto i due mezzi attraverso il programma Foreign Military Sales (FMS). Una triangolazione per certi versi incomprensibile (e dunque sospetta) che ricalca quanto avvenuto un paio di anni fa con il trasferimento all’aeronautica militare afghana di 20 aerei da trasporto C-27A “Spartan” prodotti da Alenia Aeronautica (altra società Finmeccanica) e venduti in prima battuta all’US Air Force. Sempre Alenia Aeronautica aveva tentato inutilmente di ricorrere alle forze armate statunitensi per trasferire altri cargo “Spartan” a Ghana e Taiwan.

Con una velocità massima di crociera di 165 nodi (306 km/h) e un’autonomia superiore alle 570 miglia nautiche (1.060 km), gli elicotteri AW139 dispongono di una bassa traccia acustica e possono operare in tutte le condizioni meteo. Sono inoltre configurabili per il trasporto da 8 a 15 soldati e le grandi porte scorrevoli dell’abitacolo permettono di caricare e scaricare rapidamente truppe e materiali. Gli elicotteri destinati alle forze armate egiziane saranno prodotti negli stabilimenti di Philadelphia di AgustaWestland North America e saranno consegnati entro il novembre 2012. Il contratto prevede anche l’addestramento dei piloti e del personale di terra e la fornitura delle attrezzature e dei ricambi necessari per la messa in servizio e la manutenzione dei velivoli.

L’Egitto è il maggiore recettore al mondo degli aiuti militari USA dopo Israele. Nel 2010 il valore delle armi fornite da Washington è stato di 1,3 miliardi di dollari (più 250 milioni in non meglio specificati “aiuti economici”). Il bilancio di previsione dell’anno fiscale 2011 assegna all’Egitto un identico apporto finanziario in armamenti e apparecchiature strategiche. Tra le principali forniture di sistemi d’arma spicca in particolare quella di 20 cacciabombardieri F-16 (16 nella versione C e 4 in quella D) e di 10 elicotteri d’attacco “Apache”. E tra le beneficiarie dei principali contratti sottoscritti dal Pentagono negli ultimi due anni a favore del paese nordafricano compaiono proprio due aziende italiane del gruppo Finmeccanica: DRS C3 and Aviation Company (sede a Horsham, Pennsylvania) che nel dicembre 2010 ha venduto all’U.S. Army Communications and Electronics Command veicoli, hardware e servizi per la “sorveglianza delle frontiere egiziane” (valore della commessa 65,7 milioni di dollari); e AgustaWestland North America che nel novembre 2009 è stata chiamata da US Navy a riparare e potenziare le apparecchiature di tre elicotteri Mk-2 “Sea King” in dotazione al 7° squadrone dell’aeronautica militare di stanza a Borg El Arab (valore 17,35 milioni di dollari). Sei mesi prima, la stessa azienda elicotteristica aveva firmato un contratto con il ministero della difesa dell’Egitto per la forniture di tre velivoli AW109 “Power” da utilizzare in campo medico-militare (importo 24 milioni di euro), mentre un elicottero nella versione AW139 veniva venduto alla società petrolifera statale egiziana per consentire il trasporto del personale alle piattaforme offshore nel Mediterraneo e nel Mar Rosso.

Per il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, la grave crisi politica e sociale scoppiata quest’anno in Egitto non comporterà alcuna riduzione negli aiuti militari USA. Non sembrano impensierire l’amministrazione Obama e i contractor statunitensi e internazionali le sempre più numerose denunce sulle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia e dai militari egiziani nel “nuovo corso” post-Mubarak. Secondo il quotidiano britannico The Guardian, dallo scoppio delle proteste di massa contro l’ex presidente ad oggi “le forze armate egiziane congiuntamente ai servizi d’intelligence hanno detenuto segretamente centinaia e forse migliaia di oppositori e molti di essi sono stati pure torturati”. Le organizzazioni non goverantive hanno documentato l’uso di scariche elettriche su alcuni dei detenuti, mentre Hossam Bahgat, direttore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights del Cairo, denuncia la “sparizione” di decine di arrestati dopo il loro trasferimento in alcune strutture militari del paese. “Capita sempre più spesso – aggiunge Bahgat - che i partecipanti alle proteste in piazza Tahrir vengano condotti con la forza all’interno del vicino Museo dell’Antico Egitto e sottoposti ad abusi fisici da parte dei soldati che li accusano di essere agenti di gruppi o potenze stranieri come Hamas ed Israele”.

