Stati Uniti/Cuba – Fine della Guerra fredda?

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Intervista a Samuel Farber[i]

[a cura di Lance Selfa (NPA – http://npa2009.org/ )]

 

Quali sono i motivi di fondo, sia da una parte sia dall’altra, del disgelo tra Stati Uniti e Cuba,?

 

A mio avviso, vi hanno contribuito vari fattori, da entrambe le parti, pur se la scelta del momento rimaneva un problema aperto. La fine della Guerra fredda con l’Urss e, quasi contemporaneamente, il ritiro di Cuba dall’Africa hanno ridimensionato l’importanza di questo paese per la politica estera statunitense, al punto che Cuba è appena menzionata negli studi strategici pubblicati negli ultimi anni dalla Difesa e dagli Affari Esteri. Si è quindi rallentata la pressione rispetto alla situazione che prevaleva precedentemente.

Vi è poi il fatto che i capitalisti americani sono sempre più favorevoli al commercio con Cuba. Nel 2000, gli Stati Uniti hanno approvato una legge che esentava dal blocco economico le esportazioni di prodotti alimentari ed agricoli, e gruppi quali Archer Daniel Midland, Tyson Foods ed altri hanno avviato rapporti commerciali con Cuba. Molte imprese, tranne una frangia molto a destra, sono favorevoli a questo.

Si aggiunga a questo il fatto che ormai da qualche tempo il Pentagono era favorevole alla ripresa di rapporti. I suoi responsabili hanno regolari incontri con le autorità cubane per quanto riguarda la logistica della base navale di Guantanamo Bay, il traffico di droga e altre questioni.

Infine, ma non meno importante, a Miami è diminuita l’incidenza degli esuli cubani di destra. Il settore dei deputati della contea di Miami-Dade ha ancora al Congresso tre rappresentanti della destra cubana-americana, ma il sostegno alla loro politica è in declino, mentre la composizione della comunità cubana è mutata in modo piuttosto significativo. La maggioranza dei cubani e dei cubano-americani residenti nel Sud della Florida sono attualmente persone arrivate dopo il 1980, e questa maggioranza si rafforza costantemente. Tra 20.000 e 30.000 cubani arrivano ogni anno negli Stati Uniti mentre la vecchia generazione si va estinguendo, pur conservando ancora un forte potere di controllo sui mezzi di comunicazione di massa e sul sistema politico, essendo composta dalle persone più ricche.

Tutti questi fattori hanno contribuito a creare, sul versante statunitense, una situazione in cui, per tutta una serie di motivi, i politici hanno ritenuto opportuno evolvere sulla questione di Cuba.

Sul versante cubano, il paese sta affrontando una situazione economica preoccupante, contraddistinta dalla cronica carenza di investimenti. Il ministro cubano dell’Economia ha stimato che il paese avesse bisogno di due miliardi di dollari l’anno per potere ripartire. L’investimento a Cuba è di due volte inferiore a quello del resto dell’America latina, con una produttività bassa rispetto alla norme latinoamericane. Anche la crescita economica è stata debole negli ultimi anni, arrivando solo all’1% nel 2014.

Tutto ciò ha quindi creato una situazione per cui le due parti erano pronte a un cambiamento dei loro rapporti. Passate le elezioni del 2014, Obama ha creduto bene che fosse quello il momento migliore per farlo.

 

Quale è la sua valutazione dell’apertura dei rapporti diplomatci? Obama può fare una serie di cose tramite il potere esecutivo, ma soltanto il Congresso può abrogare la Legge Helms-Burton [che regola attualmente l’embargo]. Quali sono allora i limiti dell’accordo, al punto in cui siamo?

 

La legge Helms-Burton, approvata dal Congresso e dal presidente Bill Clinton, proibiva ogni attività economica tra gli Stati Uniti e Cuba. – ad esempio, a Cuba gli investimenti di società americane sono vietati. Per distendere i rapporti tanto politici quanto economici tra gli Stati Uniti e Cuba, Obama si è spinto un po’ oltre rispetto a quel che gli consente la legge. È riuscito così a liberalizzare i trasferimenti di fondi provenienti dai cubano-americani, che dovrebbero passare da 1,5 miliardi/anno a 2 miliardi nel 2015, pari all’aumento del 25%. Detto ciò, il nocciolo della questione è che la legge Helms-Burton continua a impedire il pieno ristabilimento dei rapporti economici tra Cuba e Stati Uniti.

