Venezuela: come affrontare le destre e l'imperialismo

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Venezuela - La discussione odierna è su come frenare

la violenta offensiva della destra neoliberista

Intervista di Valeria Ianni al politologo Franck Gaudichaud*

[da Rebelión]

 

Il Venezuela si dibatte tra i tentativi di destabilizzazione della destra, i limiti propri del processo bolivariano e la possibilità che siano la classe operaia e il movimento popolare a fare avanzare un progetto non esente da tensioni e contraddizioni.

 

Valeria Ianni- Come delineeresti l’attuale situazione venezuelana?

Franck Gaudichaud– Come punto di partenza, va ammesso che ci troviamo in mezzo a una tremenda tempesta mediatica mondiale ostile al processo bolivariano. È perciò fondamentale creare spazi di controinformazione. Per cominciare, di fronte a tanta disinformazione, occorre tornare a mettere in risalto come il processo bolivariano sia un prolungato processo di vaste conquiste sociali (sanità, istruzione, riduzione della disuguaglianza), di trasformazioni democratiche (nuova Costituzione), di rafforzamento crescente e di inclusione politica delle classi popolari, in un rapporto teso con un capo carismatico quale è stato Chávez. E sottolineare anche come questo processo abbia costituito l’elemento chiave nella costruzione di nuove sovranità nazional-popolari e nella creazione di ALBA, UNASUR e CELAC. Ed anche come un arretramento importante in Venezuela e il ritorno del neoliberismo in questo paese avrebbero immediati e rilevanti effetti collaterali sull’intera regione. Tutto ciò sembra ovvio, ma è indispensabile porre l’accento sull’essenziale e sui rapporti di forza geopolitici in momenti in cui i mezzi di comunicazione di massa dominanti – e l’opposizione venezuelana – parlano di “dittatura castro-comunista” e di “genocidio in Venezuela”…

Quella attuale è una situazione estremamente tesa perché il settore più reazionario dell’opposizione ha puntato sulla violenza e la destabilizzazione, a partire dalle strade. Nel contesto, c’è all’interno delle file delle sinistre la tendenza ad appiattire la nostra comprensione della congiuntura, affermando che o si sta contro l’imperialismo o si è a favore del colpo di Stato “fascista”. Questa lettura binaria a me pare nefasta. Naturalmente occorre denunciare e opporsi unitariamente al temerario tentativo “insurrezionale” della destra. Sappiamo che gli USA hanno chiari interessi geopolitici in questa destabilizzazione; i legami tra i “falchi” di Washington e il settore dell’opposizione guidato da Leopoldo López in Venezuela non derivano dalla teoria del complotto, ma sono un dato d’informazione oggettiva. Vi è anche un effettivo intervento da parte della Colombia e dell’”uribismo”, come vi sono incursioni paramilitari, soprattutto nello Stato di Táchira, al confine. Si tratta di elementi importanti.

Ora però siamo di fronte a un colpo di Stato, dello stile di quello dell’aprile del 2002?. Si può parlare di fascismo, ma non si riesce così a definire la dinamica dell’opposizione al chavismo. Io credo di no. In primo luogo, perché i reali rapporti di forza sono diversi dal 2002. Lo Stato Maggiore e l’esercito sostengono apertamente il governo, per il momento senza fratture; la grande borghesia non punta alla violenza e a una soluzione extracostituzionale. Fedecameras [l’equivalente venezuelano di Confindustria] e i principali padroni (ad esempio Mendoza della Polar) hanno preso parte alla conferenza di pace con Maduro condannando la violenza di strada. Il che vuol dire che attualmente non sono presenti gli stessi elementi chiave della congiuntura dell’aprile 2002. C’è, questo sì, un settore della destra intorno a Leonardo López che punta chiaramente alla violenza di strada, facendo appello a rovesciare Maduro. E quello che è preoccupante è che questo settore è riuscito a suscitare mobilitazioni molto consistenti. Nello Stato di Táchira, a Merida con il movimento studentesco, ma anche per le strade di Caracas. Certamente i partecipanti a quelle mobilitazioni provengono essenzialmente dai quartieri alti, dall’alta o medio-alta borghesia, ma provengono anche dai ceti medi, e non poi così alti. Settori violenti della destra stanno conquistando spazio nella società, ricorrendo alla violenza contro lavoratori e militanti di quartiere, innalzando barricate (le guarimbas): sono i responsabili della grande maggioranza degli assassinii delle ultime settimane. L’opposizione neoliberista è in parte frammentata, ma al contempo ognuno svolge il proprio ruolo contro il processo: da Henrique Capriles o COPEI (Comitato di Organizzazione Politica Elettorale Indipendente), che dicono di volere il dialogo dopo una serie di sconfitte elettorali, fino a partiti come Volontà Popolare di Leopoldo López, o come l’associazione Súmate e la deputata María Corina Machado, che puntano a creare un clima semi-insurrezionale, senza aspettare le prossime elezioni. Taluni analisti, ad esempio Ramonet, hanno sottolineato la presenza di “un lento colpo di Stato”, sulla base delle teorie di destabilizzazione di Gene Sharp.[1]