Amnesty International ha raccolto le testimonianze di persone arrestate che hanno denunciato di essere state torturate con vari metodi tra cui le frustate e costretti a fornire informazioni sulle proteste in programma. Due rappresentanti dell’organizzazione internazionale sono stati arrestati (e poi rilasciati) il 4 febbraio nel corso di un blitz delle forze dell’ordine negli uffici del Centro di studi giuridici Hishan Mubarak, al Cairo, insieme a 35 persone che si trovavano riunite (difensori dei diritti umani, avvocati e giornalisti). In un recente report sulle conseguenze della repressione contro il movimento popolare di Piazza Tahir, Amnesty International stima in 840 le persone rimaste uccise durante le rivolte, oltre a migliaia di feriti. “Molti civili sarebbero stati arrestati durante le proteste e processati da tribunali militari, una pratica che viola i diritti fondamentali della persona, primo fra tutto quello a ricevere un giusto ed equo processo”. Tra le pratiche più efferate quella di sottoporre le giovani donne arrestate a “test di verginità”. “Li abbiamo effettuati per proteggere l’esercito da possibili denunce di stupro”, l’allucinante ammissione del generale dell’esercito Abdel Fattah al-Sisi di fronte ai delegati di Amnesty International.

Nel tentativo di mitigare le accuse delle organizzazioni non governative, l’esecutivo egiziano ha deciso l’allontanamento o il pre-pensionamento di 699 tra funzionari di polizia e militari (compresi 505 generali). Secondo la tv di stato, 37 di essi sarebbero direttamente implicati nella morte di alcuni dei manifestanti di piazza Tahir. Per Magda Boutros, una delle attiviste del forum che ha lanciato la campagna per la riforma democratica dei corpi di polizia, si tratta però di una misura meramente simbolica. “Il nostro gruppo stima che siano almeno 200 gli ufficiali responsabili dei massacri di manifestanti”, spiega Boutros. “E comunque non basta rimuoverli dai loro incarichi se essi non vengono poi processati”.

 

2)   Radar anti-migranti ad altissimo impatto ambientale

 

di Antonio Mazzeo

 

 

Cortei, sit-in, presidi permanenti, interrogazioni parlamentari, petizioni popolari, esposti e ricorsi al Tar. Cresce la protesta di cittadini e associazioni ambientaliste contro l’installazione in alcune riserve naturali di Puglia, Sardegna e Sicilia dei famigerati radar anti-migranti EL/M-2226 ACSR prodotti dall’azienda israeliana Elta System. I potenti sensori sono stati acquistati dalla Guardia di finanza grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, e costituiranno l’ossatura della nuova Rete di sensori radar di profondità per la sorveglianza costiera che sarà integrata al sistema di comando, controllo, comunicazioni, computer ed informazioni della forza armata per individuare e respingere le imbarcazioni di migranti di piccole dimensioni. Un affare di decine e decine di milioni di euro per il complesso militare industriale israeliano e per la società romana Almaviva (già Finsiel), scelta d’imperio dal Comando della Gdf per approntare i siti e posare i tralicci radar.