Spetta ora al Congresso emendare, modificare od abrogare questa legge. Un significativo numero di repubblicani, ad esempio il senatore dell’Arizona Jeff Flake, sono a favore del cambiamento. Resta da vedere quanti repubblicani e democratici adotteranno un’analoga posizione. Taluni democratici, ad esempio il senatore del New Jersey Robert Menéndez, si sono dichiarati assolutamente contrari. Menéndez è un senatore cubano-americano alleato con gli elementi più di destra della comunità cubana del sud della Florida.

Su questa questione non esiste una linea netta di cesura fra i due partiti, né ho ancora visto alcuna stima del numero di repubblicani e di democratici che sarebbero disposti all’abrogazione. Staremo a vedere.

 

Se la Legge Helms-Barton non venisse abrogata e restasse com’è, che cosa significherebbe per i cubano-americani con famiglia a Cuba?

 

Le modifiche al margine della legge Helms-Burton introdotte da Obama hanno mutato in maniera significativa la situazione dei cubano-americani. Ad esempio, possono ora inviare ai familiari – genitori, fratelli e sorelle -  cifre pressoché illimitate.

I viaggi a Cuba sono stati liberalizzati, dapprima dal governo cubano e ora da quello americano, tanto che si prevede l’aumento del numero dei visitatori. Già ve ne erano un certo numero, specie dopo che il governo cubano aveva cominciato ad autorizzare i cubano-americani ad accogliere in albergo membri della loro famiglia a Cuba. Varadero, il principale complesso alberghiero dell’Isola, è perciò pieno di cubani le cui camere sono pagate dai parenti di Miami che vengono a trovarli. 

Parecchie cose sono quindi già cambiate, e adesso cambieranno ancora di più. Ma ci sono anche cose che i cubano-americane non potranno fare. Ad esempio, i fratelli Fanjul, cubano-americani grandi produttori di zucchero in Florida, ostilissimi al governo cubano, hanno effettuato una svolta decidendo di sostenere il ristabilimento di rapporti economici tra i due paesi. Si sono recati a Cuba e si sono incontrati con il governo cubano, ma non potranno investire milioni per aprire una nuova e moderna raffineria di zucchero. Per questo, occorrerebbe l’abrogazione della Legge Helms-Burton.

 

A sinistra, molti hanno considerato l’apertura come una vittoria del popolo cubano. Lei che cosa ne pensa?

 

Anche io la vedo così, nella misura in cui la ripresa dei rapporti economici con Cuba è un colpo arrecato alla concezione per cui gli Stati Uniti avrebbero il diritto di imporre a Cuba il sistema economico-politico che preferiscono loro – e se Cuba non l’accetta, allora gli Stati Uniti avrebbero il diritto di imporle sanzioni economiche, non solo tramite i meccanismi del mercato ma con sistemi extra-economici.

Occorre tenere a mente il fatto che è stato l’embargo/blocco economico ad aver creato la miseria per il popolo cubano. Si crede che il neoliberismo difenda la libertà delle forze del mercato, mentre è un potere politico che ha interferito con il mercato e imposto sanzioni contro Cuba, in modo totalmente estraneo a ciò che presumibilmente il neoliberismo borghese riconosce come legittimo. In questo senso, quindi, si tratta di una sconfitta per coloro che pensano che gli Stati Uniti dovrebbero avere il potere e il diritto di dare o meno la loro approvazione a un governo straniero e a un sistema economico esterno e, all’occorrenza, di imporgli sanzioni con mezzi extra-economici. In questo senso, non vi è dubbio che si tratti di una vittoria.

 

Il Dipartimento di Stato [ministero degli Esteri] invia a Cuba in gennaio una delegazione per avviare discussioni ad alto livello. Il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, ha peraltro annunciato che assumerebbe la guida di una missione commerciale. Che cosa le fa pensare questo?

 

C’è da scommettere che le missioni governative a Cuba porteranno a un significativo aumento del turismo l’anno prossimo! Già ora c’è sul posto una delegazione di democratici del Congresso, mentre il governatore Cuomo vi è atteso prossimamente e anche il segretario [ministro federale] al Commercio, Penny Pritzker, prevede di recarvisi quanto prima.

Ho appena visto una dichiarazione a firma di responsabili politici e uomini d’affari molto importanti – incluso George Shultz, l’ex segretario di Stato sotto Reagan – che sostanzialmente spinge per la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Non parlano esplicitamente di abrogazione o di modifica della Legge Helms-Burton, ma in larga misura è ciò che intendono dire. La sottoscrivono anche altre figure dell’establishment, ad esempio Bill Richardson, ex governatore del Nuovo Messico, ambasciatore all’Onu e segretario dell’Energia. È evidente che esiste una forte pressione, negli ambienti ufficiali, politici e degli affari, per andare verso la normalizzazione con Cuba.