Io credo invece, dal punto di vista della sinistra anticapitalista, che il tema chiave non sia solo quello della denuncia di tutto questo, ma anche continuare a riflettere “in basso e a sinistra” per capire – in maniera critica e dialettica – quali siano, entro lo stesso spazio del chavismo, gli elementi che consentono che si manifesti tanto malcontento in vari strati della società, e non solo da parte del movimento studentesco. In questo senso, dobbiamo analizzare anche le contraddizioni e le debolezze della “rivoluzione bolivariana” e prestare ascolto alle voci critiche del movimento popolare e rivoluzionario all’interno del chavismo e fuori. In Rebelión abbiamo pubblicato anche diversi autori venezuelani che si muovono in questa direzione: Roland Denis, Simón Rodríguez P., Javier Biardeau, Gonzalo Gómez, ecc.

 

D. - Quali sono queste principali debolezze proprie del chavismo?

R. Innanzitutto occorrerebbe distinguere il chavismo governativo da quello del popolo bolivariano che lavora. Intendo dire che lì esistono tensioni, soprattutto a un anno dalla morte di Hugo Chávez, che ha avuto un ruolo centrale di guida del processo, capace di oscillare tra il verticismo del leader e l’orizzontalità della partecipazione popolare. Nell’era del “chavismo senza Chávez”, Maduro ha la legittimazione democratica elettorale: ha vinto le elezioni presidenziali, giusto di misura, e le comunali hanno confermato questa nuova vittoria bolivariana nelle urne (con 17 vittorie su 18 tornate elettorali). Maduro però non ha lo stesso carisma di leader di Chávez, mentre al contempo la situazione economica va rapidamente deteriorandosi. Naturalmente si parla molto di sicurezza, in particolare la destra, ma essa costituisce anche una grande preoccupazione quotidiana per gli strati popolari. Sul piano economico, dove ultimamente emergono maggiormente i problemi: la Banca Centrale del Venezuela ammette una riduzione del rifornimento al livello del 28% dei prodotti e un’inflazione del 56% nel 2013, che erode i salari dei lavoratori. La cattiva gestione economica e il tipo di cambio consolidano la speculazione, il mercato nero e l’accaparramento da parte della borghesia compradora su scala più ampia. Alcuni economisti marxisti, come Manuel Sutherland o Victor Álvarez, parlano della fuga di capitali più grande di tutto il Sudamerica. Sono così svariati i “piani Marshal” che prendono la fuga verso Miami. Certamente, inflazione e carenza di rifornimenti di prodotti sono causati dall’offensiva delle classi dominanti, ma anche da una politica economica inefficiente. La corruzione è l’altro tema fondamentale, dopo 15 anni di processo bolivariano: come pretendere di costruire “il socialismo del XXI secolo” in queste condizioni di corruzione burocratica? Di fronte alle dimensioni del fenomeno, connesso al modello di capitalismo basato sulla rendita petrolifera tuttora egemone,[2]non basta avere un ministero del “Potere popolare”… Non vedo altra soluzione che creare controllo dal basso, democrazia partecipativa e consigli dei lavoratori, rafforzare i consigli comunali esistenti. Altrimenti, come parare stabilmente l’offensiva della destra? Con dialogo e pace con i settori padronali, con la Mesa de Unidad Democrática, con Cisneros e la borghesia? Per altro verso, ricordiamoci dell’impunità concessa finora ai responsabili del colpo di Stato dell’aprile 2002, o a quelli degli assassinii dell’aprile 2013. Altrettanto inquietanti l’impunità di fronte al sicariato antisindacale presente nel paese, i livelli di repressione contro alcuni scioperi operai o la militarizzazione crescente di alcuni territori (che ha provocato malessere e dissociazione pubblica del governatore bolivariano dello Stato di Táchira). In questi giorni, il presidente Maduro e la procura hanno riconosciuto la responsabilità della Guardia nazionale e della polizia bolivariana nell’uccisione e nel maltrattamento di vari manifestanti, e speriamo non restino impuniti, perché lo Stato deve essere il garante dei diritti fondamentali.

 

D. – Hai accennato criticamente alla strada che sta imboccando il governo per frenare l’offensiva della destra. Secondo voi quale sarebbe la strada più efficace per affrontare la destra?