La lista delle località prescelte per gli impianti si fa ogni giorno sempre più fitta e comprende zone costiere del sud Italia sottoposte a vincoli ambientali e archeologici. La regione più colpita è senza dubbio la Sardegna: le località individuate per insediare i mostri a microonde sono l’isola di Sant’Antioco, Capo Pecora a Fluminimaggiore, Punta Foghe a Tresnuraghes, Capo Falcone a Stintino, Punta Scomunica all’Asinara e Capo Argentiera nel comune di Sassari. Nel caso di Sant’Antioco, l’installazione radar dovrebbe sorgere presso l’ex stazione militare di Capo Sperone - Su Monti de su Semaforu, sull’altura di Tinnias, splendida area oggi di proprietà della Regione Sardegna, ricadente nel parco naturale di “Carbonia ed Isole Sulcitane”, dove sono presenti pure fabbricati particolarmente significativi dal punto di vista storico-culturale ed architettonico. L’impianto di Punta Foghe a Tresnuraghes incide invece in un territorio classificato come “Zona di Protezione Speciale”, sottoposto a rigidi vincoli di natura ambientale per consentire il ripopolamento della fauna selvatica. Ciononostante, la Regione Sardegna è giunta ad autorizzare Almaviva ad eseguire lavori “in deroga” alle norme di tutela. A Capo Pecora – Fluminimaggiore, le ruspe hanno deturpato l’arenile di Portixeddu, area SIC (sito di interesse comunitario), grattando via in particolare il cucuzzolo di Murru Biancu, la collina che dominava il litorale roccioso.

In Puglia, nelle mire della Guardia di finanza ed Almaviva, c’è invece un terreno di 300 mq ubicato tra le località “Sciuranti” e “Salanare”, all’interno del perimetro del parco naturale Otranto – Santa Maria di Leuca – Bosco di Tricase. In questo caso, tuttavia, lo scorso 17 giugno il Tribunale amministrativo regionale di Lecce ha accolto la richiesta di sospensiva dei lavori d’installazione del radar presentata dal Comitato regionale di Legambiente Puglia, invalidando il parere favorevole reso dalla Soprintendenza dei Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Lecce, Brindisi e Taranto e dal comune di Gagliano del Capo. Per quanto riguarda invece la Sicilia, il radar è stato già montato da diversi mesi a Capo Murro di Porco presso la stazione di sollevamento fognario del Comune di Siracusa, zona sottoposta a vincolo paesaggistico ed archeologico e prospiciente l’oasi marina protetta del Plemmirio, istituita nel 2005. A seguito delle proteste dei residenti dell’area, dei no war e dell’Associazione Plemmyrion, il 16 aprile 2011 la ministra dell’ambiente Stefania Prestigiacomo (siracusana) aveva strappato al Comando della Guardia di finanza l’impegno ad “individuare in tempi brevi un sito alternativo per eliminare un traliccio che deturpa l’ambiente in una zona di pregio e sottoposta a tutela”, ma sino ad oggi non è stato fatto alcun intervento per rimuovere da Capo Murro di Porco le infrastrutture realizzate.

“L’installazione dei radar potrebbe comportare rischi per la salute dei cittadini, oltre che creare delle servitù militari permanenti e aggiuntive che in Sardegna, in particolare, andrebbero ad aggiungersi alle servitù già esistenti, le quali hanno prodotto per la popolazione residente già gravi conseguenze”, denuncia con un’interrogazione presentata ai ministri dell’Interno, dell’Economia e delle Finanze, della Difesa e dell’Ambiente, l’onorevole Francesco Ferrante (Pd). “Assolutamente insufficienti appaiono al riguardo le rassicurazioni del direttore generale di Almaviva, dott. Antonio Amati, secondo il quale i radar verranno installati su colline, lontane 300 metri dalle coste seguendo le procedure senza imboccare scorciatoie militari. E le emissioni elettromagnetiche saranno inferiori a quelle delle antenne dei telefonini”, riporta Ferrante. “Appare viceversa più attuale il rischio che si crei uno scempio ambientale, urbanistico e paesaggistico, come denunciato pubblicamente tra gli altri da Legambiente Sardegna, che ha chiesto su questi temi l’immediato avvio di un confronto a livello nazionale”. In conclusione, il parlamentare del Pd ha chiesto di conoscere “le procedure di assegnazione dell’appalto alla società Almaviva; l’iter amministrativo che ha condotto al rilascio delle autorizzazioni ad installare i radar in zone incontaminate delle coste italiane; se, e con quale decreto, siano state riconosciute tali strutture “opere di difesa militare”; se non si ritiene improcrastinabile adoperarsi per tutelare le aree interessate dalle installazioni, nonché opportuno avviare un monitoraggio in modo che sia garantita l’assenza di pericolo di inquinamento elettromagnetico”.