 

Che impatto potrebbe avere sull’America latina il ristabilimento dei rapporti Stati Uniti/Cuba? Penso soprattutto al fatto che Cuba ospita le trattative tra il governo colombiano e la guerriglia delle Farc, così come ha stretti rapporti con il governo di sinistra del Venezuela. Quali conseguenze ci potrebbero essere, più in generale, per il ruolo degli Stati Uniti nella regione?

 

Uno degli elementi presi in considerazione da Obama per decidere la ripresa delle relazioni con Cuba è la necessità di modificare la percezione degli Stati Uniti in America latina, eliminando in quell’area una fonte permanente – e importante – di irritazione. Penso che abbia contato molto nel calcolo.

In questo senso, sarebbe in qualche modo più semplice trattare con il Venezuela e altri paesi dell’emisfero, soprattutto quelli che hanno governi di centro-sinistra, alcuni meno radicali come l’Ecuador e altri di più, come il Venezuela. Sarebbe più facile per gli Stati Uniti confrontarsi con quei paesi, se si elimina l’ipoteca dei rapporti con Cuba.

Non voglio dire, come fanno alcuni, che Cuba ridurrà il sostegno al Venezuela e agli altri paesi della regione. Finché perdurano le condizioni attuali, non sarà così. Ma sarà più facile per gli Stati Uniti gestire i rapporti con quei paesi. Penso che le considerazioni di politica estera abbiano avuto un ruolo nelle decisioni di Obama. È stato così anche per gente come George Shultz, che ha firmato petizioni che facevano appello alla normalizzazione dei rapporti. Questo aspetto ha evidentemente contato.

 

Pensa che l’apertura inaugurerà un processo di trasformazione politica anche a Cuba? Se sì, in che senso? E gli Stati Uniti si preoccupano di questo?

 

Credo si tratti di un problema a più lungo termine. Per il momento, indubbiamente si tratta di una vittoria per il governo cubano. Per altro verso, questo si è mostrato duro nell’attacco ai dissidenti – come nel caso dell’artista Tania Bruguera, che ha tentato di montare il suo spettacolo in Piazza della Rivoluzione: glielo hanno impedito ed è finita in prigione – con il pretesto che metterebbero a rischio i nuovi rapporti con gli Stati Uniti. Prima l’accusa era che i dissidenti facevano il gioco del blocco. Ora, se non siete d’accordo, fate il gioco di chi vuole turbare i rapporti con gli Stati Uniti!

Ma questo vale per l’immediato, A medio e più lungo termine, credo che l’apertura agli Stati Uniti minerà la legittimità del governo, perché questo non potrà più proclamare che a Cuba i problemi economici sono causati dall’embargo – soprattutto se verrà significativamente modificata o abrogata la Legge Helms-Burton.

 

Il governo cubano sembra particolarmente attratto dal modello economico cinese o vietnamita. Pensa che potrebbe muoversi in quella direzione? Tenuto conto di quel che ha appena detto sulle probabilità di un cambiamento politico, sarebbe praticabile?

 

Credo sia quel che vorrebbe fare il governo. Quando parliamo di modello cinese o vietnamita, non vuol dire che Cuba potrebbe ricavare dalle campagne un rafforzamento della sua forza lavoro. Quella di Cuba è una popolazione rurale per il 25% La struttura del paese e molto diversa da quella della Cina o del Vietnam. Non si ratta neppure di un modello economico specifico.

Quello che però, secondo me, vuole il governo è un modello di sistema sociale in cui ci siano un Partito di Stato e assenza di democrazia ma, al tempo stesso, consistenti possibilità di investimento privato, soprattutto investimenti stranieri in alcune industrie chiave, ma con uno Stato che si riserva la direzione delle linee direttrici in fatto di economia e di politica. Ne è un esempio il modello bancario in Cina, che resta monopolio di Stato.

A Cuba il problema è che il governo muove due passi in questo senso, poi ne fa uno indietro. La ragione sta certamente nella resistenza burocratica – visto che sotto un modello del genere numerosi burocrati perderebbero parte del loro potere, rischierebbero di perdere i loro feudi. Dalla sua entrata in funzione, Raúl Castro ha cercato di non infastidire troppo il potere burocratico – e per questo l’intero processo è stato contraddittorio.

 

Cuba ha aperto di recente a Mariel una zona economica dedicata all’esportazione. Crede che i pianificatori economici sperino di poter seguire un modello del genere, sulla scia del Vietnam o di Macao?

 

Finora, il porto di Mariel non è stato un gran successo. L’Organizzazione Odebrecht, una grandissima compagnia Brasiliana, ha investito una mole di capitali per rinnovare e ammodernare il porto di Mariel, che comprende una zona di libero scambio. Dicono che stanno aspettando la fine dei lavori di allargamento del canale di Panama, indispensabili perché grandi imbarcazioni possano servirsi di questo porto come scalo verso gli Stati Uniti o l’Europa.