R. -Sicuramente, come propongono alcuni settori anticapitalisti venezuelani, la maniera migliore di difendersi è approfondire la rivoluzione e le conquiste del processo; è rafforzare una visione critica e popolare, indipendente dalla burocrazia o dalla “boliborghesia”, mirando al trasferimento di potere verso il basso. Ritengo legittimo il tentativo del governo di raffreddare la violenza di strada, fare appello al dialogo e alla pace. Ora, però, dialogo e pace sì, ma per cosa e con chi? Il dialogo democratico dovrebbe rivolgersi ai settori popolari mobilitati, ai lavoratori organizzati che cercano le vie del potere popolare, ai contadini che vogliono la riforma agraria, alla popolazione indigena, accanto a più concreti annunci per migliorare la situazione economica. Certo Maduro ha fatto annunci di fronte alla “guerra economica”, ma al di là della “legge dei prezzi equi”, positiva, ci sono state misure di “aggiustamento” e di svalutazione. Viceversa, piccole correnti come Marea Socialista e altre al di fuori del chavismo (libertarie, marxiste, trotskiste) propongono di affrontare la destra neoliberista prendendo misure rivoluzionarie, ad esempio: assumere il controllo del commercio estero, ma con la vigilanza dei cittadini (per evitare la corruzione); combattere con forza la speculazione e centralizzare le divise straniere; porre il sistema bancario sotto il controllo sociale perché parte della rendita petrolifera non venga succhiata dagli accaparratori; sostenere con maggior decisione i consigli comunali, la produzione nazionale di generi alimentari e un sistema di pianificazione nazionale democratico, ecc. Insisto: sto semplicemente riprendendo dichiarazione di collettivi bolivariani e anticapitalisti venezuelani. Certamente, procedere in questa direzione significa anche cominciare a riflettere sulle contraddizioni interne al movimento popolare, prendere atto delle sue debolezze e dei suoi limiti, come pure del peso del bonapartismo politico presente nel PSUV, ad esempio.

 

D. – Quali analogie e quali differenze hai notato tra il processo del Cile durante il governo di Allende e quello del Venezuela? Se non altro, rispetto al rapporto tra gli spazi di organizzazione popolare e uno Stato che, nonostante tutti i mutamenti, continua a essere uno Stato capitalista.

R. Innanzitutto, questo mi sembra essenziale: in Venezuela, continua a esistere lo Stato capitalista, ancorché in una nuova veste istituzionale assai più democratica. Predomina il capitalismo statal-redditiero e oltre il 70% del PIL è in mano al settore privato. Collocarsi strategicamente significa sapere per prima cosa a che punto siamo. Nel 1973 in Cile, Unidad Popular ha voluto dire, come in Venezuela, grandi conquiste democratiche, sociali, partecipazione dal basso, sulla base di una classe operaia molto organizzata sul piano sindacale e politico. In realtà, una differenza grande sta nel fatto che, in Venezuela, un grosso limite è che non si sia riusciti a costruire un movimento operaio e sindacale classista e democratico, autonomo rispetto alla burocrazia statale. Un altro elemento interessante dell’esperienza cilena è il rapporto teso tra movimento popolare e il governo di Allende. Ho studiato i “Cordoni industriali”[3]come organizzazione sui generis di potere popolare e, in vari momenti, i cordoni furono in grado di affrontare Allende rivendicando misure rivoluzionarie. Un altro punto di discussione è esattamente fino a che punto ci si possa fidare delle istituzioni, della possibilità di “usare” lo Stato per riformare dall’alto la società: vale a dire, se costruiamo socialismo a partire dallo Stato, o se lo costruiamo a partire dal potere popolare costituente, il controllo operaio e la partecipazione dei cittadini. Quando ad esempio, in Venezuela, esperienze di cogestione come alla Sidor sono state rapidamente soffocate. Lo stesso vale per i complicatissimo tema della violenza politica, del ruolo dell’imperialismo e dell’esercito: quel che è certo è che in Venezuela, a differenza della via cilena, si è pensato il processo come “pacifico ma armato”. In Venezuela c’è una dinamica civil-militare ben diversa dall’esperienza cilena. Ben oltre questo, la “rivoluzione bolivariana” attualizza un dibattito rimasto in sospeso inUnidad Popular: che cosa possiamo fare con lo Stato, e con che tipo di Stato? Fino a che punto il governo, le elezioni, sono strumenti di conquista democratica e come appoggiarsi decisamente su forme di potere popolare per avanzare? Come affrontare nel miglior rapporto di forza le destre e l’imperialismo?

Traduzione di Titti Pierini



*Franck Gaudichaud: membro del gruppo editoriale di Rebelión.org: Laureato in Scienze Politiche e autore di vari libri sull’América Latina, tra cui un’indagine guidata da Michael Löwy su “Potere Popolare e Cordoni Industriali sotto il governo di Allende in Cile (1970 -1973)”, sul sito: Chile - Cordones industriales. Valeria Ianni: storica argentina, fa parte del collettivo “Hombre Nuevo”, http://agrupacion-hombrenuevo.blogspot.com.ar/.

[1]Gene Sharp (1928): docente di Scienze Politiche all’Università del Massachusetts, impegnato a lungo nella ricerca e nella pianificazione di tecniche e strategie di ribellione nonviolenta ai regimi. I suoi scritti, in particolare Come abbattere un regime (Chiarelettere), hanno ispirato movimenti di opposizione non violenta in diverse parti del mondo.

[2]Cfr. F. Gaudichaud, “Las tensiones del proceso bolivariano: nacionalismo popular, conquistas sociales y capitalismo rentista”, in Rebelión, dicembre 2012, www.rebelion.org/noticia.php?id=160554.

[3] Cfr. F. Gaudichaud, Poder popular y cordones industriales en Chile, Santiago, LOM, 2004.



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