Sul pericolo elettromagnetico rappresentato dall’ultima generazione di radar anti-immigrati, è intervenuto Massimo Coraddu dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Cagliari. Il fisico ha analizzato lo studio di impatto elettromagnetico prodotto dagli ingegneri Antonio Casinotti e Giampaolo Macigno per conto della società Almaviva, relativo all’installazione dei radar a Gagliano del Capo e Siracusa. “Gli EL/M2226 ACSR sono trasmettitori Linear Frequency Modulated Continuous Wave (LFMCW) in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza), con una potenza di emissione di 50 W e onde molto corte comprese tra i 300MHz e i 300 GHz”, esordisce Coraddu per poi denunciare come le due analisi  “appaiano gravemente carenti sotto molteplici aspetti”, mentre i “risultati vengono riportati in modo poco trasparente e di difficile lettura”. “Esistono notevoli incertezze e imprecisioni riguardo le caratteristiche tecniche e l’esatta modalità di funzionamento del radar, dovute all’incompletezza di quanto riportato nell’analisi d’impatto e a incoerenza con quanto riportato dal costruttore”, scrive il fisico. “La procedura di calcolo adottata nello studio di Almaviva non è chiara (non è specificato quali strumenti software sono stati utilizzati e come); parte delle formule riportate sono erronee o inadeguate alla situazione (adozione di una approssimazione di “campo lontano” a distanze inferiori al limite che lo consente); non si è tenuto conto di tutti i contributi alle emissioni”.

Tra le gravi “incongruenze” delle caratteristiche tecniche del sistema radar, Massimo Coraddu individua quella relativa alla sua presunta velocità di rotazione costante. “Nella sua documentazione, la casa produttrice Elta-System vanta la grande capacità di risoluzione di questo radar, a loro dire capace di individuare il periscopio di un sommergibile tra i flutti a decine di Km di distanza, valutare direzione, velocità e numero di persone a bordo di una piccola imbarcazione a 20 Km di distanza. Sembra poco probabile che tali prestazioni si possano raggiungere semplicemente scansionando a velocità costante il tratto di mare antistante. È verosimile invece che la velocità di rotazione sia costante solo in fase di sorveglianza, mentre nel momento in cui un bersaglio viene individuato, il dispositivo possa essere bloccato e il fascio diretto sul bersaglio sino alla sua completa definizione. In questo caso, nella valutazione del possibile danno alle persone, deve essere individuato come peggior incidente possibile quello in cui il radar viene puntato e rimane fisso sul soggetto”.

Inoltre, in entrambe le analisi di impatto elettromagnetico, le uniche misure sul campo riportate sono quelle relative al livello di fondo dei campi presenti. “Una scelta immediatamente incongrua” scrive Coraddu. “Le misure sono state effettuate infatti con la sonda isotropa EP330, fabbricata dalla Narda S.r.l., che registra campi sino alla frequenza massima di 3 GHz, mentre il radar anti-migranti emetterà a frequenze molto superiori (oltre 9 GHz), alle quali la sonda non è sensibile, e il cui fondo quindi non può essere rilevato”.

Finanche “erronee” appaiono poi le procedure di calcolo dell’intensità delle onde irradiate negli impianti di Gagliano del Capo e Siracusa. Nello specifico, il calcolo del cosiddetto “campo vicino” - i cui effetti elettromagnetici vengono definiti “trascurabili” - è stato effettuato adoperando le formule adottate per la zona di “campo lontano”, non ottemperando a quanto previsto dalla norma CEI 211-7, per cui “ il limite di campo vicino deve essere posto alla maggiore delle due distanze, e dunque le formule approssimate per il campo lontano si potranno usare solo a distanze maggiori o uguali a 470 mt, e non a pochi metri dal sistema radiante, come specificato nella relazione”.