Di fatto, al momento attuale dello sviluppo economico di Cuba, il paese non ha gran cosa da offrire al livello industriale o agricolo. Quel che può proporre, e in cui è già largamente impegnato, sono alcuni servizi. C’è ad esempio molto entusiasmo per il turismo. Cuba ha accolto nel 2014 tre milioni di turisti. La previsione di quattro milioni per il 2016 è plausibile. Questo creerà forti tensioni sulle infrastrutture e la capacità alberghiera. Ci si deve quindi aspettare che il capitale europeo aumenti i propri investimenti in questo ambito. C’è bisogno di altri alberghi che, a loro volta, richiederanno più infrastrutture.

Esistono possibilità anche nel campo delle biotecnologie e dell’industria farmaceutica. Alcune società americane hanno già dei progetti di joint-venture per la produzione di farmaci. Questo potrebbe svilupparsi, anche se penso che si tratti di una prospettiva a più lungo termine.

 

Negli Stati Uniti molti radicali temono che dei militanti di sinistra, quali Assata Shakur [ex membro del Black Power Party, condannata senza prove alla reclusione a vita per il presunto assassinio di un poliziotto], che ha ottenuto lo statuto di rifugiata politica a Cuba, possano essere estradati negli Stati Uniti. Che ne pensa?

 

Naturalmente, sono preoccupato anche per questa questione. Finora nessun responsabile cubano o statunitense ha detto una sola parola al riguardo. C’è stato di recente solo un articolo del New York Times sui criminali cubani estradati a Cuba. Non mi intendo di diritto internazionale, ma mi pare che in questo caso non ci sia bisogno di trattato di estradizione. Per quel che ne so, oggi non esiste alcun trattato di estradizione in vigore tra Stati Uniti e Cuba..

Non so neanche se Assata Shakur abbia avuto la nazionalità cubana. Vive nel paese da decine di anni. Se ha avuto la cittadinanza cubana, questo costituirebbe un ulteriore ostacolo all’estradizione negli Stati Uniti.

Quel che però stupisce in questo specifico caso, è che non se ne è detto nulla. Evidentemente, il governatore Chris Christie del New Jersey ha colto l’occasione per dichiarare che andava rispedita negli Stati Uniti. Nessuno però, né nel governo federale di Washington né all’Avana ha detto una sola parola in proposito.

 

Che cosa le sembra importante mettere in rilievo su queste vicende?

 

A medio o lungo termine, si verificherà una rimessa in discussione dell’ideologia dominante in seno al potere cubano secondo cui la penosa situazione economica si spiega con il blocco statunitense. Questo potrebbe facilitare lo sviluppo della resistenza a Cuba. Una certa liberalizzazione – non democratizzazione ma liberalizzazione - del resto già cominciata, contribuirà in questa direzione. La gente sarebbe più libera di protestare di quanto non lo sia stata in passato.

Anche in Cina, con un partito unico di Stato, ogni si registrano movimenti di decine di migliaia di lavoratori, e questo ha comportato aumenti salariali, tanto che certe imprese indicano i salari, tra gli altri fattori, come una delle ragioni per cui se ne vanno dalla Cina. È così che il Bangladesh è diventato il centro di produzione dell’abbigliamento, con la Cina che non si considera più così attraente. Nella misura in cui la liberalizzazione riuscirà ad ampliare lo spazio a disposizione della gente per organizzarsi e avanzare rivendicazioni, si tratterà di uno sviluppo positivo.

(marzo 2015)

http://www.npa2009.org/idees/etats-unis-cuba-la-fin-de-la-guerre-froide



[i] Samuel Farber è uno scrittore americano marxista che è nato e ha studiato a Cuba. Ha pubblicato numerosi e pregevoli lavori sulla storia dell’Isola e la sua rivoluzione. L’ultimo di questi, uscito nel dicembre 2011 presso Haymarket Books (Chicago), è Cuba Since the Revolution of 1959: A Critical Assesment [“Cuba dopo la rivoluzione del 1959, un giudizio critico”].

 

Segnaliamo che dal sito http://vientosur.info/spip.php?article9700 è possibile scaricare un ampio articolo di Samuel Farber :Tendencias politicas en la Cuba de hoy (“Tendenze politiche nella Cuba di oggi”), pubblicato nel n.136 della rivista Viento Sur, ottobre 2014, pubblicato anche sul mio sito  Tendencias políticas en la Cuba de hoy. Sempre sul mio sito, di Samuel Farber si può scaricare: Cuba – Il Partito unico è l'ostacolo principale

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