A conclusione del suo studio, Massimo Coraddu individua un’altra grave incongruenza nelle procedure di calcolo dell’elettromagnetismo dei sistemi made in Israele. “Tutte le stazioni radar di sorveglianza prevedono anche un dispositivo di telecomunicazione, un ponte radio per inviare i dati, in tempo reale, al centro di Comando, Controllo, Comunicazioni, Computing ed Informazioni C4I del Comparto Aeronavale della Guardia di Finanza”, scrive il fisico. “Come specificato dall’Ingegner Ferri dell’impresa Almaviva spa, in sede di conferenza dei servizi, per quanto riguarda l’installazione radar di Capo Sperone (Sardegna), ad esempio, il ponte radio è realizzato con un sistema radiante fisso di 120 cm di diametro operante nella banda di 8 GHz. Le emissioni di questo sistema di telecomunicazioni devono quindi essere valutate, mentre invece in entrambe le analisi di impatto elettromagnetico viene invece misurata, in modo scorretto, solo la componente di fondo, mentre non si tiene conto in alcun modo del contributo del ponte radio. Possiamo pertanto affermare che è stata applicata una procedura inconsistente e inadeguata per la valutazione delle emissioni nella zona circostante il radar”. I nuovi radar della Guardia di finanza, prima ancora di scatenare la loro guerra ai migranti, hanno già fatto le prime vittime: l’ambiente, il paesaggio e la salute delle popolazioni residenti.

 

 

3)   Partnership Italia-Israele nel nome delle armi

 

di Antonio Mazzeo

 

 

Peggior giorno non poteva scegliere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per recarsi in Israele a ricevere il Dan David, il premio da un milione di dollari che il finanziere a capo del colosso internazionale delle apparecchiature fotografiche per fototessera (Photo-Me International Plc), riconosce annualmente ai vip distintisi nella “difesa dei valori universali della giustizia, della democrazia e del progresso”. La consegna del mini Nobel è avvenuta il 15 maggio a Tel Aviv nell’intervallo tra un incontro con il presidente Shimon Peres e quello con il premier Benjamin Netanyahu, mentre alla frontiera di Israele con il Libano e la Siria era in atto la feroce repressione dei manifestanti che commemoravano la Nakba, il giorno della “catastrofe” del 1948 quando con la creazione dello stato d’Israele, decine di migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare la regione nativa. Almeno una ventina le persone uccise dall’esercito, ancora una strage che per l’ennesima volta non ha turbato l’élite politica ed economica italiana che insegue lucrosi affari con le imprese israeliane.

Il core business dell’asse Roma-Tel Aviv è rappresentato dal mercato delle armi e specie con Berlusconi, l’Italia si è distinta nel tessere sempre più proficue relazioni nel campo della “difesa” e della “sicurezza”. Oltre alla recente visita di Silvio B. in Israele, le tappe del riavvicinamento armato comprendono gli incontri del novembre 2009 tra il ministro della difesa Ignazio La Russa, l’omologo israeliano Ehud Barake e Netanyahu, la visita a Roma nel luglio 2010 del Capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, generale Gabi Ashkenazi e il vertice a settembre tra il sottosegretario alla difesa, on. Guido Corsetto e l’ambasciatore di Israele in Italia, Ghideon Meir, per verificare appunto, “l’opportunità di eventuali e future collaborazioni nel campo militare”, come recita il comunicato ufficiale emesso a fine colloqui. Tre mesi più tardi, dicembre 2010, è stata la volta del Capo di stato maggiore della difesa italiano, generale Vincenzo Camporini, a recarsi in visita a Tel Aviv per discutere sul “rafforzamento della collaborazione strategica a livello politico, militare e tecnico-industriale; il consolidamento della conoscenza dei reciproci apparati militari e lo sviluppo di strumenti di raccordo e coordinamento delle attività di pace italiane nelle aeree d’interesse per lo stato israeliano”.

Le linee guida della cooperazione militare Italia-Israele sono tracciate dalla legge n. 94 del 17 maggio 2005 che ratifica l’accordo sottoscritto nel 2003 dall’allora ministro della difesa Antonio Martino. Roma e Tel Aviv s’impegnano nello specifico a collaborare nel campo dell’importazione, esportazione e transito di materiali militari, ad organizzare attività di addestramento ed esercitazioni e la “visita di navi ed aerei”, a coordinare la “partecipazione alle operazioni umanitarie”, a sviluppare “la ricerca e la produzione militare, la politica degli approvvigionamenti e l’industria per la difesa” e a “interscambiare materiali d’armamento”. Non si attese comunque il voto parlamentare per accendere i motori della nuova alleanza. Il 18 novembre 2004, dopo un summit a Roma tra il ministro della difesa del governo Sharon, Shaul Mofaz, l’omologo italiano Martino e il presidente del consiglio Berlusconi, venne annunciato lo stanziamento congiunto di 181 milioni di dollari per “lo sviluppo di un nuovo sistema di guerra elettronica progettato per inabilitare i velivoli nemici”. Da allora gli affari si sono fatti sempre più fitti: secondo una ricerca dell’Archivio Disarmo basata su dati ISTAT, nel 2005 il governo italiano autorizzò contratti di vendita ad Israele, in base alla legge 185, per circa 1,3 milioni di euro. Più recentemente, come evidenzia la Rete Italiana per il Disarmo, le vendite autorizzate al governo di Tel Aviv superano complessivamente i due milioni di euro l’anno, e riguardano in particolare “armi di calibro superiore ai 12,7mm e aeromobili, sistemi d’arma ad energia diretta e apparecchiature elettroniche”. Tra le imprese italiane coinvolte spiccano i nomi di Simmel Difesa, Beretta, Northrop Grumman Italia, Galileo Avionica, Oto Melara ed Elettronica.

A ciò vanno poi aggiunti i contratti stipulati all’estero dalle società controllate dalle holding nazionali, non considerati nei rapporti del governo. Nel dicembre 2007, ad esempio, DRS Technologies Inc., azienda  del gruppo Finmeccanica con sede a Parsippany, New Jersey, ha sottoscritto un  contratto di 6 milioni di dollari con l’U.S. Army’s Tank-Automotive and Armaments Command (TACOM) per produrre autoarticolati da 80 tonnellate per il trasporto dei carri armati “Merlava” in dotazione alle forze armate israeliane. Finmeccanica che con ElsagDatamat si è recentemente aggiudicata in Israele un appalto da 10 milioni di euro per la fornitura di un sistema automatico di smistamento della posta, punta ad una maggiore visibilità nel mercato armato e spera di entrare nella megacommessa autorizzata a fine 2010 da Washington per la fornitura di 20 cacciabombardieri stealth di nuova generazione F-35A Lightning II. I caccia sono prodotti dalle industrie statunitensi Lockheed Martin, Northrop Grumman e BAE Systems con il modestissimo contributo di Alenia Aeronautica. Il valore dell’accordo è stimato in 2,75 miliardi di dollari, ma potrebbero essere superati i 10 miliardi se venisse esercita un’opzione per l’acquisto di altri 55 cacciabombardieri. Le consegne avverranno a partire dal 2016 con la partecipazione di Israel Aerospace Industries e Elbit Systems.

Altrettanto significativi i numerosi progetti di “cooperazione scientifica e tecnologica” che i ministeri italiani per l’Industria e la Ricerca scientifica hanno sottoscritto in questi anni con Israele e i cui riflessi nel settore militare vengono opportunamente mascherati. Nel dicembre 2005, l’allora ministra per l’istruzione e l’università, Letizia Moratti, ha firmato un decreto con il quale sono stati finanziati 52 progetti con Stati Uniti e Israele, per un ammontare complessivo di 18 milioni di euro, in aree di rilevante interesse strategico quali “bioinformatica, bioingegneria, neurobiologia, chimica-farmaceutica, gnomica-proteomica, nanotecnologia, biotecnologia, Ict e linguistica computazionale”. Il sostegno ai programmi è avvenuto attraverso il Fondo per gli investimenti della Ricerca di Base del ministero mentre le attività scientifiche sono state realizzate dalle università di Milano, Roma (“La Sapienza”), Napoli (“Federico II”), Torino, Bologna, dagli atenei israeliani di Haifa e Tel Aviv, dalla Hebrew University, dal Weizmann Institute e dall’Istituto tecnologico “Technion”.

Attingendo sempre dai fondi del Ministero per l’istruzione e la ricerca scientifica, è stato co-finanziato il programma bilaterale “Shalom” per il lancio di due satelliti dotati di sensori iperspettrali in grado di captare emissioni. I due satelliti saranno collocati nella stessa orbita della costellazione italiana d’intelligence COSMO-SkyMed e “integreranno le osservazioni radar con osservazioni nell’infrarosso visibile e ultravioletto per numerose applicazioni, compresi monitoraggio ambientale, mappatura geologica, sicurezza e gestione dei rischi ambientali”, come afferma l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), partner italiano del programma.

Finalità militari ha pure il progetto di ricerca nel campo della fotonica finanziato dalla Regione Lazio attraverso Sviluppo Lazio che vede coinvolte l’Università di Tor Vergata, Selex Communications (società del gruppo Finmeccanica specializzata nelle “comunicazioni militari e protette”) e l’azienda israeliana Lynx Photonic Network. L’Università di Tor Vergata compare pure nel programma di sviluppo della rete di telecomunicazione satellitare “Savion” (Satellite Autoconfigurable Voice Image data Overlay Network) per il coordinamento degli interventi in “situazioni di sicurezza ed emergenza”. Il nuovo sistema, sperimentato nel maggio 2006 a Riva del Garda dalle società Telespazio e Maxtech, è finanziato dall’Unione europea e dai ministeri degli esteri di Italia ed Israele.

Il nostro paese, più che un esportatore di armamenti è un cliente preferenziale di Israele: negli ultimi due anni le importazioni di tecnologie militari hanno superato il valore complessivo di 50,7 milioni di euro. Tra le principali acquirenti l’industria Simmel che si rifornisce in Israele di componenti per bombe e la Beretta (componenti per armi automatiche, pistole e mitragliatori). Ci sono poi le acquisizioni di materiale bellico realizzate con fondi non provenienti dal ministero della difesa, come avvenuto ad esempio con una decina di radar fissi e mobili  EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) realizzati da Elta Systems, società controllata dalla Israel Aerospace Industries Ltd. (IAI). I radar entreranno a far parte della nuova Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera che la Guardia di finanza sta implementando per contrastare gli sbarchi dei migranti. Acquistati grazie alle risorse del “Fondo europeo per le frontiere esterne”, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, le apparecchiature hanno una portata di oltre 50 chilometri e sono appositamente progettate per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni. Gli EL/M-2226 fanno parte della famiglia di trasmettitori Linear Frequency Modulated Continuous Wave (LFMCW) in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza)”, che operano emettendo microonde estremamente pericolose per l’uomo, la fauna e la flora. Per la loro installazione saranno sacrificate alcune aree protette e riserve naturali di Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna.

L’altro pilastro della partnership è rappresentato dalle esercitazioni dei reparti d’élite delle forze armate italo-israeliane. Buona parte di esse si tengono da alcuni anni nei grandi poligoni militari della Sardegna e nell’aeroporto di Decimomannu (Cagliari). Gli ultimi giochi di guerra in grande scala risalgono al novembre 2010, quando 38 aerei da guerra e oltre 600 militari italiani ed israeliani si sono dati appuntamento a Decimomannu per l’esercitazione “Vega”. Per diversi giorni sono stati simulati duelli aerei ed eseguiti bombardamenti con missili aria-terra. Protagonisti gli squadroni con caccia F-15 della base di Tel Nof (a sud di Tel Aviv) ed F-16 della base di Nevatim (Neghev) e un velivolo senza pilota “Eitam” G550, il drone di maggiori dimensioni sino ad ora costruito in Israele, al suo esordio in un campo di battaglia. In prima linea per l’Italia i cacciabombardieri Tornado ECR del 50° Stormo, gli F-16 del 37° Stormo, gli Amx ”Ghibli” del 32° Stormo e gli Eurofighter ”Typhoon” del 4° Stormo. Proprio i reparti che quattro mesi più tardi - con la benedizione del presidente Napolitano - sarebbero stati destinati da Berlusconi e La Russa alle operazioni di bombardamento in Libia.

 

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